Armenia, battuta d’arresto a Gyumri per Pashinyan (Osservatorio Balcani e Caucaso 03.04.25)

Domenica scorsa si sono tenute le amministrative a Gyumri, seconda città dell’Armenia: affluenza in crescita, ma nessun partito emerge con la maggioranza assoluta. Benché locali, queste elezioni hanno rilevanza nazionale in vista delle parlamentari del 2026

03/04/2025 –  Onnik James Krikorian

Domenica scorsa, la seconda città dell’Armenia, Gyumri, si è recata alle urne per eleggere un nuovo Consiglio comunale che avrebbe poi scelto un sindaco. Lo stesso giorno, si sono tenute le elezioni nel villaggio di Parakar vicino alla capitale, Yerevan. Entrambi i voti sono considerati un’indicazione del sostegno al primo ministro armeno Nikol Pashinyan dopo le elezioni del Consiglio comunale di Yerevan di settembre 2023.

Allora il candidato governativo, Tigran Avinyan, era emerso vittorioso grazie ad un accordo con un controverso videoblogger attualmente detenuto negli Stati Uniti dall’ufficio Immigration and Customs Enforcement (ICE).

Con il sostegno a Pashinyan intorno all’11% secondo un sondaggio condotto a gennaio, e le parlamentari all’orizzonte l’anno prossimo, queste due elezioni locali hanno rilevanza nazionale.

Come è successo a Yerevan nel 2023 con Avinyan, anche Sarik Minasyan del partito di governo “Contratto civile” non è riuscito a superare la soglia del 50% + 1 necessaria per ottenere una vittoria assoluta.

Con 16.938 voti, ovvero il 36,21%, Minasyan avrebbe bisogno del sostegno di altri partiti per diventare primo cittadino. Un controverso ex sindaco, Vardan Ghukasyan, rappresentante del Partito comunista, è secondo con il 20,5% dei voti e Martun Grigoryan di “La nostra alleanza cittadina”, non iscritto ad un partito di opposizione in parlamento, segue con il 15,5%. Ruben Mkhitaryan di “La mia forte comunità” e Karen Simonyan di “Madre Armenia” chiudono con rispettivamente il 7,9 e il 6,11%.

Mentre gli ultimi due partiti hanno affermato che avrebbero sostenuto Ghukasyan, alla fine Grigoryan non è stato così disponibile. Nel 2014, il nipote di Ghukasyan è stato condannato a 17 anni di prigione per aver ucciso uno stretto collaboratore di Grigoryan e averne ferito un altro in quella che è stata descritta come una “faida familiare”.

I media armeni hanno riferito che era irraggiungibile e che il suo staff si è rifiutato di rispondere alle telefonate. Il suo sostegno sarebbe determinante, poiché “Contratto civile” avrebbe solo 14 dei 33 seggi nel Consiglio degli anziani. Ghukasyan ne ha 8 e tutti gli altri ne hanno 11.

Ghukasyan, che è stato sindaco di Gyumri nel 1999-2012, è stato spesso accusato di corruzione e la sua famiglia di vari atti criminali, spesso con ricorso alla violenza per difendere i propri interessi commerciali.

Prima del voto, Ghukasyan e la sua guardia del corpo sono stati temporaneamente trattenuti dalla polizia con l’accusa di possesso illegale di armi da fuoco e munizioni. Un presunto video di un parente adolescente di Ghukasyan è stato diffuso anche da una ONG filogovernativa che lo accusa di aver abusato sessualmente di una ragazzina con i suoi amici.

L’opposizione sostiene che l’esito di Gyumri dimostra che Pashinyan dovrà affrontare una dura lotta nelle parlamentari previste per metà del 2026. I suoi sostenitori, tuttavia, ricordano ai critici che anche quando il “Contratto civile” ha vinto le elezioni anticipate nel 2021, ha perso le elezioni a Gyumri solo pochi mesi dopo. Da allora, il comune è travolto dalle polemiche, e Pashinyan ha nominato Sarik Minasyan sindaco ad interim alla fine dell’anno scorso.

Forse prevedendo di non riuscire a ottenere una vittoria assoluta, anche l’Alleanza europea, un insieme di partiti extraparlamentari e attivisti civili pro-UE, si è candidata alle elezioni tenutesi nel fine settimana.

L’approvazione la scorsa settimana da parte dell’Assemblea nazionale di un disegno di legge in gran parte simbolico verso l’adesione all’UE è arrivata dal gruppo ritenuto vicino a Pashinyan. Non sono riusciti però a ottenere abbastanza voti per superare la soglia necessaria per vincere un seggio nel Consiglio degli anziani.

Da notare che Gyumri ospita anche la 102a base militare russa.

Nel frattempo, a Parakar, “Contratto civile” ha perso contro il partito “Paese di residenza” che ha vinto con oltre il 56%. L’analista politico Suren Surenyants, il cui partito ha corso a Gyumri senza vincere alcun seggio, ha scritto su Facebook che l’esito delle elezioni locali ha segnato l’inizio della fine del mandato di Pashinyan.

Ovviamente, è ancora troppo presto per dirlo, anche se un veterano del partito di governo ha ammesso che il suo partito non riuscirà a governare Gyumri. L’opposizione sostiene che il governo aumenterà la pressione sulle autorità locali controllate dall’opposizione con l’avvicinarsi delle elezioni parlamentari.

Il 1° aprile è stato avviato un procedimento penale nei confronti di Ghukasyan per una registrazione trapelata quattro giorni prima del voto, che avrebbe dimostrato il suo tentativo di influenzare l’esito del voto tramite coercizione.

L’esito elettorale potrebbe anche far suonare campanelli d’allarme sia a Yerevan che, forse, anche a Baku. Con il testo di un accordo di pace finalizzato, ora ci si chiede se Pashinyan potrà vincere le elezioni del 2026 o indire, per non parlare di vincere, il referendum necessario per cambiare la costituzione.

Uno scandalo è scoppiato a Gyumri quando il deputato parlamentare del “Contratto civile” Vilen Gabrielyan ha aggredito verbalmente un giornalista dopo la chiusura delle urne. Durante l’incidente, Gabrielyan avrebbe rifiutato di accettare le richieste di dimissioni affermando che non ce n’era bisogno in quanto ci sarebbe stato un cambio di regime nel 2026.

Gabrielyan si è poi dimesso insieme con un parlamentare dell’opposizione, Artur Khachaturian, sostenendo che è stato quel commento, sebbene probabilmente fatto in modo sarcastico, a spingerlo a scusarsi e rinunciare al suo seggio nell’Assemblea nazionale.

