Amb. Ferranti visita sito di parco archeologico in Armenia (Ansa 05.06.25)

(ANSA) – ROMA, 05 GIU – L’Ambasciatore d’Italia a Jerevan, Alessandro Ferranti ha visitato la comunità armena di Aruch, per partecipare alla presentazione del progetto “ArcheTourDev”, promosso dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, per la creazione del Parco Archeologico di Aruch.
All’evento hanno partecipato anche il Vice Governatore della Regione di Aragatsotn, Armen Grigoryan, i direttori del progetto, Sergio Ferdinandi dell’Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente e Pavel Avetisyan dell’Accademia Nazionale delle Scienze armena, e altri rappresentanti del Governatorato, del Ministero della Cultura, dell’Istituto di Archeologia ed Etnografia e dell’Università di Firenze.
Il progetto, coordinato da Ismeo per la parte di Aruch, rappresenta un passo importante per la valorizzazione del patrimonio storico-culturale della regione. (ANSA).

Armenia, una casa gratuita al confine (Osservatore Balcani e Caucaso 03. 06.25)

Negli ultimi anni, il governo armeno ha lanciato un programma per stimolare la costruzione di abitazioni nelle aree di confine, con l’intento di ripopolare zone marginali. L’iniziativa, aperta anche ai profughi del Nagorno Karabakh, ha avuto un successo inaspettato

03/06/2025 –  Armine Avetisyan Yerevan

Negli ultimi anni, le comunità di confine armene stanno vivendo una vera e propria rinascita. Nell’ambito di un programma governativo lanciato nel 2022, nuove case sono in costruzione in diverse aree rurali.

Nell’ambito di questa iniziativa, ai cittadini vengono concessi 16 milioni di Dram (circa 37.000 Euro) per costruire una casa nelle regioni di confine delle province di Tavush, Gegharkunik, Vayots Dzor, Ararat e Syunik.

Inizialmente il programma avrebbe dovuto concludersi nel 2024 con la costruzione di duemila case, per essere però poi prorogato a causa dell’elevata domanda.

Il programma

Annunciato nel 2022, il programma  è diventato particolarmente attivo nel 2023. La procedura è stata semplificata al massimo: i richiedenti devono possedere un terreno o una struttura parzialmente costruita in uno degli 80 villaggi di confine designati, scegliere tra oltre 40 progetti di case approvati dallo Stato (o presentare il proprio progetto approvato) e ottenere un permesso di costruzione.

Ulteriori requisiti comprendono l’essere sposati (almeno uno dei coniugi dev’essere cittadino armeno) e non avere debiti in sospeso o tasse non pagate. Il finanziamento viene erogato tramite un mutuo ipotecario e il governo rimborsa l’intero importo direttamente alla banca, in diverse rate in base all’avanzamento dei lavori.

L’affidabilità creditizia non viene valutata poiché il rimborso è finanziato dallo Stato. Tuttavia, se i costi di costruzione superano l’importo assegnato, le spese aggiuntive devono essere sostenute dal richiedente.

Il programma è disponibile anche per le persone sfollate dal Nagorno Karabakh. Grazie alle condizioni accessibili, il programma ha riscosso notevole popolarità ed è diventato una delle iniziative governative più richieste nel 2023.

“Il Programma statale di sostegno all’alloggio negli insediamenti rurali di confine è stata una delle iniziative di maggior successo del 2024”, ha dichiarato il ministro del Lavoro e degli Affari sociali. “Grazie all’enorme interesse, il limite di duemila famiglie è stato rapidamente raggiunto. Di conseguenza, il programma è stato riaperto per diverse comunità a Tavush e nel villaggio di Gomk a Vayots Dzor. È disponibile anche per coloro che hanno ottenuto un permesso di costruzione prima del 1° settembre 2024.”

Gomk

Situato a Vayots Dzor, il villaggio di Gomk ha una popolazione di circa 145 persone. Sebbene non sia ufficialmente un villaggio di confine, è stato incluso nel programma tramite una direttiva speciale del governo.

