La Pasqua armena: un viaggio tra tradizioni, sapori e spiritualità nel 2025 (Gaeta.it 07.04.25)

La Pasqua armena, o Zatik, si celebra il 20 aprile 2025 con riti spirituali e tradizioni culinarie che uniscono comunità e cultura, riflettendo l’identità profonda del popolo armeno.

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La Pasqua, conosciuta in Armenia come Zatik, rappresenta una delle celebrazioni più autentiche e ricche di significato per il popolo armeno. Questo evento va oltre i confini di una semplice festività religiosa, trasformandosi in un’esperienza intensa che unisce spiritualitàstoria e tradizioni culinarie. Nel 2025, le celebrazioni si svolgeranno il 20 aprile, invitando visitatori e locali a riscoprire il patrimonio culturale di una nazione che affonda le radici in un passato millenario.

Zatik: la Pasqua armena tra religione e cultura

La Pasqua, o Zatik, in Armenia è un evento che suscita emozioni profonde e fervore religioso. La festività è caratterizzata da cerimonie sacre che riflettono la dedizione della popolazione alla propria fede. Gli abitanti di questa nazione celebrano Zatik in modo particolare, e la data del 20 aprile rappresenta un momento di ritrovo comunitario essenziale. Nel corso della celebrazione, è possibile assistere a liturgie che cantano di rinascita e speranza, portando i partecipanti a riflettere sull’importanza di tali valori nella vita quotidiana.

I riti pasquali non si limitano solo all’aspetto spirituale; coinvolgono anche una commistione di elementi culturali che caratterizzano l’identità armena. I canti liturgici, intrisi di storie antiche, risuonano nelle chiese, creando un’atmosfera di trascendenza. Ogni gesto, dall’accensione delle candele ai saluti tradizionali, come “Kristos haryav i merelots” , ha un significato specifico, rivelando l’intreccio tra fede e tradizione che accompagna i festeggiamenti.

Echmiadzin: centro spirituale e culturale

Echmiadzin rappresenta il cuore della devozione religiosa armena, situata a pochi chilometri da Yerevan. Questa città non è solo un punto di riferimento spirituale, ma anche un sito riconosciuto dall’UNESCO come Patrimonio dell’Umanità. La cittadella ospita la cattedrale fondata nel IV secolo da San Gregorio l’Illuminatore e durante le celebrazioni pasquali si trasforma in un fulcro di partecipazione e riflessione.

Nel 2025, i fedeli affolleranno le strade di Echmiadzin in occasione della messa pasquale, una celebrazione segnata da una liturgia ricca di simbolismi e canti che svelano la bellezza della tradizione religiosa armena. Il restauro della cattedrale avvenuto di recente permette ai visitatori di ammirare affreschi secolari immersi in un’illuminazione suggestiva, accentuata dal chiarore delle candele. Questa scelta architettonica non è coincidente; il calore del luogo invita alla meditazione e alla condivisione di momenti sacri, ulteriormente rinforzati dai segni di comunità e affetto.

La tavola armena: simbolo di condivisione e convivialità

Un aspetto fondamentale della Pasqua in Armenia è la celebrazione attorno alla tavola, dove ogni piatto racconta una storia di rinascita e speranza. Le famiglie si riuniscono per gustare specialità tradizionali, tra cui pesceuova sode e riso pilaf arricchito da frutta secca, che esprimono il legame tra passato e presente. L’Atsik, un piatto a base di grano, diventa un simbolo della resurrezione, portando i commensali a riflettere sul significato del sacrificio e della speranza.

Un momento di gioco tipico, noto come “battaglia delle uova”, coinvolge partecipanti di tutte le età in sfide amichevoli, dove si tenta di rompere l’uovo altrui mantenendo intatto il proprio. Questo gioco non è soltanto un divertimento, ma rappresenta anche la rivalità amichevole e l’unità familiare.

La cucina armena, ricca di sapori e storie, arricchisce ulteriormente l’esperienza pasquale. Piatti come la trota Ishkhan, pescata nel Lago Sevan, rivelano il profondo legame tra tradizione culinaria e cultura. Il vino, elemento centrale nella liturgia e nei festeggiamenti, riempie i calici, creando un’atmosfera di convivialità. Il lavash, un pane tradizionale, è un simbolo di ospitalità e viene presentato come un dono sempre gradito.

Zatik: un’immersione nella cultura armena

Trascorrere la Pasqua in Armenia è un’opportunità per scoprire una cultura affascinante e ricca di significato. Zatik offre un contesto unico, dove spiritualità e convivialità si fondono, creando una celebrazione che va oltre la religione. Le strade storiche, i monumenti antichi e le tradizioni culinarie diventano elementi essenziali per comprendere la vera essenza armena, segnando ogni istante di festeggiamenti con significati profondi.

Un viaggio in Armenia durante il periodo pasquale permette di sentirsi parte di un ambiente dove ogni tradizione ha una storia da raccontare e dove ogni piatto porta con sé ricordi di generazioni. L’accoglienza e il calore del popolo armeno arricchiscono questa esperienza, rendendo indimenticabile ogni momento trascorso nel paese, in un’interazione diretta con la cultura e la fede di una nazione straordinaria.