“Molti ora attendono gli sviluppi post-elettorali”, ha scritto su Facebook il politico d’opposizione Avetik Chalabyan.

Pashinyan, tuttavia, ha dato un’interpretazione più positiva ai risultati di Gyumri e Parakar. “Ogni cittadino della Repubblica di Armenia ha la possibilità di compiere liberamente una scelta. La scelta dei cittadini è la nostra legge. Mi congratulo con tutte le forze politiche e i candidati che hanno ottenuto la fiducia dei cittadini e hanno vinto alle elezioni”, ha affermato Pashinyan in una dichiarazione scritta.

L’affluenza a Gyumri è stata più alta che in passato. Dei 109.453 elettori registrati, nel 2021 aveva partecipato solo il 24%, questa volta il 42,68%.

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L’Armenia vuol fare la pace con l’Azerbaigian e sogna di entrare in Europa (Lifegate 03.04.25)

Trovato un accordo sul testo del trattato di pace con Baku, che non è ancora stato firmato e presuppone grosse concessioni da parte di Erevan. Intanto il parlamento approva un disegno di legge per la richiesta di adesione all’Ue.

In Armenia si sta scrivendo un nuovo capitolo di storia. Questo paese del Caucaso meridionale di circa tre milioni di abitanti, ex repubblica sovietica, sta attraversando alcuni cambiamenti di portata potenzialmente epocale. Il primo riguarda un possibile trattato di pace con il confinante Azerbaigian. L’altro, un possibile avvicinamento all’Unione europea. Obiettivi difficili da raggiungere in entrambi i casi. Ma che potrebbero cambiare radicalmente gli equilibri dell’intera regione.

L’accordo sul testo per il trattato di pace

Il 13 marzo Azerbaigian e Armenia hanno fatto sapere di aver raggiunto un accordo sul testo del trattato di pace, che non è ancora stato firmato.

I due paesi sono in guerra da oltre tre decenni per il territorio conteso del Nagorno Karabakh (Artsakh, in armeno), da sempre al centro di dominazioni e conquiste, storicamente abitato in prevalenza da armeni, ma assegnato da Stalin all’Azerbaigian nel 1921. Con il crollo dell’Unione Sovietica, la maggioranza armena, con il sostegno del vicino stato armeno, iniziò a rivendicare l’indipendenza dall’Azerbaigian e la riunificazione con Erevan.

All’inizio degli anni Novanta le tensioni sfociarono nella prima guerra del Nagorno Karabakh che causò più di 30mila vittime e portò la maggioranza armena a dichiarare la nascita della Repubblica dell’Artsakh, mai riconosciuta dalla comunità internazionale, né da Baku. Dopo la seconda guerra del Nagorno Karabakh, condotta nell’autunno del 2020 e conclusasi con un cessate il fuoco sul quale avrebbe dovuto vegliare la Russia, nel settembre 2023 l’Azerbaigian, con un’offensiva lampo, ha ripreso il pieno possesso del territorio, provocando un esodo totale della popolazione armena che vari osservatori internazionali e l’Unione europea hanno definito una pulizia etnica condotta dall’Azerbaigian.

Ora, con l’intesa raggiunta sul testo del trattato di pace, la riconciliazione tra Baku e Erevan non è mai stata così vicina.

La situazione in Nagorno-Karabakh
Manifestanti contro la situazione in Nagorno-Karabakh nel 2023 © Karen Minasyan/AFP via Getty Images

Perché la firma del trattato è ancora lontana

Dopo l’iniziale entusiasmo per la notizia, un’analisi più attenta rivela però che la firma sul trattato di pace è ancora molto lontana. “A mio avviso, i passi per arrivare realmente alla firma del trattato sono tanti, lunghi e pieni di ostacoli”, ha spiegato a LifeGate Cesare Figari Barberis, esperto di politica del Caucaso, ricercatore post-doc presso l’Università di Leiden, nei Paesi Bassi. Da quanto si apprende, il testo dell’accordo è composto da diciassette punti, quindici dei quali erano già stati approvati in precedenza.

Il vero nodo da sciogliere riguarda ora due questioni, sulle quali l’Armenia ha evidentemente fatto importanti concessioni:

  • la prima sulla dissoluzione del cosiddetto Gruppo di Minsk, un organismo dell’Osce guidato da Francia, Russia e Stati Uniti, nato per mediare il conflitto;
  • la seconda sulla Costituzione armena, che contiene dei riferimenti alla riunificazione con il Nagorno Karabakh. E per questo andrebbe cambiata.

“Secondo l’Azerbaijan, la costituzione armena rivendica ancora il Karabakh, quindi la questione non può dirsi definitivamente chiusa finché non verrà modificata – dice Cesare Figari Barberis –. Ma cambiare la costituzione non è semplice: bisognerebbe passare attraverso un referendum popolare, che non si terrebbe prima del 2026. E non è scontato che la popolazione armena lo approvi”.

Finché non saranno risolti questi due punti, quindi, sarà difficile vedere la firma sul trattato di pace. E mentre Erevan lavora per risolvere le tensioni con l’Azerbaigian, al contempo punta anche a rafforzare i rapporti con Bruxelles.

Il progetto di adesione all’Unione europea

L’altro cambiamento potenzialmente epocale riguarda la volontà dell’Armenia di aderire all’Unione europea. Il parlamento armeno infatti ha appena approvato un disegno di legge per la richiesta di adesione all’Ue. Il testo è stato approvato in seconda e ultima lettura con 64 voti a favore e sette contrari.

 

Ciò avviene in un momento in cui Erevan sembra allontanarsi da Mosca, suo storico alleato nella regione, accusandola di non aver fatto abbastanza nel conflitto con l’Azerbaigian. Lo strappo è iniziato dopo la sconfitta dell’Armenia nella seconda guerra del Nagorno-Karabakh nel 2020 e si è aggravato per il mancato sostegno della Russia e dell’Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva, guidata a Mosca, durante gli attacchi azeri del 2021 e 2022.

La risposta della Russia non si è fatta attendere. “Comprendiamo che, se l’Armenia si sta avvicinando all’Europa, sarà inevitabilmente necessaria una revisione complessiva delle nostre relazioni economiche con il paese. Purtroppo, questo avrà un impatto sul tenore di vita in Armenia, cosa che vorremmo davvero evitare”, ha detto il ​​vice primo ministro russo Aleksej Overchuk.

