Gli armeni commemorano le vittime dei massacri del 1915 per mano delle forze ottomane (Euronews.com 24.04.16)

Decine di migliaia di persone hanno riempito le strade di Ierevan, capitale armena, per commemorare le vittime delle violenze compiute dalle forze ottomane nel 1915.

Tra massacri e deportazioni morirono migliaia di persone. Duecentomila morti secondo fonti turche mentre quelle armene sostengono che le vittime furono almeno 2 milioni e mezzo.

“Chiediamo alla Turchia – dice una manifestante – il riconoscimento del genocidio armeno come un crimine contro l’umanità, subito dai nostri antenati.
Chiediamo inoltre il risarcimento per le perdite sopportate dalla popolazione armena.”

La Turchia però non ha mai accettato la definizione di genocidio, sostenendo che le uccisioni compiute dall’impero Ottomano erano una risposta durante la Prima guerra mondiale al passaggio dei battaglioni di armeni all’esercito russo.
Ankara si è detta favorevole all’stituzione di una commissione internazionale di storici.

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Armenia, 101 anni fa l’uccisione del suo popolo a opera dei turchi. Ierevan rivendica il “genocidio”(Euronews 24.04.16)

Nel ricordo del genocidio armeno del 1915 (asmtvsanmarino.sm 24.04.16)

domenica 24 aprile 2016

Poco più di un secolo fa avveniva uno dei più grandi massacri di cristiani che la storia ricordi. Non ci sono pagine di storia, enciclopedie e documenti storici del Novecento che non trattino del genocidio armeno, avvenuto in Turchia tra il 1915 e il 1916. E ogni anno, tra il 23 e il 24 aprile il mondo ricorda le prime uccisioni compiute proprio in quelle due date. Oltre mille intellettuali armeni (giornalisti, scrittori, poeti e parlamentari) furono deportati verso l’interno dell’Anatolia.

E la deportazione di massa della popolazione cristiana dell’Armenia occidentale erano stati voluti dall’impero Ottomano perché non poteva sopportare le sconfitte subite all’inizio della prima guerra mondiale per opera dell’esercito russo, in cui militavano anche battaglioni di volontari armeni.

Ma ancora non c’è chiarezza sul numero degli armeni morti in questo massacro. Gli storici stimano che la cifra oscilli tra i 500mila e 2milioni di morti.

Non tutti i paesi riconoscono ufficialmente il genocidio armeno. Oggi in totale sono 22. Altri paesi, tra cui gli Stati Uniti e Israele, per propria scelta non usano il termine genocidio per timore di una crisi nei rapporti con la Turchia.

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San Marino. L’Armenia ricorda il Medz Yeghern. Epifanio Troina. L’informazione (libertas.sm 24.04.16)

Il premier armeno: “Che la Turchia riconosca il genocidio” (cdt.ch 24.04.16)

ROMA – L’Armenia continuerà a chiedere alla comunità internazionale di riconoscere il genocidio degli armeni di cui in questi giorni si commemora il 101esimo anniversario, massacro compiuto dai turchi ottomani. Lo ha affermato oggi il premier Hovik Abrahamyan, stando ad Interfax. “La leadership turca dovrebbe pensare di riconoscere la verità. E prima lo fa, meglio è – ha aggiunto -. La comunità internazionale, da parte sua, dovrebbe anche condannare il primo genocidio del XX secolo per prevenirne altri in futuro. La nostra lotta continuerà”.

Per gli armeni oltre un secolo fa i turco ottomani compirono una vera e propria pulizia etnica massacrando circa un milione e mezzo di persone soprattutto nelle regioni anatoliche dell’allora Armenia Occidentale, che rappresentavano un ostacolo al progetto di una Grande Turchia.

Un’interpretazione fortemente contestata da Ankara sul piano storico e giuridico. Ieri sera a Ierevan in ricordo del massacro si è svolta una marcia con candele a cui hanno partecipato in 15mila. Ad un’altra marcia svoltasi oggi era presente anche George Clooney, l’attore americano da sempre convinto sostenitore della necessità di riconoscere il genocidio.

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Giornata del martirio armeno. Sandri: viaggio del Papa sarà profetico (Radio Vaticana 24.04.16)

Si celebra questa domenica l’anniversario del ‘Metz Yeghern’, il Grande Male, come viene indicato dagli armeni: l’orribile massacro del 1915 di un milione e mezzo di armeni. La Giornata della Memoria armena ha portato in piazza, a Roma, sia armeni che italiani. Ieri pomeriggio, al Pontificio Collegio Armeno, si è svolta una veglia di preghiera con il cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali. Francesca Sabatinelli lo ha intervistato:

R. – Fare memoria è sempre un cammino che dobbiamo fare per ricordare questi fatti terribili della storia umana, che siano allo stesso tempo periodo di purificazione per poter contemplare la gravità, la profondità della malizia del cuore umano, e non per restare, con questa memoria, aggrappati a un passato, ma per aprirci a un futuro di grandi possibilità di riconciliazione, di convivenza, un futuro migliore. Io credo che, per questo, sia un fatto obbligatorio fare memoria del passato di gravissime ingiurie alla dignità umana, come sono le guerre e tutte le altre persecuzioni e ingiustizie contro gli esseri umani, ma per rinascere a una possibilità nuova, a una speranza nuova.