Nel 2024, a Gomk è stata inaugurata una scuola di nuova costruzione con una capienza di 100 studenti, nonostante il numero effettivo sia di circa 25. Durante la cerimonia di inaugurazione della scuola, il primo ministro Nikol Pashinyan ha annunciato il lancio della seconda fase del programma di edilizia abitativa a Gomk, finalizzato allo sviluppo della comunità.

Il piano prevede la costruzione di trenta case, cinque delle quali riservate a insegnanti abilitati. Le famiglie devono inoltre avere almeno un figlio di età inferiore ai 13 anni per poterne usufruire.

Per anni, il villaggio ha sognato aule calde e confortevoli. Ora, i bambini spesso rimangono dopo la scuola per riunirsi in palestra. Il numero di studenti è già in aumento, poiché la scuola è frequentata anche da bambini provenienti dai villaggi vicini. Vi lavorano diciassette insegnanti, otto dei quali pendolari dalle comunità vicine.

Susanbar Mirazizyan insegna alla scuola di Gomk da due anni. Fa la spola con suo figlio dal vicino villaggio di Zaritap. Ispirata dalla possibilità di costruire una casa grazie al programma statale, spera di continuare a lavorare nella scuola, senza i dieci chilometri di tragitto giornaliero.

“A dire il vero, all’inizio sono venuta qui solo per lavoro, ma poi mi sono innamorata del villaggio. Mi piace lavorare qui e credo che dovremmo mettere radici dove troviamo nutrimento. Se lavoro qui, perché non viverci anche?”, dice.

Un terreno è già stato assegnato vicino alla scuola agli insegnanti beneficiari. La zona è comoda e le famiglie possono anche dedicarsi all’agricoltura e all’allevamento. Gli abitanti del posto sono ottimisti sul fatto che questo programma segnerà una nuova fase di sviluppo per il villaggio.

“Un villaggio deve essere pieno di giovani, altrimenti svanisce. Il nostro villaggio ha un grande potenziale”, afferma Lusine Stepanyan, un’insegnante locale.

Lusine è nata, cresciuta e ha studiato a Gomk, e insegna nella scuola della sua città natale dal 2021. Sua figlia inizierà presto a frequentare la scuola e aspetta un secondo figlio. Considera il suo villaggio natale il luogo migliore in cui i suoi figli possano crescere e ricevere la loro istruzione primaria.

Come in altre comunità che beneficiano del programma, la domanda di terreni a Gomk è aumentata vertiginosamente. Il governo prevede che questa iniziativa senza precedenti diventi non solo una soluzione abitativa, ma anche una forza trainante per lo sviluppo rurale, estendendosi a più comunità e a più beneficiari.

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Iran e Armenia – Diplomazia tra Monasteri e Gasdotti (Agoravox 03.06.24)

In un Caucaso attraversato da tensioni e fratture geopolitiche sempre più profonde, la relazione tra Iran e Armenia si staglia come un raro esempio di cooperazione stabile, profonda e trasversale.

La recente dichiarazione del viceministro degli Esteri iraniano, Saeed Khatibzadeh, circa la pianificazione della visita ufficiale del presidente Masoud Pezeshkian a Yerevan, non è solo un gesto diplomatico, ma un segnale eloquente. I due Paesi rafforzano ogni giorno di più un’alleanza che affonda le radici nella storia e si proietta verso un futuro strategico comune.

Khatibzadeh, intervenuto al forum internazionale “Dialogo Yerevan-2025”, ha sottolineato l’intensificarsi delle relazioni politiche tra Teheran e Yerevan, annunciate da visite reciproche e da ben cinque delegazioni iraniane attese in Armenia questa settimana. Solo pochi giorni fa, il segretario del Consiglio di sicurezza nazionale armeno Armen Grigoryan si trovava a Teheran per colloqui bilaterali.

