Briciole di pane – La Conferenza sul patrimonio armeno sollecita un’azione coordinata: proteggere «l’espressione viva di fede, identità e memoria» (Riforma 30.05.25)

La Conferenza sul patrimonio armeno sollecita un’azione coordinata: proteggere «l’espressione viva di fede, identità e memoria»

La Conferenza sul patrimonio armeno si è conclusa con una dichiarazione che sollecita «Un’azione internazionale coordinata per proteggere il patrimonio religioso e culturale armeno – si legge sul sito del Consiglio ecumenico delle chiese (Cec) –; i diritti umani del suo popolo e la futura sicurezza della nazione armena».

La conferenza è stata ospitata dal Cec in collaborazione con la Chiesa protestante in Svizzera, a Berna, in Svizzera, e si è conclusa il 28 maggio.

La dichiarazione della conferenza delinea un quadro di responsabilità in risposta allo sfollamento forzato della popolazione armena avvenuto nel 2023 e alla perenne distruzione del suo patrimonio religioso e spirituale.

«La conferenza risponde all’appello lanciato dalla Chiesa Apostolica Armena ed è stata organizzata dal Consiglio Ecumenico delle chiese e dalla Chiesa Protestante in Svizzera, che riconoscono l’inestricabile legame tra patrimonio culturale, identità e giustizia», ​​così si legge invece nella dichiarazione congiunta.

L’incontro di Berna rappresenta un impegno collettivo per la verità, la conservazione della memoria affinché vi sia un’azione internazionale coordinata per salvaguardare questa eredità comune dell’umanità.

La dichiarazione riconosce lo sfollamento forzato di oltre 120.000 armeni dall’Artsakh/Nagorno Karabakh a seguito dell’assalto militare e del blocco imposto nel settembre 2023.

«Siamo stati testimoni della cancellazione di millenni di anni di presenza cristiana armena nella regione e della diffusa e continua distruzione di chiese, cimiteri, monumenti e altri siti sacri e culturali, come documentato da organismi indipendenti come Caucasus Heritage WatchSave Armenian Monuments e Monument Watch e da altri attori culturali», si legge ancora.

«Ascoltando il punto di vista di esperti e di professionisti legali internazionali, riaffermiamo che la distruzione del patrimonio culturale costituisce una violazione del diritto internazionale umanitario e può costituire un crimine contro l’umanità e un indizio di intenti genocidi».

La dichiarazione invita la comunità internazionale a garantire l’assunzione di responsabilità e a rispettare i propri mandati per la protezione del patrimonio culturale e religioso.

«Affermiamo inoltre il diritto al ritorno delle popolazioni sfollate nelle loro terre ancestrali in condizioni di sicurezza, dignità e non discriminazione […]. Come chiese e comunità religiose, crediamo che la tutela del patrimonio non riguardi solo i monumenti, ma l’espressione viva della fede, dell’identità e della memoria».

I leader religiosi di tradizione cristiana, ebraica, musulmana e yazida si sono uniti alla conferenza per affermare che la tutela del patrimonio religioso è espressione della loro comune umanità e un percorso verso la riconciliazione.

«Sottolineiamo il ruolo della collaborazione interreligiosa nel risanamento, nella ricostruzione della fiducia e nella promozione della dignità di tutte le persone colpite da sfollamenti, guerre e pulizia culturale».

Il testo chiede poi un’azione internazionale coordinata su più fronti: «Il patrimonio, quando protetto, può essere fonte di riconciliazione».

La dichiarazione esprime gratitudine a coloro che hanno condiviso testimonianze di sfollamento, coraggio e resilienza, in particolare ai sopravvissuti e ai rappresentanti delle comunità armene dell’Artsakh/Nagorno Karabakh.

«Che questa dichiarazione serva da testimonianza della nostra responsabilità condivisa e da documento vivo di solidarietà, coscienza e impegno», conclude la dichiarazione.

«Il patrimonio dell’Artsakh/Nagorno Karabakh appartiene non solo agli armeni, ma all’intera umanità ed è nostra responsabilità collettiva proteggerlo».

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Delegazione italiana in Armenia per Forum Internazionale (Ansa 30.05.25)

Il Presidente del Gruppo di amicizia Armenia-Italia, Maria Karapetyan, ha ricevuto presso l’Assemblea Nazionale il Senetore Ivan Scalfarotto, l’Inviato Speciale per il Caucaso Meridionale del Maeci, Gherardo Amaduzzi, e il Presidente dell’Istituto Affari Internazionali, Michele Valensise.
La Delegazione, giunta in Armenia in occasione del Forum Internazionale “Yerevan Dialogue 2025”, era accompagnata dall’Ambasciatore Alessandro Ferranti e dal Vice Capo Missione Andrea Peduto.
Nel corso dell’incontro sono stati trattati argomenti relativi all’attuale fase del processo di pace tra Armenia e Azerbaigian, alla necessità di firmare un trattato di pace, alle soluzioni proposte dall’Armenia per la riapertura delle comunicazioni regionali e alla necessità di proseguire il processo di demarcazione.


ANSA) – ROMA, 30 MAG – L’Ambasciatore D’Italia a Jerevan, Alessandro Ferranti si è recato in visita presso il Collegio del Mondo Unito di Dilijan, città dell’Armenia, in occasione del conferimento della laurea a un gruppo di studenti italiani.
La cerimonia di laurea è stata la decima nella storia del Collegio, il quale ospita studenti provenienti da oltre 80 paesi.
Durante la visita all’Ambasciatore Ferranti sono state presentate le varie strutture e le attività svolte dal Collegio.
(ANSA).