D. – Ancora oggi, il ricordo del martirio armeno, però, è quanto mai è portatore di gravi e importanti tensioni …

R. – Sì. Certamente, ci sono anche le ferite che rimangono dopo questi terribili fatti. Adesso noi tutti siamo anche sensibili alla tragedia e ai morti, alle vittime di questa realtà del Nagorno Karabakh e speriamo che si possa, con l’aiuto della comunità internazionale, trovare una forma di soluzione giusta e permanente per un conflitto che può portare gravissime conseguenze ai due popoli, specialmente per l’Armenia, Paese così caro alla Chiesa cattolica, il primo Paese cristiano. Speriamo che tutto questo non si trasformi in una guerra tra religioni e tra posizioni così diverse. Perciò, io sostengo che l’intervento di quelli che possono aiutare, e che devono aiutare, porti a fare di queste soluzioni qualcosa di permanente, perché si evitino questi scontri che si aggiungono a tutte le sofferenze nella storia del popolo armeno – nel caso dell’Armenia – e che si aggiungono a tutta questa specie di ondata di guerre di popoli e di religioni che ledono la convivenza umana.

D. – A giugno, il Papa si recherà in Armenia. Questo è un viaggio molto sentito da Francesco ed è una visita che ha degli aspetti piuttosto complicati…

R. – Di per sé, è una visita al Caucaso fatta in due tappe: la tappa dell’Armenia e poi la tappa della Georgia e dell’Azerbaigian, così è stato annunciato dalla Santa Sede. Ma io vedo in questo viaggio del Papa, come in tutti i viaggi che ha fatto, questa dimensione intanto di vicinanza, questa dimensione dell’incontro. Lui troverà, per esempio in Armenia, in particolare la Chiesa apostolica armena, la Chiesa che ha aperto le porte anche alla Chiesa cattolica, la Chiesa che ha ricevuto San Giovanni Paolo II, che ha dato la possibilità di esistere, anche, perché della Chiesa cattolica lì non c’era nulla, dopo il comunismo. E allo stesso tempo, incontrerà la popolazione e potrà fare, in realtà, tutto quello che lui fa nei suoi viaggi: incontrare, essere vicino, specialmente a tutti quelli che soffrono. Allo stesso tempo, è l’incontro, la visita, che si fa profezia di un mondo migliore, di un mondo che supera le divisioni, che supera queste dannosissime realtà che ledono la vita umana. C’è tanta gente che soffre e sono soprattutto i più deboli: le donne, i bambini e gli anziani, sono loro le vittime degli esodi, degli scontri, sono i profughi. E’ tutto ciò che vediamo giorno dopo giorno e davanti al quale il Papa fa dei gesti come la visita a Lesbo – ma l’aveva fatto già a Lampedusa – portando lì un grido: questo non è compatibile con la dignità della persona umana! Non si può far sì che tutto questo sia subordinato ad altri interessi o ad altri progetti di progresso, di benessere per l’umanità, che vanno a colpire queste popolazioni perseguitate che devono fuggire a causa delle guerre e di tutti gli scontri che conosciamo nel Medio Oriente. Quindi, io vedo, nel viaggio del Papa, queste due dimensioni che per me sono anche arricchite da altre qualità della vita del Papa, ma soprattutto vedo in lui – come vescovo, come pastore – colui che incontra, che viene ad aprire il cuore e le mani a chi ha bisogno e che, allo stesso tempo, annuncia profeticamente un futuro che tutti noi dovremmo capire, che tutti noi dovremmo far diventare realtà, secondo le nostre possibilità e secondo la propria responsabilità. Io sono felicissimo che questa promessa del Papa si faccia realtà per tutti loro e direi anche per tutto il popolo armeno della diaspora sarebbe una cosa magnifica che questo messaggio del Papa portasse a tutti questa grandezza d’animo, questa magnanimità, per vedere un’Armenia del futuro aperta, portatrice di tutti i suoi valori alla comunità internazionale. Mi auguro che questo viaggio annunciato del Santo Padre sia portatore di tanto bene sia per la carissima Armenia sia per gli altri due Paesi come la Georgia, che anche è un Paese cristiano, e anche per l’Azerbaigian. Il Caucaso dev’essere un ponte, come dice il Papa accennando ad altre realtà, non un muro di divisioni e di guerre, ma un ponte che unisca l’Oriente e l’Occidente.