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Pasqua 2025 in Armenia: scopri la magia di Zatik tra fede e tradizioni (Viaggiarenews)

 

Genocidio degli Armeni, a Treviso la rassegna: “Garun – La Primavera” (Trevisotoday 05.04.25)

Dal 5 aprile al 10 maggio il capoluogo della Marca ospiterà una mostra, uno spettacolo teatrale e un concerto d’eccezione in occasione del 110imo anniversario del genocidio del popolo armeno. La presentazione della rassegna a Ca’ Sugana

La presentazione dell’evento a Ca’ Sugana

Dal 5 aprile al 10 maggio 2025, Treviso ospiterà la rassegna culturale “Garun – La Primavera” per commemorare il 110imo anniversario del genocidio armeno con tre eventi unici: una mostra d’arte, uno spettacolo teatrale e un concerto. Il progetto è di Gayane Sahakyan, organizzato da nusica.org con il contributo e il patrocinio del Comune di Treviso e di Fondazione Mazzotti, con il supporto di Jane Demirchian, Ziper, Antikyan Gallery, Casa Armenia e Attori per Caso.

GARUN PROGRAMMA-2
GARUN PROGRAMMA-2

Mostra

Dal 5 aprile al 4 maggio Casa Robegan ospiterà la mostra “Primavera di Luce” che celebra la luce come simbolo di rinascita attraverso le opere di artisti come Henry Elibekyan, Francesco Stefanini, Francesco De Florio e Max Solinas. L’inaugurazione alle ore 18 vedrà tra i presenti un ospite speciali come Baykar Sivazliyan, presidente dell’Unione degli Armeni d’Italia. “Diventa un raggio di luce, la luce nell’oscurità. In tal caso potresti perfino diventare un faro per qualcuno” le parole di Alessandro Poliarni attorno alle quali sono stati scelti gli artisti italiani Francesco Stefanini, Francesco De Florio e Max Solinas, e il pittore armeno Henry Elibekyan. Saranno le loro opere, attraverso il linguaggio dell’arte, a indicare il cammino che porta verso la luce e la rinascita. Così come la primavera della luce è una rinascita, un’espansione, un’apertura, così è stato per il popolo armeno dopo il genocidio del 1915. Per la generazione sopravvissuta al genocidio, è stato fondamentale preservare il proprio patrimonio culturale, la lingua madre, il diritto di esistere, trasformare il dolore in energia vitale, per far fiorire una nuova esistenza. Una nuova primavera. 110 anni dopo, a Treviso, si può parlare del passato attraverso l’arte, senza confini, pregiudizi, lingue o nazionalità. Per gli artisti, la partecipazione all’esposizione diventa un’occasione di ricerca ed espressione di sé come “particella” separata, ma allo stesso tempo congiunta nel risveglio della rinascita. Grazie alla collaborazione con la casa editrice Leonida Edizioni e l’Ambasciata della Repubblica d’Armenia in Italia, durante il periodo di apertura della mostra saranno disponibili tre volumi del grande poeta armeno Yeghishe Charents, pubblicati per la prima volta in italiano dalla casa editrice in occasione del 125esimo anniversario dalla sua nascita. La mostra sarà aperta al pubblico dal venerdì alla domenica, il venerdì dalle 15 alle 19. sabato e domenica dalle 10 alle 18. Chiusura straordinaria: 20 aprile. Aperture straordinarie: 21 aprile (ore 10-18) e 1 maggio (10-18). Ogni giovedì, su prenotazione, si potranno incontrare gli artisti.

Teatro

Il 24 aprile, ore 20.30, all’auditorium di Santa Caterina di Treviso, andrà invece in scena Le Allodole nel Deserto, a cura di Associazione Attori per Caso, per la regia di Patrizia Marcato. Tratto dal romanzo La Masseria delle Allodole di Antonia Arslan, lo spettacolo mette in luce, attraverso le esperienze delle donne armene, la resilienza, il sacrificio e la forza dello spirito umano. L’associazione Culturale Attori per Caso, in occasione del centodecimo anniversario del genocidio armeno, ha deciso di affrontare il tema del primo eccidio del Novecento, attraverso una rivisitazione al femminile di uno dei romanzi più intensi degli ultimi anni, La Masseria delle Allodole, pubblicato dalla padovana Antonia Arslan nel 2004, diventato un film grazie ai fratelli Taviani nel 2007. Arslan è stata professoressa di Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di Padova, ha scritto saggi sulla narrativa popolare e sulle scrittrici italiane dopo l’Unità e ha tradotto II canto del pane e Mari di grano del poeta armeno Daniel Varuja. Teatro, danza, immagini, canto e musica dal vivo si alternano nella narrazione, mentre la musica originale suonata durante lo spettacolo è firmata dal compositore Avedis Nazarian, esperto di didattica musicale e docente che ha partecipato e si è fatto promotore di simposi sulla musica contemporanea armena, in Armenia e in Francia. Ingresso gratuito, prenotazioni all’indirizzo mail: staff@nusica.org o al numero di telefono +39 3274610693

