The Promise: i “troll” turchi mobilitati contro il film con Christian Bale (Badtaste.it 21.04.17)

Oggi, negli Stati Uniti, debutterà nei cinema una pellicola abbastanza controversa, visto il tema che fa da sfondo alla vicenda.

Parliamo di The Promise, pellicola diretta da Terry George, regista di Hotel Rwanda e interpretato da Christian Bale e Oscar Isaac, ambientato durante il genocidio della popolazione armena avvenuto tra il 1915 e il 1916.

Come ha notato l’Hollywood Reporter però, la pagina di IMDB del film è già inondata da migliaia e migliaia di votazioni da una stella che hanno drasticamente abbassato la media di una pellicola da 100 milioni di dollari di budget che porterà il tema del genocidio degli armeni di fronte alle grandi platee cinematografiche. L’operazione di trolling e downvoting era già partita lo scorso settembre, dopo la presentazione della pellicola al Toronto Film Festival. Attraverso le operazioni di tracking delle votazioni è emerso come la campagna online contro il lungometraggio sia partita da siti come Incisozluk, la versione turca di 4Chan, dove gli utenti venivano invitati a far abbassare il rating di The Promise su YouTube e IMDB.

Il magazine di cinema americano ci propone anche una traduzione sommaria di uno dei “richiami all’azione”:

Ragazzi, Hollywood sta filmando una pellicola sul cosiddetto genocidio degli Armeni e il trailer è già stato visto 700k mila volte. Dobbiamo fare urgentemente qualcosa.

La ragione di questa mobilitazione è molto semplice: la Turchia non ha mai riconosciuto ufficialmente il crimine perpetrato ai danni degli armeni.

Come spiega Wikipedia:

Con il termine genocidio armeno, talvolta olocausto degli armeni o massacro degli armeni, si indicano le deportazioni ed eliminazioni di armeni, popolazione prevalentemente cristiana, perpetrate dall’Impero ottomano tra il 1915 e il 1916, e che causarono circa 1,5 milioni di morti.

Anche se qualche storico ha avanzato ipotesi diverse sulla reale motivazione di queste stragi, è un dato di fatto che si sono svolte l’anno successivo alla proclamazione del jihād da parte del sultano-califfo Maometto V, avvenuta il 14 novembre 1914, e che la maggioranza degli armeni era di fedi diverse, in prevalenza Cristiani (religione dell’Armenia adottata sin dal I secolo e poi proclamata di Stato già nel 301 d.C.), da quella di stato del califfato ottomano.

Inoltre gli stessi Armeni avevano già subito anche i massacri hamidiani (ed altri ancora prima) per mano e dal nome di un altro precedente Califfo dell’islam turco. Nello stesso periodo storico l’Impero Ottomano aveva condotto (o almeno tollerato) attacchi simili anche contro altre etnie (come gli assiri e i greci), e per questo alcuni studiosi credono che ci fosse un progetto di sterminio.

Il centenario del genocidio armeno è stato commemorato, come ogni anno il 24 aprile, nel 2015.

Gli armeni usano l’espressione Medz Yeghern (in lingua armena Մեծ Եղեռն, “grande crimine”) o Հայոց Ցեղասպանութիւն (Hayoc’ C’eġaspanowt’yown), mentre in turco esso viene indicato come Ermeni Soykırımı “genocidio armeno”, a cui talvolta viene anteposta la parola sözde, “cosiddetto” o Ermeni Tehciri “deportazioni armeni” […]

Il governo turco continua a contrastare il riconoscimento formale del genocidio da parte di altri paesi e a mettere in discussione che un genocidio sia mai accaduto. Non solo: parlare di “genocidio” è un reato punibile con la reclusione da sei mesi a due anni, in base all’art. 301 del codice penale (“vilipendio dell’identità nazionale”). La legge è stata applicata anche nei confronti di personalità turche conosciute internazionalmente: nel 2005 fu incriminato Orhan Pamuk, il massimo scrittore turco vivente. Il processo a Pamuk è iniziato il 16 dicembre 2005 ma è stato successivamente sospeso in attesa dell’approvazione del ministro della giustizia turco; quello invece al giornalista Hrant Dink si è concluso nello stesso 2005 con la condanna a sei mesi.