 

Il cardinal Leonardo Sandri: il Caucaso sarà un ponte

24 aprile, giornata della memoria del genocidio per il popolo armeno anche in Calabria (Raggiotv.it 24.04.16)

Brancaleone (Reggio Calabria). Anche la Calabria ha un’anima armena ed essa viene celebrata pure in occasione della giornata odierna (24 aprile 1915) in cui il popolo armeno commemora le vittime delle deportazioni e del tentativo di distruzione di una cultura e di un’identità millenaria per mano dell’impero Ottomano durante la Prima guerra mondiale. Le foto di Carmine Verduci ci guidano alla riscoperta di questi luoghi della memoria. Gli Armeni, primo popolo cristiano della storia, durante la nuova ondata persecutoria di siriani e turchi islamizzati, verso la fine dell’ottavo secolo d.C. approdarono in Calabria, nel reggino, e si rifugiarono sulle alture; coltivarono usi e tradizioni religiose ma anche agricole come la vinificazione, con la creazione di veri e propri silos per custodire le derrate alimentari, ancora oggi esistenti tra i ruderi di Brancaleone. E infatti tracce significative esistono nelle toponomastica (la discesa armena a Bova o Rocca Armena a Bruzzano Zeffirio) e nell’onomastica, oltre che nell’archeologia con alcuni reperti che richiamano i motivi religiosi della croce e dei pavoni anche negli attuali comuni di Ferruzzano, Casignana e Staiti, sempre nel reggino. In questa cornice oggi promosso un percorso escursionistico tra Brancaleone e Staiti sui sentieri del tempo su impulso della proloco. Da anni, infatti, si consolida la tradizione di onorare questa presenza antica a cura della proloco di Brancaleone che negli anni scorsi, in questo giorno, ha rievocato queste affascinanti pagine di storia. Forse una comunità ma sicuramente un gruppo di monaci armeni, si rifugiò in solitaria preghiera (secondo la regole del monachesimo orientale diffusosi anche in Armenia grazie all’opera di San Basilio), tra le montagne per sfuggire alle incursioni degli arabi provenienti dal mare.
Ciò è avvenuto a Brancaleone (luogo anticamente denominato Sperlinga dal latino e greco caverna), di fondazione greca, culla dei locresi prima del loro avanzamento, promontorio strategico con Reggio, Gerace e Bruzzano Zeffirio, dove oggi sorge la Rocca Armenia (antico castello); chiamato Brancaleone superiore con lo sviluppo della Marina, abbandonato nella seconda metà del Novecento, pur apparendo oggi non più vissuto da secoli, esso custodisce tra i suoi ruderi anche una grotta chiesa, probabilmente unica nel suo genere a queste latitudini e di cui ne esisterebbe una simile solo in Georgia, in cui veniva celebrata la messa. Questa chiesa rupestre, nell’ambito dell’attività di valorizzazione e promozione del territorio della pro loco di Brancaleone guidata da Carmine Verduci, al seguito degli appassionati come Vincenzo De Angelis e Sebastiano Stranges ha fatto da cornice in passato e continuerà a farlo alla cerimonia con canti armeni e fiori di ginestra posti dove un tempo sorgeva l’altare e dove ora è possibile intravedere, sul muro di antica arenaria, una croce armena e un pavone adorante. Al centro della grotta l’emblematico albero della vita. Una delle tracce più significative che attestano l’antica presenza del popolo armeno in questi luoghi.
Oggi tale chiesa rupestre risulta posta sotto il castello Ruffo eretto ne 1300, di cui probabilmente divenne la prigione.
Un angolo di mondo antico incastonato tre le montagne di Brancaleone che riporta indietro di secoli con tutto il fascino di tradizioni millenarie come fu anche quella armena in Calabria.

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Armenia smentisce Azerbaigian su distruzione proprio tank nel Nagorno-Karabakh (Sputniknews.com 24.04.16)

Le informazioni del ministero dell’Azerbaigian relative alla distruzione di un carro armato armeno nella zona di conflitto del Nagorno-Karabakh non sono vere, ha dichiarato il portavoce del ministero della Difesa dell’Armenia, notando che sulla linea di contatto ci sono stati effettivamente degli scontri a fuoco.

Il ministero della Difesa armeno ha confutato le dichiarazioni del dicastero militare azero sull’escalation e gli scontri nel Nagorno-Karabakh e la distruzione di un tank armeno.

In precedenza il ministero della Difesa dell’Azerbaigian aveva segnalato che la parte armena aveva violato il cessate il fuoco con l’artiglieria. Secondo il comando militare azero, le forze armate armene hanno perso un carro armato durante i combattimenti.

In precedenza anche i separatisti filo-armeni del Nagorno-Karabakh avevano affermato che l’esercito azero aveva violato la tregua nella notte di domenica

Leggi tutto: http://it.sputniknews.com/mondo/20160424/2543689/Caucaso.html#ixzz46rJEJkq3

24 aprile 1915, il massacro del popolo armeno ancora oggi volutamente ignorato (Agenziacomunica.net 24.04.16)

Nella notte tra il 23 e 24 aprile 1915 si iniziò quello che è definito nella lingua degli Armeni “il Medz yeghern” e cioè il grande crimine dello sterminio e la deportazione di massa della popolazione cristiana dell’Armenia occidentale. Ma per i turchi responsabili di quell’orrendo crimine si chiama “Sözde Ermeni Soykırımı” ovvero il cosiddetto genocidio armeno. In totale 22 stati (Argentina, Armenia, Austria, Belgio, Canada, Cile, Cipro, Francia, Grecia, Italia, Lituania, Libano, Lussemburgo, Paesi Bassi, Polonia, Russia, Slovacchia, Svezia, Svizzera, Uruguay, Vaticano, Venezuela) hanno deliberatamente con leggi riconosciuto il genocidio degli armeni. Normale la non adesione dei paesi di religione islamica mentre colpisce il notare l’assenza di paesi come Israele, Regno Unito di Gran Bretagna e Stati Uniti d’America. Naturale invece l’assenza dalla lista della Turchia che si rifiuta di ammettere che quello fu il primo grande genocidio della storia moderna, ma meno naturale anche se comprensibile è l’assenza della Germania che all’epoca dei fatti era alleata della Turchia e spalleggiava l’allontanamento degli armeni dal territorio turco in quanto ritenuti amici della Russia zarista che annoverava nel suo esercito battaglioni di volontari armeni.