Usa. L’opposizione armena punta sulla destra cristiana per influenzare Trump (Notizie Geopolitiche 29.05.25)

di Giuseppe Gagliano –

Washington-Yerevan, asse caldo. L’opposizione armena negli Stati Uniti, guidata da figure di spicco della diaspora, sta giocando una carta pesante: stringere legami con la destra cristiana americana per guadagnarsi un canale diretto con l’amministrazione Trump. Il leader dell’Alleanza Nazionale Democratica, Jirair Sefilian, non fa mistero delle sue mosse. Il 20 settembre 2024, a Yerevan, ha infiammato la folla con un comizio seguito da una marcia verso l’ambasciata russa, un segnale chiaro contro l’influenza di Mosca in Armenia. Le immagini, catturate da Anthony Pizzoferrato per Middle East Images (via AFP), mostrano un Sefilian determinato, che parla a migliaia di persone sotto un cielo plumbeo, con bandiere armene sventolanti e slogan anti-russi.
Ma la vera partita si gioca oltreoceano. L’Alleanza Nazionale Democratica ha ingaggiato una nuova società di lobbying, un colosso con radici profonde nel Partito Repubblicano e connessioni strette con i movimenti cristiani globali. Fonti vicine al dossier parlano di una strategia mirata: sfruttare la sensibilità della destra evangelica americana, che da anni vede nell’Armenia un baluardo del cristianesimo in una regione turbolenta. L’obiettivo? Fare pressione su Trump per ottenere un sostegno più deciso contro le ingerenze russe e turche in Caucaso, oltre a un possibile rafforzamento delle sanzioni contro Baku per la questione del Nagorno-Karabakh.
I dettagli dell’operazione sono ancora fumosi, ma i rumors indicano che la società di lobbying, con base a Washington, abbia già avviato incontri con figure di peso del GOP e leader di organizzazioni cristiane come la Family Research Council. Si parla di una campagna ben finanziata, che punta a dipingere l’Armenia come una causa morale per l’elettorato conservatore americano. Non è un caso che Sefilian, ex militare e figura carismatica, stia alzando i toni contro la Russia, sapendo che l’anti-putinismo è una leva potente per ingraziarsi i falchi repubblicani.
Sul terreno, però, la situazione resta tesa. La marcia di Yerevan ha visto momenti di scontro con le forze dell’ordine, e l’opposizione armena è accusata dal governo Pashinyan di destabilizzare il paese. Intanto, negli USA, la diaspora armena, forte di oltre un milione di persone, concentrate soprattutto in California, si sta mobilitando. Petizioni, raccolte fondi e incontri con parlamentari repubblicani sono all’ordine del giorno. La destra cristiana, da parte sua, sembra ricettiva: l’Armenia, con la sua antica tradizione cristiana, è un simbolo perfetto per galvanizzare un elettorato sensibile ai temi della fede e della libertà religiosa.
Resta da vedere se questa strategia pagherà. Trump, notoriamente imprevedibile, potrebbe cedere al fascino di una narrazione che unisce cristianesimo e geopolitica, ma le priorità della sua amministrazione, ovvero Cina, Medio Oriente, economia interna, potrebbero relegare il Caucaso in secondo piano. Per ora, Sefilian e i suoi continuano a tessere la tela, tra comizi infuocati e strette di mano a Washington. La partita è aperta, e il prossimo passo potrebbe essere decisivo.

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L’eterna guerra del Nagorno Karabakh rischia di coinvolgere Russia e Turchia (Greenreport 29.05.25)

li scontri al confine dell’autoproclamata – e di fatto annessa all’Armenia . Repubblica del Nagorno Karabah (o Repubblica dell’Artsakh) si sono rapidamente trasformati in guerra, con numerose vittime anche tra i civili – almeno 67 in 30 ore – e carrarmati, aerei, elicotteri e droni di entrambe le parti abbattuti

Una Guerra che ha riportato alla luce un conflitto eterno, congelato al tempo dell’Unione Sovietica, che aveva concesso il Nagorno Karabakh, a maggioranza armena e cristiana, all’Azerbaigian islamico, un equilibrio saltato dopo il crollo dell’Urss e con gli scontri tra azeri e armeni che sfociarono nella secessione armata del Nagorno Karabakh.

Ora l’Azerbaigian turcofono insiste sulla sua integrità territoriale e l’Armenia difende la repubblica autoproclamata e i negoziati avviati nel 1992 nel quadro del Gruppo di Minsk dell’Ocse, presieduto da Usa e Francia, sono in stallo da anni.

Su Ria Novosti-Sputnik Jean-Baptiste Mendes sottolinea che «Gli scontri attuali sono i più importanti dal 1994» e si chiede chi è stato a iniziare questa nuova guerra nel Caucaso.  Il 27 settembre, un comunicato del ministero della difesa azero annunciava di aver lanciato «una controffensiva su tutta la linea del fronte» per «mettere fine a delle attività militari delle forze armate dell’Armenia e assicurare la sicurezza della popolazione civile». L’Armenia ha subito respinto le accuse e accusato l’Azerbaigian di aggressione.

Come in ogni Guerra, I due contendenti dicono di aver inflitto al nemico molte più perdite di quante ne hanno subite. Ieri Baku affermava di aver ucciso 550 soldati armeni, mentre Erevan diceva di aver eliminato più di 200 soldati azeri. Quel che si sa da fonti russe è che il 28 settembre sono stati uccisi almeno 28 soldati del Nagorno Karabakh, portando il tortale delle vittime a 59 morti.  Sul terreno si stanno scontrando truppe e miliziani e carrarmati, in cielo gli elicotteri mitragliano e i razzi li abbattono, volano droni ed F-35 che l’Armeni dice siano stati inviati dalla Turchia, entrambe le parti diffondono immagini di mezzi bellici del nemico abbattuti.

In mezzo a deliranti manifestazioni di nazionalismo, sia Armenia che Azerbaigian hanno dichiarato la legge marziale e la guerra potrebbe infiammare tutta la regione, portando a galla l’odio storico tra turchi e armeni che sollecitano la Russia a tenere fede alla storica alleanza che la lega ad Erevan.