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Turchia: Consiglio Piemonte, riconoscere genocidio armeno (Lospiffero.com 20.04.17)

“La Turchia non può continuare a rifiutarsi di discutere, ciò che le chiediamo è di accettare di confrontarsi col proprio passato”. Così il presidente del Consiglio regionale del Piemonte, Mauro Laus, al convegno “La voce delle pietre urlanti” promosso dal Comitato Regionale per i Diritti Umani e dall’Associazione Solidale (Asso) per ricordare il genocidio armeno in occasione del 102° anniversario. “Oggi – ha detto Laus – vogliamo ricordare quegli adulti e quei bambini stritolati dalla macchina implacabile della guerra e dei nazionalismi, vittime di un genocidio deciso e organizzato perché in quel momento era utile alla politica turca”. Il presidente dell’assemblea di Palazzo Lascaris e del Comitato Regionale Diritti Umani ha ricordato che “ancora oggi in Turchia si mette il bavaglio a chiunque voglia parlare di genocidio e si antepongono alla realtà tesi proprie di un certo revisionismo storico. E se è vero – ha aggiunto – che la questione armena e’ rimossa dalla coscienza collettiva turca è altrettanto vero che è rimasta sepolta nella soffitta del perbenismo. Una cicatrice – ha concluso – che per interessi ed egoismi continua a indurirsi tra le ingiustizie dell’umanità”.

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Armenia, la terra delle pietre urlanti: convegno a Torino (Torinooggi.it 20.04.17)

Nonostante il genocidio del popolo armeno per mano dei turchi sia avvenuto a più riprese, prima, durante e dopo la Prima guerra mondiale, il 24 aprile è la data in cui si è soliti commemorarlo. Eppure, nonostante il massacro abbia spazzato via un milione e mezzo degli armeni che vivevano all’epoca in territorio ottomano, ovvero i due terzi di quella popolazione, ancora oggi in Turchia vi sono leggi restrittive della libertà di espressione che di fatto mettono il bavaglio a chiunque voglia parlare di genocidio”. Con queste parole il presidente del Consiglio regionale e del Comitato piemontese per i Diritti umani Mauro Laus ha aperto, giovedì 20 aprile a Palazzo Lascaris, i lavori del convegno “La voce delle pietre urlanti”, promosso dal Comitato in collaborazione con Associazione solidale (Asso) in occasione del 102° anniversario del genocidio armeno.

Il titolo, ispirato alla definizione dell’Armenia coniata dal poeta simbolista russo Osip Mandel’štam per rendere l’idea del destino di un popolo pesantemente segnato dal dolore, dalla separazione e dalla negazione ha rappresentato un’occasione per riflettere sul passato e sul presente. La definizione di Mandel’štam – infatti – è ancora oggi tremendamente attuale se si considera che quegli stessi orrori e quelle stesse “marce della morte” continuano a ripetersi, un secolo dopo, nel deserto siriano.

“I fatti di questi giorni, che vedono il reporter italiano Gabriele Del Grande tenuto agli arresti in Turchia senza ragione, dimostrano quanto ci sia ancora tanto da fare e quanto sia necessario non abbassare la guardia sul fronte della tutela e della difesa dei diritti umani”, ha dichiarato il vicepresidente del Comitato Giampiero Leo.

Con la presidente di Associazione solidale Silvana Zocchi che ha letto i telegrammi a sostegno dell’iniziativa pervenuti dall’ambasciatrice della Repubblica d’Armenia in Italia Victoria Bagdassarian e dal consigliere comunale Silvio Magliano, primo firmatario della mozione per l’assegnazione della cittadinanza onoraria di Torino alla scrittrice di origine armena Antonia Arslan – sono intervenuti i giornalisti del Tg Rai Piemonte Matteo Spicuglia e del quotidiano Avvenire Nello Scavo.

Spicuglia ha ricostruito il contesto del genocidio armeno, in cui – nel giro di pochi mesi – venne fatto sparire oltre un milione di persone, a cominciare dagli intellettuali, e le responsabilità della Turchia, che non nega che ci siano stati i morti ma, ancor oggi, non riconosce che esse siano state pianificate.

Scavo ha sostenuto che la storia dimostra che la religione e la cultura non sono quasi mai il vero motivo scatenante delle persecuzioni ma un innesco funzionale e ha ricordato che la verità è spesso la prima vittima della guerra anche perché è spesso difficile comprendere realtà complesse come quella che si sta vivendo attualmente in Siria con 92 gruppi combattenti islamici indipendenti e 12 governi.

All’evento è intervenuta – tra gli altri – la consigliera regionale Gianna Gancia.