Oggi 24 aprile, la Repubblica Armenia ricorda le vittime di quel massacro i cui prodomi si ebbero con la cattura a Costantinopoli di oltre mille intellettuali armeni, tra giornalisti, scrittori, poeti e parlamentari che furono deportati verso l’interno dell’Anatolia e massacrati lungo la strada. Le deportazioni degli armeni ad opera del movimento dei giovani turchi proseguirono per tutto il 1915 e il 1916 e si calcola che quasi un milione e mezzo di persone abbiano trovato la morte lungo le marce forzate, nei campi di concentramento e vie brevi uccise con arma da fuoco o per impiccagione.

Passato un secolo da quegli orribili avvenimenti fa venire i brividi il guardare la strage di un popolo ridotta a materia di negoziazione politica per l’interesse dei rapporti diplomatici sullo scacchiere del mondo lacerato dagli affari e dalle religioni. Lo studioso di storia, il turco Taner Akçam fu condannato a dieci anni di carcere per aver ammesso il genocidio degli armeni da parte dei suoi compatrioti e, riuscito a fuggire in America dove insegna presso l’Università del Minnesota, aspetta insieme ai suoi nuovi connazionali americani che Barack Obama mantenga la promessa di riconoscere il genocidio armeno. Fino ad oggi niente.

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Medz yeghern, per gli armeni è il “grande crimine” da non dimenticare(2duerighe.it 24.04.16)

Medz yeghern, questo il termine utilizzato dagli armeni, in riferimento ai massacri che hanno colpito la popolazione cristiana in Turchia. Medz yeghern, il “grande crimine” presente nella memoria degli armeni, e della sensibilità collettiva, ha avuto inizio nella notte tra il 23 e il 24 aprile 1915 e si è concluso nel 1916.

Oggi ad Erevan, capitale dell’Armenia i capi di stato, rappresentanti esteri e parenti di alcuni superstiti di allora, si riuniscono per commemorare insieme il centenario del massacro armeno, oggi riconosciuto come genocidio.

Un genocidio voluto da quello che nel 1915 era l’Impero Ottomano, sconfitto nelle prime battaglie della Prima Guerra Mondiale; un genocidio “punitivo”, iniziato con massacri e deportazioni di massa della popolazione armena, cristiana.

Il “grande crimine” ha portato con sé 1.5 milioni di persone e proprio in memoria di questo milione e mezzo, oggi le cerimonie si sono aperte con un lungo e intenso, minuto di silenzio.

Ad omaggiare e ricordare le vittime di una barbarie che si è consumata il secolo scorso e non agli albori della civiltà umana, vi sono oggi ad Erevan 60 Paesi, con capi e rappresentanti, tra cui i presidenti russo e francese, Vladimir Putin e François Hollande.

Ad una commemorazione molto importante, non solo per le numerose vittime che essa ha prodotto, ma anche per il contesto in cui questo massacro si è compiuto, di quali discriminazioni e idee si è servito, vi era oggi una grande assente: l’Italia.

Oggi ad Erevan non vi era né il Presidente del Consiglio, né il Presidente della Repubblica Italiana, negligenza che ci costerà un ennesimo gradino sulla scala della vergogna agli occhi degli altri Paesi sul piano internazionale?

Anche Stati Uniti, Israele e Germania hanno inviato i propri ministri nella capitale armena, per deporre insieme agli altri leader mondiali, dei fiori di fronte alla fiamma eterna, protagonista “materiale” di questa commemorazione, circondata da 12 lastre di basalto, lastre che stanno a simboleggiare le province perdute dall’Armenia e che ora fanno parte della Turchia.

Un memoriale intenso quello di oggi che ha visto compiere a ciascun rappresentante dei diversi Paesi, un percorso che conduceva alla “Stele”, l’obelisco di 44 metri che sta a rappresentare la rinascita del popolo armeno, un popolo vessato, massacrato, ma che tra innumerevoli difficoltà, nel 1991 ha ottenuto l’indipendenza.

“Gli armeni furono deportati e annientati secondo un piano statale a cui parteciparono direttamente l’esercito, la polizia, altre istituzioni statali e gruppi di criminali scarcerati specificamente per questo scopo”, così ha parlato oggi il presidente armeno Serz Sargsyan, chiarendo l’importanza di quello sterminio.

Alla luce di quanto è avvenuto, in un tempo (ricordiamolo) non remoto, è un peccato che vi sia oggi chi persegue la strada del negazionismo, come Erdogan che in riferimento alla sua Turchia sostiene che i loro antenati non si sono macchiati di alcun crimine contro gli armeni nell’anno tra il 1915 e il 1916.

