Claudio Gobbi. Chiese armene (Doppiozero 04.12.16)

“La ripetizione non è la generalità. […] La generalità presenta due grandi ordini, l’ordine qualitativo delle somiglianze e l’ordine quantitativo delle equivalenze. […] la generalità esprime un punto di vista secondo cui un termine può essere scambiato con un altro, un termine sostituito con un altro. […] Al contrario, […] la ripetizione come condotta e come punto di vista concerne una singolarità impermutabile, insostituibile. […] Ripetere è comportarsi, ma in rapporto a qualcosa di unico o di singolare, che non ha simile o equivalente. […] La festa non ha altro paradosso apparente: ripetere un ‘irricominciabile’. Non aggiungere una seconda e una terza volta alla prima, ma portare la prima volta all’ennesima potenza. […] Sono dunque in opposizione la generalità, come generalità del particolare, e la ripetizione come universale del singolare” (G. Deleuze, Differenza e ripetizione, Raffello Cortina Editore, Milano, 1997, pp. 7-81).

Se penso al lavoro che Claudio Gobbi ha portato avanti con costanza per anni prima di giungere a pubblicare nel 2016 il libro Arménie Ville per Hatje Cantz, mi è facile tornare all’incipit deleuziano che ho appena riassunto. Alla sua luce, la ricerca quasi certosina di immagini che ritraessero un modello architettonico che si mantiene sostanzialmente immutato nei secoli, la chiesa armena, dovrebbe apparire facilmente dell’ordine della ripetizione piuttosto che della generalità. Tanto più che il fenomeno stesso dell’immutabilità di questo modello appartiene di diritto alla ripetizione. Non si tratta, infatti, di costruire chiese somiglianti ed equivalenti: ciò cui si tende è portare il modello “all’ennesima potenza”, una sorta di chiesa-rito, che ripetendosi si amplifica. E una sorta di rito mi sembra anche la procedura di avvicinamento al suo soggetto da parte di Claudio Gobbi. Fotografie scattate da lui, richieste ad altri fotografi, ricercate negli archivi o sulla rete, sottoposte a un criterio di uniformità nella presentazione, nonostante la varietà delle fonti, costituiscono un lavoro che s’inserisce nella solida tradizione seriale della fotografia contemporanea. Con una sua specificità, però, che allarga, potenzia. La questione non è solamente trovare analogie o variazioni nel catalogo, cosa che ovviamente avviene. Il senso più profondo che intravedo è il ricalcare attraverso una serie, che si fa rito e ripetizione essa stessa, la medesima logica, se di logica in senso stretto si può parlare, sottesa al fenomeno delle chiese armene: sorta di singolarità ripetute in ogni tempo e in ogni spazio, proprio secondo quell’idea di ripetizione come universale del singolare.

La questione del tempo è qui centrale. Il tempo del rito è un tempo della ripetizione, il tempo di qualcosa che dura. E la singolarità della chiesa armena appare declinata da Gobbi proprio attraverso questa temporalità, un tempo-durata che non ha la misurabilità e l’evoluzione del tempo cronologico. Nessuna fenomenologia degli stili permette qui di dare una facile freccia al tempo, scandendolo e dotandolo di direzione. Ricordare che il concetto di durata è legato a Bergson e riletto in tempi più recenti proprio da Deleuze, è una piccola conferma che mi permette un passo avanti. Con una bella sterzata.

Quando Claudio mi ha chiesto di scrivere sul suo libro, mi è tornato in mente un film di Atom Egoyan del 1993. In Calendar, un fotografo di origine armena, Egoyan stesso, è invitato in Armenia a fare una serie di fotografie di chiese per un calendario. Parte con la moglie, che parla l’armeno e farà da interprete, e troverà sul posto una persona che li accompagnerà in macchina nei vari siti, improvvisandosi però anche nel ruolo di guida. Tutto il film narra del progressivo distacco della moglie e di lui e del parallelo avvicinamento da parte di lei alla guida armena.

Tutto apparentemente accade senza che il fotografo se ne renda pienamente conto, essendo tutto catturato dalla realizzazione delle fotografie, ossia vivendo una sorta di infatuazione dello sguardo che lo rende quantomeno distratto rispetto al precipitare degli eventi.

Nella prima scena, un’inquadratura fissa su una chiesa in lontananza su un’altura fa subito riferimento al fotografico. Sembra non accadere nulla se non il tempo come durata.  È un’immagine-tempo, per usare un’altra fortunata espressione di Deleuze. La chiesa armena, con il suo carico d’immutabilità, sembra il soggetto perfetto per esprimerla. Così deve essere sembrato anche a Claudio Gobbi. Siamo in un film, però. Improvvisamente entra in campo una macchina che risale la collina fino alla chiesa. Ne escono piccole figure che intuiamo essere i protagonisti. Con l’entrata in campo dell’auto possiamo dire che fa irruzione quella che Deleuze chiamava immagine-movimento. In una scena è condensato il passaggio da una situazione in cui la chiesa ci viene presentata nella sua essenza, a un’altra in cui diventa uno degli elementi della narrazione. Questo grazie a un sapiente utilizzo del fuori-campo. Mi chiedo allora: c’è un fuori-campo anche nel progetto di Claudio Gobbi?