“Le consultazioni tra le capitali sono costanti e costruttive”
– Saeed Khatibzadeh

Il viceministro ha inoltre evidenziato come le relazioni economiche siano a un livello elevatissimo. L’introduzione di un tasso di interesse pari a zero per il trasporto merci tra i due Paesi punta ad accelerare una cooperazione commerciale già in forte espansione.

L’Iran ha annunciato investimenti fino a 3 miliardi di dollari in progetti comuni con l’Armenia, focalizzati su infrastrutture critiche: strade, ponti e soprattutto la ricostruzione della linea ferroviaria Yeraskh–Julfa–Meghri–Horadiz. Questa arteria, una volta operativa, ristabilirebbe il collegamento ferroviario diretto tra Armenia, Iran e Russia, nell’ambito del più ampio progetto armeno “Crossroads of Peace”.

Energia e strategia

Sul fronte energetico, è stato esteso fino al 2030 l’accordo “Gas for Electricity”, che prevede il raddoppio delle forniture di gas iraniano verso l’Armenia. Un chiaro segnale della volontà di rendere l’Armenia meno dipendente da Mosca e più connessa all’Iran, soprattutto in un momento in cui Teheran punta a consolidare la propria influenza nella regione.

Ma la collaborazione non si ferma all’economia. Recentemente si sono svolte esercitazioni militari congiunte lungo il confine, ufficialmente in chiave antiterrorismo. Tuttavia, in un contesto di crescente assertività dell’Azerbaigian – sostenuto da Turchia e Israele – il messaggio è chiaro: l’Iran si propone come garante della sicurezza armena.

Khatibzadeh ha inoltre evidenziato lo sviluppo di sinergie nel campo delle tecnologie avanzate, che includono intelligenza artificiale, telecomunicazioni, tecnologie mediche e cyber-sicurezza.

Un legame storico e spirituale

La relazione tra Iran e Armenia non è un fenomeno recente. È una vicinanza culturale che affonda le radici nei secoli. In Iran si trovano alcuni dei monasteri armeni più antichi del mondo, tra cui il monastero di San Taddeo (Qara Kelisa) e quello di San Stepanos, entrambi dichiarati Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO. Ogni anno, il pellegrinaggio a San Taddeo richiama fedeli armeni da tutto il mondo, segno tangibile della spiritualità condivisa.

Nel cuore di Yerevan, invece, sorge la Moschea Blu, costruita nel XVIII secolo durante il dominio persiano. Oggi è gestita direttamente dall’ambasciata iraniana. Si tratta dell’unica moschea attiva in Armenia, ma soprattutto di un simbolo vivente del dialogo interreligioso.

Sul piano linguistico, culturale e accademico, Armenia e Iran hanno condiviso per secoli parole, stili, alfabeti e influenze. Le loro biblioteche nazionali collaborano dal 2002, e un programma culturale congiunto per il periodo 2024–2027 prevede iniziative comuni in ambito artistico, scolastico e documentario. Tra gli obiettivi, anche il riconoscimento UNESCO di pratiche culturali condivise, come il pellegrinaggio a San Taddeo.

Teheran tra diplomazia e geopolitica

Ma tutti aspettano la firma del trattato di pace tra Armenia e Azerbaigian. “Una volta firmato – ha dichiarato Khatibzadeh – saremo finalmente in grado di realizzare molti progetti rimasti in sospeso”. Nel frattempo, l’Iran si propone come interlocutore di pace, senza mai rinunciare al proprio ruolo strategico nel Caucaso.

Mentre l’Armenia cerca nuovi equilibri e l’Iran rafforza la propria presenza nella regione, la loro alleanza, forgiata nella storia e alimentata dalla contingenza, si fa ogni giorno più concreta. Un legame che va ben oltre la politica, e che si misura nelle pietre dei monasteri, nelle cupole delle moschee, nelle parole condivise e nei ponti – materiali e simbolici – che si stanno costruendo.

L’Iran, da sempre critico verso ogni ridisegno delle frontiere che escluda la propria influenza, ha ribadito la volontà di svolgere un ruolo da garante della stabilità regionale. Ma l’equilibrio è fragile, e la corsa alle alleanze è tutt’altro che finita.