Un paese ancora dipendente da Mosca

Nonostante gli sforzi del primo ministro armeno Nikol Pashinyan di avvicinare politicamente il paese all’Occidente, l’Armenia è ancora economicamente dipendente dalla Russia, con un volume d’affari significativamente più alto rispetto a quello tra Armenia e Bruxelles.

La Russia infatti è il primo partner commerciale di Erevan e nel 2023 l’Armenia ha esportato in Russia beni per un valore di 3,4 miliardi di dollari. Inoltre, sebbene in leggero calo, nel 2023 quasi il 70 per cento delle rimesse affluite nel paese provenivano dalla Russia.

A ciò si aggiunge il fatto che l’Armenia è attualmente membro dell’Unione economica eurasiatica (Uee) insieme a Russia, Bielorussia, Kazakistan e Kirghizistan, e l’eventuale adesione all’Ue richiederebbe l’uscita da questa unione economica.

Perché l’ingresso dell’Armenia nell’Ue è poco probabile

Unione Europea
L’ingresso dell’Armenia nell’Ue sembra ancora molto lontano © Guillaume Périgois/Unsplash

“L’adesione dell’Armenia all’Unione europea dipende da tre fattori chiave – ha commentato a LifeGate Cesare Figari Barberis, esperto di politica del Caucaso –, primo, dalla volontà politica di Erevan, che sembra comunque forte e mi aspetto che prosegua finché il primo ministro Pashinyan o il suo partito rimarranno al potere: lo smarcamento dalla Russia ormai è evidente. Tuttavia, se dovesse vincere l’opposizione più filorussa, sul lungo termine potrebbe avvenire un riavvicinamento a Mosca. Secondo, dal lungo e complesso processo burocratico: l’Armenia dovrebbe implementare riforme strutturali per adeguarsi agli standard Ue, un percorso che richiede tempo e maggioranze parlamentari solide. Terzo, dalla volontà dell’Ue stessa di accogliere l’Armenia, che al momento sembra assente.

Neppure la Georgia è così vicina all’ingresso nell’Unione europea: anche prima dello sbilanciamento di Tbilisi verso la Russia, quando il partito al governo Sogno Georgiano era fortemente pro-europeo, Bruxelles non ha fatto granché per avere la Georgia in Ue. Secondo me, la Georgia e l’Armenia non entreranno mai nell’Unione europea finché non entrerà anche la Turchia: solo così si creerebbe una continuità territoriale tra Grecia, Turchia, Georgia e Armenia. Diversamente, avere la Georgia e l’Armenia così isolate, nel Caucaso, tra l’altro con un confine con l’Iran, sarebbe un po’ complicato. Infine l’Armenia continua a essere percepita da alcuni Paesi europei come troppo legata alla Russia: un ostacolo che potrebbe rendere il suo ingresso improbabile nel breve e medio termine”.

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Perché non ci sono armeni in Karabakh? (Osservatorio Balcani e Caucaso 02.04.25)

La pulizia etnica ai danni della comunità armena del Nagorno Karabakh, perpetrata dall’Azerbaijan e culminata con la guerra lampo del settembre 2023, è stata analizzata da un gruppo di ong che ha prodotto un report dal titolo: “Perché non ci sono armeni in Karabakh?”. Un’analisi

02/04/2025 –  Marilisa Lorusso

Il testo dell’”Accordo sulla pace e l’istituzione di relazioni interstatali tra la Repubblica di Armenia e la Repubblica dell’Azerbaijan” non è ancora noto. Si sa che l’accordo è in 17 punti, e i due paesi dovranno firmarlo e poi ratificarlo.

Questo processo potrebbe essere non meno difficoltoso della stesura del testo, che non è stato accompagnato da un dibattito pubblico nei due paesi. Dibattito necessario per la riconciliazione, per la convivenza pacifica dei due popoli lungo i confini da delimitare e demarcare, e ancora di più in quello che fu il Nagorno Karabakh e che dal 2021 è la Regione Economica del Karabakh.

A metà marzo il ministro degli Esteri armeno Ararat Mirzonyan ha dichiarato  : “Voglio dire molto direttamente che al momento non vedo le condizioni per gli armeni del Nagorno Karabakh per tornare nella loro patria, nelle loro case e per vivere in sicurezza. E, francamente, non vedo alcuno sforzo da parte dell’Azerbaijan per garantire queste condizioni.”

Dopo la prima guerra del Karabakh, nessun azero aveva fatto ritorno. Il Grande Ritorno, il re-insediamento degli azeri in Karabakh e nelle regioni limitrofe, è stato conseguenza della riconquista. Dopo la seconda guerra del Karabakh, nessun armeno ha fatto ritorno, e potrebbe non farlo come conseguenza del processo di pace. Due esodi forzosi e mutualmente escludenti.

Sul secondo esodo uno studio congiunto di numerose ONG ha prodotto un report che ricostruisce cosa è successo dal 2020 al 2023, intitolato significativamente “Perché non ci sono armeni in Karabakh?  ”.

La risposta è che c’è stata una campagna di pulizia etnica perpetrata sistematicamente per tre anni, che ha portato l’intera popolazione a non considerare plausibile la proposta formale dell’Azerbaijan di rimanere sul territorio accettando la cittadinanza azera.

Il report divide il processo in tre fasi: dalla fine della guerra dei 44 giorni all’inizio del blocco, il blocco di quanto era rimasto del Karabakh, la riconquista finale e l’esodo conclusivo.

Dal cessate il fuoco al blocco (novembre 2020- novembre 2022)

Dopo il cessate il fuoco del 10 novembre 2020 le forze azere di stanza vicino alle comunità armene hanno intrapreso un’intimidazione sistematica della popolazione locale. Le sparatorie regolari hanno preso di mira aree residenziali, agricoltori e attrezzature agricole, soprattutto in villaggi come Mkhitarashen, Shosh e Taghavard. I civili sono stati minacciati tramite altoparlanti e sottoposti a intimidazioni psicologiche.

Numerosi resoconti confermano l’uccisione di agricoltori e civili armeni, anche in presenza di peacekeeper russi, come documentato in un episodio a Martakert. La presenza dei peacekeeper russi aveva alimentato speranze di tutela e di possibilità di ritorno, e dopo la guerra numerosi armeni sono rientrati in Karabakh contando sul supporto militare russo.