Quali sono, se ci sono, i paralleli? Lui stesso mi ha confermato di non essere interessato nel suo lavoro alla narrazione e credo quindi di non fargli torto se inserisco idealmente il suo lavoro nella scena iniziale, prima dell’irruzione dell’automobile.  Tuttavia la questione del fuori-campo mi sembra interessante, anche perché in fotografia non è di solito contemplata. Anche qui Claudio ha dato un’interessante lettura: il suo fuori-campo potrebbe essere tutto il processo che ha portato alla scelta di un’unica immagine per rappresentare una sola chiesa, ossia tutto ciò che non è mostrato poiché non scelto, ma ha concorso alla selezione finale, partendo da una pluralità di punti di vista sulla medesima chiesa. Non è solo editing, a mio giudizio, ma la temporalità di un lavoro, la sua cronologia, se così si può dire, che si manifesta in questo processo. Il fatto che Gobbi non la mostri, non la faccia entrare in campo, come invece fa Egoyan, che è un regista e ha bisogno della narrazione, significa una scelta precisa: resto sul lato della durata e dell’essenza. Resto dalla parte del rito.

Il film adotta vari linguaggi, oltre al cinema di inquadratura fissa, anche il video, usato per contrapposizione in maniera mobile e quasi tattile, la fotografia, e i messaggi di una segreteria telefonica. Si potrebbe vederlo in un certo senso come prefigurazione della multimedialità odierna. In Calendar si osserva la stessa cosa (le chiese, la storia) con media differenti che vanno a influenzare il tipo di sguardo, la percezione, attuandone uno spossessamento. Anche la rinuncia di Gobbi a imporre sempre il proprio punto di vista va nella direzione di una perdita dello sguardo. Le diverse fonti da cui è compiuta la selezione dell’immagine finale di una determinata chiesa portano a una pluralità di visioni, a una sorta di dispersione ottica ancora più apprezzabile sfogliando più volte la serie finale delle chiese.

E questa dispersione, applicata paradossalmente a un modello immutabile, diviene una raffinata e non didascalica riflessione visiva sulle caratteristiche di una società ipermediale come la nostra, in cui lo sguardo soggettivo e umanista del fotografo, ma anche, quasi per converso, il mito dell’oggettività fotografica sono messi pienamente in crisi. Per dirla in una formula, Arménie Ville può sembrare a una vista distratta (la nostra, bombardata da miriadi di informazioni visive) un lavoro monomediale, quasi nostalgico, ma si rivela a un’attenta analisi sottilmente multimediale, radicato nella riflessione sul contemporaneo.

In fondo la nostra epoca sta diventando il regno della simulazione, dell’equivalenza, dominato dalla generalità. Claudio Gobbi in maniera non urlata, col suo avvicinamento alla chiesa armena che si fa rito di ripetizione, cerca proprio, va ribadito, un “universale del singolare”. Qualcosa che a contrasto faccia da rivelatore della condizione odierna, sempre più spesso preda di una tendenza alla genericità.

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Armenia protagonista al circolo filologico milanese (Mi-Lorenteggio.com 01.12.16)

Sabato 3 dicembre, Circolo Filologico Milanese, ore 17

Milano, 1 dicembre – Il Circolo filologico milanese apre le porte all’Armenia e alla sua cultura millenaria con un grande evento, patrocinato dall’Ambasciata armena, in programma sabato 3 dicembre alle ore 17. Si parte con “Il canto spezzato”, spettacolo multimediale ideato dal soprano armeno Ani Balian che interpreterà i canti della tradizione armena raccolti dall’etnomusicologo Gomidàs, accompagnata al pianoforte dal maestro Gianfranco Iuzzolino. L’esibizione vedrà intermezzi lirici con la lettura di brani e poesie dei grandi testimoni del genocidio a cura dell’attrice Elda Olivieri e la proiezione di immagini dell’Armenia ieri e oggi. Seguirà tavola rotonda e dibattito sul libro di Henry Barby “Nella Terra del Terrore. Il martirio dell’Armenia”, a cura di Carlo Coppola, un racconto inchiesta del giornalista francese pubblicato in Francia nel 1917. A completare la serata, esposizione di quadri del gruppo di pittura astratta “Spirale di luce” sul tema del Genocidio armeno, opere di Wally Bonafè, Katalin Kollar, Amalia Caracciolo, Carla Erizzok, e una mostra fotografica sullo stesso tema. Apertura con voce recitante di Tariel Bisharyan.

ARMENIA: Il “Ponte dell’Amicizia” e l’importanza delle relazioni con la Georgia (East Journal 01.12.16)

Lo scorso 4 novembre il primo ministro georgiano Giorgi Kvirikashvili e il presidente armeno Serzh Sargsyan hanno annunciato la costruzione di un nuovo ponte lungo la linea di confine tra i due paesi, che simboleggerà l’amicizia che lega Tbilisi a Yerevan.

La struttura, che prenderà appunto il nome di “Ponte dell’Amicizia”, sarà realizzata presso il confine Sadakhlo-Bagratashen, uno dei sei valichi di frontiera ufficiali tra la Georgia e l’Armenia, dove passa la strada principale che collega Tbilisi a Yerevan. Secondo quanto dichiarato dai capi di stato e governo dei due paesi, i lavori di realizzazione del ponte dovrebbero iniziare già il prossimo anno, e dovrebbero concludersi entro un paio d’anni. Il nuovo ponte, che attraverserà il fiume Debed, il quale segna il confine tra Georgia e Armenia, prenderà il posto della stretta struttura attuale, costruita in epoca sovietica, e servirà a rendere più scorrevole il traffico tra i due paesi.