In questo scacchiere complicato, l’asse Teheran-Yerevan si consolida giorno dopo giorno.

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“Il primo Novecento: genocidi dimenticati”: al Liceo Scientifico di Tropea una giornata di studio (Lacnews24 03.06.24)

Previsti gli interventi di Marcello Flores ed Ettore Cinnella, tra i massimi esperti in materia e autori di due fondamentali ricostruzioni storiografiche sull’eccidio perpetrato ai danni degli Armeni nel 1915-1916 e quello subito dagli Ucraini nel 1932-33

Il primo Novecento: genocidi dimenticati”. È questo il titolo della giornata di studio che si terrà, in diretta streaming, giovedì 5 giugno nell’aula magna del Liceo Scientifico di Tropea e vedrà in video collegamento gli interventi dei professori Marcello Flores ed Ettore Cinnella, tra i massimi esperti in materia e autori di due fondamentali ricostruzioni storiografiche aventi ad oggetto, rispettivamente, il genocidio perpetrato ai danni degli Armeni nel 1915-1916 e quello subito dagli Ucraini nel 1932-33.

Aprirà i lavori il presidente dell’associazione “Alexandra”, Emanuele Giudice, che si occuperà di inquadrare giuridicamente e comparativamente la nozione di genocidio; a seguire, le relazioni degli studenti e la discussione aperta con gli storici.
«Si tratta – spiega il dirigente dell’IIIS Tropea, Nicolantonio Cutuli – di una iniziativa di approfondimento fortemente voluta dal nostro Istituto e che ha coinvolto e impegnato gli studenti della quinta A del nostro Liceo Scientifico, guidati da Giulio Le Pera, il quale ha proposto e seguito questo progetto all’interno del percorso annuale di Storia, Filosofia ed Educazione civica».
«Desidero ringraziare – afferma Le Pera, coordinatore della giornata di studio – i due insigni studiosi che hanno non solo accettato l’invito ma si sono resi disponibili durante l’iter didattico per offrire la loro consulenza e le opportune delucidazioni. Gli studenti hanno così avuto modo di leggere e analizzare a fondo due testi imprescindibili in materia, quali sono Il genocidio degli Armeni del prof. Flores e 1932-33. Ucraina. Il genocidio dimenticato del prof. Cinnella.

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Cronache da una parte di mondo in cui c’è più voglia di pace che di guerra (Huffington Post 02.06.25)

Nel Caucaso, Armenia e Azerbaigian provano a chiudere la contesa sul Nagorno-Karabach e altri confini contesi. La prima si dice pronta a firmare la pace, il secondo vuole altre garanzie. Ma intanto le armi tacciono. Dettagli su trattative di buona volontà

“Navigando l’ignoto”. Due parole, ben scelte, possono spiegare tante cose meglio di un lungo discorso. Nel Caucaso qualcosa si muove, anche se non è ancora chiaro in che direzione e il governo armeno ha sintetizzato efficacemente in quel titolo di due parole il motivo conduttore della grande conferenza internazionale promossa a Yerevan la settimana scorsa.

Le due guerre in atto alle porte di casa nostra, in Ucraina e a Gaza, con il loro pesantissimo bilancio di vittime e distruzioni e la difficoltà di far tacere le armi, non devono far dimenticare altri conflitti, in corso o congelati.

 

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Iran, chiese armene potenziali attrazioni turistiche (Igna 02.06.25)

Geghard Mansooryan, rappresentante degli armeni di Isfahan nel Parlamento iraniano, ha recentemente visitato i siti religiosi e storici armeni in entrambe le città. Ha sottolineato l’importante ruolo che questi siti potrebbero svolgere nel potenziare l’economia turistica locale.

“Data la presenza storica degli armeni ad Abadan e Ahvaz, queste città sono tra le aree con la più alta concentrazione armena del Paese. Ci sono due chiese in ciascuna città, così come cimiteri e proprietà armene, tutti con un notevole potenziale turistico”, ha affermato Mansooryan.