Concerto

In chiusura, il 10 maggio ore 21 all’auditorium di Santa Caterina a Treviso, si terrà il concerto di musica armena del Lusine Grigoryan Trio, capitanato dalla pianista Lusine Grigoryan e completato da Norayr Gapoyan, duduk, e Vladimir Papikyan, santur e voce. L’ensemble eseguirà gli arrangiamenti di Levon Eskenian sulla musica di Gurdjieff, Komitas, Sayat Nova e Ashugh Jivani fondendo tradizioni popolari armene con interpretazioni classiche. Sia Gapoyan che Papikyan sono membri del Gurdjieff Ensemble, celebrato per le loro suggestive performance di opere musicali armene e ispirate a Gurdjieff, filosofo, scrittore, mistico, musicista e maestro di danze armeno. Lusine Grigoryan, una delle pianiste più importanti dell’Armenia, con una serie di album registrati dalla ECM Records, si è esibita sui palcoscenici di tutta Europa, America, Medio Oriente e Australia. Come solista ha suonato in prestigiosi festival e sale da concerto quali l’Holland Festival di Amsterdam, il Bozar in Belgio, la sala Gulbenkian in Portogallo, il Nostalgia Festival in Polonia e il Canberra International Music Festival in Australia. Prima del concerto, degustazione di vini armeni offerti da Casa Armenia, luogo d’incontro per la cultura, il cibo, i vini e i distillati armeni in Italia. Biglietti: 14 euro intero online, 15 euro comprato in loco. Ridotto Under 18, persone con disabilità e Over 70 a 10 euro.

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COMUNICATO STAMPA 4 APRILE – GARUN. INIZIATIVE 110°ANNIVERSARIO GENOCIDIO ARMENI (AgenParl)

La tragedia degli armeni nella nuova edizione del libro di Arslan (Il Resto del Carlino 05.04.25)

La scrittrice presenta ‘La masseria delle allodole’, romanzo che racconta lo sterminio a partire da una casa sulle colline d’Anatolia

La scrittrice, traduttrice e docente di origine armena Antonia Arslan

La scrittrice, traduttrice e docente di origine armena Antonia Arslan

La scrittrice Antonia Arslan presenta, in occasione dei venti anni dalla prima pubblicazione, la nuova edizione del suo romanzo ‘La masseria delle allodole’ (Bur – Rizzoli). L’appuntamento è per oggi alle 17.30 alla libreria Ubik di via San Romano. Ispirato ai ricordi familiari dell’autrice, il racconto della tragedia di un popolo “mite e fantasticante”, gli armeni, e la struggente nostalgia per una terra e una felicità perdute. La masseria delle allodole è la casa, sulle colline dell’Anatolia, dove nel maggio 1915, all’inizio dello sterminio degli armeni da parte dei turchi, vengono trucidati i maschi della famiglia, adulti e bambini, e da dove comincia l’odissea delle donne, trascinate fino in Siria attraverso atroci marce forzate e campi di prigionia. In mezzo alla morte e alla disperazione, queste donne coraggiose, spinte da un inesauribile amore per la vita, riescono a tenere accesa la fiamma della speranza; e da Aleppo, tre bambine e un “maschietto-vestito-da-donna” salperanno per l’Italia.

Antonio Arslan è scrittrice, traduttrice e accademica italiana con origini armene. Laureata in archeologia, è stata professoressa di Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di Padova. È autrice di saggi sulla narrativa popolare e d’appendice e sulla galassia delle scrittrici italiane. Attraverso l’opera del grande poeta armeno Daniel Varujan – del quale ha tradotto le raccolte II canto del pane e Mari di grano – ha dato voce alla sua identità armena. Nel 2004 ha scritto il suo primo romanzo, ‘La masseria delle allodole’, che ha vinto il Premio Stresa di narrativa e il Premio Campiello.

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L’Armenia muove un primo passo verso l’Unione europea (Rainews 04.04.25)

Il presidente Vahagn Khachaturyan firma la legge approvata a marzo dal parlamento: “Non è la richiesta d’adesione ma l’inizio di un processo”. La Russia alza subito la voce: lasci l’Unione economica eurasiatica

L'Armenia muove un primo passo verso l'Unione europea

ARMENIAN PRESIDENCY via AFP

Il presidente armeno Vahagn Khachaturyan, il 31 marzo 2025 a Yerevan

Il presidente dell’Armenia, Vahagn Khachaturyan, ha firmato una legge che pone le basi legali per l’adesione del paese del Caucaso meridionale all’Unione Europea, nell’ottica di diversificare i legami internazionali al di là del tradizionale partner russo. I media armeni hanno riferito che il Presidente Vahagn Khachaturyan ha firmato la legge, approvata dal Parlamento il mese scorso.