Il nuovo progetto, la cui realizzazione sarà finanziata dalla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (organismo che opera nei paesi dell’Europa centro-orientale, del Caucaso e dell’Asia Centrale), è stato annunciato nel corso della cerimonia d’inaugurazione della nuova stazione doganale di Bagratashen (parte armena del confine), dove dovrebbe essere costruito il Ponte dell’Amicizia. Il rinnovamento della dogana di Bagratashen rientra all’interno di un’opera di modernizzazione avviata dal governo armeno e supportata dal Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNPD) e dal Commissariato europeo per la cooperazione internazionale e lo sviluppo, che prevede anche la ricostruzione degli altri due principali punti di confine tra Armenia e Georgia: quello di Bavra, sulla strada che porta a Ninotsminda e Akhalkalaki e quello di Gogavan, sulla strada per Dmanisi e Bolnisi.

La cerimonia d’inaugurazione della nuova dogana di Bagratashen ha rappresentato anche un’occasione per il primo ministro georgiano e per il presidente armeno per incontrarsi e parlare delle relazioni bilaterali tra i due paesi, discutendo riguardo all’opportunità di aumentare la cooperazione reciproca, soprattutto del settore dei trasporti e dell’energia. Proprio riguardo a questi due settori la Georgia rappresenta un alleato chiave per l’Armenia, che dal punto di vista geopolitico si trova in una posizione isolata, in quanto è bloccata a ovest dalla Turchia e a est dall’Azerbaigian, paesi ostili, e non condivide confini comuni con la Russia, primo partner economico di Yerevan nonché principale fornitore di energia.

Riguardo ai trasporti, la strada che collega Yerevan a Tbilisi (attraverso appunto il valico di frontiera Sadakhlo-Bagratashen, dove sarà costruito il Ponte dell’Amicizia), e che prosegue attraverso la Strada militare georgiana fino alla frontiera Kazbegi-Verkhniy Lars, che separa la Georgia dalla Russia, rappresenta al momento l’unico collegamento stradale tra l’Armenia e la Russia dove è consentito il trasporto di merci (sarebbe aperta anche la frontiera di Gali, in Abkhazia, ma la legge georgiana sui territori occupati vieta il trasporto di merci attraverso le regioni separatiste).

Lo scorso giugno, quando lungo l’ultimo tratto della Strada militare georgiana si verificarono una serie di frane e allagamenti che finirono per creare un momentaneo blocco del traffico, penalizzando gli scambi commerciali tra la Russia e l’Armenia, il governo di Yerevan arrivò addirittura a proporre a Tbilisi di riaprire momentaneamente il confine con l’Ossezia del Sud, per permettere alle merci armene di arrivare in Russia attraverso il tunnel di Roki. Considerata l’importanza che il traffico di merci da e verso la Russia ha per Yerevan, per il governo armeno risulta quindi fondamentale collaborare con la Georgia nel settore dei trasporti, al fine di facilitare gli scambi e salvaguardare i propri interessi economici.

Come nel caso dei trasporti, per Yerevan la Georgia svolge un importante ruolo di paese di transito anche nel settore dell’energia. Essendo il primo partner economico dell’Armenia, la Russia è di conseguenza anche il suo principale fornitore d’energia, e per questo ha sempre avuto l’esclusiva nell’utilizzo delle infrastrutture energetiche presenti nel paese, le quali transitano proprio dalla Georgia. Attualmente due gasdotti collegano la Russia all’Armenia via Georgia: il gasdotto Ciscaucasico-Transcaucasico e il gasdotto Mozdok-Tbilisi, con Yerevan che paga alla Georgia una tassa di transito equivalente al 10% del gas erogato. Lo stesso petrolio russo arriva in Armenia attraverso i porti di Batumi e Poti, in Georgia, da dove viene poi trasportato fino alla capitale armena attraverso il sistema ferroviario.

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EGITTO – Il Parlamento egiziano potrebbe discutere una risoluzione di condanna del Genocidio armeno (Agenzia Fides 30.11.16)

Il Cairo (Agenzia Fides) – In Egitto prosegue l’iter per sottoporre al voto del Parlamento una risoluzione di condanna del Genocidio armeno. Una bozza di risoluzione – riferiscono fonti armene, citando Armen Mazlumian, presidente del Comitato nazionale armeno in Egitto – ha ottenuto l’appoggio di 337 parlamentari, e verrà presentata alla presidenza dell’assemblea parlamentare per essere sottoposta ai passaggi procedurali previsti per arrivare al voto in aula.
A dare inizio al processo per la presentazione di una risoluzione parlamentare è stato un intervento in Parlamento del deputato indipendente Mostafa Bakri, che lo scorso luglio aveva chiesto al governo e all’assemblea parlamentare egiziani di riconoscere la natura genocidiaria dei massacri anti-armeni in Anatolia, iniziati il 24 aprile 1915 con il rastrellamento e l’uccisione di alcune centinaia di intellettuali della comunità armena di Istanbul.
Nel 2015, in occasione del centenario del Genocidio armeno, anche in Egitto a quelle tragiche vicende sono stati dedicati diversi libri e alcune trasmissioni televisive. Commemorazioni del Genocidio armeno in occasione del centenario sono state organizzate presso il Parlamento siriano e presso quello iraniano. Ma l’Egitto potrebbe essere il primo Paese a maggioranza islamica a discutere una risoluzione parlamentare di condanna degli stermini anti-armeni di più di un secolo fa. Le possibilità che il Parlamento egiziano si pronunci su tale vicenda storica sembrano favorite dal deterioramento dei rapporti tra Turchia e Egitto, seguiti alla deposizione del Presidente egiziano islamista Mohamed Morsi, anche se negli ultimi tempi da Ankara sono stati inviati segnali distensivi nei confronti dell’attuale leadership egiziana. (GV) (Agenzia Fides 30/11/2016).