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Epifanio Troina: “Ricordo e Chiedo” – il 24 aprile gli Armeni di tutto il mondo ricordano le vittime del Genocidio del loro popolo nell’Impero Ottomano (Smtvsanmarino 20.04.17)

Il 24 aprile si avvicina e, come ogni anno, anche quest’anno gli Armeni di tutto il mondo e l’umanità progressista ricordano le vittime del Genocidio del Popolo Armeno, il primo genocidio del XX secolo e ogni anno, senza speranza, sono in attesa che il presidente turco chieda perdono per i crimini contro l’umanità, ma nuovamente i 100.000 Armeni che vivono e lavorano in Turchia sono in pericolo: i quotidiani turchi Zaman e Hurriyet riportano le parole del presidente: “possiamo deportarli, ma non l’abbiamo ancora fatto”.

Le uccisioni di massa non hanno giustificazioni e non possono essere in alcun modo ignorate. È d’altronde un fatto che il genocidio Armeno fosse universalmente noto, nei suoi tratti di fondo se non nei particolari, già dopo la prima guerra mondiale: Hitler citava i casi degli Armeni per convincere i suoi collaboratori più riluttanti che una politica di sterminio, una volta portata a termine, finisce sempre con l’essere dimenticata dall’opinione pubblica mondiale. Il che peraltro, nella stragrande maggioranza dei casi che conosciamo, purtroppo è del tutto vero. Ciò non toglie che, in materia di genocidi dimenticati, la nostra memoria sia straordinariamente corta e la nostra visuale vergognosamente parziale.
Lo sterminio di massa e le deportazioni furono effettuate nei territori dell’Impero Ottomano (oggi Turchia), abitati prevalentemente da Armeni che professavano il Cristianesimo. A metà del XIX secolo, nell’Impero Ottomano circa il 56% della popolazione non professava l’Islam; gli Armeni erano circa 3 milioni; la politica dell’Impero Ottomano si distingueva per l’intolleranza verso i popoli non turchi. Vennero bruciate e saccheggiate più di 60 città ed oltre 2500 villaggi Armeni; circa 1 milione di loro fuggirono o vennero deportati; più di mezzo milione di civili vennero uccisi, mutilati, mentre oltre 600mila vennero cacciati dalle proprie case e sottoposti a repressione. Furono distrutti monumenti e santuari religiosi e furono bruciati libri e manoscritti di valore inestimabile.
I nostri cuori si stringono al popolo Armeno, che ha vissuto una delle peggiori tragedie della storia dell’umanità. Gli eventi del 1915 hanno sconvolto il mondo intero; l’annientamento degli Armeni nell’Impero Ottomano è considerato il primo genocidio del XX secolo: Medz Yeghern !
Il Genocidio degli Armeni è purtroppo il prototipo del genocidio moderno, con tutte le caratteristiche richieste dalla definizione dell’Onu del 1948: intenzionalità, sistematicità, coordinamento fra strage, deportazione, limitazione coatta delle nascite e via dicendo.

Occorre fare di tutto affinché i tragici eventi del passato non si ripetano e che tutti i Popoli possano vivere in pace e armonia, senza conoscere gli orrori che derivano dall’incitamento all’odio religioso, al nazionalismo aggressivo e alla xenofobia. I rapporti tra i Popoli devono sempre essere distinti per la vicinanza e il rispetto reciproco.

Comunicato stampa
Epifanio Troina

Clero diocesano in Armenia (Tusciaweb 20.04.17)

Civita Castellana – Riceviamo e pubblichiamo – Proseguono i viaggi culturali promossi dal vescovo Romano Rossi per il clero Diocesano.

Quest’anno sarà la volta dell’Armenia, il paese che per primo ha abbracciato il cristianesimo e che per il cristianesimo ha dovuto soffrire persecuzioni anche in tempi recenti.

Da questo spirito è stata ispirata l’iniziativa del vescovo della diocesi di Civita Castellana, coinvolgendo 30 sacerdoti perché si mettessero in pellegrinaggio con lui sulle tracce di una spiritualità profonda e tutta da scoprire. Tracce silenziose di una teologia e di una fede che si fa pietra. Testimonianze “profumate” di santità che con il loro passaggio umile e nascosto hanno illuminato la storia della Chiesa e del mondo.

Il viaggio si svolgerà dal 23 al 29 aprile e sarà piuttosto complicato per la mancanza di comunicazioni aeree dirette tra l’Italia e l’Armenia.