È un peccato inoltre, che la nostra Penisola democratica oggi non abbia fatto sentire la propria presenza ad Erevan, in un momento così intenso, con un rituale così ricco di simbologia e pathos; è un peccato che siano nate già le prime polemiche verso il nostro governo, oggi assenteista, perché l’Italia si è da sempre mostrata una grande sostenitrice di qualsiasi iniziativa volta alla MEMORIA, di oggi genere, forse perché conscia che senza la consapevolezza del passato, è pressoché impossibile costruire un giusto futuro.

 

Un genocidio non capita per caso. La tragica lezione dello sterminio degli armeni (Tempi.it 23.04.16)

Una riflessione attuale sul Genocidio armeno ancora drammaticamente manca a molta cultura occidentale. E ogni giorno che passa, almeno ad avviso di chi scrive, se ne avverte sempre più la necessità e l’impellenza. Non che manchino i libri. Al riguardo, infatti, è doveroso almeno ricordare l’importante libro di Marcello Flores. L’editore Guerini, poi, eroico e benemerito, ha voluto pubblicare uno dei testi più esaustivi e autorevoli in materia, ossia la Storia del Genocidio Armeno del grande Vahakn Dadrian. Ancor più importante, vi è la commovente e puntuale opera di informazione e sensibilizzazione portata avanti con fiera determinazione dagli amici armeni italiani. Infine, vi sono alcuni grandi interpreti, capaci di offrire spiegazioni, di disserrare la maglie della storia, di indagare recessi dell’orrore poco frequentati, di fare difficili, eppur inevitabili, confronti e rimandi. Alcuni tra costoro hanno il dono raro della comunicazione e dell’empatia. Tributo qui il mio affetto e la mia gratitudine ad Antonia Arslan.

È stato – e tuttora è difficile – far capire che la Shoah non fu un “fungo”, velenosissimo e letale, apparso una mattina nell’ombratile bosco della Storia. Per arrivare alla Shoah è stato necessario un percorso per certi versi perdurato numerosi secoli. Ed è esattamente questo “dettaglio” che spesso viene facilmente occultato o trascurato; ed è questa fondamentale comprensione che sovente sfugge. Parimenti vi è il rischio che, pur più edotti rispetto al recente passato circa il Genocidio armeno, molti pensino essersi trattato, anche in questo caso, del solito micidiale “fungo”. Il Genocidio armeno ha anch’esso richiesto una storia lunga, secolare, spesso misconosciuta – o comunque generalmente poco studiata – dal mondo occidentale.

La questione armena, che attraversò abbondantemente il secolo XIX, è legata – e parallela – alla questione d’Oriente, che iniziò a cristallizzarsi attraverso le tendenze opposte di imperialismo, nazionalismo, interventismo delle grandi potenze. Entrambe le questioni, come ricorda Dadrian, hanno prodotto due drammatiche conflagrazioni, dovute alla scontro tra sistemi incompatibili, in cui un elemento fondamentale fu giocato dall’islam. Il Sultano ottomano, infatti, fino al collasso del suo Impero, fu il legittimo Califfo dei musulmani. Tra i musulmani che ritenevano all’epoca non legittimo il Califfato ottomano, vi erano i cosiddetti “movimenti riformatori”, ossia, ad esempio, i Wahabiti.

La normativa sui dhimmi
Se nel 1848 il Sultano Abdul Mejid riconobbe uno status ufficiale ai sudditi ebrei e cristiani, tuttavia le tensioni religiose ingenerate da questo provvedimento iniziarono a divenire mortifere “in grande stile” in particolare nel 1860, quando, da parte drusa, si iniziarono a massacrare i cristiani maroniti in Siria e Libano. I morti furono circa 40.000 tra i maroniti cattolici, con la distruzione di circa 500 chiese e 40 monasteri: un’esplosione di violenza legata alla crescita di animosità religiosa ed etnica accumulatasi tra drusi, musulmani e cristiani. Motivo dell’esasperazione musulmana incontrollata fu peraltro la precedente promulgazione della Carta delle Riforme del 1856 che prevedeva l’uguaglianza tra i musulmani e i sudditi non musulmani dell’Impero ottomano, all’epoca dominante quasi tutto il mondo arabo. Chiaramente vi furono misure repressive da parte dell’Impero ottomano nei confronti di chi perpetrò il massacro, come pure pressioni da parte delle potenze occidentali. Tuttavia ciò accadde e fu destinato a ripetersi.

Le pressioni europee in favore delle riforme giuridiche, come pure le resistenze turche in particolare – e islamiche in generale – a ogni forma di cambiamento, aiutano a inquadrare la problematica in relazione agli armeni. Va premesso che gli armeni, in seno all’Impero ottomano, costituivano la più nutrita e diffusa minoranza etnico-linguistico-religiosa, seguiti dai cristiani greci e dagli ebrei. Prendendo sul serio le riforme formalmente introdotte dal Sultano circa lo status dei non-musulmani (a differenza degli ebrei che, in genere, furono molto più diffidenti e guardinghi), gli armeni ne chiesero un’attuazione reale ed efficace, considerando che si trattava di una questione di diritto (e di diritti). I turchi, da parte loro, si rimettevano alle esigenze religiose islamiche, che, pur formalmente tollerando in territorio islamico (o islamizzato) il non-musulmano, prevedevano inevitabili e necessarie relazioni di dominazione e di sottomissione tra islamici e non-musulmani.