Armeni e azeri si erano scontrati per diversi giorni già a luglio, con una ventina di morti, ma le scaramucce erano passate sotto silenzio in un mondo preoccupato per la pandemia di Covid-19.

Secondo Jean Radvanyi, geografo ed esperto di Russia e Paesi post-sovietiche, autore dell’Atlas géopolitique du Caucase, lo scenario è preoccupante: i due eserciti sono ben armati, in particolare quello azero che, a differenza della poverissima Armenia può contare sulle entrate petrolifere e del gas che «ha molto investito nel suo esercito. Anche se non è per forza più efficace».  Dal canto suo, l’Armenia, stretta tra Turchia e Azerbaigian, ha dato vita a una grande mobilitazione popolare e militare. Anche per Laurent Leylekian, analista politico specializzato in Asia Minore e Caucaso meridionale, «Siamo già in guerra aperta».

Secondo gli osservatori russi e internazionali se ne esce solo rivedendo lo status del Nagorno Karabakh pre-1991.   Radvanyi fa notare che alcuni territori occupati dagli armeni «non erano mai appartenuti al Nagorno Karabah prima». Ma anche l’Azerbaigian deve fare grosse concessioni ed essere disposto a compromessi in un territorio ad altissima maggioranza armena e che – a meno di una pulizia etnica  –  sarebbe incontrollabile anche dopo una eventuale riconquista.

Ma il compromesso è quasi impossibile per i risentimenti nazionalisti, per i progrom anti-armeni post-indipendenza a Baku e per un conflitto nel quale anche l’appartenenza religiosa gioca un forte ruolo. Radvanyi  parla di «situazione abbastanza inestricabile. Le cose sono ormai incistate da una parte e dall’altra, E da entrambe le parti non c’è mai stata una volontà politica reale di fare i compromessi necessari perché una soluzione politica sia possibile. Quindi, siamo nei guai».

Leylekian  spera in un «meccanismo di de-escalation a breve termine per arrivare a un cessate il fuoco» e spera che la comunità internazionale mantenga le posizioni prese fin qui da tutti, meno che dalla Turchia, nel chiedere la cessazione immediata delle ostilità e negoziati. Un fronte guidato da Russia e Francia, storicamente alleate dell’Armenia, che guidano il Gruppo di Minsk.

Il ministero degli esteri francese ha confermato « il suo impegno in vista di pervenire e a una regolamentazione negoziata e durevole del conflitto». Uno sforzo diplomatico da realizzare con «i nostri partner russo e americano». La Russia si è detta seriamente preoccupata per gli scontri in corso».

Ma il Cremlino, come ricorda Radvanyi, si trova in una situazione imbarazzante «Vende armi all’Azerbaigian e all’Armenia, con una piccola preferenza per l’Armenia perché ci sono degli accordi che legano Mosca a Erevan che sono un po’ più precisi e vanno un po’ più lontano degli accordi presi con Baku. Si tratta quindi di funambolismo , perché la Russia appoggia le due parti, il che non renderebbe i negoziati abbastanza efficaci».

Leylekian sottolinea l’influenza che ha la Mosca sull’Armenia e ricorda che «La Russia assicura la sicurezza dell’Armenia attraverso il Trattato di sicurezza collettiva» al quale non aderisce l’Azerbaigian. Sul Nagorno Karabakh conteso le Russia quindi  non agirebbe per partito preso ma con «una posizione equilibrata». Bisogna capire cosa succederebbe se gli azeri attaccassero il territorio riconosciuto dell’Armenia.

Intanto, però, la Turchia si è schierata decisamente con Baku e il 28 settembre il presidente turco  Recep Tayyip Erdogan ha detto che «E’ arrivato il tempo di mettere fine all’occupazione armena dell’Alto Karabah perché si tratta di r terre dell’Azerbaigian». Poi ha promesso che la Turchia «Sarà a fianco del Paese fratello e amico che è l’Azerbaigian con tutto il nostro cuore e con tutti i mezzi». E probabilmente questi mezzi stanno bombardando le truppe armene.

Secondo Radvanyi la posizione di Erdogan va oltre il rancore storico armeno-turco e al genocidio degli armeni: «Gli azeri sono vicini linguisticamente e in parte culturalmente e religiosamente alla Turchia. La Turchia è sempre stata una sostenitrice interessata dell’Azerbaigian perché ha lì degli interessi economici, dei gasdotti, degli oleodotti, che vanno verso la Turchia, C’è la vecchia volontà turca di un panturchismo globale, compresa una frontiera comune tra la Turchia e l’Azerbaigian oltre il territorio armeno», l’enclave del Naxçivan.

Erdogan ha anche attaccato il Gruppo di Minsk per la sua incapacità di risolvere la questione del Nagorno Karabakh in 30 anni, accusando Russia e Francia di minacciare perfino la Turchia».

Intanto, l’ambasciatore armeno in Russia, Vardan Toganian, ha accusato la Turchia di aver portato in Azerbaigian 4.000 jihadisti siriani per partecipare alla guerra contro l’Armenia e il presidente dell’autoproclamata Repubblica del Nagorno Karabakh, Arayik Haroutiounian, ha detto che «La Turchia combatte contro il Nagorno Karabakh, non l’Azerbaigian. Ci sono degli elicotteri turchi, degli F-16 e delle truppe e dei mercenari di diversi Paesi».

Accuse che la diplomazia europea non è in grado di confermare – anche se i sospetti ci sono – ma l’Unione europea considera l’escalation dei combattimenti molto preoccupante e ogni ingerenza di Paesi stranieri inaccettabile».