La prima tappa sarà a Yerevan con visite a Garni e a Ghegard. Il secondo giorno porterà la comitiva a visitare i monasteri di Novarank e di Tatev e pernotterà a Goris. Mercoledì 26 il gruppo si sposterà a Sevan visitando il monastero “costruito da Mariam” e godendo di uno stupendo panorama sul lago. Giovedì 27, partendo da Dilijan, si visiterà la fortezza Nera e in serata si rientrerà a Yerevan. Il giorno successivo sarà la volta di Echmiadzin, antica capitale dell’Armenia e centro spirituale del popolo Armeno.

Si sosterà anche presso la chiesa dedicata alla Santa Hripsime, una martire cristiana dei primi secoli. A Yerevan il tour si concluderà con la visita alla bellissima biblioteca.

Un viaggio tra le testimonianze di una fede antica e nuova capace di far gustare la bellezza di essere cristiani veri.

Il vescovo Rossi trascorrerà questo viaggio insieme ai suoi presbiteri, accomunati nella preghiera, nell’esperienza di fraternità che abbatte qualsiasi barriera anagrafica, di cultura e formazione. È il ritorno all’origine mistica della vita, con il richiamo a ciò che unisce, nell’unità e nella semplicità, dove il luogo trasmette e favorisce la comunione con l’infinito.

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Carloforte, presentazione di ‘Il genocidio armeno: 100 anni di silenzio’ il 24 aprile (Cagliaripad.it 19.04.17)

In occasione del 102esimo anniversario del primo genocidio del Novecento, quello del popolo armeno nel 1915, lunedì 24 aprile alle 18 a Carloforte, presso la Sala conferenze del Centro polifunzionale Exme, Alessandro Aramu presenterà il saggio Il genocidio armeno: 100 anni di silenzio. Lo straordinario racconto degli ultimi sopravvissuti di Alessandro Aramu, Anna Mazzone e Gian Micalessin, con una prefazione di Raimondo Schiavone.

La notte del 24 aprile 1915 iniziava l’orrendo sterminio del popolo armeno. In un solo mese, più di mille intellettuali – giornalisti, scrittori, poeti e politici – furono deportati verso l’interno dell’Anatolia e massacrati. A loro si unirono altre centinaia di migliaia di persone uccise con ferocia inaudita. Alla fine gli armeni cristiani massacrati furono circa un milione e mezzo. A oltre cento anni da quel genocidio, parlano da Yerevan gli ultimi sopravvissuti di una tragedia che ancora oggi la Turchia si rifiuta di riconoscere.
Alessandro Aramu è giornalista e direttore della Rivista di geopolitica “Spondasud”. Gian Micalessin, giornalista, inviato di guerra, scrive per “Il Giornale”. Anna Mazzone, giornalista freelance, è anche direttore della rivista “Formiche” e del semestrale in lingua inglese “Anthill.eu” assieme a Jean-Paul Fitoussi, collabora quotidianamente con il sito di “Panorama” e per la rubrica dedicata agli esteri. Raimondo Schiavone, giornalista professionista, già direttore di testate giornalistiche e blog, ha collaborato per Arkadia alla stesura di Lebanon. Attualmente riveste l’incarico di presidente di Assadakah –  Centro italo-arabo e del Mediterraneo.

Giornata della memoria: il 24 aprile a Carloforte la presentazione del volume sul genocidio armeno (Spondasud 18.04.17)

Il Centro Italo Arabo e del Mediterraneo, in collaborazione con la rivista Spondasud, ha scelto il comune di Carloforte per ricordare la giornata della memoria del genocidio del popolo armeno, che quest’anno celebra il suo 102esimo anniversario. L’appuntamento è per lunedì 24 aprile, alle ore 18, alla sala convegni dell’EXME. Sarà presentato il volume: “Il Genocidio armeno: 100 anni di silenzio. Lo straordinario racconto degli ultimi sopravvissuti” (Arkadia Editore). Interverrà uno degli autori, Alessandro Aramu, che ripercorrerà i momenti salienti del reportage in Armenia dal quale è nato il volume sul primo crimine contro l’umanità del secolo scorso. Modera il giornalista de L’Unione Sarda Mariano Froldi.  Il volume ha visto la partecipazione di altri due importanti giornalisti italiani: il reporter di guerra Gian Micalessin (Il Giornale) e Anna Mazzone (Tg2). Le foto sono di Romolo Eucalitto, la prefazione di Raimondo Schiavone.

La presentazione cade in un momento storico particolare, a pochi giorni dal referendum che trasforma la Turchia in una repubblica presidenziale, con Erdogan che avrà poteri illimitati fino a oltre il 2030. Ankara, ancora oggi, a distanza di oltre un secolo, nega il genocidio del popolo armeno e attua una politica repressiva nei confronti di tutti colori che in patria usano questa espressione per definire quell’orrendo crimine.