Il contingente si è rivelato ininfluente verso le misure adottate dall’Azerbaijan. Non sono stati una forza di deterrenza per prevenire gli attacchi delle forze azere, tra cui l’occupazione di Hin Tagher e Khtsaberd nel dicembre 2020, che ha causato morti e prigionieri militari. Quando è stata chiesta protezione, i peacekeeper russi hanno consigliato agli armeni di andarsene.

Nel 2022 gli attacchi si sono intensificati, portando all’occupazione di villaggi come Parukh, costringendo la popolazione ad evacuare.

Le interruzioni della fornitura di gas hanno ulteriormente peggiorato le condizioni di vita, lasciando 120mila persone senza riscaldamento. Il silenzio del governo azero su questi episodi ripetuti con frequenza crescente suggerisce un’approvazione tacita.

Baku ha rafforzato questa realtà di esclusione attraverso una retorica revisionista e la cancellazione culturale. Il presidente Ilham Aliyev ha negato la presenza armena storica nel Nagorno Karabakh, sostenendo che le iscrizioni armene sulle antiche chiese erano falsificazioni. I monasteri di Spitak Khach e Dadivank sono stati riclassificati come chiese albanesi-udi. Cimiteri, ponti e siti culturali armeni sono stati demoliti.

Dal 2021 non è stato concesso ai giornalisti stranieri di entrare in Nagorno Karabakh, ottenendo così un controllo rigoroso della copertura mediatica della situazione.

Il blocco (dicembre 2022 – settembre 2023)

Nel dicembre 2022, Baku ha imposto un blocco di nove mesi sul corridoio di Lachin, tagliando fuori gli armeni rimasti nel Nagorno Karabakh. La crisi è iniziata con le proteste per le operazioni minerarie da parte di azeri in abiti civili.

Le forze di peacekeeping russe hanno riaperto brevemente la strada, ma questa è stata presto bloccata di nuovo dagli “attivisti ambientalisti” azeri, in seguito identificati come figure legate al governo. Nonostante il Nagorno Karabakh avesse sospeso le operazioni minerarie e richiesto la supervisione internazionale, il blocco è continuato.

Nell’aprile 2023, l’Azerbaijan ha sostituito i manifestanti con forze militari e ha installato un posto di blocco sul ponte di Hakari, rafforzando ulteriormente il controllo.

Il blocco ha creato una grave crisi umanitaria. In Karabakh poco alla volta è cominciato a mancare tutto. Alle forze di pace russe e alla Croce Rossa è stato occasionalmente consentito di consegnare aiuti e trasportare pazienti, ma le forniture erano insufficienti e spesso in ritardo.

Da giugno a settembre 2023, nessuna fornitura di cibo ha attraversato il posto di blocco azero, peggiorando la crisi. Il 90% degli alimenti proveniva dall’Armenia.

L’Azerbaijan ha interrotto le infrastrutture essenziali, tagliando le forniture di gas dall’Armenia nel dicembre 2022. Temporaneamente ripristinate, le forniture di gas sono state interrotte definitivamente nel marzo 2023.

L’elettricità è stata tagliata nel gennaio 2023, quando Baku ha bloccato le riparazioni di un cavo elettrico danneggiato, costringendo a fare affidamento sulle riserve in calo del bacino idrico di Sarsang.

Le autorità hanno imposto blackout a rotazione, inizialmente di quattro ore al giorno, in seguito estese a sei. Il 12 gennaio 2023, i cavi di comunicazione sono stati tagliati vicino a Shushi, ma l’accesso limitato è stato successivamente ripristinato dopo i negoziati.

Baku ha continuato il blocco in violazione della Dichiarazione trilaterale del 2020 e ha ignorato gli ordini della Corte internazionale di giustizia e della Corte europea dei diritti dell’uomo volti a garantire un passaggio sicuro attraverso il Corridoio di Lachin.

Il blocco ha causato una grave crisi umanitaria per assenza di cibo, combustibile, medicine. Si sono registrati attacchi agli agricoltori per impedire la produzione alimentare locale, ed è stato limitato l’accesso all’irrigazione.

Al momento dell’attacco finale, la popolazione era stremata.

Atto finale (19 settembre 2023)

Baku ha lanciato la riconquista totale dell’area con un’operazione durata meno di 24 ore, e iniziata dopopranzo il 19 settembre.

Il report nota che: “Non è stato fornito alcun preavviso ai civili per evacuare o cercare riparo. Non sono state adottate misure precauzionali per ridurre al minimo le perdite di vite umane accidentali e la missione di accertamento dei fatti ha documentato numerosi incidenti di bombardamenti indiscriminati in tutto il Nagorno Karabakh, che hanno causato vittime, anche tra i bambini. Inoltre, tutte le potenziali vie di fuga sono state prese di mira e i veicoli civili sono stati attaccati direttamente, con conseguenti perdite di vite umane e feriti.”

La popolazione si è trovata con il corridoio di Lachin ancora bloccato, e solo dopo qualche giorno è stato possibile iniziare un’evacuazione che ha preso la forma di un esito drammatico. Una coda di 80 chilometri è costata la vita a 69 persone, morte lungo il tragitto a causa di sfinimento, fame, emergenze mediche.

Una tragica esplosione al deposito di carburante di Haykazov, preso d’assalto il 25 settembre da una folla in panico di rimanere bloccata in Karabakh, ha causato 220 vittime e ne ha ferite gravemente altre 290, molte con ustioni estese. Circa 20 persone risultano ancora disperse.

Almeno 23 funzionari armeni, personale militare e civili sono stati arrestati dalle forze azere, tra cui i quindici fra politici e militari ancora sotto processo.

Dopo l’ondata di rifugiati armeni dalla Siria, Yerevan si è trovata a fronteggiare questo gigantesco, drammatico esodo cui ha fatto fronte alla bene e meglio.

Messa di fronte a quanto successo negli anni 2020-2023, Baku un po’ nega, un po’ rimarca che è quanto è stato fatto agli azeri durante e dopo la prima guerra del Karabakh. L’astio azero non è stato placato dalla vittoria, e le ingiustizie passate vengono ripagate con la stessa moneta.

E’ in corso un processo di firma di una pace, ma non una pacificazione. A un girone di astio, se ne è aggiunto un altro. Questo né scongiura una nuova guerra, né trasforma una possibile mancanza di combattimenti in una pace.

La strada verso la convivenza pacifica dei popoli separati – invece che uniti – da un attaccamento profondo e inamovibile al Karabakh – è ancora tutta in salita, ed è letteralmente piena di mine.