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Lutto in Ateneo. E’ scomparsa Gabriella Uluhogian (Magazine.unibo.it 30.11.16)

E’ stata a lungo professoressa di Lingua e letteratura armena dell’Università di Bologna
Lunedì 28 novembre è venuta a mancare Gabriella Uluhogian, docente di Lingua e letteratura armena dell’Alma Mater dal 1973 al 2004. La prof.ssa Uluhogian ha inaugurato l’insegnamento dell’armenistica nelle Università italiane.

Nel 1973 l’Ateneo bolognese fu il primo infatti, per volontà dell’insigne linguista Luigi Heilmann, a promuovere l’ingresso di questa disciplina tra le materie del corso di laurea in Storia. Durante la sua lunga e intensa attività di insegnamento e di ricerca, la studiosa ha raggiunto una notorietà a livello internazionale pubblicando oltre un centinaio tra libri ed articoli e formando numerosi specialisti attivi in Italia e all’estero. Tra i suoi lavori più noti vanno annoverati l’edizione critica dell’antica traduzione armena delle Regole di Basilio di Cesarea (Basilio di Cesarea. Il Libro delle Domande [Le Regole], Corpus Scriptorum Christia¬norum Orienta¬lium, 536-537; Scriptores Armeniaci, 19-20, Lo¬vanii 1993); la monografia dedicata al ritrovamento presso la Biblioteca Universitaria di Bologna della monumentale mappa dei santuari dell’Armenia commissionata nel 1691 dal conte Lodovico Ferdinando Marsili (Un’antica mappa dell’Armenia. Monasteri e santuari dal I al XVII secolo, Longo, Ravenna 2000) e il Catalogo dei manoscritti armeni delle Biblioteche d’Italia, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Libreria dello Stato, Roma 2010.

Aveva 82 anni. Lo scorso 5 novembre il suo libro Gli armeni, il Mulino, Bologna 2009 (rist. 2015) ha vinto il premio Alessandro Tassoni di Modena nel settore della saggistica.

La cerimonia funebre si svolgerà l’1 dicembre presso il Duomo di Parma, alle 11.

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“I disobbedienti. Viaggio tra i giusti ottomani del genocidio armeno” (Gariwo 29.11.16)

il libro di Pietro Kuciukian, il 30 novembre alla Libreria Terrasanta

Così come molti tedeschi si rifiutarono di partecipare al genocidio degli ebrei anche durante il primo genocidio del Novecento – quello degli armeni – c’è stato chi non ha obbedito agli ordini del governo dei Giovani Turchi. I disobbedienti furono semplici cittadini, mercanti, amministratori e capi locali, delegati militari che rifiutarono di partecipare a quel massacro. Scelsero invece di agire secondo coscienza, salvando così la vita a migliaia di armeni. Furono “giusti” e spesso pagarono con la vita il loro coraggio.

La storia di questi uomini e di queste donne è raccontata nel libro “I disobbedienti. Viaggio tra i giusti ottomani del genocidio armeno” (Guerini e associati) scritto dal console onorario d’Armenia in Italia, cofondatore di Gariwo, Pietro Kuciukian. Un libro che racconta un viaggio – fisico e nella memoria – alla ricerca delle storie di coloro che hanno messo in pericolo la propria vita per salvare quella di chi era perseguitato. Per cercare di perdonare, senza dimenticare.

“I disobbedienti” verrà presentato mercoledì 30 novembre alle ore 18.30 presso la Libreria Terrasanta nell’ambito degli “Aperitivi d’autore”. All’incontro parteciperanno Pietro Kuciukian, autore del volume, console onorario d’Armenia a Milano, Antonio Ferrari, editorialista del Corriere della Sera. Introduce Giuseppe Caffulli, direttore della rivista Terrasanta.

Tante le storie raccolte da Pietro Kuciukian. Tra queste, quella di Farik Ali Ozansoy, governatore della provincia di Kutahya, che non solo si rifiutò di deportare i suoi concittadini di origine armena, ma diede disposizioni affinché i deportati armeni giunti nella sua città venissero ospitati e trattati bene. “Mentre gli armeni delle città del litorale furono deportati in massa – si legge nella testimonianza dello storico Yves Ternon, riportata da Kuciukian – le migliaia di armeni di Kutahya vennero risparmiati per tutta la durata della guerra grazie all’intervento di Faik Ali Bey, che si fece garante presso il governo del fatto che non c’erano armeni pericolosi nel suo distretto”.

Mehmet Celal Bay, che in quegli anni ricoprì il ruolo di vali (governatore) in diverse città turche, pagò a caro prezzo la sua decisione di non deportare gli armeni. Nominato kaimakan di Aleppo tra l’agosto 1914 e il luglio 1915 fu rimosso per non aver eseguito gli ordini del governo di espellere gli ameni dalla città. Al contrario chiese fondi per realizzare dei baraccamenti dove ospitare i deportati che arrivavano ad Aleppo. A Celal Bay, che aveva salvato migliaia di vite umane, non fu permesso fino al 1921 di avere incarichi statali e visse per anni in povertà.