In questo clima di guerra regionale, il segretario generale dell’Onu, António Guterres, si è dichiarato «estremamente preoccupato per la ripresa delle ostilità  lungo la linea di contatto nella zona di conflitto del Nagorno Karabakh» e  «condanna l’uso della forza e si rammarica per la perdita di vite umane e del tributo pagato dalla popolazione civile ”, ha dichiarato il suo portavoce»

Il portavoce del segretario generale dell’Onu, Stéphane Dujarric, ha detto che Guterres «Chiede fermamente alle parti di cessare immediatamente i combattimenti, di ridurre le tensioni e di riprendere senza indugio negoziati seri». Guterres avrebbe chiamato sia il presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, sia al primo Ministro dell’Armenia, Nikol Pashinyan.

Dujarric ha sottolineato che, a differenza di Erdogan. il Segretario generale dell’Onu «Ha ribadito il suo pieno sostegno all’importante ruolo dei copresidenti del Gruppo di Minsk dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE), vale a dire gli Stati Uniti, Francia e Russia» e ha esortato le parti a «Lavorare a stretto contatto con loro per una ripresa urgente del dialogo senza precondizioni».

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Dal Genocidio al rifugio in Libano: gli Armeni Libanesi (Iari 29.05.25)

La storia degli armeni in Libano corre parallela a quella dello Stato stesso: entrambe iniziano negli anni ’20.

Il genocidio armeno del 1915 rappresenta non solo la prima grande operazione di pulizia etnica sistematica del XX secolo, ma anche un momento chiave nel disfacimento dell’Impero Ottomano e nella riconfigurazione geopolitica del Medio Oriente. Condotto durante la Prima Guerra Mondiale da settori del Comitato di Unione e Progresso (CUP), il genocidio rifletteva il passaggio da un Impero multietnico in crisi verso una visione statuale etno-nazionalista. Gli armeni, accusati di collaborazionismo con la Russia zarista nel Caucaso, furono considerati un rischio strategico interno. Il risultato fu l’eliminazione fisica e lo sradicamento di un intero popolo dalla propria terra storica.

In questo scenario, il genocidio si inserisce in una dinamica geopolitica più ampia: il collasso degli imperi centrali, la spartizione del Levante tra Francia e Regno Unito secondo gli accordi Sykes-Picot (1916) e la marginalizzazione delle aspirazioni armene nel successivo Trattato di Sèvres (1920), mai attuato. Il Trattato di Losanna (1923) confermò il nuovo assetto internazionale, riconoscendo la Repubblica di Turchia ma escludendo qualsiasi menzione alla causa armena. Da quel momento in poi, la questione armena divenne una questione diasporica, più che territoriale.

 

 

La diaspora armena: il caso libanese

La diaspora armena si è trasformata nel tempo in un attore transnazionale capace di preservare identità, cultura e memoria collettiva, pur in assenza di uno Stato sovrano. In questo contesto, il Libano ha acquisito un ruolo centrale. Sotto mandato francese, il paese offrì un primo spazio di ricollocamento per migliaia di rifugiati armeni. A partire dal 1921, intere famiglie si stabilirono soprattutto a Beirut e nelle aree circostanti, con epicentro a Bourj Hammoud. Qui svilupparono un tessuto comunitario denso, articolato su basi religiose, culturali, educative (es. Nshan Palandjian; Armenian Evangelical School; Haigazian University) ed economiche.

Con l’indipendenza del Libano nel 1943 e il consolidamento del sistema confessionale, gli armeni ottennero pieno riconoscimento politico e cittadinanza. Intere famiglie furono naturalizzate. Compresa nelle 18 confessioni religiose ufficiali riconosciute in Libano, la comunità armena cristiana, ottenne seggi parlamentari, rappresentanza ministeriale e accesso a organi pubblici. La presenza di una struttura partitica armena articolata – con la Federazione Rivoluzionaria Armena (Tashnag), il Partito SocialdemocraticoHunchakian e il Partito Liberale Democratico Armeno/Ramgavar – permise alla comunità di partecipare attivamente al sistema consociativo libanese, pur mantenendo una forte identità etnico-culturale.

La Chiesa Apostolica Armena (Catolicosato della Grande Casa di Cilicia, Մեծի Տանն ԿիլիկիոյԿաթողիկոսութիւն), con sede ad Antelias, in Libano, ha svolto un ruolo fondamentale come “istituzione-madre” della diaspora mediorientale. Essa rappresenta un punto di riferimento religioso e politico e soprattutto l’unico riferimento unitario e stabile, e un canale di comunicazione privilegiato tra la diaspora e lo Stato armeno post-sovietico. È fede, baluardo identitario, voce politica per la memoria del genocidio e cuore spirituale per la Nazione armena, in patria e in diaspora. All’interno del contesto libanese, la Chiesa ha anche agito come garante della memoria del genocidio, promuovendo il riconoscimento internazionale.

La comunità armena libanese costituisce un modello riuscito di integrazione senza assimilazione, mantenendo lingua, memoria e tradizione in equilibrio con la cittadinanza nazionale. Durante la guerra civile libanese (1975–1990), la scelta di neutralità armata le ha conferito una posizione di equilibrio inter-settario, rafforzando il suo profilo come attore moderatore. Questo ruolo è tuttora significativo in una regione frammentata da linee etniche, religiose e politiche.

Il Libano è anche l’unico paese arabo ad aver riconosciuto ufficialmente il genocidio armeno (2000), rafforzando il legame tra Stato e comunità e sottolineando la centralità della questione della memoria nella costruzione delle relazioni politiche in Medio Oriente. Ogni 24 aprile, commemorazioni pubbliche e religiose vedono la partecipazione di autorità libanesi e diplomatiche, confermando il peso simbolico e politico degli armeni nella vita pubblica del Paese.