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Pasqua in Armenia (Malpensa24 02.04.25)

Conosciuta come Zatik, la Pasqua è una delle festività più sentite della Chiesa Apostolica Armena. Quest’anno, come in Italia, si celebra domenica 20 aprile, e rappresenta il momento ideale per scoprire l’Armenia, un paese in cui spiritualità e tradizione si fondono in un rito condiviso, autentico e ancora profondamente vissuto. Trascorrere la Pasqua in Armenia significa entrare in un tempo sospeso, dove la spiritualità si intreccia con la quotidianità, e la festa si riempie di gesti, sapori e riti che affondano le radici nella storia. Zatik non è solo una ricorrenza religiosa, ma un’esperienza culturale profonda, vissuta con intensità e partecipazione. Un invito a scoprire l’Armenia nel momento più autentico dell’anno, tra spiritualità, accoglienza e meraviglia.

Echmiadzin: cuore della fede armena

A soli 20 km dalla capitale Yerevan si trova Echmiadzin, la sede spirituale della Chiesa Apostolica Armena, oggi Patrimonio UNESCO. Qui, nella cattedrale fondata nel IV secolo dal patrono dell’Armenia, San Gregorio l’Illuminatore, e riaperta al pubblico nel settembre 2024 dopo un lungo restauro, si svolge la celebrazione pasquale più solenne e partecipata.

La liturgia, accompagnata da canti armeni di rara bellezza, si svolge in un’atmosfera suggestiva, tra affreschi antichi illuminati dalle candele e il movimento armonico del clero in paramenti ricamati e copricapi a cono neri. Al termine della messa, i fedeli si scambiano l’antico saluto pasquale: “Kristos haryav i merelots” – Cristo è risorto dai morti e “Orhnyale e haroutiunen Kristosi” – Benedetta è la rivelazione di Cristo.

La tavola della rinascita

La celebrazione prosegue a tavola, dove la Pasqua si trasforma in un momento di condivisione e memoria culinaria. Le famiglie si riuniscono per gustare piatti simbolici: pesce, uova sode, riso pilaf con frutta secca e l’Atsik, pietanza a base di grano che richiama il mistero della resurrezione: il chicco che muore per rinascere. Le uova colorate, spesso tinte con bucce di cipolla rossa, sono protagoniste del gioco pasquale più amato: la battaglia delle uova, in cui vince chi riesce a rompere l’uovo dell’avversario senza danneggiare il proprio. Un rito semplice e gioioso che aggiunge leggerezza a una giornata ricca di significato. La cucina pasquale armena racconta storie di fede, di natura e di stagioni che tornano. Spicca la trota Ishkhan, pescata nel Lago Sevan e servita con erbe aromatiche, e il riso pilaf, conviviale e simbolico, con l’uvetta che rappresenta i fedeli.

Non può mancare il vino, presente nei riti religiosi ma anche nei brindisi familiari: l’Armenia, non a caso, ospita la cantina vinicola più antica al mondo, scoperta nella grotta di Areni-1 e datata oltre 6.000 anni fa. E poi il lavash, il pane sottile e morbido simbolo di ospitalità e continuità culturale, riconosciuto dall’UNESCO come patrimonio immateriale dell’umanità.

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A Milano il «terrone» Ugo Rondinone e Anna Boghiguian (Il Giornale dell’Arte 02.04.25)

Gli ulivi candidi di Ugo Rondinone (Svizzera, 1964), con i loro rami nudi e i tronchi contorti e nodosi, hanno invaso l’elegantissima, composta corte d’onore della Villa Reale di Milano, dove si apre la Gam-Galleria d’Arte Moderna: sono parte della personale intitolata «terrone» curata da Caroline Corbetta per Milano Art Week (promossa da Milano|Cultura e Gam con Cms.Cultura, con il supporto di Banca Ifis, main sponsor) che dal 2 aprile al 6 luglio abita i preziosi spazi neoclassici della Villa. Il titolo brutale (e anacronistico, per fortuna) è stato voluto dall’artista che, nato a Brunnen da genitori lucani emigrati in Svizzera, dovette patire sulla sua pelle il bruciore della xenofobia fino a che, nel 1997, dopo gli studi all’Universität für Angewandte Kunst di Vienna, non si trasferì a New York. Lì vive tuttora e lì è diventato da tempo uno degli artisti più apprezzati della sua generazione. Con la fiera rivalsa, poi, di rappresentare nel 2007 (lui, figlio d’immigrati) la Confederazione Elvetica alla 52ma Biennale di Venezia, dove espose proprio i suoi «trees» nella Chiesa di San Stae.

L’emozionante mostra milanese, così consonante con gli spazi che la ospitano, ripercorre i suoi vissuti in un viaggio nella storia propria, e della sua famiglia, originaria di Matera, e nelle vicende che portarono nel mondo tanti italiani, in cerca di lavoro e di riscatto. Le collezioni dell’Ottocento della Gam gli hanno offerto più d’uno spunto, specie con «Il Quarto Stato» (1901) di Giuseppe Pellizza da Volpedo, in cui Rondinone riconosce la storia della sua famiglia (avevano in cucina la riproduzione di quel dipinto e il padre gli rammentava che lì erano le loro radici) e quella di un’intera stagione del nostro passato. Come contraltare a quel dipinto grandioso, dirimpetto a esso, Rondinone ha posto il lavoro site specific «the large alphabet of my mothers and fathers» (2024): un’installazione gigantesca in cui sono composti gli attrezzi, da lui trovati a Long Island, dei migranti, in larga parte italiani, che lì lavoravano la terra negli anni Venti del ’900. Li ha dorati, per manifestare la sacralità di cui sono intrisi, ma ha lasciato evidenti i segni dell’usura delle mani di chi li ha usati. Insieme, sono esposte alcune figure della serie «nudes», realizzate con cera e terra da lui raccolta in tutto il mondo, poste in dialogo silenzioso con le magnifiche cere di Medardo Rosso delle collezioni della Gam.