Nel 1865 il Sultano Abdul Aziz allentò ulteriormente, non senza critiche da parte religiosa, la rigida normativa sui dhimmi (fondamentalmente ebrei e cristiani) prevista dal Patto di ‘Umàr. Tuttavia l’infamia e la crudeltà della dhimmitudine poco dopo mieterono ancora decine di migliaia di vittime innocenti attraverso l’ideologia panislamica avallata dal sultano Abdul Hamid II. Nel 1894-1896 furono infatti perseguitati e massacrati un numero di armeni che oscilla tra le 100.000 e le 300.000 persone, con un totale complessivo di bambini orfani stimato attorno ai 50.000, molti dei quali convertiti a forza all’islam. In quel frangente, inoltre, vennero uccisi circa 25.000 cristiani assiri.

I complici del massacro
Nel 1909, poi, in Cilicia vennero sterminate altre 30.000 persone. Nel corso del disastro finale, ossia il Genocidio armeno messo in atto dai Giovani Turchi e dagli assassini loro sodali nel 1915-’16, questa storia pregressa con le sue drammatiche problematiche religiose si ripropose, declinandosi, con uno iato rispetto al passato, come questione nazionalistica.

Un genocidio non lo si improvvisa, ma necessita “pratica”; inoltre servono complici, anch’essi abituati a essere aguzzini feroci. E i complici vi furono: i tedeschi. I tedeschi – e la cultura tedesca – sono coinvolti ampiamente in tutti e tre i primi genocidi del Novecento: nel primo caso, quello del popolo Herero in Africa (1904), e nel terzo – la Shoah – furono i principali ideatori, organizzatori e responsabili. Nel caso degli armeni, cooperarono con i turchi, rendendolo il più possibile “efficace” e “scientifico”.

Va premesso che, quando Gran Bretagna e Francia amministrarono i paesi islamici loro sottomessi, entrambe cercarono per lo più di strutturare forme di governo ispirate a quelle europee. Vennero così aboliti e smantellati gli istituti sociali, giuridici (corti coraniche), educativi (madrasse) e di mutuo soccorso della società islamica, vigenti colà da secoli. Questo provocò ulteriore risentimento da parte della popolazione musulmana locale, che nel frattempo, con orrore, vedeva per la prima volta iniziare a emanciparsi, e talora a prosperare, coloro da sempre considerati subalterni: ebrei e cristiani armeni, copti e assiri.

La Germania guglielmina, che pure governava alcune popolazioni islamiche – Togo, Camerun e Africa Orientale –, adattò un sistema di dominio diverso, ossia mantenne funzionanti le strutture di governo previste dall’islam. Il governo tedesco di quei territori si esercitava, cioè, attraverso il tradizionale governo islamico degli stessi. Tale attitudine tedesca (“Islampolitik”), ovviamente, era funzionale a destabilizzare gli imperi coloniali britannico e francese, in quanto mostrava ai suoi sudditi musulmani un apprezzamento dell’islam e maggiore considerazione, acuendo la rabbia popolare contro Francia, Gran Bretagna e dhimmi.

Tali dinamiche fecero sì che, se da una parte non pochi leader religiosi islamici simpatizzarono per la causa tedesca e per la politicizzazione “tedesca” dell’islam, al contempo i dipartimenti di arabistica e di islamistica fiorirono nelle università tedesche, con la creazione di mensili, biblioteche e gruppi di discussione volti al medesimo fine. Molti islamologi tedeschi appoggiarono entusiasticamente, per il “bene” e la prosperità della nazione germanica, tale politicizzazione “geneticamente modificata” dell’islam. Soltanto poche voci accademiche, ancorché molto autorevoli, si levarono nettamente contrarie a questo eccitamento politico-bellico-religioso, poiché ritennero che ciò avrebbe contribuito a creare un mostro (così il danese Christiaan Snouck Hurgronje).

Tornando anche al Genocidio armeno, non stupisce che l’11 novembre 1914 l’ottomano Urguplu Hayri (Shayk al-Islàm) abbia promulgato cinque fatwa rivolte ai musulmani di tutto il mondo di mobilitazione al jihad. Tre giorni dopo, in nome del Sultano-Califfo Mehmed V il decreto venne letto pubblicamente dinanzi alle folle nella grande Moschea Fatih di Costantinopoli. L’idea era stata concertata insieme tra leader turchi e ufficiali tedeschi. Il capo del gabinetto militare tedesco, Helmuth von Moltke, ordinò di “risvegliare il fanatismo islamico” contro i nemici della Germania. Sempre nel 1914 l’islamologo tedesco Carl Heinrich Becker, all’epoca professore a Bonn, pubblicò una brochure intitolata Deutschland und der Islam (la Germania e l’islam), in cui asseriva che l’islam era il tallone di Achille per Russia, Gran Bretagna, Francia, ravvisando in esso, da parte tedesca, un fattore ausiliario di “guerra internazionale”.

Un popolo fiero e martire
Gli armeni, popolo fiero e martire, dovettero subire nell’infuriare del Genocidio entrambi questi nemici tra loro alleati. Il Genocidio armeno fu il primo caso in cui le politiche tedesche sull’islam trovarono eco, appoggio e connivenze da parte islamica; il secondo fu la Shoah.