“Forse i giusti e i disobbedienti all’interno dell’Impero Ottomano furono pochi, sicuramente troppo pochi rispetto a chi scelse la crudeltà, i pregiudizi, la brama di rapina, l’indifferenza – scrive Pietro Kuciukian nell’introduzione al libro -. Ma il fatto che ci siano stati dei disobbedienti – amministratori che non hanno eseguito gli ordini o gente comune che non si è unita ai massacri – se da un lato ha appesantito ancora di più la coscienza dei carnefici, dall’altro può aprire uno spiraglio di luce sulla natura umana. Ai turchi serve sapere che il fronte dei carnefici non è stato compatto”.

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Durante la Prima guerra mondiale, gli ottomani perpetrarono un vero e proprio genocidio nei confronti del popolo armeno, macchiandosi di crimini spaventosi. Non tutti, però. Alcuni “giusti” rifiutarono di allinearsi e si spesero a fianco degli armeni, talvolta a costo della vita. Pietro Kuciukian, autore de I disobbedienti, ci racconta le loro storie.

Per cercare di perdonare, senza dimenticare.

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L’incontro è uno degli Aperitivi d’autore: presentazioni di libri che offrono lo spunto per conversazioni informali con personalità del mondo della cultura e del giornalismo.

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La Turchia riconosce implicitamente il genocidio degli armeni? (Gariwo 25.11.16)

Secondo uno schema classico, le autorità turche la scorsa estate hanno moltiplicato le pressioni per indurre il governo della Germania a dissociarsi pubblicamente dalla risoluzione che ha riconosciuto il genocidio degli armeni approvata il 2 giugno 2016 dal Bundestag, risoluzione voluta dai tre gruppi parlamentari della Cdu di Angela Merkel, dai socialdemocratici della Spd e dai Verdi tedeschi. La risoluzione non solo ricorda e condanna l’atroce e sistematico sterminio degli armeni perpetrato dal regime ottomano, che provocò un milione e mezzo di vittime tra il 1915 e il 1916, ma sanziona anche le gravi responsabilità dell’Impero tedesco alleato nella prima guerra mondiale dell’Impero ottomano, sottolineando “il ruolo ignominioso svolto dal Deutsches Reich che, nonostante le informazioni di diplomatici e missionari tedeschi, non intraprese nulla per fermare il sistematico annientamento degli armeni, questo crimine contro l’umanità».

La Turchia ha richiamato l’ambasciatore ma ha anche minacciato di impedire ai deputati tedeschi di visitare, come era in programma, la base militare di Incirlik in Turchia se l’esecutivo non avesse preso le distanze dal voto. Un vero e proprio ricatto. Un diplomatico turco in merito ha dichiarato che i turchi avrebbero potuto vivere benissimo anche con questa risoluzione del Bundestag, ma il Governo federale avrebbe dovuto precisare che il termine genocidio non avrebbe avuto alcun significato e alcuna conseguenza a livello giuridico.

Un ultimatum umiliante visto che il governo turco pretendeva di impedire alla Germania di riconoscere una pagina tragica della propria storia, come ha fatto per il suo passato nazista con una assunzione di responsabilità che costituisce il fondamento etico e politico della rinascita e del riscatto civile della Repubblica Federale tedesca. In Germania, la Shoah è una delle pagine più studiate a scuola, contrariamente a quanto avviene in Turchia dove non esiste alcun riferimento al crimine che sta alle spalle della fondazione della Repubblica kemalista.

L’ultimatum ha pagato, poiché la Cancelliera Angela Merkel in una intervista rilasciata alla TV tedesca RTL , ha voluto precisare che non si dissociava dalla risoluzione adottata in quanto anche lei membro del Bundestag, ma che per il suo esecutivo la risoluzione non aveva valore ed effetto giuridico vincolanti.

Precisazione peraltro molto attesa dalla Turchia che temeva le conseguenze giuridiche del riconoscimento del genocidio armeno che aveva visto la confisca e l’esproprio di tutti i beni e le proprietà appartenute alla minoranza armena dell’Impero.

A questo punto la base militare di Incirlik è stata aperta alla visita dei deputati tedeschi.

Da questi avvenimenti si può dedurre che la Turchia di oggi sarebbe pronta a riconoscere il genocidio attuato dal governo dei Giovani Turchi a condizione che i discendenti dei sopravvissuti non avanzino pretese di risarcimento nei confronti del governo attuale di Ankara. Resta aperto un interrogativo: il riconoscimento del genocidio è per il governo turco una mera questione economico-finanziaria? E’ dunque sotteso un implicito riconoscimento del genocidio armeno? Se così fosse non ci dovrebbe più essere spazio in Turchia per i nazionalisti e per gli estremisti che ancora oggi considerano motivo di orgoglio avere eliminato all’inizio del Novecento le minoranze per raggiungere l’omogeneità etnica e edificare la “la Turchia dei turchi”, e potremmo sperare che i monumenti ai carnefici vengano sostituiti con i monumenti ai “disobbedienti”, a quei giusti ottomani che si sono ribellati a ordini iniqui edificando piccoli argini al male.

La questione economica, la questione dei risarcimenti è l’unico ostacolo al riconoscimento del genocidio?