 

Ugo Rondinone, «Nude (xx)», 2010. © Studio Rondinone

Ugo Rondinone, «Nude (xxxxx)», 2010. © Studio Rondinone

 

Sempre per Milano Art Week sono esposte nella Gam anche le sculture inedite in marmo, e altri lavori recenti, dell’artista canadese-egiziana ma di origine armena Anna Boghiguian (Il Cairo, 1946) riunite dal 2 aprile al primo giugno nella mostra «The four faces of A man (I quattro volti di Un uomo)», curata da Edoardo Bonaspetti e scaturita dalla collaborazione con la Fondazione Henraux, che durante la scorsa edizione di miart ha conferito all’artista il premio Henraux Sculpture Commission 2024. Boghiguian, che lo scorso anno ha conseguito anche il ricchissimo Wolfgang Hahn Prize 2024, Colonia, e che nel 2015 vinse il Leone d’Oro per il miglior Padiglione nazionale (quello armeno) alla 56ma Biennale di Venezia, riflette nei suoi lavori su temi storici e politici, sul colonialismo e sulla condizione umana più in generale, riletti attraverso uno sguardo che coglie i nessi tra passato e presente, in quanto elementi di un ciclo di continua metamorfosi.

In mostra a Milano le sue prime quattro sculture in marmo realizzate con Henraux per questa mostra, che raffigurano altrettanti possibili volti umani riconfigurando precedenti teste in argilla che a loro volta nascevano da figure umane e da una sfinge (nella lingua degli antichi egizi «immagine vivente»), creatura mitologica che figura, con forme ibride e chimeriche, anche in tre altre sculture, di bronzo queste, che intendono offrirci protezione, «perché l’arte, spiega l’artista, ci viene incontro come una fonte vitale di energia, un processo di guarigione per l’anima e una forza per alleviare i dolori dell’esistenza».

A pochi passi di qui, infine, nel Museo di Storia Naturale, la mostra-installazione fotografica «Breathtaking» (dal 2 al 27 aprile) di Fabrizio Ferri che, attraverso i volti di famosi attori e attrici, allude al drammatico effetto delle plastiche negli oceani.

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Cosa (non) sappiamo sull’attentato a Papa Giovanni Paolo II (Il Giornale 02.04.25)

Chi c’era davvero dietro Alì Agca? Chi ha armato il terrorista turco considerato vicino agli estremisti di destra dei Lupi grigi? Ha agito da solo? C’entra davvero la «pista bulgara» ipotizzata dalla Procura romana del tempo, i cui protagonisti sono stati assolti per insufficienza di prove nei processi istruiti da Rosario Priore e Ilario Martella? O Agca è stato soltanto l’innesco di un meccanismo più grande che porta da Beirut all’Armenia, passando per Belgrado e Vienna?

Da settimane in Vaticano (ma non solo) si parla di un libro che sarà presentato domani alla Camera: la tesi di “Il Papa deve morire”, scritto dal ricercatore e scrittore milanese Ezio Gavazzeni per Paper First, la casa editrice del Fatto quotidiano, è quella anticipata dal Giornale nell’ottobre del 2023 e parte dalla scoperta di quasi 500 documenti desecretati che racconterebbero una storia molto diversa dietro i tre colpi di pistola sparati contro Giovanni Paolo II il 13 maggio 1981.

La tesi che viene fuori, nel giorno del ventesimo anniversario della morte di Karol Wojtyla, porta al temibile esercito segreto di liberazione dell’Armenia chiamato Asala. Una formazione terroristica con cui Agca sarebbe venuto in contatto attraverso il suo mentore (e trafficante di armi) Teslim Töre e con cui, secondo i documenti pubblicati nel libro, il nostro governo avrebbe trattato per evitare una recrudescenza nei rapporti con il Vaticano, che d’accordo con gli Usa e il Dipartimento di Stato americano e la regia di Henry Kissinger, dal 1975 al 1983 avrebbe esfiltrato fino a 20mila dissidenti armeni l’anno attraverso una quindicina di piccole pensioni a Roma (molte delle quali oggetto di strani attentati) «convenzionate con il ministero degli Interni».

Gli armeni lasciavano la nazione ancora nell’orbita sovietica in aereo, Spesati di ogni cosa e alloggiati. Il nome in codice dell’operazione era Safe Haven (rifugio sicuro), lo Stato italiano ne era informato e consapevole. Ma era anche disposto a trattare, cosa che avvenne tra il 1980 e il 1983, quando l’Italia avrebbe iniziato a negoziare un accordo con l’Asala a Beirut, con la mediazione del numero due Olp Abu Hol, grazie al generale Armando Sportelli, addetto militare in Libano e responsabile della 2° Divisione Sismi – il servizio segreto militare oggi Aise – a capo dell’Ufficio R, con la regia (e la firma finale) dell’allora ministro dell’Interno Oscar Luigi Scalfaro, che prevedeva la fine dell’intesa Usa-Vaticano e la chiusura degli alberghetti romani.

Leggendo i documenti originali pubblicati nel libro e risalenti al periodo 1975-1983, il gruppo terroristico Asala aveva scoperto il meccanismo di esfiltrazione dei dissidenti e minacciava di morte – ben oltre il 1981, l’anno dell’attentato – il Papa, le gerarchie ecclesiastiche e il governo italiano, che ruotava attraverso alcune associazioni in orbita vaticana e statunitense come Wcc (Consiglio Mondiale delle Chiese), Hias, Ucei, la Tolstoi Foundation (fondata dalla figlia dello scrittore Lev Tolstoi) e la Rav-Tov, che si occupava in modo principale di esfiltrare in patria gli ebrei. L’obiettivo dell’Asala era rivendicare le terre armene usurpate dai turchi durante il genocidio del 1915 e ricostruire la grande Armenia, per questo temeva l’emorragia della classe media dall’Urss armeno in favore degli Usa.

Legata al Fronte popolare di liberazione della Palestina di George Habash dal 1975, l’Asala ha rivendicato oltre 250 attentati che fecero 24 morti accertati in tutta Europa, da Madrid a Milano, tutti allo scopo di fermare il flusso degli armeni in Occidente. Tra le minacce di morte al Papa ce n’era una che aveva portato persino a «rinchiudere» temporaneamente il Papa a Castelgandolfo, circondata di posti di blocco e spiegamento di agenti.

Dai documenti si scoprirà che Mehmet Ali Agca è transitato da Belgrado nel marzo 1981 (due mesi prima dell’attentato) e non solo a Vienna, come risultava dalle indagini, e che nella città yugoslava si sarebbe presentato alla nostra ambasciata con un passaporto falso giordano per chiedere un visto, sentendosi rispondere di no dopo due informative di Farnesina e questura di Roma che avevano ricostruito i suoi contatti con Habash e persino con i Servizi israeliani di cui sarebbe stato pedina. Eppure di queste vicende nella ricostruzione giudiziaria e processuale non c’è traccia.