Il primo ministro Nikol Pashinyan, che ha avvicinato il paese all’Occidente da quando è salito al potere nel 2018, ha ripetutamente sottolineato che il disegno di legge non rappresenta una richiesta di adesione all’Ue, ma l’inizio di un più ampio processo di integrazione. Ha affermato che l’opinione pubblica non deve aspettarsi una rapida adesione della Repubblica post-sovietica e che, in ogni caso, sarà necessaria l’approvazione tramite referendum.

L’approvazione del disegno di legge precede le elezioni generali previste per il prossimo anno e un possibile referendum sulle modifiche costituzionali richieste dall’Azerbaigian, rivale di lunga data dell’Armenia, nell’ambito di un accordo di pace per porre fine a quasi quattro decenni di conflitto tra i due paesi: il mese scorso, infatti, è stato raggiunto l’accordo su una bozza di trattato di pace per porre fine al conflitto sulla regione del Nagorno-Karabakh, ma Baku non intende dare l’approvazione finale finché Yerevan non modificherà la sua costituzione.

Sebbene l’Armenia abbia sviluppato buone relazioni con l’Ue, l’adesione non sarà facile. Il paese montuoso di 2,7 milioni di abitanti, senza sbocco sul mare, non condivide alcun confine con l’Ue e il suo acerrimo rivale Azerbaigian è un importante fornitore di gas per i Paesi dell’Unione. La Russia ha ripetutamente affermato che Yerevan dovrà lasciare l’Unione economica eurasiatica, un blocco commerciale guidato da Mosca, se entrerà nell’Ue. L’economia armena rimane profondamente dipendente da Mosca, da cui importa gran parte dell’energia.

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L’Armenia firma la legge per avviare il processo di adesione all’Unione Europea. (Sardegnagol)

Armenia, battuta d’arresto a Gyumri per Pashinyan (Osservatorio Balcani e Caucaso 03.04.25)

Domenica scorsa si sono tenute le amministrative a Gyumri, seconda città dell’Armenia: affluenza in crescita, ma nessun partito emerge con la maggioranza assoluta. Benché locali, queste elezioni hanno rilevanza nazionale in vista delle parlamentari del 2026

03/04/2025 –  Onnik James Krikorian

Domenica scorsa, la seconda città dell’Armenia, Gyumri, si è recata alle urne per eleggere un nuovo Consiglio comunale che avrebbe poi scelto un sindaco. Lo stesso giorno, si sono tenute le elezioni nel villaggio di Parakar vicino alla capitale, Yerevan. Entrambi i voti sono considerati un’indicazione del sostegno al primo ministro armeno Nikol Pashinyan dopo le elezioni del Consiglio comunale di Yerevan di settembre 2023.

Allora il candidato governativo, Tigran Avinyan, era emerso vittorioso grazie ad un accordo con un controverso videoblogger attualmente detenuto negli Stati Uniti dall’ufficio Immigration and Customs Enforcement (ICE).

Con il sostegno a Pashinyan intorno all’11% secondo un sondaggio condotto a gennaio, e le parlamentari all’orizzonte l’anno prossimo, queste due elezioni locali hanno rilevanza nazionale.

Come è successo a Yerevan nel 2023 con Avinyan, anche Sarik Minasyan del partito di governo “Contratto civile” non è riuscito a superare la soglia del 50% + 1 necessaria per ottenere una vittoria assoluta.

Con 16.938 voti, ovvero il 36,21%, Minasyan avrebbe bisogno del sostegno di altri partiti per diventare primo cittadino. Un controverso ex sindaco, Vardan Ghukasyan, rappresentante del Partito comunista, è secondo con il 20,5% dei voti e Martun Grigoryan di “La nostra alleanza cittadina”, non iscritto ad un partito di opposizione in parlamento, segue con il 15,5%. Ruben Mkhitaryan di “La mia forte comunità” e Karen Simonyan di “Madre Armenia” chiudono con rispettivamente il 7,9 e il 6,11%.

Mentre gli ultimi due partiti hanno affermato che avrebbero sostenuto Ghukasyan, alla fine Grigoryan non è stato così disponibile. Nel 2014, il nipote di Ghukasyan è stato condannato a 17 anni di prigione per aver ucciso uno stretto collaboratore di Grigoryan e averne ferito un altro in quella che è stata descritta come una “faida familiare”.

I media armeni hanno riferito che era irraggiungibile e che il suo staff si è rifiutato di rispondere alle telefonate. Il suo sostegno sarebbe determinante, poiché “Contratto civile” avrebbe solo 14 dei 33 seggi nel Consiglio degli anziani. Ghukasyan ne ha 8 e tutti gli altri ne hanno 11.

Ghukasyan, che è stato sindaco di Gyumri nel 1999-2012, è stato spesso accusato di corruzione e la sua famiglia di vari atti criminali, spesso con ricorso alla violenza per difendere i propri interessi commerciali.

Prima del voto, Ghukasyan e la sua guardia del corpo sono stati temporaneamente trattenuti dalla polizia con l’accusa di possesso illegale di armi da fuoco e munizioni. Un presunto video di un parente adolescente di Ghukasyan è stato diffuso anche da una ONG filogovernativa che lo accusa di aver abusato sessualmente di una ragazzina con i suoi amici.