Conclusioni

La presenza armena in Libano costituisce un caso esemplare di minoranza resiliente e strategica in un contesto fragile e pluriconfessionale. La loro storia riflette i principali snodi geopolitici del Novecento mediorientale: la fine degli imperi, la creazione degli Stati-nazione, la gestione postcoloniale della diversità, la crisi della cittadinanza e la politicizzazione della memoria. In questo quadro, la comunità armena libanese non solo sopravvive, ma contribuisce attivamente alla stabilità e al pluralismo del Libano, offrendo un modello alternativo alla polarizzazione etno-religiosa e alla marginalizzazione delle minoranze.

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Azerbaijan, ancora repressione: il caso Abilov (Osservatorio Balcani e Caucaso 29.05.25)

Nell’ultimo decennio l’Italia è stata la principale destinazione delle merci esportate dall’Azerbaijan. Mentre Roma beneficia dell’economia del petrolio azerbaijano, il regime di Ilham Aliyev continua la sua campagna di repressione, condannando a diciotto anni di carcere un giovane studioso e aspirante regista

Igbal Abilov, 35 anni, etnografo e regista, è stato recentemente condannato da un tribunale dell’Azerbaijan a diciotto anni di carcere  per “alto tradimento”. La sentenza è stata emessa al termine di un processo tenutosi a porte chiuse e nessuna prova è stata mai resa pubblica.

Nato in Azerbaijan e cresciuto in Bielorussia, Abilov ha conseguito  una laurea in relazioni internazionali, per poi frequentare un corso di dottorato, pubblicando diversi contributi scientifici  e iniziando a insegnare all’università. Oltre al suo principale lavoro accademico, Abilov ha sviluppato un forte interesse per lo studio del popolo talysh, a cui lui stesso appartiene. Si tratta di una minoranza etnica di lingua iraniana che vive nell’Azerbaijan meridionale e nell’Iran settentrionale.

Il lavoro di Abilov si è a lungo concentrato sulla lingua e la cultura dei talysh. È stato redattore di una rivista accademica edita dalla Talysh National Academy  , dedicata alla storia e la cultura del popolo talysh. È stato arrestato nel giugno 2024, durante una visita alla sua famiglia in Azerbaijan.

Secondo l’avvocato di Abilov  , il principale elemento di prova addotto dall’accusa è uno scambio accademico via Skype tra Abilov e Garnik Asatryan  , noto ricercatore specializzato in studi iraniani presso l’Università Statale di Yerevan, in Armenia, anch’egli interessato allo studio della cultura del popolo talysh. Per le autorità azerbaijane, lo scambio tra i due studiosi suggeriva un’attività sovversiva.

Il procedimento penale è stato tutt’altro che trasparente. Pur non essendo mai stata presentata alcuna prova sostanziale contro di lui, Abilov è stato condannato a diciotto anni di carcere. Il processo si è svolto a porte chiuse e alla famiglia dell’imputato è stato impedito di assistere  alla lettura della sentenza.

Uno dei testimoni citati dall’accusa ha dichiarato  ai giornalisti che il giudice gli ha impedito di esprimersi liberamente quando ha cercato di parlare in difesa di Abilov. Il giudice si è rivolto al testimone in modo sprezzante e irrispettoso. Inoltre, le udienze finali si sono svolte via Zoom, senza la presenza del pubblico e senza alcun controllo legale.

Dopo l’arresto di Abilov sono state lanciate diverse iniziative internazionali e dichiarazioni ufficiali  in sua difesa, come documentato anche sul sito igbal.info  . Tra queste una dichiarazione  dell’American Historical Association, una campagna  di Amnesty International, una iniziativa congiunta  di Human Rights Watch, Freedom Now, FIDH e altre organizzazioni.

Dopo l’annuncio della sentenza, il gruppo “Scholars at Risk” ha lanciato un appello pubblico  esortando le autorità dell’Azerbaijan a rilasciare immediatamente Abilov, definendo la sua detenzione ingiusta. A reagire al verdetto è stata anche la relatrice generale per i prigionieri politici dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, sollevando serie preoccupazioni  sulle motivazioni politiche alla base dell’accusa e sugli attacchi ad Abilov per il suo impegno come studioso talysh.

Il caso di Igbal Abilov è stato discusso durante un’audizione  al Congresso degli Stati Uniti (in particolare al minuto 47:55) dove si è parlato di persecuzioni giudiziarie, arbitrarie e infondate, praticate in Azerbaijan sotto il regime di Ilham Aliyev contro i difensori dei diritti umani, i giornalisti e i membri delle minoranze etniche.

Nell’autunno del 2024, il cortometraggio Pieces di Igbal Abilov, in quel momento già rinchiuso in carcere, ha vinto  il premio per il miglior film di fantascienza al Monza Film Festival in Italia. Con una dichiarazione  inviata dal carcere, Abilov ha dedicato il premio a tutti i prigionieri politici in Azerbaijan “indipendentemente dal fatto che la libertà di espressione e di pensiero sia vicina o lontana”.

In un messaggio  , condiviso dopo la lettura della sentenza, Igbal Abilov ha dichiarato: “Nessuno dovrebbe essere privato dei propri diritti per motivi di genere, nazionalità, lingua, religione o per le proprie opinioni”. Abilov ha invitato quelli che si sono dimostrati solidali con lui a “rimanere sempre liberi e a continuare a sorridere: la conoscenza e la libertà interiore sono più forti di qualsiasi GULAG”.

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UnarchiveEchi della memoria: un viaggio attraverso ‘Mes phantômes arméniens’ (Taxidrivers 29.05.25)

Mes phantômes arméniens (My Armenian Phantoms) di Tamara Stepanyan inizia con una morte: quella di suo padre, il celebre attore armeno Vigen Stepanyan. Ma da quel momento di dolore personale, il film si dispiega in qualcosa di più ampio, enigmatico e silenziosamente profondo.

Diventa un requiem non solo per un genitore, ma per un’intera generazione di artisti armeni e per l’eredità culturale che hanno lasciato. Utilizzando il cinema sia come mezzo espressivo che come metafora, Stepanyan ricostruisce un dialogo con il padre scomparso attraverso ricordi, materiale d’archivio e frammenti evocativi della storia del cinema armeno sovietico.