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A Palazzo Ducale Letizia Leonardi parla di cultura armena (Lagazzettadiluca 01.04.25)

Venerdì 4 aprile nella Sala Tobino di Palazzo Ducale la scrittrice e giornalista Letizia Leonardi, grande esperta di cultura armena, presenterà il suo libro “Yeghishe Charents. Vita inquieta di un poeta”. L’iniziativa, a ingresso libero, rientra nel calendario di eventi di 50 & Più Associazione provincia di Lcuca. Il libro, con la prefazione di Carlo Verdone, è l’intensa storia di uno dei più grandi poeti della letteratura armena. Testimone diretto degli orrori che la Prima Guerra Mondiale ha inferto al popolo armeno e vittima delle repressioni staliniste, morì misteriosamente a 40 anni, pagando con la vita l’espressione della sua disillusione dopo l’adesione al partito bolscevico.

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Il Premio Abbiati a Emmanuel Tjeknavorian (Orchestra Filarmonica di Milano 01/4/25)

Emmanuel Tjeknavorian, Direttore Musicale dell’Orchestra Sinfonica di Milano, l’Associazione Nazionale Critici Musicali ha assegnato il Premio Abbiati come Miglior Direttore. La giuria, presieduta da Angelo Foletto e composta dal direttivo dell’Associazione Nazionale dei Critici Musicali composto da Andrea Estero, Alessandro Cammarano, Carlo Fiore, Gianluigi Mattietti, Carla Moreni e Roberta Pedrotti e da sette critici eletti dagli iscritti fra i soci dell’Associazione, Attilio Cantore, Susanna Franchi, Cesare Galla, Giancarlo Landini, Gregorio Moppi, Alessandro Rigolli e Lorenzo Tozzi, ha deciso di attribuire questo prestigioso premio a Emmanuel Tjeknavorian, Direttore Musicale della nostra Orchestra da settembre 2024, coronando un percorso intrapreso da pochi mesi e che ha riscosso fin da subito l’unanime entusiasmo di pubblico e critica.

Queste le parole di Emmanuel Tjeknavorian:

Sono profondamente onorato di ricevere il Premio Abbiati come Miglior Direttore d’Orchestra. Questo riconoscimento non è solo un traguardo personale, ma una testimonianza dello straordinario percorso che ho intrapreso con l’Orchestra Sinfonica di Milano. In pochi mesi abbiamo costruito qualcosa di veramente speciale: un legame artistico alimentato da passione, fiducia e un’incessante ricerca dell’eccellenza musicale. Questo premio è un riflesso della dedizione condivisa e sono profondamente grato all’Orchestra e al nostro pubblico, il cui incrollabile sostegno ci ispira ogni giorno

Il Premio Abbiati a Tjeknavorian rappresenta per il secondo anno consecutivo il riconoscimento dell’Associazione Nazionale Critici Musicali nei confronti della Fondazione Orchestra Sinfonica e Coro Sinfonico di Milano Giuseppe Verdi.

Come afferma Ambra Redaelli, Presidente della Fondazione:
“Fin dal suo primo concerto come Direttore musicale designato, nel febbraio 2024, è stato evidente che con il M° Tjeknavorian avremmo intrapreso un percorso straordinario sotto ogni punto di vista. Nella Stagione in corso abbiamo avuto modo di ammirarne la statura di interprete, l’eccezionale qualità del lavoro condotto con l’orchestra, che ha saputo valorizzare e ispirare in ogni sezione, ma anche la visione, la disponibilità e l’empatia, qualità che gli hanno consentito di conquistare immediatamente tutto il nostro pubblico, a partire dai più giovani. Oggi, il Premio Abbiati che gli è stato assegnato come miglior direttore d’orchestra rappresenta un riconoscimento di eccezionale rilevanza, che, dopo il Premio speciale assegnato al ‘Festival Mahler’ nel 2024, conferma al massimo livello il valore artistico raggiunto dalla nostra Istituzione”.

La Chiesa avrà il primo santo della Papua Nuova Guinea e un vescovo martire armeno (Vatican News 31.03.25)

Saranno canonizzati Ignazio Choukrallah Maloyan, arcivescovo di Mardin degli Armeni, martire nel 1915 durante il genocidio armeno, e il laico Pietro To Rot, martire vissuto nel secolo scorso in terra papuana. Agli onori degli altari anche Maria del Monte Carmelo, fondatrice delle Suore Ancelle di Gesù: la religiosa sarà la prima santa del Venezuela. Verrà beatificato il sacerdote barese Carmelo De Palma e diventa venerabile il presbitero brasiliano Giuseppe Antonio Ibiapina

Tiziana Campisi – Città del Vaticano

La Chiesa avrà tre nuovi santi e un nuovo beato e da oggi anche un nuovo venerabile. Francesco ha autorizzato il Dicastero delle Cause dei Santi a promulgarne i decreti da lui firmati lo scorso 28 marzo e pubblicati oggi.

Ad essere canonizzati saranno Ignazio Choukrallah Maloyan, vescovo di Mardin degli Armeni, martire nel 1915 durante il genocidio armeno e il laico Pietro To Rot, dell’isola di Rakunai – Rabaul, nell’attuale Papua Nuova Guinea, catechista, vissuto nel secolo scorso, anche lui martire, ucciso per aver proseguito il suo apostolato nonostante il divieto imposto dai giapponesi durante la seconda guerra mondiale – che, insieme ad altre cause di beati, saranno inseriti nel futuro Concistoro che, come di prassi, riguarderà le prossime canonizzazioni – e Maria del Monte Carmelo, religiosa, fondatrice delle Serve di Gesù del Venezuela, che con amore ha svolto il suo servizio nelle parrocchie e nelle scuole, dedicandosi in particolare ai più bisognosi.

Sarà beatificato, poi, Carmelo De Palma, sacerdote diocesano, che ha svolto il suo ministero in Puglia tra la fine dell’Ottocento e il Novecento, e sono state riconosciute le virtù eroiche del servo di Dio Giuseppe Antonio Maria Ibiapina, sacerdote brasiliano vissuto nel XIX secolo, che per questo è venerabile.