Durante il suo giro di ispezione, Mansooryan ha notato che la chiesa di Abadan è già stata restaurata, mentre quella di Ahvaz necessita di lavori di ristrutturazione, così come i cimiteri adiacenti. Ha sottolineato l’importanza di preparare questi siti per i visitatori in modo strutturato e rispettoso, affermando: “L’organizzazione dei cimiteri deve essere migliorata per accogliere il turismo. La comunità armena locale sta pianificando di valutare ulteriormente il potenziale turistico di queste chiese e cimiteri nei prossimi mesi”.

Mansooryan ha concluso sottolineando la necessità di prendere in considerazione tutte le risorse patrimoniali disponibili quando si pianifica lo sviluppo del turismo, sottolineando che sfruttare al meglio questi siti sottoutilizzati potrebbe contribuire in modo significativo al finanziamento e al sostegno delle iniziative turistiche locali.

Iran tra storia e cultura

Situate nella provincia sud-occidentale del Khuzestan, le città di Abadan e Ahvaz offrono un’affascinante combinazione di storia, cultura e patrimonio industriale, rendendole mete turistiche uniche e meno conosciute di questo antico paese.

Ahvaz, capoluogo di provincia, sorge sulle rive del fiume Karun ed è da tempo un centro di industria, cultura e diversità etnica. La città ospita un mix di comunità persiane, arabe, lur e armene, ciascuna delle quali contribuisce al suo vivace tessuto culturale. Ahvaz vanta diversi ponti storici, vivaci mercati tradizionali e un’atmosfera dinamica lungo il fiume. Tra i suoi siti culturali meno noti ma significativi figurano chiese e cimiteri armeni, che riflettono la presenza di lunga data della comunità armena nella regione. Sebbene alcuni di questi siti storici necessitino di restauro, rappresentano risorse preziose per il turismo culturale e religioso.

Abadan, un tempo uno dei centri di raffinazione del petrolio più importanti al mondo, ha un carattere urbano distintivo plasmato dalla sua moderna storia industriale e dalla sua popolazione multiculturale. La città è nota soprattutto per la sua raffineria, simbolo storico dell’industria petrolifera iraniana. Negli ultimi anni, l’attenzione si è rivolta alla conservazione e alla valorizzazione del patrimonio architettonico e religioso di Abadan, tra cui la chiesa armena restaurata, che si erge a testimonianza del variegato passato della città. Con un’eredità di coesistenza e un’importanza strategica sia durante il boom petrolifero che durante la guerra Iran-Iraq, Abadan si sta affermando come un sito di interesse per il turismo legato al patrimonio industriale, al turismo bellico e all’esplorazione culturale.

Lo sterminio degli armeni e il destino comune agli ebrei: la dhimmitudine sotto i regimi musulmani (Mosaico-cem 01.06.25)

Nonostante le ovvie differenze, vi sono notevoli somiglianze fra Israele e Armenia: due piccoli Stati circondati da nemici che tentano implacabilmente di distruggerli, con alleanze fragili e indecise, accusati di “occupare” territori che fanno parte della loro eredità storica, obbligati dunque a difendere continuamente la propria sicurezza. E, al di là della situazione attuale in cui le costrizioni della geopolitica li vedono schierati su fronti opposti (gli armeni che hanno con l’Iran, il principale nemico di Israele, il solo confine non ostile; Israele che per vigilare e potenzialmente contrastare l’Iran ha bisogno dell’alleanza con l’Azerbaigian, il più attivo nemico dell’Armenia) vi sono somiglianze anche maggiori fra le storie che stanno dietro a questi Stati; due popoli antichi perseguitati da grandi imperi che volevano annetterli, privati dell’indipendenza, ridotti in maggioranza alla diaspora, che hanno vissuto a lungo principalmente col commercio.