Intrecciare la memoria personale con la storia nazionale

Il documentario trova la sua forza nel modo in cui fonde i ricordi personali con il più ampio, spesso trascurato, patrimonio del cinema armeno. Stepanyan utilizza fotografie di famiglia, video amatoriali e annotazioni di diario, insieme a spezzoni di classici del cinema armeno – alcuni poco noti, altri quasi dimenticati – per costruire un collage cinematografico.

Non si limita a piangere il padre; lo resuscita attraverso immagini e suoni, ricollocando la sua vita all’interno del più ampio canone culturale che lui ha contribuito a plasmare. In questo modo, evidenzia la relazione simbiotica tra lutto privato e memoria collettiva.

Un linguaggio cinematografico di frammentazione

Stilisticamente, Mes phantômes arméniens si oppone alla linearità. Adotta invece un ritmo frammentato e poetico che rispecchia l’esperienza stessa del ricordo: passato e presente si fondono. I luoghi – case, teatri, set cinematografici – appaiono spettrali, mai del tutto di questo mondo.

L’estetica del film è profondamente influenzata dalle texture e dalle tonalità del cinema armeno del XX secolo, e porta con sé una discreta eco dell’audacia visiva di Parajanov e dei montaggi ellittici di Peleshyan. Ma la voce di Stepanyan è tutta sua: dolce, intuitiva, ossessionata dal passato ma guidata dal desiderio di darne un senso agli echi.

Unarchive Film Festival: un palcoscenico adatto

L’inclusione del film nell’edizione 2025 dell’Unarchive Film Festival di Roma appare particolarmente appropriata. Questo festival, dedicato al restauro e alla riscoperta di voci cinematografiche trascurate, si allinea perfettamente con la missione di Stepanyan.

Mes phantômes arméniens non si limita a utilizzare gli archivi: li interroga, li anima, li trasforma in elementi narrativi vivi e vitali. La sua presenza nel programma del festival riflette non solo la sua coerenza tematica, ma anche il suo ruolo di esempio su come il documentario possa penetrare nei regni della memoria, del mito e della malinconia senza perdere chiarezza o risonanza emotiva.

Affinità letteraria e cinematografica

Nella sua portata filosofica e stilistica, il documentario richiama i saggi meditativi di Chris Marker, in particolare Sans Soleil. Come Marker, Stepanyan è interessata a come il personale si intersechi con lo storico, a come il filmato possa essere manipolato in una forma di memoria soggettiva.

Ma il suo lavoro riecheggia anche il fascino di Marcel Proust per la memoria involontaria e per il modo in cui piccoli dettagli sensoriali possono svelare interi mondi interiori. Questo è un film intriso di letteratura tanto quanto di cinema, un film che comprende come la narrazione, in tutte le sue forme, sia in definitiva un atto di conservazione.

Una fantasticheria di perdita ed eredità

Più che un semplice documentario, Mes phantômes arméniens è una fantasticheria spirituale, che osa esprimere il lutto ad alta voce, cercare un significato in vecchie bobine e fotografie sbiadite.

Si interroga su cosa facciamo della memoria, cosa ereditiamo oltre il sangue e come il cinema – con la sua straordinaria capacità di preservare e distorcere – possa fungere sia da lapide che da resurrezione. Attraverso le sue texture stratificate e la sua voce gentile, il film diventa un veicolo di lutto e di guarigione, ribadendo che ricordando gli altri ci avviciniamo a noi stessi.

Il passato proiettato

Tamara Stepanyan ha creato qualcosa di silenziosamente monumentale in Mes phantômes arméniens. È un’opera sulla memoria, sulla famiglia, sul cinema e sulla nazione, ma soprattutto è un film che rende omaggio ai fantasmi che ci plasmano.

Aprendo il suo archivio e rianimandone i contenuti con amore e intelletto, offre agli spettatori un invito a riflettere sulle proprie radici, sulle proprie perdite e sui mezzi attraverso cui diamo un senso a entrambe. In questa elegia splendidamente costruita, i fantasmi non vengono solo ricordati, ma anche ascoltati.

Mes phantômes arméniens

  • Anno: 2025
  • Durata: 75′
  • Distribuzione: Cinephil
  • Genere: Documentario
  • Nazionalita: Armenia, Francia
  • Regia: Tamara Stepanyan
  • Data di uscita: 16-February-2025

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Lavrov a Erevan e il difficile equilibrio russo-armeno (Asianews 28.05.25)

Cortei di portesta durante la visita del ministro degli Esteri di Mosca, a cui molti armeni imputano il mancato sostegno contro gli azeri. Le rassicurazioni russe sull’importanza delle “relazioni di alleanza” tra i due Paesi anche per contrastare il riavvicinamento con l’Europa. Erevan non intende comunque annullare gli accordi in forza dei quali fa parte della Ctso.

Erevan (AsiaNews) – A Erevan si sono tenuti cortei di protesta in occasione dell’incontro tra il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov, in visita ufficiale, e il suo omologo armeno Ararat Mirzoyan. A organizzare la manifestazione sono stati i gruppi favorevoli a un maggiore orientamento dell’Armenia verso l’Occidente, come il leader del partito “In nome della Repubblica”, Arman Babadžanyan, il presidente del “Partito europeo dell’Armenia”, Tigran Khzmalyan, l’attivista per i diritti umani Artur Sakunts e altri, che esponevano cartelli e striscioni con la scritta “Assassini” sotto le fotografie di Lavrov e Vladimir Putin.

Come riportano i media locali, le forze dell’ordine hanno invitato i dimostranti ad abbandonare il territorio davanti al palazzo del ministero degli esteri, e rimanere nella striscia pedonale antistante. Babadžanyan si è rifiutato di obbedire, ed è iniziato uno scontro durante il quale i poliziotti sono riusciti comunque a spingere la folla sulla parte opposta della strada.