Il giorno della memoria è una data significativa: la notte del 24 aprile 1915 iniziava infatti l’orrendo sterminio del popolo armeno nei territori dell’Impero ottomano. In un solo mese più di mille intellettuali (giornalisti, scrittori, poeti, politici) furono deportati verso l’interno dell’Anatolia e massacrati. A costoro si unirono altre centinaia di migliaia di persone uccise con ferocia inaudita. Uomini sepolti vivi, donne stuprate e sventrate, bambini crocifissi. Un orrore senza precedenti. Alla fine gli armeni cristiani massacrati furono circa un milione e mezzo.

 A distanza di un secolo da quel genocidio parlano da Yerevan gli ultimi sopravvissuti di una tragedia che ancora oggi il governo della Turchia si rifiuta di riconoscere, facendo di tutto perché se ne taccia o se ne parli secondo la visione di Ankara. Un atteggiamento negazionista che uccide due volte le vittime.

«Abbiamo intervistato tre sopravvissuti, tutti residenti nella capitale armena», spiega Aramu. «Sono racconti che rievocano pagine storiche legate a quel crimine, come la resistenza nella città di Van e quella eroica a Mussa Dagh, il Monte di Mosè, dove circa 5 mila armeni per quasi due mesi resistettero in armi contro la minaccia di sterminio da parte dei turchi, fino a essere salvati da una nave francese che transitava nel golfo di Antiochia»

« Un capitolo del libro è dedicato interamente alle donne. Tra le tante storie,  – spiega Aramu – c’è anche quella di una sopravvissuta, Silvard Atajyan, che ha fornito uno sguardo tutto al femminile di quella vicenda. Raccontiamo la storia delle donne tatuate, giovani salvate dai turchi solo per diventare, giovanissime, spose-schiave costrette a soddisfare gli impulsi sessuali di quei maschi. Una volta libere, quel marchio era vissuto come una vergogna da nascondere anche dai loro padri e fratelli. E poi il bellissimo racconto di Nazie, una giornalista armena, che riporta, in maniera intensa, la storia della sua famiglia spezzata dal genocidio».

Il volume, oltre alle eccezionali e uniche testimonianze degli ultimi tre sopravvissuti, descrive il terrificante passato facendo i dovuti parallelismi con l’attualità del Medio Oriente, in cui il governo turco, ancora oggi, persegue una politica brutale e finanzia movimenti come l’Isis. E così gli eccidi di ieri sono attualizzati dalla incredibile disinvoltura dei vertici di uno stato che finanzia e foraggia, sotto gli occhi di tutti, i tagliatori di teste, compresi quelli che massacrano gli armeni di Aleppo e della Siria. Per non dimenticare, per non ripetere gli stessi errori.

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La tragedia del popolo armeno tra gli appuntamenti saluzzesi di “Aprile. Un mese di Resistenza” (Targatocn.it 17.04.17)

Tra i relatori ci saranno Monica Ellena, giornalista saluzzese e Agop Manoukian, sociologo di origine armene

Wikimedia Commons, la marcia degli Armeni

Per “Aprile. Un mese di Resistenza”, mercoledì 26 aprile alle ore 21, nel Salone dell’Antico Palazzo Comunale di Saluzzo, Monica Ellena (giornalista) e Agopik Manoukian (sociologo, presidente onorario dell’Unione Armeni d’Italia) terranno una conferenza dal titolo: “Il popolo armeno: la tragedia di ieri, la memoria di oggi”

Nella notte tra 23 e il 24 aprile 1915 centinaia di intellettuali armeni in Costantinopoli vennero arrestati e deportati dando inizio a quello che gli armeni chiamano Medz Yeghern”, “il grande crimine” ovvero lo stermino della popolazione cristiana armena in Turchia.

Per Raphael Lemkin, lo storico americano che ha coniato il termine genocidio, si è trattato del primo episodio in cui uno stato ha pianificato ed eseguito lo sterminio di un intero popolo. La maggior parte degli storici concorda che l’impero Ottomano progettò la deportazione di massa della vasta minoranza armeni – le marce attraverso il deserto, verso la Siria, coinvolsero oltre un milione di persone, a migliaia morirono per sfinimento, fame, sete, malattie e violenze. Gli uomini in età da servizio militare furono concentrati nei battaglioni di lavoro dell’esercito turco, per poi essere uccisi. Gli storici concordano che circa un milione e mezzo di persone morirono, mentre per la Turchia il bilancio fu tra le 300mila e le 500mila vittime.