Ma soprattutto entrambi vittime nella prima metà del secolo scorso di efferati genocidi che hanno sterminato quasi metà della popolazione e distrutto i loro principali insediamenti storici. Se della Shoah dopo il silenzio dei primi decenni si continua a parlare, benché purtroppo ciò non impedisca il ritorno dell’antisemitismo di cui siamo testimoni oggi sotto forma di antisionismo, del genocidio degli armeni, Medz Yeghern (il “Grande Male”) come lo chiamano loro, in generale si parla poco e il pubblico generale ne sa ancora meno.

Bisogna dire che la denuncia delle stragi ottomane contro gli armeni fu fatta inizialmente soprattutto da fonti ebraiche: l’ambasciatore americano a Istanbul Henry Morgenthau, l’agronomo Aaron Aaronsohn e sua sorella Sarah che lo testimoniò ai britannici, il grande scrittore Franz Werfel con il suo romanzo I 40 giorni del Mussa Dagh. Poi il genocidio fu illustrato da un altro romanzo importante, questa volta di un’autrice italo-armena: La masseria delle allodole di Antonia Arslan e naturalmente da numerosi studi storici. Ma ancora c’è bisogno di parlarne, anche perché in questo tempo è minacciata la vita stessa dello Stato armeno.

Lo fa di nuovo in Italia un ebreo, Vittorio Robiati Bendaud, che ha pubblicato un’importante riflessione storica sulla genesi e lo svolgimento del genocidio, intitolato programmaticamente Non ti scordar di me. Storia e oblio del genocidio armeno (Liberilibri, con prefezione di Paolo Mieli). Il libro riporta i fatti principali del genocidio del 1915, sottolineandone la continuità con i grandi “massacri hamidiani” del 1894-1897 e gli eccidi della Cilicia del 1909, ma anche con l’azione successiva alla fine della guerra, quando Mustafa Kemal, rifondatore della Turchia, cercò di completare l’opera di distruzione degli armeni. Ma quel che forse è più significativo e impressionante di questo libro è l’indagine sulle premesse socio-culturali delle stragi, cioè la riflessione sulla condizione di subordinazione (“dhimmitudine”) dei popoli non musulmani nel mondo islamico e nell’impero ottomano, il profondo radicamento di questa ideologia in una visione del mondo che include ancora oggi la condizione femminile e quella degli ebrei e l’illustrazione delle reazioni razziste anti-armene in Europa e soprattutto nel mondo germanico, perfettamente parallele all’antisemitismo. Sono fattori che oggi agiscono ancora e con cui ancora devono fare i conti tanto gli ebrei quanto gli armeni.

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Putin a Pashinyan: “Garantiamo lo sviluppo delle relazioni Russia-Armenia in sicurezza e prosperità” (Agenzia Nova

Russia e Armenia possono garantire congiuntamente lo sviluppo delle relazioni tra i due Stati in termini di sicurezza, stabilità e prosperità. Lo ha affermato il presidente russo Vladimir Putin, in un messaggio di auguri per il 50mo compleanno del primo ministro armeno, Nikol Pashinyan.

“Russia e Armenia hanno storicamente relazioni amichevoli. Sono certo che attraverso sforzi congiunti saremo in grado di garantire un ulteriore sviluppo di queste relazioni in tutte le direzioni. È indubbiamente nell’interesse dei nostri popoli e va di pari passo con il rafforzamento della stabilità, della sicurezza e della prosperità nella regione eurasiatica”, si legge nel telegramma inviato da Putin.

Armenia-Azerbaijan, 30 anni di conflitto: cosa cambia nella Regione del Caucaso (Rivieraweb 31.05.25)

In Armenia si è tenuta la 2° edizione del forum internazionale “Yerevan Dialogue 2025”, un momento che riunisce leader politici, diplomatici, accademici e rappresentanti della società civile provenienti da oltre 80 paesi. L’edizione di quest’anno oltre le questioni globali, le tensioni geopolitiche, l’incertezza economica e la biodiversità, ha avuto un focus importantissimo per l’intero Caucaso Meridionale: gli accordi di pace tra l’Armenia e l’Azerbaijan dopo oltre 30 anni di conflitto.