Per gli armeni sopravvissuti e per i loro discendenti il riconoscimento del crimine compiuto nel 1915 e negato sino ad oggi dalla Turchia è una grande non negoziabile questione morale: per dare sepoltura ai morti, per poter guardare avanti e per prevenire altri crimini che si profilano oggi negli stessi luoghi che hanno già visto lo sterminio di un popolo.

Come ricorda il testo della risoluzione tedesca,«è difficile per una società confrontarsi con i capitoli più oscuri del proprio passato. Anche se è sempre importante distinguere tra le colpe degli esecutori e la responsabilità di chi vive oggi».

Analisi di Pietro Kuciukian, Console onorario d’Armenia in Italia e cofondatore di Gariwo

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Cooperazione Italia – Armenia: dopo la visita di Gentiloni ne parliamo con l’ambasciatrice Bagdassarian (Notizie Geopolitiche 22.11.16)

La recente visita in Armenia del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni richiama l’attenzione su un paese con cui l’Italia ha relazioni stabili e durature per motivi di natura storica, religiosa, culturale e – questo è l’auspicio di entrambi i governi – anche economica. L’Armenia vive fin dalla sua indipendenza una situazione di difficoltà a livello regionale a causa sia del conflitto mai sopito con il vicino Azerbaijan per il Nagorno-Karabakh, sia dei rapporti con lo la Turchia che ne causano quasi un completo isolamento. L’ingresso nell’Unione Economica Euroasiatica e le relazioni con l’Europa potrebbero essere proprio la base per favorire lo sviluppo economico armeno e permettere al paese di uscire da un periodo politico ed economico da molti etichettato come “difficile”.
Ne abbiamo parlato con l’ambasciatrice della Repubblica di Armenia in Italia Victoria Bagdassarian.

– Il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha effettuato una visita ufficiale nel Caucaso meridionale concludendo il suo viaggio proprio in Armenia, dove ha incontrato l’omologo armeno Edward Nalbandian. Quali sono state le tematiche affrontate durante la visita del ministro italiano e verso quale direzione ed in quali settori si evolveranno le relazioni italo-armene?
“Prima di tutto è importante sottolineare che è stata la prima visita di un ministro degli Esteri italiano in Armenia in questi 25 anni di indipendenza. Un’ottima occasione per fare il punto sull’attuale livello dei rapporti armeno-italiani e per discutere insieme delle prospettive future. Le nostre relazioni hanno solide basi, cioè interazioni storiche che si sono rafforzate nel corso dei secoli, e sono il nostro, reciproco, capitale di partenza. Naturalmente continueremo a impegnarci per dare alle nostre relazioni nuovi input, ma senza dimenticare il passato… non solo per valutare quanto è stato fatto ma, soprattutto, quanto ancora dovrà essere fatto. Le relazioni armeno-italiane non si limitano a un solo settore ma si sviluppano in tutti i possibili campi di collaborazione, dal dialogo politico e culturale, ai diversi aspetti nell’ambito dell’educazione e dell’istruzione, dalle relazioni economico-commerciali a quelli più propriamente umani dell’incontro tra popoli. Questi e non solo, sono i temi affrontati con il ministro Gentiloni durante la sua visita a Yerevan”.

– Per quale motivo, secondo Lei, in questo momento storico l’Italia ha deciso di porre maggiore attenzione diplomatica sulla regione caucasica meridionale cercando di creare una rete di relazioni?
“Non direi che l’Italia ha deciso di puntare sul Caucaso meridionale “in questo momento storico”, poiché la rete di relazioni è sempre esistita. Abbiamo percepito costantemente la presenza italiana nel Caucaso meridionale in generale e in Armenia in particolare. Oltre alla storia comune di cui ho già accennato, i nostri rapporti con l’Italia hanno avuto un’importante evoluzione durante questi ultimi 25 anni. Sono sicura che l’Italia riconosca l’importanza strategica del Caucaso meridionale e, nel suo ruolo fondamentale sullo scacchiere internazionale – sta per diventare membro del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e successivamente assumerà la presidenza dell’OSCE – desidera dare il suo contributo alla sicurezza e alla stabilità della regione. Questo per quel che riguarda il contesto politico generale della regione. Dal punto di vista pratico, c’è un aspetto collaterale positivo della questione quando si parla dei vantaggi che l’Italia può avere nel rafforzare le sue relazioni con l’Armenia. E qui noi, prima di tutto, ricordiamo i grandi mercati dell’Unione Economica Eurasiatica cui si può accedere attraverso l’Armenia”.