La Turchia non ha mai accettato la definizione di genocidio – pur riconoscendo che i massacri avvennero, la versione ufficiale è che la repressione fu una conseguenza della collaborazione degli armeni con la Russia zarista durante le prima guera mondiale. Ad oggi ventidue paesi riconoscono ufficialmente il genocidio armeno. Tra questi l’Italia, che vanta un rapporto secolare con la comunità armena – l’isola di San Lazzaro degli armeni di Venezia ospita dal XVIII secolo il monastero dei padri armeni mechitaristi, che nei secoli è stato protetto da Napoleone e ammirato da George Byron.

Monica Ellena, giornalista saluzzese vive a Tbilisi dal 2009 ed è responsabile editoriale della pluri-premiata piattaforma multimediale Chai Khana. In Italia ha scritto per Repubblica e Il Sole 24ore, all’estero ha lavorato per ABC News e Bloomberg News, collaborando tra gli altri per il Financial Times. È stata portavoce dell’Alto Commissariato per i Rifugiati delle nazioni Uniti in Kosovo e in Georgia ha insegnto comunicazione politica alla Caucasus University.

Agop Manoukian, sociologo, è nato a Como nel 1938 da madre italiana e da padre armeno, quest’ultimo scappato ancora bambino con la famiglia dai massacri di Adana del 1909 e arrivato in Italia nel 1925. Ha insegnato Sociologia presso le università di Trento e Milano e ha avuto un ruolo attivo alla vita associativa della comunità degli armeni residenti in Italia. È stato presidente dell’Unione degli armeni d’Italia (ne è tuttora Presidente onorario), e guida il Centro studi e documentazione della cultura armena di Venezia.

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Viaggio nell’Armenia lacerata tra Mosca e Bruxelles (Lettera43.it 17.04.17)

trano Paese quello che va a dormire pronto a festeggiare l’ingresso nell’Unione europea e si sveglia alleato della Russia; che venera un monte fuori dal suo territorio; che vanta una storia millenaria ma si trova intrappolato nel passato più recente. Strano Paese l’Armenia, nel mezzo di un cambiamento politico che potrebbe consolidarla o farla sprofondare nei meccanismi autarchici che contraddistinguono molti dei suoi vicini caucasici. «Siamo seduti sulle ginocchia della Russia e le tiriamo la barba. Ci piace definirci europei ma abbiamo paura che le loro politiche sociali distruggano i nostri valori. Almeno siamo flessibili e non chiudiamo le porte a niente e nessuno», si schernisce Maria Titizian, armena della diaspora che vive fra il Canada e Yerevan, dove ha fondato il portale d’informazione indipendente EVNreport.

METAMORFOSI DI UNA REPUBBLICA. Due settimane fa in Armenia si sono tenute le elezioni parlamentari. È stato il primo test nel passaggio da repubblica semi-presidenziale a parlamentare pura. Il 6 aprile 2015 un referendum voluto e vinto dal Presidente in carica Serzh Sargsyan ha stabilito che dal 2018 il Parlamento e il primo ministro saranno più importanti del capo dello Stato. Le opposizioni accusano Sargsyan di aver messo mano alla Costituzione per mantenere il potere anche dopo la fine del suo mandato, nell’aprile del prossimo anno, ripresentandosi come primo ministro. I filo-governativi forniscono la spiegazione opposta: «Abbiamo cambiato per avere maggiore democrazia: il vice presidente del Consiglio spetterà alle opposizioni, le decisioni vitali avranno bisogno del voto di due terzi del Parlamento e le minoranze avranno i loro rappresentanti. Abbiamo cambiato per avvicinarci all’Europa», spiega la portavoce del Parlamento.

BROGLI E CONDIZIONAMENTI. Gli osservatori internazionali delle Nazioni Unite hanno monitorato lo svolgimento delle elezioni, dopo che numerosi brogli e condizionamenti erano stati segnalati in occasione del referendum. E non molto è cambiato: «Sfortunatamente il processo elettorale è stato minato dalla compravendita di voti e atti intimidatori nei confronti degli elettori», hanno scritto nel comunicato successivo alle elezioni. «Uno dei problemi dell’Armena è la qualità dell’informazione. Ci sono solo cinque canali televisivi, di cui uno è di proprietà del governo e due di altri leader politici», ha ammonito Jan Petersen, coordinatore della missione Ocse ed ex ministro norvegese.