L’edizione di quest’anno del forum “Yerevan Dialogue 2025” tenuta a Yerevan, capitale dell’Armenia, il 26 e 27 maggio ha permesso un confronto e un dialogo aperto con altri 80 paesi provenienti da tutto il mondo per discutere congiuntamente di questioni globali, delle tensioni geopolitiche, della crescente incertezza economica, sulle tendenze dell’UE e del commercio, la perdita di biodiversità e infine la politica sull’uso dell’intelligenza artificiale. Le parole del Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan, sono state forse il momento più atteso di tutto il forum, per discutere sul futuro dell’Armenia: gli accordi di pace con l’Azerbaijan.

La storia

L’Armenia e l’Azerbaijan nel Caucaso meridionale sono dal 1991 due Stati in guerra. Il focus di questa guerra riguarda principalmente la regione del Nagorno Karabakh, un enclave cristiana del territorio armeno con una popolazione di oltre 150mila persone, circondata da terra Azera. I due paesi hanno combattuto due guerre importanti per il controllo della regione del Nagorno Karabakh, la prima nel 1992 vinta dall’Armenia dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, la seconda nel 2020, vinta dall’Azerbaigian. Durante il secondo conflitto la popolazione del Nagorno Karabakh è stata completamente soggetta alla presenza azera, e alla fine, dopo una stagione di tensione durata quasi 3 anni, la popolazione del Karabakh ha optato per un esodo di massa piuttosto che rischiare un altro massacro. Il Corridoio di Lachin, unica striscia di terra di collegamento diretta all’Armenia, è rimasto chiuso per oltre 10 mesi, portando la popolazione allo stremo senza beni di prima necessità. In sei settimane di conflitto sono morte circa 7mila civili prima del cessate il fuoco, costringendo l’Armenia alla cessione di ampie porzioni di territorio nel Nagorno-Karabakh.

Yerevan Dialogue 2025

L’accordo di marzo 2025 tra l’Armenia e l’Azerbaigian ha rappresentato un passo rilevante verso la formalizzazione e la normalizzazione delle relazioni bilaterali. Entrambe le parti hanno accettato un accordo di pace, per cui manca da stabilire solo la data e il luogo della firma. A rendere fragile la firma conclusiva sono alcun condizioni imposte dall’Azerbaijan: sciogliere il Gruppo di Minsk dell’OSCEmodificare la Costituzione armena eliminando dal preambolo la dicitura “riunificazione della Repubblica socialista sovietica armena e della regione montuosa del Karabakh”. Per alcuni una questione superflua visto che il governo Pashinyan ha già riconosciuto pubblicamente l’esercizio della sovranità azera sul territorio del Karabakh, ma questo non ha fatto altro che alimentare i dibattiti interni. Un’altra problematica riguarda il Corridoio di Zangezur, la striscia di territorio armeno che separa l’exclave azera di Naxçıvan, confinante con la Turchia, e il resto dell’Azerbaijan. Il governo di Baku ha richiesto l’apertura al fine di creare un collegamento strategico tra i due spazi, necessario per l’integrazione economica regionale. In questo contesto l’Iran gioca un ruolo strategico per l’Armenia, interessato a mantenere l’asse turco-azero sempre distante, cercando di limitare le ambizioni panturche del governo di Erdogan.

Chi sono gli altri attori

Yerevan cerca di uscire dall’isolamento nel Caucaso e ha iniziato sempre più ad affacciarsi a nuovi attori come l’Unione Europea e gli Stati Uniti, in supporto e a garanzia della sua sovranità. L’Iran resta il protettore di Yerevan. 

Il trattato tra Armenia e Azerbaijan potrebbe davvero la fine delle tensioni regionali? C’è solo da attendere la prossima mossa di Baku, nel frattempo però il Parlamento di Pashinyan ha approvato un disegno di legge per la richiesta di adesione dell’Armenia all’Unione Europea.