Durante l’incontro con Mirzoyan, Sergej Lavrov ha dichiarato che “Mosca è sempre pronta a sostenere in ogni modalità la sovranità e l’integrità territoriale dell’Armenia”, sottolineando l’importanza delle “relazioni di alleanza” tra i due Paesi, e la necessità di utilizzare al meglio “il fondamento già da tempo impiantato” nelle relazioni reciproche tra Mosca e Erevan. L’Armenia in effetti esiste solo grazie alla protezione russa fin dai tempi del genocidio da parte dei turchi, e nonostante le varie fasi delle relazioni nei tempi sovietici e in quelli successivi, fino alla guerra del Nagorno Karabakh con l’Azerbaigian, gli armeni non hanno mai voluto rompere nettamente le relazioni con la Russia. Attualmente la gran parte dell’opinione pubblica esprime il risentimento nei confronti del mancato appoggio militare russo contro gli azeri, e il desiderio di rivolgersi principalmente alla Francia e agli altri partner europei, e la visita di Lavrov era indirizzata a riequilibrare i sentimenti armeni nei confronti dei russi.

Da parte sua il ministro Mirzoyan, rispondendo alle domande dei giornalisti del canale televisivo russo Rossija 24, ha cercato di spiegare le sue affermazioni sulla “scarsa efficacia dell’attuale architettura della sicurezza”, citando i diversi casi in cui ci si aspettava un maggiore sostegno da parte della Russia. A suo parere, “l’Armenia si è convinta, facendo esperienza sulla propria pelle, che serve una revisione di questa prospettiva”, ma senza arrivare a una rottura delle relazioni di alleanza con la Russia e con i Paesi della Csto, l’alleanza eurasiatica da cui l’Armenia si sta sfilando, ma senza interrompere del tutto i rapporti. Egli ha ribadito che “i nostri obblighi reciproci, i diritti e le intenzioni sono fissate in modo inequivocabile sulle carte, sono stati sottoscritti e ratificati, e nessuno ha intenzione di annullarli”.

Questo non impedisce agli armeni di ribadire la propria insoddisfazione nei confronti della Csto, per la “mancata reazione ad eventi molto concreti”, per cui per ora Erevan non intende partecipare alle attività dell’alleanza. Durante la visita di Lavrov è stato firmato un documento di “consultazione programmata” tra Armenia e Russia per il biennio 2025-2026, e il ministro russo ha poi incontrato il primo ministro Nikol Pašinyan e il presidente della repubblica Vaagn Khačaturyan. Lavrov ha cercato di mostrare il volto “accogliente” della Russia verso un Paese che anche nel periodo sovietico ha sempre difeso la sua identità, risultando una delle zone meno soggette alla “russificazione” linguistica e culturale, e mantenendo una capacità di espressione autonoma che anche oggi rimane una delle caratteristiche principali del popolo armeno.

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Yerevan, navigare tra UE e Mosca (Osservatorio Balcani e Caucaso 28.05.25)

La visita del ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov in Armenia lascia presagire una nuova distensione tra Mosca e Yerevan. Il premier armeno Nikol Pashinyan sembra ora perseguire una politica estera pragmatica, bilanciando tra Russia e Occidente in vista delle elezioni del 2026

28/05/2025 –  Onnik James Krikorian

Lo scorso 20 maggio Sergei Lavrov, ministro degli Esteri russo, si è recato in visita ufficiale a Yerevan, dove ha incontrato Nikol Pashinyan, primo ministro armeno, Vahagn Khachaturyan, presidente dell’Armenia, e Ararat Mirzoyan, ministro degli Esteri.

La visita è avvenuta dopo la partecipazione di Pashinyan alle celebrazioni annuali del Giorno della Vittoria lo scorso 9 maggio a Mosca. L’anno scorso, Pashinyan aveva disertato l’evento a causa del crescente antagonismo tra i due paesi dopo la guerra tra Armenia e Azerbaijan del 2020.

Durante il conflitto, Yerevan aveva nutrito speranze irrealistiche che Mosca intervenisse militarmente a suo favore. Tuttavia, la guerra per l’ex regione autonoma del Nagorno Karabakh (NKAO) di epoca sovietica, nel 2020 ancora abitata principalmente da armeni, non si combatteva entro i confini ufficiali dell’Armenia, bensì nel profondo del vicino Azerbaijan.

Negli ultimi mesi, soprattutto dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, Pashinyan ha attenuato la sua retorica negativa verso la Russia.

Se il premier armeno inizialmente credeva che, dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022, Mosca sarebbe stata troppo distratta e militarmente indebolita per prestare sufficiente attenzione ai suoi vicini nel Caucaso meridionale, ora la situazione è cambiata.

Nonostante la speranza di orientare la politica estera ed economica dell’Armenia verso Occidente, compresa la possibilità di una futura adesione all’Unione europea, sembra che il governo armeno stia adottando una linea più pragmatica: diversificare le opzioni anziché sceglierne una rinunciando all’altra.

L’Armenia dipende fortemente dalla Russia non solo per gli scambi commerciali, ma anche per le forniture energetiche, che Yerevan conta di ottenere a prezzi ridotti anche nei decenni a venire.

Tuttavia, nonostante l’apparente disgelo tra Mosca e Yerevan, la Russia continua ad opporsi ad un ruolo più assertivo dell’Unione europea nel Caucaso meridionale. Allo stesso tempo, Mosca cerca di ripristinare la propria influenza strategica in Armenia, in un contesto in cui un accordo di pace tra Yerevan e Baku, ancora sfuggente, potrebbe essere siglato nel 2026 o, più probabilmente, nel 2027.

La posta in gioco per tutti gli attori regionali e internazionali è un eventuale sblocco di tutte le rotte commerciali e di transito nel Caucaso meridionale, rotte che erano rimaste perlopiù bloccate a causa del conflitto del Karabakh.