Politica, business e informazione sono concentrati nelle mani di pochi oligarchi. Gagik Tsarukyan, leader di Armenia Prospera, partito che fino al referendum era al governo con i repubblicani di Sargsyan e poi è passato all’opposizione, è fra i più ricchi del Paese. Campione mondiale ed europeo di lotta libera negli anni ’90, Tsarukyan vive in una villa appena fuori Yerevan con tanto di zoo privato. Sua è la fabbrica di cognac più antica del Paese, l’Ararat Factory che dopo essere stata spacchettata e venduta in parte ai francesi si chiama Noy (Noè, ndr); suo è il birrificio Kotayk Abovyan, a completare il monopolio sugli alcolici; e sua è Kentron Channel, quarto polo televisivo per ascolti. «Noi siamo la voce dell’opposizione, ma siamo pronti a fare accordi con i repubblicani per governare insieme», spiega Naira Zohrabyan, allo stesso tempo portavoce di Armenia Prospera e direttrice di Kentron Tv, di cui però rivendica la «totale indipendenza».

UNO SGUARDO AL 2018. Non da meno è Karen Karapetyan, primo ministro in carica, repubblicano: «In campagna elettorale Karapetyan ha presentato al mondo il suo club degli investitori, un circolo di oligarchi russi e armeni che hanno promesso di investire tre miliardi di dollari in tre anni se il loro protetto venisse riconfermato», dice Artak Aleksanyan, direttore di ArmNews, la più diffusa tivù privata – e non politica – locale. Nulla di strano, considerando che lo stesso Karapetyan è stato per quasi dieci anni amministratore delegato della ArmRosGazprom, la compagnia petrolifera che impersonifica la joint-venture politica ed economica con la Russia. Ambizioso e carismatico, Karapetyan ha conquistato l’elettorato con messaggi ottimisti impregnati di fiducia e promesse di crescita, che hanno garantito al partito repubblicano oltre il 49% dei voti. Molto probabilmente Karapetyan sarà confermato primo ministro, ma resta da capire se nel 2018 Sargsyan avrà voglia di sfidarlo o gli lascerà le redini del partito e del Paese.

LA DISAFFEZIONE DEI CITTADINI. Le elezioni non hanno risolto la disaffezione degli armeni nei confronti della classe politica, come testimonia l’affluenza sotto al 60%: «Nessuno vuole veramente cambiare questo Paese, se non i giovani. Ma non ce ne danno la possibilità», lamenta Vanuhi, psicologa trentenne di Yerevan. La città non riesce a nascondere le origini sovietiche e alle spalle della rossissima Piazza della Repubblica spuntano gli oltre 5 mila metri del monte Ararat. La montagna su cui Noè salvò quel che rimaneva dal diluvio universale è il simbolo delle frustrazioni armene. A pochi passi dal confine turco, l’Ararat e molte città simbolo dell’impero armeno sono su terra nemica: «Per noi l’Anatolia è l’Armenia occidentale e quel confine chiuso impedisce di riunirci con i nostri parenti», spiega Vanuhi.

Il genocidio armeno di 100 anni fa mai riconosciuto da Ankara è un ostacolo ancora insormontabile fra i due Paesi, nonostante i prodotti turchi affollino il mercato armeno. Anche l’altro confine, quello con l’Azerbaijan, è chiuso e la guerra per il Nagorno Karabakh non aiuta le relazioni: «È l’ultimo pezzo di terra che l’Armenia ha perso dopo il genocidio», sottolinea Maria Titizian. «Rappresenta una questione identitaria molto forte che chiunque governi l’Armenia deve tenere in considerazione».

IL CONFLITTO CON GLI AZERI. Il territorio a maggioranza armena al confine fra i due Paesi si è dichiarato autonomo nel 1992 e da allora armeni e azeri se lo contendono in un conflitto a intensità variabile, che anche un anno fa ha avuto un’escalation di quattro giorni con diverse centinaia di morti. «Riusciamo a combattere l’Azerbaijan grazie alle armi che ci vendono i russi. A proteggerci al confine con la Turchia ci sono 5 mila soldati di Mosca. Certo che non siamo un Paese del tutto indipendente. Ma chi lo è?», sorride sornione Aleksanyan. Nel 2012 l’Armenia aveva iniziato le trattative per l’ingresso nell’Unione europea, come le vicine Georgia e Ucraina, che avrebbero dovuto finalizzarsi nel settembre 2014. Quando tutto sembrava ormai fatto, il presidente Sargsyan annunciò l’adesione dell’Armenia alla comunità economica Eurasiatica, una sorta di Ceca con Bielorussia, Kazakistan, Kyrgyzstan e Tajikistan creata tre anni fa da Putin per unire i Paesi dalla Turchia alla Cina.