– Il ministro italiano Gentiloni ha esplorato anche le “potenzialità per il rafforzamento la cooperazione economica” tra Italia ed Armenia. Esistono delle perplessità in merito all’attuale situazione economica dello Stato armeno che, secondo alcuni economisti (si vedano anche le recenti dichiarazioni i Vahagn Khachatryan), rischierebbe il “crollo economico”. Gli investitori italiani interessati all’Armenia e gli stessi cittadini armeni devono quindi preoccuparsi dall’andamento dell’economia nazionale? Quali sono le rassicurazioni che il governo di Erevan può dare agli investitori e quali sono i settori target selezionati dallo Stato verso cui indirizzare gli investimenti?
“Il rafforzamento dei legami economici è stato all’ordine del giorno durante la visita del ministro Gentiloni e dei suoi incontri a Yerevan e siamo convinti che ci sia un buon potenziale. Infatti proprio a Yerevan è stato raggiunto l’accordo per la costituzione di un Comitato intergovernativo che rafforzerà le nostre relazioni in tutti quei settori di reciproco interesse, partendo proprio dal commercio e dall’economia. Teniamo conto delle opinioni divergenti ma non ne condividiamo le stime pessimistiche. In base alle classifiche internazionali l’Armenia ha ottenuto dei risultati notevoli. Secondo quanto riportato dalla Banca Mondiale, ad esempio, sulle attività commerciali (Doing Business Report) l’Armenia, in particolare negli ultimi 6 anni, è passata dal 43mo posto nel 2010 al 35mo posto nel 2016 tra 189 paesi in classifica, è al quinto posto per l’avvio di attività imprenditoriali, e al 29mp per scambi transfrontalieri. In base poi all’Indice di Libertà Economica (Index of Economic Freedom) del 2015, l’Armenia si colloca al 54mo posto su 186 paesi. L’Armenia, non diversamente da altri stati, deve affrontare sfide e difficoltà proprie del suo “sistema paese” ma possiede innegabilmente vantaggi e opportunità e noi tutti siamo determinati a lavorare per ottenere i migliori risultati possibili”.

bagdassarian– Le relazioni tra Italia e Armenia non riguardano però soltanto l’aspetto geopolitico ed economico, ma anche quello storico e culturale. Apprendiamo proprio dalla visita di Gentiloni che i due paesi hanno firmato un’intesa per la creazione di un Centro regionale per la preservazione del patrimonio culturale a Erevan. Quali sono i benefici che entrambi i paesi possono avere dalla cooperazione culturale?
“Non basterebbe un’intera giornata solo ad accennare dei duemila anni di interazione culturale con l’Italia! Nel campo della cultura, l’Italia ha un ruolo di primo piano e noi apprezziamo enormemente il continuo e qualificato sostegno che il Governo italiano dà nell’ambito dei programmi per la conservazione e il restauro dei beni culturali. Nel 2011-2014 un progetto finalizzato a sostenere le istituzioni armene a preservare e consolidare il patrimonio culturale armeno locale è stato implementato con successo in collaborazione con la Direzione generale per la Cooperazione allo Sviluppo, ovvero è stato supportato dal governo italiano ed è stata un’iniziativa congiunta del ministero della Cultura armeno, del ministero degli Affari Esteri italiano, del Politecnico di Milano e dell’Università Nazionale di Architettura e Costruzioni dell’Armenia. Nel 2015 l’iniziativa, per i risultati eccezionali ottenuti, ha ricevuto il premio “Europa Nostra Award”. Sulla base di questa esperienza positiva, le parti hanno deciso di proseguire e sviluppare la cooperazione nel campo della conservazione e del restauro dei beni culturali. Uno dei capisaldi della visita del ministro Gentiloni è stata infatti la firma di una dichiarazione congiunta sulla costituzione in Armenia, a Yerevan, di un centro regionale di restauro dei beni culturali, che ancora una volta sarà supportato dal governo italiano rappresentato dall’Agenzia italiana per la Cooperazione internazionale. Il centro per il restauro sarà regionale e sarà fondamentale non solo per l’area del Caucaso, ma anche per il Medio Oriente e oltre. È, insomma, un’ulteriore dimostrazione dell’’importanza che l’Armenia e l’Italia danno ai valori culturali e alla conservazione del patrimonio”.

– Quando parliamo di Caucaso meridionale dobbiamo inevitabilmente prendere in esame l’aspetto della sicurezza e della stabilità regionale e quindi considerare il conflitto del Nagorno-Karabakh, definito spesso “conflitto congelato”, il quale ha dimostrato più volte tutta la sua pericolosità. In che modo il governo di Erevan sta lavorando per favorire la stabilità regionale ed il processo di pace? Quali sono i punti fondamentali per l’Armenia che la controparte azerbaigiana deve rispettare per proseguire il dialogo all’interno del Gruppo di Minsk dell’OSCE?
“Noi crediamo che tutti i conflitti in generale e il conflitto del Nagorno Karabakh in particolare dovrebbero essere risolti solo attraverso mezzi pacifici sulla base del risultato dei negoziati all’interno del formato dei co-presidenti del gruppo di Minsk dell’OSCE, l’unico riconosciuto e autorizzato a livello internazionale e che ha acquisito l’esperienza e la conoscenza sul conflitto dopo il cessate il fuoco trilaterale firmato fra la Repubblica dell’Artsakh / Nagorno Karabakh, l’Azerbaigian e l’Armenia nel 1994. Con i nostri partner internazionali siamo chiari e onesti, rispettiamo i nostri impegni e, vogliamo ancora una volta mettere in evidenza che il conflitto non è una disputa territoriale ma è in gioco la sopravvivenza di un’intera popolazione che difende i suoi diritti e la sua libertà. Purtroppo l’Azerbaijan viola tutti gli impegni, a partire dal cessate il fuoco. Un esempio lampante è l’aggressione dello scorso aprile condotta dall’Azerbaijan contro la Repubblica dell’Artsakh / Nagorno Karabakh: in quei giorni ci sono state gravi violazioni del diritto umanitario internazionale, una decisa marcia indietro rispetto agli accordi raggiunti a Vienna e San Pietroburgo. In sintesi, per raggiungere una soluzione pacifica l’Azerbaigian deve rispettare i suoi impegni internazionali e cominciare ad agire responsabilmente”.