L’Unione europea, come anche gli Stati Uniti sotto la precedente amministrazione Biden, ha messo in chiaro di voler ampliare le vie di transito attraverso la Turchia, l’Armenia e l’Azerbaijan per ridurre gradualmente l’influenza della Russia in Asia centrale.

La questione è particolarmente delicata per Pashinyan, che intende ricandidarsi a metà del 2026 pur avendo mantenuto poche delle promesse fatte durante la campagna elettorale del 2021.

Alle recenti elezioni locali tenutesi a marzo a Gyumri, la seconda città più grande del paese, un controverso ex sindaco filo-russo è tornato al potere grazie al sostegno di diverse forze di opposizione. L’unico obiettivo dell’opposizione era impedire al candidato di Pashinyan di mantenere il controllo sulla città. Anche un’alleanza di forze extraparlamentari, vicine al premier e dichiaratamente filo-occidentali, non è riuscita a superare la soglia di sbarramento del 6%.

Lo scorso 22 maggio, dopo l’annuncio del governo di non voler uscire dall’Unione economica eurasiatica (UEE), guidata dalla Russia, uno dei leader dell’alleanza filo-europea ha accusato Pashinyan di bloccare il processo pur di non perdere consensi alle elezioni del prossimo anno.

Quando poi un esponente del partito di Pashinyan ha chiesto se l’Armenia intendesse ancora diventare membro dell’UE, il premier ha risposto con schiettezza. “Credo che l’obiettivo fondamentale dell’Armenia […] sia firmare un trattato di pace con confini riconosciuti a livello internazionale di 29.743 chilometri”, una chiara allusione all’agognato accordo di pace tra Armenia e Azerbaijan.

Il testo è stato finalizzato a marzo, non è però ancora chiaro quando l’accordo possa essere siglato visto che Baku continua ad insistere affinché Yerevan modifichi la propria Costituzione.

Nel frattempo, anche il processo di normalizzazione dei rapporti tra Armenia e Turchia stenta ad avanzare. La normalizzazione delle relazioni dell’Armenia con Azerbaijan e Turchia era in cima all’agenda della recente visita di Lavrov a Yerevan. Il capo della diplomazia russa ha ribadito l’importanza della nascente piattaforma 3+3 in cui la regione intende concentrarsi sul proprio futuro, la stabilità e la sicurezza.

La piattaforma è composta da Armenia, Azerbaijan, Iran, Russia e Turchia, solo la Georgia ha rifiutato di aderire a causa delle controversie con Mosca.

“Nel complesso, siamo soddisfatti dei risultati dei colloqui”, ha dichiarato il ministro degli Esteri russo Lavrov dopo l’incontro con il suo omologo armeno Ararat Mirzoyan. “Siamo legati alla Federazione Russa da una partnership che consideriamo solida”, ha affermato Mirzoyan, sottolineando “lo sviluppo dei rapporti commerciali […] e forti legami culturali”.

Lavrov ha anche precisato che la nuova attenzione dell’Armenia all’acquisizione di armi dalla Francia e in particolare dall’India non lo preoccupa.

Lo scorso 23 maggio, Pashinyan ha annunciato che il prossimo vertice della Comunità politica europea (CPE) si terrà l’anno prossimo in Armenia. Un annuncio che potrebbe giocare a favore di Pashinyan alle elezioni del 2026, se il premier riuscisse a dimostrare di essere capace di gestire la complessa situazione geopolitica attraversata dal paese.

Nel frattempo, durante la visita ufficiale di questa settimana del ministro degli Esteri turco Hakan Fidan a Mosca, dovrebbe essere discussa la necessità di rafforzare la pace e la stabilità, compreso lo sblocco delle vie di trasporto e di comunicazione nel Caucaso meridionale. Secondo quanto dichiarato da Lavrov lo scorso 21 maggio, i prossimi colloqui nel formato 3+3 potrebbero tenersi a Baku o a Yerevan.

All’ultimo summit della Comunità politica europea, tenutosi in Albania all’inizio di questo mese, i leader e i ministri degli Esteri di Armenia e Azerbaijan sono stati ripresi mentre discutevano durante una pausa. L’Azerbaijan ospiterà il vertice nel 2027, e la possibilità di avviare percorsi multipli dipende dalla capacità di controllare gli interessi geopolitici.

Lo scorso 26 maggio, durante la conferenza “Yerevan Dialogue” incentrata sul tema “Navigare l’ignoto”, è emersa chiaramente la realtà dell’Armenia di oggi. Di fronte all’ignoto, Yerevan deve mantenere l’equidistanza e tenere in considerazione gli interessi internazionali condivisi, anziché quelli contrastanti.

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Armenia-Azerbaigian: vicepremier Grigoryan, delimitazione confini rafforza sovranità e sicurezza (Agenzia Nova 28.05.25)

Erevan, 28 mag 15:25 – (Agenzia Nova) – Il processo di delimitazione dei confini tra Armenia e Azerbaigian rafforza la sovranità dell’Armenia e ne riduce la vulnerabilità. Lo ha dichiarato il vicepremier armeno Mher Grigoryan nel corso di un punto stampa. Secondo Grigoryan, la delimitazione proseguirà lungo la linea che va dal punto di incontro tra i confini di Armenia, Azerbaigian e Georgia fino al confine con l’Iran, e dovrà svolgersi nel pieno rispetto delle normative internazionali e senza generare rischi per la sicurezza. Il vicepremier ha sottolineato che la firma di un trattato di pace e la delimitazione territoriale sono processi paralleli e indipendenti, precisando che l’uno non è condizione per l’altro. Al momento non è stata ancora stabilita la data del prossimo incontro tra le commissioni armena e azerbaigiana incaricate di negoziare la delimitazione e la sicurezza della frontiera.