I COLLOQUI CON L’EUROPA. «Nessuno sapeva chi aveva deciso questo cambio di rotta e perché», ricorda Aleksanyan. «Col senno di poi, visto quello che è successo in Georgia e Ucraina, è andata meglio così». Indipendente da 25 anni, ancora pregna della cultura russa – nelle scuole pubbliche si insegna il russo e i più anziani si fidano solo di Russia Today, per dire – in questi mesi l’Armenia ha ricominciato la discussione con l’Europa per un’unione almeno commerciale. Il cervello a Mosca e il cuore a Bruxelles, stando ben attenta a non intaccare quell’equilibrio che tanto bene fa agli oligarchi e tanto odiano i giovani.

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Siria, l’ultimo genocidio (Ansa 15.04.17)

(ANSA) – BEIRUT, 15 APR – RICCARDO CRISTIANO, SIRIA. L’ULTIMO GENOCIDIO (CASTELVECCHI, PP. 192, 17,50 EURO). Se il Novecento in Europa è stato il secolo breve, conclusosi con la caduta del muro di Berlino nell’89, nel Medio Oriente il Novecento sembra proprio il secolo lungo, il secolo dei genocidi. Per questo Riccardo Cristiano, a lungo vaticanista della Rai, presenta nel suo libro “Siria, l’ultimo genocidio” gli eventi siriani come l’ultimo anello di una catena di genocidi cominciati nel 1915 con lo sterminio degli armeni.
Contro tutto questo, afferma Cristiano, si è levata nuovamente profetica la voce di papa Francesco, che con coerenza ha cercato di riaccendere i riflettori sulla tragedia siriana che rischia di avere enormi conseguenze non solo sulla geopolitica ma anche sul dialogo interreligioso. Sono Bergoglio e Bauman le figure che, dall’inizio alla fine del libro, accompagnano il lettore in un’altra visione del mondo e della prospettiva salvifica per il Medio Oriente: la costruzione della cittadinanza. A partire dal genocidio armeno, considerato difensivo: “I funzionari ottomani erano determinati a smascherare qualsiasi quinta colonna (o presunta tale) che vedesse con favore gli obiettivi territoriali degli Alleati”, scrive Cristiano. E nel corso della storia, prosegue l’autore, le quinte colonne sono state viste ovunque. In Siria, le quinte colonne sono state viste annidarsi tra i fratelli musulmani arroccati ad Hama (1982); il regime, minando l’intero centro cittadino, lo fece crollare su un numero imprecisato di sepolti vivi, forse 10 mila, forse 50 mila, forse ancora di più. In Iraq, le quinte colonne sono state viste tra i curdi, sterminati da Saddam Hussein con i gas ad Halabja (1988), durante il conflitto con l’Iran.
Quello in atto in Siria è dunque l’ultimo genocidio difensivo, dei siriani sunniti, da espellere dal loro territorio come “possibili” quinte colonne dell’Arabia Saudita. Aleppo e la Siria sono così il simbolo della bancarotta politica araba, che ha in panarabismo e panislamismo due ideologie fallite che producono solo regimi cleptocrati e totalitari e terrorismi, scrive Cristiano. Tutto questo – secondo l’autore – accade mentre nel mondo occidentale è in atto una profonda e costante negazione di quanto sta accadendo in Medio Oriente. Si è negata dapprima la “rivoluzione siriana” e ora si nega quello che sotto ogni aspetto è il genocidio di un popolo. Un’indifferenza figlia dell’emergenza-terrorismo, dell’ideologia rossobruna, che accomuna nell’antiamericanismo le radicalità di destra e sinistra; della “teologia della geopolitica sovietica”, secondo cui Mosca e i suoi alleati arabi, nasseriani ma soprattutto baathisti, hanno sempre ragione. Si è arrivati così, afferma Cristiano, a non vedere i massacri “genocidiari” di Saddam Hussein e di Hafez al Assad in passato e quelli di Bashar al Assad oggi, dietro i quali si nasconde l’esportazione della rivoluzione iraniana fino alle coste del Mediterraneo, a mezzo della più feroce operazione di pulizia etnica della storia recente. (ANSA).

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