L’opposizione sostiene che l’esito di Gyumri dimostra che Pashinyan dovrà affrontare una dura lotta nelle parlamentari previste per metà del 2026. I suoi sostenitori, tuttavia, ricordano ai critici che anche quando il “Contratto civile” ha vinto le elezioni anticipate nel 2021, ha perso le elezioni a Gyumri solo pochi mesi dopo. Da allora, il comune è travolto dalle polemiche, e Pashinyan ha nominato Sarik Minasyan sindaco ad interim alla fine dell’anno scorso.

Forse prevedendo di non riuscire a ottenere una vittoria assoluta, anche l’Alleanza europea, un insieme di partiti extraparlamentari e attivisti civili pro-UE, si è candidata alle elezioni tenutesi nel fine settimana.

L’approvazione la scorsa settimana da parte dell’Assemblea nazionale di un disegno di legge in gran parte simbolico verso l’adesione all’UE è arrivata dal gruppo ritenuto vicino a Pashinyan. Non sono riusciti però a ottenere abbastanza voti per superare la soglia necessaria per vincere un seggio nel Consiglio degli anziani.

Da notare che Gyumri ospita anche la 102a base militare russa.

Nel frattempo, a Parakar, “Contratto civile” ha perso contro il partito “Paese di residenza” che ha vinto con oltre il 56%. L’analista politico Suren Surenyants, il cui partito ha corso a Gyumri senza vincere alcun seggio, ha scritto su Facebook che l’esito delle elezioni locali ha segnato l’inizio della fine del mandato di Pashinyan.

Ovviamente, è ancora troppo presto per dirlo, anche se un veterano del partito di governo ha ammesso che il suo partito non riuscirà a governare Gyumri. L’opposizione sostiene che il governo aumenterà la pressione sulle autorità locali controllate dall’opposizione con l’avvicinarsi delle elezioni parlamentari.

Il 1° aprile è stato avviato un procedimento penale nei confronti di Ghukasyan per una registrazione trapelata quattro giorni prima del voto, che avrebbe dimostrato il suo tentativo di influenzare l’esito del voto tramite coercizione.

L’esito elettorale potrebbe anche far suonare campanelli d’allarme sia a Yerevan che, forse, anche a Baku. Con il testo di un accordo di pace finalizzato, ora ci si chiede se Pashinyan potrà vincere le elezioni del 2026 o indire, per non parlare di vincere, il referendum necessario per cambiare la costituzione.

Uno scandalo è scoppiato a Gyumri quando il deputato parlamentare del “Contratto civile” Vilen Gabrielyan ha aggredito verbalmente un giornalista dopo la chiusura delle urne. Durante l’incidente, Gabrielyan avrebbe rifiutato di accettare le richieste di dimissioni affermando che non ce n’era bisogno in quanto ci sarebbe stato un cambio di regime nel 2026.

Gabrielyan si è poi dimesso insieme con un parlamentare dell’opposizione, Artur Khachaturian, sostenendo che è stato quel commento, sebbene probabilmente fatto in modo sarcastico, a spingerlo a scusarsi e rinunciare al suo seggio nell’Assemblea nazionale.

“Molti ora attendono gli sviluppi post-elettorali”, ha scritto su Facebook il politico d’opposizione Avetik Chalabyan.

Pashinyan, tuttavia, ha dato un’interpretazione più positiva ai risultati di Gyumri e Parakar. “Ogni cittadino della Repubblica di Armenia ha la possibilità di compiere liberamente una scelta. La scelta dei cittadini è la nostra legge. Mi congratulo con tutte le forze politiche e i candidati che hanno ottenuto la fiducia dei cittadini e hanno vinto alle elezioni”, ha affermato Pashinyan in una dichiarazione scritta.

L’affluenza a Gyumri è stata più alta che in passato. Dei 109.453 elettori registrati, nel 2021 aveva partecipato solo il 24%, questa volta il 42,68%.

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L’Armenia vuol fare la pace con l’Azerbaigian e sogna di entrare in Europa (Lifegate 03.04.25)

Trovato un accordo sul testo del trattato di pace con Baku, che non è ancora stato firmato e presuppone grosse concessioni da parte di Erevan. Intanto il parlamento approva un disegno di legge per la richiesta di adesione all’Ue.

In Armenia si sta scrivendo un nuovo capitolo di storia. Questo paese del Caucaso meridionale di circa tre milioni di abitanti, ex repubblica sovietica, sta attraversando alcuni cambiamenti di portata potenzialmente epocale. Il primo riguarda un possibile trattato di pace con il confinante Azerbaigian. L’altro, un possibile avvicinamento all’Unione europea. Obiettivi difficili da raggiungere in entrambi i casi. Ma che potrebbero cambiare radicalmente gli equilibri dell’intera regione.

L’accordo sul testo per il trattato di pace

Il 13 marzo Azerbaigian e Armenia hanno fatto sapere di aver raggiunto un accordo sul testo del trattato di pace, che non è ancora stato firmato.