– L’Azerbaigian accusa però l’Armenia di occupare il 20 per cento del territorio azerbaigiano il quale comprendere non solo il Nagorno-Karabakh, ma anche sette distretti limitrofi. Alcuni esperti e analisti vedono come unica soluzione pacifica del conflitto quella rappresentata dal ritiro delle truppe dalla regione, la restituzione dei sette distretti all’Azerbaigian, lo status ad interim del Nagorno-Karabakh, il collegamento tra Armenia e Karabakh, la possibilità di ritorno alle proprie case degli IDPs armeni ed azeri ed un’operazione di peacekeeping in grado di mantenere la stabilità regionale. Perché questa soluzione, forse la più equilibrata, sembra così difficile da essere messa in pratica? Quali sono le paure ed i motivi per cui non si riesce a superare questa impasse deleteria?
“Anzitutto è doveroso sottolineare come l’Azerbaijan falsi completamente la storia e le cause alla radice del conflitto. Il Nagorno-Karabkah o Artsakh (come è conosciuto storicamente) non è mai stato parte dell’Azerbaijan indipendente. Nel 1923 furono i bolscevichi a darlo in dono al neonato stato dell’Azerbaigian. Sotto il dominio azero, la popolazione del Nagorno Karabakh è stata umiliata e oppressa, vittima di una politica di pulizia etnica. La gente del Nagorno Karabakh è scesa in campo per i suoi diritti e per esercitare il suo inalienabile diritto all’autodeterminazione in conformità con le leggi dell’epoca dell’URSS. La risposta azera è stata l’uccisione di armeni pacifici nelle città di Sumgait, Baku, Kirovabad e non solo. Poi hanno scatenato una guerra su larga scala contro gli armeni del Nagorno Karabakh, in quel momento cittadini del loro stesso stato. E quella stessa popolazione dovrebbe ora fidarsi dell’Azerbaijan? A meno che l’Azerbaigian non voglia cominciare a negoziare in buona fede, lasciando perdere l’idea di guerra e odio verso gli armeni, la pace non arriverà mai nella regione. L’Armenia, da parte sua, si impegna strenuamente per la risoluzione pacifica del conflitto sulla base dei principi del non uso o minaccia dell’uso della forza, della parità di diritti dei popoli per l’autodeterminazione e l’integrità territoriale. Questa è la formula presentata dai Co-presidenti del Gruppo di Minsk, formula condivisa anche dall’Azerbaijan. Quando finalmente l’Azerbaigian affronterà la realtà, abbandonerà le sue ambizioni e avvierà i negoziati sulla base di compromessi, solo in quel momento si potrà proseguire nel cammino della pace. Al momento però l’Azerbaijan sta imboccando il sentiero di guerra”.

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Gentiloni: Italia ha sempre riconosciuto barbarie contro armeni (Askanews 25.11.16)

Roma, 24 nov. (askanews) – “L’Italia ha sempre riconosciuto la straordinaria gravità dei fatti di sangue e della barbarie verso il popolo armeno”: è quanto ha detto oggi il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, durante la conferenza stampa congiunta con il segretario della Santa Sede per i Rapporti con gli Stati, monsignor Richard Gallagher. “Pensiamo però che la discussione sulla definizione giuridica del termine genocidio debba essere lasciata agli organismi internazionali e non debba essere un ulteriore motivo di tensione nella regione”, ha insistito Gentiloni.

Il festival letterario nel Kurdistan iracheno (Il Foglio 23.11.16)

A Suleymanyah, preziosa città del Kurdistan cosiddetto iracheno, è in corso un festival letterario della durata di quattro giorni, dedicato ogni anno a una nazione la cui storia sia collegata alla storia curda. Quest’anno il festival, “Galawezh”, è dedicato all’Armenia, e in particolare alla letteratura armena scaturita dal genocidio. I curdi ebbero un ruolo spaventoso nella persecuzione degli armeni agli ordini dell’impero ottomano, sia nella “colonizzazione” di territori dai quali gli armeni erano cacciati, sia e soprattutto nella deportazione e nella sequela di massacri, che coprirono un lungo periodo, dalla fine dell’Ottocento al 1915-18, in luoghi che oggi sono tornati al centro delle cronache, Aleppo, Diyarbakir, Mosul, Deir el-Zor… I responsabili curdi sono più disposti dei governanti turchi a riconoscere le proprie responsabilità nel genocidio armeno, sia pure evocando per lo più l’attenuante dell’obbedienza e della manipolazione da parte turca. Oggi preferiscono sottolineare un parallelismo e una fraternità, fra lo sterminio armeno, che aprì la storia dei genocidi contemporanei e offrì loro un modello d’ispirazione, e quello patito dai curdi iracheni per mano di Saddam Hussein nella cosiddetta operazione Anfal, condotta fra il 1986 e il 1989, costata fra i 50 mila e i 180 mila morti civili e la distruzione di migliaia di villaggi storici. Del resto all’indomani della prima guerra il trattato di Sévres, 1920, aveva assicurato, pur rinviandone le modalità, una indipendenza sia agli armeni, nel Caucaso e a Trebisonda, Erzurum e Van, che ai curdi, cancellandola poi col trattato di Losanna appena tre anni dopo. In questo vicino oriente la storia somiglia a una giostra feroce.

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