Se la colpa degli ebrei, a detta dei nazisti, fu l’essere nati, agli armeni, almeno formalmente, il Sultano, i Giovani Turchi e migliaia di loro sostenitori e silenti alleati lasciarono una scelta, spesso poi non rispettata: quella tra la morte e la conversione all’islam. Gli armeni, per lo più, scelsero il cristianesimo e, dunque, la morte. Il “no” corrispose al martirio di un popolo, nobile, geniale, cosmopolita, ricco di dignità, un fiero popolo cristiano. Il più antico al mondo.

La perversa attitudine turco-islamica permise la salvezza a molti bambini orfani armeni, che furono poi “turchizzati” e “islamizzati” (e spesso ridotti anche in schiavitù). Anche questo non accadde ai bambini ebrei, privati di scelta e destinati ai crematori. La turchizzazione e l’islamizzazione dei bambini armeni durante e in seguito al Genocidio è un’ulteriore pagina nera della storia, dato che vi furono orfanotrofi che i Turchi predisposero a tal fine, con violenze inaudite e pressioni psicologiche tremende. Alcuni bambini scelsero la morte anziché negare l’identità loro e dei propri padri e abiurare la fede cristiana. Infine, alle donne armene, avviate con marce della morte verso il deserto siro-iracheno, la “soluzione finale” per gli armeni, fu riservata una sorte orrenda da parte dei loro sciagurati aguzzini turchi e curdi che commisero stupri pubblici e reiterati di vecchie e di bambine, di figlie dinanzi alle madre e viceversa. Molte morirono così.

Resta un fatto, però, poco studiato e non sufficientemente compreso e apprezzato, ma decisivo: nonostante il Genocidio armeno e la Shoah, il popolo armeno è ancora grandemente credente, parimenti il popolo ebraico. Esiste l’Armenia – e il Nagorno Karabakh – ed esiste Israele.

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Parlamento turco: fischi e rimbrotti verso il deputato armeno che ricorda il genocidio /Asianews.it 23.04.16)

Ankara (AsiaNews) – Garo Paylan, deputato di origine armena del gruppo parlamentare del Partito popolare democratico (filo-curdo), ha aperto il suo discorso all’Assemblea nazionale turca (v. foto 1), pronunciando la parola “Salve” in armeno (“Parev”), riportando alla memoria del Paese il 101mo anniversario del genocidio armeno, iniziato nel 1915. Il suo discorso si è tenuto due giorni fa ad Ankara, in prossimità della giornata che ricorda il genocidio armeno, fissata per il 24 aprile.   Il genocidio ha causato lo sterminio quasi totale della popolazione armena, deportando verso i deserti siriani ed iracheni i pochi “avanzi della spada”. Grazie alla fine della Prima guerra mondiale e alla sconfitta dell’impero ottomano, i pochi sopravvissuti ricostituirono quella che oggi è la diaspora armena nel mondo. Tale diaspora è composta dai nipoti e discendenti di quei sopravvissuti – orfani e vedove scheletriti, quasi senza più sembianze umane – che ancora oggi lottano affinché la Turchia fermi la falsificazione storica ed il suo negazionismo di Stato. Ancora oggi, infatti, Il governo turco si rifiuta di riconoscere il genocidio ai danni degli armeni, e questa è una delle cause di tensione tra Unione europea e Turchia, come pure con la Santa Sede. I tribunali turchi condannano al carcere fino a tre anni chiunque pronunci il genocidio armeno in pubblico.

I turchi di origine armena, gli armeni della diaspora e molti Paesi nel mondo spingono Ankara a riconoscere il “Grande Male” dello sterminio e a chiedere perdono.

Il deputato Garo Paylan ha chiesto al governo “di aprire un’indagine” relativa “all’uccisione dei 13 deputati armeni del Parlamento turco nel 1915”, assassinati nelle modalità più barbare solo perché armeni, nonostante fossero coperti da immunità parrlamentare.

“Uno ogni due cittadini in queste terre era armeno o in parte armeno” ha ricordato il deputato Garo Paylan. “Voi – ha continuato – cercate di giustificare gli avvenimenti con la scusa della guerra”.

“Ammettiamo che ci fosse stata davvero la guerra fra armeni e turchi” ha detto Paylan “ammettiamo per ipotesi che ci fossero stati alcuni armeni passati al campo russo. Che colpa ne aveva l’intera popolazione? Perché sterminare i bambini, le donne, gli anziani in zone lontane migliaia di chilometri dal confine russo-turco?”.

“Io sono qui” ha ricordato Garo Paylan “perché un vicino di casa turco ha voluto salvare nascondendo a casa sua a Malatya, mio nonno allora bambino”.