I due paesi sono in guerra da oltre tre decenni per il territorio conteso del Nagorno Karabakh (Artsakh, in armeno), da sempre al centro di dominazioni e conquiste, storicamente abitato in prevalenza da armeni, ma assegnato da Stalin all’Azerbaigian nel 1921. Con il crollo dell’Unione Sovietica, la maggioranza armena, con il sostegno del vicino stato armeno, iniziò a rivendicare l’indipendenza dall’Azerbaigian e la riunificazione con Erevan.

All’inizio degli anni Novanta le tensioni sfociarono nella prima guerra del Nagorno Karabakh che causò più di 30mila vittime e portò la maggioranza armena a dichiarare la nascita della Repubblica dell’Artsakh, mai riconosciuta dalla comunità internazionale, né da Baku. Dopo la seconda guerra del Nagorno Karabakh, condotta nell’autunno del 2020 e conclusasi con un cessate il fuoco sul quale avrebbe dovuto vegliare la Russia, nel settembre 2023 l’Azerbaigian, con un’offensiva lampo, ha ripreso il pieno possesso del territorio, provocando un esodo totale della popolazione armena che vari osservatori internazionali e l’Unione europea hanno definito una pulizia etnica condotta dall’Azerbaigian.

Ora, con l’intesa raggiunta sul testo del trattato di pace, la riconciliazione tra Baku e Erevan non è mai stata così vicina.

La situazione in Nagorno-Karabakh
Manifestanti contro la situazione in Nagorno-Karabakh nel 2023 © Karen Minasyan/AFP via Getty Images

Perché la firma del trattato è ancora lontana

Dopo l’iniziale entusiasmo per la notizia, un’analisi più attenta rivela però che la firma sul trattato di pace è ancora molto lontana. “A mio avviso, i passi per arrivare realmente alla firma del trattato sono tanti, lunghi e pieni di ostacoli”, ha spiegato a LifeGate Cesare Figari Barberis, esperto di politica del Caucaso, ricercatore post-doc presso l’Università di Leiden, nei Paesi Bassi. Da quanto si apprende, il testo dell’accordo è composto da diciassette punti, quindici dei quali erano già stati approvati in precedenza.

Il vero nodo da sciogliere riguarda ora due questioni, sulle quali l’Armenia ha evidentemente fatto importanti concessioni:

  • la prima sulla dissoluzione del cosiddetto Gruppo di Minsk, un organismo dell’Osce guidato da Francia, Russia e Stati Uniti, nato per mediare il conflitto;
  • la seconda sulla Costituzione armena, che contiene dei riferimenti alla riunificazione con il Nagorno Karabakh. E per questo andrebbe cambiata.

“Secondo l’Azerbaijan, la costituzione armena rivendica ancora il Karabakh, quindi la questione non può dirsi definitivamente chiusa finché non verrà modificata – dice Cesare Figari Barberis –. Ma cambiare la costituzione non è semplice: bisognerebbe passare attraverso un referendum popolare, che non si terrebbe prima del 2026. E non è scontato che la popolazione armena lo approvi”.

Finché non saranno risolti questi due punti, quindi, sarà difficile vedere la firma sul trattato di pace. E mentre Erevan lavora per risolvere le tensioni con l’Azerbaigian, al contempo punta anche a rafforzare i rapporti con Bruxelles.

Il progetto di adesione all’Unione europea

L’altro cambiamento potenzialmente epocale riguarda la volontà dell’Armenia di aderire all’Unione europea. Il parlamento armeno infatti ha appena approvato un disegno di legge per la richiesta di adesione all’Ue. Il testo è stato approvato in seconda e ultima lettura con 64 voti a favore e sette contrari.

 

Ciò avviene in un momento in cui Erevan sembra allontanarsi da Mosca, suo storico alleato nella regione, accusandola di non aver fatto abbastanza nel conflitto con l’Azerbaigian. Lo strappo è iniziato dopo la sconfitta dell’Armenia nella seconda guerra del Nagorno-Karabakh nel 2020 e si è aggravato per il mancato sostegno della Russia e dell’Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva, guidata a Mosca, durante gli attacchi azeri del 2021 e 2022.

La risposta della Russia non si è fatta attendere. “Comprendiamo che, se l’Armenia si sta avvicinando all’Europa, sarà inevitabilmente necessaria una revisione complessiva delle nostre relazioni economiche con il paese. Purtroppo, questo avrà un impatto sul tenore di vita in Armenia, cosa che vorremmo davvero evitare”, ha detto il ​​vice primo ministro russo Aleksej Overchuk.

Un paese ancora dipendente da Mosca

Nonostante gli sforzi del primo ministro armeno Nikol Pashinyan di avvicinare politicamente il paese all’Occidente, l’Armenia è ancora economicamente dipendente dalla Russia, con un volume d’affari significativamente più alto rispetto a quello tra Armenia e Bruxelles.