Martire durante il genocidio del suo popolo

Ignazio Choukrallah Maloyan, nasce nel 1869 a Mardin, nell’odierna Turchia. Sin da bambino mostra di essere incline alla preghiera e nel 1883 entra nel convento di Bzommar, in Libano, sede dell’Istituto del Clero Patriarcale armeno. È ordinato sacerdote nel 1896 e viene chiamato Ignazio. Inviato ad Alessandria d’Egitto si distingue per la predicazione, in lingua araba e in turco, si dedica al ministero parrocchiale e allo studio dei testi sacri. Nominato vicario patriarcale del Cairo, prosegue la cura pastorale degli armeni, ma l’anno dopo torna ad Alessandria a causa di problemi agli occhi. Successivamente viene chiamato a Costantinopoli dal patriarca Boghos Bedros XII Sabbagghian che gli affida la sua segreteria personale, ma nel luglio del 1904 rientra ad Alessandria per farsi curare e continuare lì l’apostolato. Sei anni dopo è vicario patriarcale di Mardin. Nel 1911 partecipa a Roma al Sinodo dei vescovi armeni convocato per studiare la situazione creatasi in Turchia dopo l’avvento al potere del movimento dei Giovani Turchi: qui viene eletto arcivescovo di Mardin. Quindi intraprende la visita della sua diocesi, impegnandosi particolarmente nella formazione del clero. Dopo l’attentato di Sarajevo del 28 giugno 1914, preparatasi la Turchia ad entrare in guerra e registratisi arruolamenti forzati e vessazioni contro i cristiani e specialmente contro gli armeni, Maloyan collabora con le autorità, ma le chiese continuano a ricevere minacce e assalti, tanto, poi, da essere tutte perquisite. Il 3 giugno, festa del Corpus Domini, Maloyan viene arrestato insieme a 13 sacerdoti e ad altri 600 cristiani. Rifiutandosi di rinnegare la fede, vengono tutti giustiziati l’11 giugno 1915. Choukrallah Maloyan viene beatificato da Giovanni Paolo II il 7 ottobre 2001, anno centenario della cristianizzazione dell’Armenia, e la fama del suo martirio si diffonde rapidamente in tutto il mondo. Le sue parole e i suoi insegnamenti, soprattutto la sua carità e il perdono per i persecutori, sono considerati per l’intera Chiesa, nei suoi differenti riti, un valido e prezioso esempio per vivere la fedeltà al Vangelo anche nei momenti più difficili.

L’itinerario musicale dell’Ensemble Prometeo: un viaggio tra la tradizione russa e lo spirito armeno (Gaeta 31.3.25)

Giovedì 3 aprile, alle ore 20.30, il Teatro Sannazaro di Napoli ospiterà un concerto dell’Ensemble Prometeo, un evento organizzato per l’Associazione Alessandro Scarlatti sotto la presidenza di Oreste de Divitiis. Il programma musicale dell’ensemble promete di trasportare il pubblico in un viaggio sonoro che esplora il profondo legame tra le tradizioni musicali della Russia e dell’Armenia. Attraverso opere di compositori noti come SchostakovichArutiunianKhachaturian e Stravinsky, il concerto punta a mettere in evidenza la ricchezza espressiva della musica dell’Est.

Un concetto musicale che unisce culture

L’Ensemble, diretto artisticamente da Tommaso Rossi, presenta un’opportunità unica per conoscere composizioni meno frequentemente eseguite in Italia“Un concerto in cui la grande tradizione russa incontra lo spirito armeno”, così lo ha definito Rossi, illustrando l’importanza della fusione culturale che il programma intende perseguire. Il concerto si distingue per la scelta di pezzi dal forte impatto emotivo, elementi chiave della musica dell’Est europeo, in un’epoca in cui il dialogo musicale tra le diverse culture è sempre più significativo.

Il percorso musicale si aprirà con i “5 pezzi” di Dmitri Schostakovich, lavori caratterizzati da intensità e varietà espressiva. Seguirà il “Trio per violino, clarinetto e pianoforte” di Aram Khachaturian, un’opera che offre una raffinata fusione di melodie folk armene con stili classici. La “Suite per trio” di Alexander Arutiunian apporterà una freschezza ritmica, mentre il concerto si concluderà con la “Suite” da “L’histoire du Soldat” di Igor Stravinsky, nota per il suo linguaggio originale e innovativo. L’insieme di queste opere offre una sintesi della storia musicale di una vasta area geografica, mutevole nei suoi vari stili e nelle sue forme melodiche.

L’Ensemble Prometeo: un’accademia di talenti

Fondato nel 2009 all’interno della Fondazione Prometeo, l’Ensemble si distingue per l’elevato calibro dei suoi musicisti, molti dei quali sono solisti di spicco nella scena musicale italiana. Grazia Raimondi, primo violino in diverse orchestre di prestigio e oggi parte della Camerata Strumentale Città di Prato, contribuirà con le sue abilità tecniche e interpretative. Michele Marelli, clarinettista di formazione, è anche membro dell’ensemble MusikFabrik, noto per la sua passione nella musica contemporanea. D’altro canto, Ciro Longobardi, pianista e docente al Conservatorio di Salerno, ha ricevuto premi di rilevanza internazionale, come il Premio Kranichsteiner di Darmstadt.

Questi artisti, nel loro insieme, non solo eseguono i brani con grande maestria, ma sono anche portatori di una visione musicale che abbraccia l’innovazione e la tradizione. La loro dedizione per la musica dell’Est europeo si traduce in un concertato che pone in risalto la ricca varietà di stili e influenze, una qualità distintiva dell’Ensemble Prometeo.

Un concerto di forte impatto emotivo

Il concerto rappresenta un’importante occasione per il pubblico, non solo per ascoltare musiche di compositori di grande valore, ma anche per avvicinarsi a opere che difficilmente trovano spazio nei programmi delle sale da concerto. I musicisti hanno dichiarato che la base del programma è stata in parte ispirata dall’opera di Stravinsky, sottolineando come la composizione del maestro russo abbia influenzato il repertorio per trio. “A partire da questa consapevolezza, si è voluto creare un programma che non solo rappresentasse quelle influenze, ma anche mettesse in evidenza le singolarità di altri compositori di origini est-europee.”

Durante la performance, i contrasti ritmici e melodici tra le varie opere offriranno al pubblico un’esperienza sonora stimolante e commovente. Il linguaggio nervoso di Stravinsky troverà un equilibrio con la linearità melodica dei brani di Khachaturian e Arutiunian, creando un clima di ascolto che metterà in luce le diverse tradizioni e culture musicali.

Quest’evento si configura come un’importante occasione per celebrare la musica, testimoniando come essa possa fungere da ponte tra culture diverse, favorendo la comprensione e l’apprezzamento reciproco.

 

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