Alcuni nazionalisti turchi in aula hanno cercato di coprire l’intervento del deputato cristiano, durato 6 minuti. Ma egli continuando, ha mostrato una ad una le foto dei deputati ottomani armeni uccissi durante il genocidio del 1915 (v. foto 2):  Krikor Zohrab, deputato di Istanbul; Bedros Haladjian, deputato di Istanbul; Nazaret Daghavarian, deputato di Sivas; Garabed Pashaian, deputato di Sivas; Ohannes Seringulian, deputato di Erzurum; Onnik Tersekian, deputato di Van; Hampartsum Boyadjian, deputato di Kozan; Vahan Papazian, deputato di Van; Hagop Babikian, deputato di Terkidg; Karekin Pasdermedjian, deputato di Erzurum; Kegham Der Garabedian, deputato di Mush; Hagop Boyadjian, deputato di Terkidag;  Artin Boshgezenian, deputato di Aleppo. Di ognuno egli ha dato brevi dettagli sul loro tragico destino durante il Genocidio.

Il deputato armeno ha condannato il fatto che molte strade, piazze, scuole ed ospedali sono dedicati ai nomi dei perpetratori del Genocidio. “Potete immaginare – ha detto – di recarvi in Germania e passeggiare in una via dedicata ad Adolf Hitler?”.

Paylan non ha detto che i perpetratori hanno anche i loro mausolei su una  collina di Istanbul, dove sono sepolti come eroi.

Alla fine della presentazione, i fischi dei nazionalisti turchi, sono stati coperti da un coro di applausi da parte dei deputati curdi, e Garo Paylaan ha concluso, come aveva esordito, in lingua armena dicendo: “Azdvaz irentz Hokin Lusavore”, “Che Dio copra di luce le loro anime”. (PB)

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Turchia, deputato armeno parla del genocidio, contestato (AGI 23.04.16)

Roma – Garo Paylan, deputato di origine armena del gruppo parlamentare del Partito popolare democratico (filo-curdo), ha aperto il suo discorso all’Assemblea nazionale turca, pronunciando la parola “Salve” in armeno (“Parev”), riportando alla memoria del Paese il 101mo anniversario del genocidio armeno, iniziato nel 1915. Il suo discorso – scrive Asianews – si e’ tenuto due giorni fa ad Ankara, in prossimita’ della giornata che ricorda il genocidio armeno, fissata per il 24 aprile. Il genocidio ha causato lo sterminio quasi totale della popolazione armena, deportando verso i deserti siriani ed iracheni i pochi “avanzi della spada”. Grazie alla fine della Prima guerra mondiale e alla sconfitta dell’impero ottomano, i pochi sopravvissuti ricostituirono quella che oggi e’ la diaspora armena nel mondo. Tale diaspora e’ composta dai nipoti e discendenti di quei sopravvissuti – orfani e vedove scheletriti, quasi senza piu’ sembianze umane – che ancora oggi lottano affinche’ la Turchia fermi la falsificazione storica ed il suo negazionismo di Stato. Ancora oggi, infatti, il governo turco si rifiuta di riconoscere il genocidio ai danni degli armeni, e questa e’ una delle cause di tensione tra Unione europea e Turchia, come pure con la Santa Sede. I tribunali turchi condannano al carcere fino a tre anni chiunque pronunci il genocidio armeno in pubblico. I turchi di origine armena, gli armeni della diaspora e molti Paesi nel mondo spingono Ankara a riconoscere il “Grande Male” dello sterminio e a chiedere perdono.

Il deputato Garo Paylan ha chiesto al governo “di aprire un’indagine” relativa “all’uccisione dei 13 deputati armeni del Parlamento turco nel 1915”, assassinati nelle modalita’ piu’ barbare solo perche’ armeni, nonostante fossero coperti da immunita’ parlamentare. “Uno ogni due cittadini in queste terre era armeno o in parte armeno” ha ricordato il deputato Garo Paylan. “Voi – ha continuato – cercate di giustificare gli avvenimenti con la scusa della guerra”. “Ammettiamo che ci fosse stata davvero la guerra fra armeni e turchi” ha detto Paylan “ammettiamo per ipotesi che ci fossero stati alcuni armeni passati al campo russo. Che colpa ne aveva l’intera popolazione? Perche’ sterminare i bambini, le donne, gli anziani in zone lontane migliaia di chilometri dal confine russo-turco?”. “Io sono qui” ha ricordato Garo Paylan “perche’ un vicino di casa turco ha voluto salvare nascondendo a casa sua a Malatya, mio nonno allora bambino”. Alcuni nazionalisti turchi in aula hanno cercato di coprire l’intervento del deputato cristiano, durato 6 minuti. Ma egli continuando, ha mostrato una ad una le foto dei deputati ottomani armeni uccissi durante il genocidio del 1915. Di ognuno egli ha dato brevi dettagli sul loro tragico destino durante il Genocidio.

Il deputato ha condannato il fatto che molte strade, piazze, scuole ed ospedali sono dedicati ai nomi dei perpetratori del Genocidio. “Potete immaginare – ha detto – di recarvi in Germania e passeggiare in una via dedicata ad Adolf Hitler?”. Paylan non ha detto che i perpetratori hanno anche i loro mausolei su una collina di Istanbul, dove sono sepolti come eroi. Alla fine della presentazione, i fischi dei nazionalisti turchi, sono stati coperti da un coro di applausi da parte dei deputati curdi, e Garo Paylaan ha concluso, come aveva esordito, in lingua armena dicendo: “Azdvaz irentz Hokin Lusavore”, “Che Dio copra di luce le loro anime”. (AGI)

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