La Russia infatti è il primo partner commerciale di Erevan e nel 2023 l’Armenia ha esportato in Russia beni per un valore di 3,4 miliardi di dollari. Inoltre, sebbene in leggero calo, nel 2023 quasi il 70 per cento delle rimesse affluite nel paese provenivano dalla Russia.

A ciò si aggiunge il fatto che l’Armenia è attualmente membro dell’Unione economica eurasiatica (Uee) insieme a Russia, Bielorussia, Kazakistan e Kirghizistan, e l’eventuale adesione all’Ue richiederebbe l’uscita da questa unione economica.

Perché l’ingresso dell’Armenia nell’Ue è poco probabile

Unione Europea
L’ingresso dell’Armenia nell’Ue sembra ancora molto lontano © Guillaume Périgois/Unsplash

“L’adesione dell’Armenia all’Unione europea dipende da tre fattori chiave – ha commentato a LifeGate Cesare Figari Barberis, esperto di politica del Caucaso –, primo, dalla volontà politica di Erevan, che sembra comunque forte e mi aspetto che prosegua finché il primo ministro Pashinyan o il suo partito rimarranno al potere: lo smarcamento dalla Russia ormai è evidente. Tuttavia, se dovesse vincere l’opposizione più filorussa, sul lungo termine potrebbe avvenire un riavvicinamento a Mosca. Secondo, dal lungo e complesso processo burocratico: l’Armenia dovrebbe implementare riforme strutturali per adeguarsi agli standard Ue, un percorso che richiede tempo e maggioranze parlamentari solide. Terzo, dalla volontà dell’Ue stessa di accogliere l’Armenia, che al momento sembra assente.

Neppure la Georgia è così vicina all’ingresso nell’Unione europea: anche prima dello sbilanciamento di Tbilisi verso la Russia, quando il partito al governo Sogno Georgiano era fortemente pro-europeo, Bruxelles non ha fatto granché per avere la Georgia in Ue. Secondo me, la Georgia e l’Armenia non entreranno mai nell’Unione europea finché non entrerà anche la Turchia: solo così si creerebbe una continuità territoriale tra Grecia, Turchia, Georgia e Armenia. Diversamente, avere la Georgia e l’Armenia così isolate, nel Caucaso, tra l’altro con un confine con l’Iran, sarebbe un po’ complicato. Infine l’Armenia continua a essere percepita da alcuni Paesi europei come troppo legata alla Russia: un ostacolo che potrebbe rendere il suo ingresso improbabile nel breve e medio termine”.

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Perché non ci sono armeni in Karabakh? (Osservatorio Balcani e Caucaso 02.04.25)

La pulizia etnica ai danni della comunità armena del Nagorno Karabakh, perpetrata dall’Azerbaijan e culminata con la guerra lampo del settembre 2023, è stata analizzata da un gruppo di ong che ha prodotto un report dal titolo: “Perché non ci sono armeni in Karabakh?”. Un’analisi

02/04/2025 –  Marilisa Lorusso

Il testo dell’”Accordo sulla pace e l’istituzione di relazioni interstatali tra la Repubblica di Armenia e la Repubblica dell’Azerbaijan” non è ancora noto. Si sa che l’accordo è in 17 punti, e i due paesi dovranno firmarlo e poi ratificarlo.

Questo processo potrebbe essere non meno difficoltoso della stesura del testo, che non è stato accompagnato da un dibattito pubblico nei due paesi. Dibattito necessario per la riconciliazione, per la convivenza pacifica dei due popoli lungo i confini da delimitare e demarcare, e ancora di più in quello che fu il Nagorno Karabakh e che dal 2021 è la Regione Economica del Karabakh.

A metà marzo il ministro degli Esteri armeno Ararat Mirzonyan ha dichiarato  : “Voglio dire molto direttamente che al momento non vedo le condizioni per gli armeni del Nagorno Karabakh per tornare nella loro patria, nelle loro case e per vivere in sicurezza. E, francamente, non vedo alcuno sforzo da parte dell’Azerbaijan per garantire queste condizioni.”

Dopo la prima guerra del Karabakh, nessun azero aveva fatto ritorno. Il Grande Ritorno, il re-insediamento degli azeri in Karabakh e nelle regioni limitrofe, è stato conseguenza della riconquista. Dopo la seconda guerra del Karabakh, nessun armeno ha fatto ritorno, e potrebbe non farlo come conseguenza del processo di pace. Due esodi forzosi e mutualmente escludenti.

Sul secondo esodo uno studio congiunto di numerose ONG ha prodotto un report che ricostruisce cosa è successo dal 2020 al 2023, intitolato significativamente “Perché non ci sono armeni in Karabakh?  ”.

La risposta è che c’è stata una campagna di pulizia etnica perpetrata sistematicamente per tre anni, che ha portato l’intera popolazione a non considerare plausibile la proposta formale dell’Azerbaijan di rimanere sul territorio accettando la cittadinanza azera.

Il report divide il processo in tre fasi: dalla fine della guerra dei 44 giorni all’inizio del blocco, il blocco di quanto era rimasto del Karabakh, la riconquista finale e l’esodo conclusivo.