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La tragedia del Nagorno Karabakh. Un approfondimento a “Chiese in Diretta” (Cath.ch 31.05.25)

Le guerre devono trovare soluzione. Le ingiustizie devono essere riparate. Il nostro Paese, forte della sua tradizione umanitaria deve collaborare per sostenere una soluzione al conflitto tra l’Azerbaigian e la popolazione armena sfollata del Nagorno Karabakh. Proprio per questo, lunedì scorso si è costituito il comitato interpartitico che desidera promuovere l’importante ruolo della Svizzera come mediatore in questo conflitto irrisolto. L’Iniziativa si basa su una mozione adottata dal Consiglio nazionale, che incarica il Consiglio federale di organizzare questo forum. L’obiettivo dei 19 parlamentari firmatari è quello di facilitare un dialogo aperto tra l’Azerbaigian e i rappresentanti degli armeni che sono dovuti scappare dal Nagorno Karabakh. Lo scopo finale è quello di negoziare il ritorno sicuro di questi ultimi nella loro patria. Purtroppo, tra le troppe tragedie di oggi, quello dell’Armenia è diventato uno dei fronti dimenticati.

Ma che cosa è accaduto nel Nagorno Karabakh?

Dopo 10 mesi di assedio, nel settembre 2023 l’Azerbaigian ha attaccato il Nagorno Karabakh e l’intera popolazione (circa 120’000 armeni) è fuggita in Armenia. Questa terra era stata attribuita dai sovietici all’Azerbaigian ma da millenni era abitata da armeni cristiani. Armeni che fino al crollo dell’Unione sovietica avevano ottenuto una propria autonomia. Oggi si parla di pulizia etnica per quanto accaduto nel 2023 ma per il momento nulla si è mosso nella comunità internazionale e gli armeni restano sfollati e non possono esercitare il diritto al ritorno.

Persone e patrimonio culturale e religioso

Se da una parte, il primissimo pensiero sono le persone e le loro vite, altro tema importante (trattato a Berna gli scorsi giorni in un convegno organizzato dal Consiglio ecumenico delle Chiese) è quello del patrimonio culturale e religioso. Sharkis Shainian, co-presidente dell’associazione «Svizzera Armenia» a cui abbiamo chiesto se è possibile accedere ai luoghi e sapere che cosa è stato distrutto, ci ha detto che non è tuttora possibile aver accesso ai luoghi ma che le riprese aeree sono incontrovertibili. «Ci sono prove – ci dice – di crimini conclamati contro l’eredità culturale armena». Addirittura, la direttrice del programma del Consiglio ecumenico delle Chiese per la costruzione della pace in Medio Oriente, Carla Khijoyan, afferma che «l’Unesco stessa, che ha il mandato di proteggerli, non può accedere a questi luoghi, ma purtroppo, quello che vediamo da diverse fonti è che molte chiese sono scomparse. C’è una vera e propria sparizione di alcuni edifici culturali e religiosi che hanno 2000 anni. E stiamo parlando del patrimonio del più antico popolo cristiano».

Futuro del Nagorno Karabakh e forum

L’ex ministro degli Esteri armeno Vartan Oskanian ha dichiarato che: «La gente vuole semplicemente fare ritorno alle proprie case. L’Iniziativa per la pace non consiste nel dare a una delle parti più legittimità rispetto all’altra. Si tratta di creare uno spazio neutrale e fedele a dei principi, in cui anche le voci che sono state messe a tacere possano essere ascoltate». Secondo Joel Veldkamp, responsabile della comunicazione internazionale di Christian Solidarity International, la comunità internazionale non è stata finora in grado o non ha voluto rispondere efficacemente all’escalation di violenza nel Nagorno- Karabakh. Ma vi sono segnali di un nuovo tentativo di cooperazione poiché «le grandi potenze, USA, UE, Regno Unito e Russia hanno interesse a prevenire un’altra guerra nel Caucaso e a stabilire una pace duratura».

Ascolta il servizio di Chiese in diretta del 1.6.2025

 

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