Dal cessate il fuoco al blocco (novembre 2020- novembre 2022)

Dopo il cessate il fuoco del 10 novembre 2020 le forze azere di stanza vicino alle comunità armene hanno intrapreso un’intimidazione sistematica della popolazione locale. Le sparatorie regolari hanno preso di mira aree residenziali, agricoltori e attrezzature agricole, soprattutto in villaggi come Mkhitarashen, Shosh e Taghavard. I civili sono stati minacciati tramite altoparlanti e sottoposti a intimidazioni psicologiche.

Numerosi resoconti confermano l’uccisione di agricoltori e civili armeni, anche in presenza di peacekeeper russi, come documentato in un episodio a Martakert. La presenza dei peacekeeper russi aveva alimentato speranze di tutela e di possibilità di ritorno, e dopo la guerra numerosi armeni sono rientrati in Karabakh contando sul supporto militare russo.

Il contingente si è rivelato ininfluente verso le misure adottate dall’Azerbaijan. Non sono stati una forza di deterrenza per prevenire gli attacchi delle forze azere, tra cui l’occupazione di Hin Tagher e Khtsaberd nel dicembre 2020, che ha causato morti e prigionieri militari. Quando è stata chiesta protezione, i peacekeeper russi hanno consigliato agli armeni di andarsene.

Nel 2022 gli attacchi si sono intensificati, portando all’occupazione di villaggi come Parukh, costringendo la popolazione ad evacuare.

Le interruzioni della fornitura di gas hanno ulteriormente peggiorato le condizioni di vita, lasciando 120mila persone senza riscaldamento. Il silenzio del governo azero su questi episodi ripetuti con frequenza crescente suggerisce un’approvazione tacita.

Baku ha rafforzato questa realtà di esclusione attraverso una retorica revisionista e la cancellazione culturale. Il presidente Ilham Aliyev ha negato la presenza armena storica nel Nagorno Karabakh, sostenendo che le iscrizioni armene sulle antiche chiese erano falsificazioni. I monasteri di Spitak Khach e Dadivank sono stati riclassificati come chiese albanesi-udi. Cimiteri, ponti e siti culturali armeni sono stati demoliti.

Dal 2021 non è stato concesso ai giornalisti stranieri di entrare in Nagorno Karabakh, ottenendo così un controllo rigoroso della copertura mediatica della situazione.

Il blocco (dicembre 2022 – settembre 2023)

Nel dicembre 2022, Baku ha imposto un blocco di nove mesi sul corridoio di Lachin, tagliando fuori gli armeni rimasti nel Nagorno Karabakh. La crisi è iniziata con le proteste per le operazioni minerarie da parte di azeri in abiti civili.

Le forze di peacekeeping russe hanno riaperto brevemente la strada, ma questa è stata presto bloccata di nuovo dagli “attivisti ambientalisti” azeri, in seguito identificati come figure legate al governo. Nonostante il Nagorno Karabakh avesse sospeso le operazioni minerarie e richiesto la supervisione internazionale, il blocco è continuato.

Nell’aprile 2023, l’Azerbaijan ha sostituito i manifestanti con forze militari e ha installato un posto di blocco sul ponte di Hakari, rafforzando ulteriormente il controllo.

Il blocco ha creato una grave crisi umanitaria. In Karabakh poco alla volta è cominciato a mancare tutto. Alle forze di pace russe e alla Croce Rossa è stato occasionalmente consentito di consegnare aiuti e trasportare pazienti, ma le forniture erano insufficienti e spesso in ritardo.

Da giugno a settembre 2023, nessuna fornitura di cibo ha attraversato il posto di blocco azero, peggiorando la crisi. Il 90% degli alimenti proveniva dall’Armenia.

L’Azerbaijan ha interrotto le infrastrutture essenziali, tagliando le forniture di gas dall’Armenia nel dicembre 2022. Temporaneamente ripristinate, le forniture di gas sono state interrotte definitivamente nel marzo 2023.

L’elettricità è stata tagliata nel gennaio 2023, quando Baku ha bloccato le riparazioni di un cavo elettrico danneggiato, costringendo a fare affidamento sulle riserve in calo del bacino idrico di Sarsang.

Le autorità hanno imposto blackout a rotazione, inizialmente di quattro ore al giorno, in seguito estese a sei. Il 12 gennaio 2023, i cavi di comunicazione sono stati tagliati vicino a Shushi, ma l’accesso limitato è stato successivamente ripristinato dopo i negoziati.

Baku ha continuato il blocco in violazione della Dichiarazione trilaterale del 2020 e ha ignorato gli ordini della Corte internazionale di giustizia e della Corte europea dei diritti dell’uomo volti a garantire un passaggio sicuro attraverso il Corridoio di Lachin.

Il blocco ha causato una grave crisi umanitaria per assenza di cibo, combustibile, medicine. Si sono registrati attacchi agli agricoltori per impedire la produzione alimentare locale, ed è stato limitato l’accesso all’irrigazione.

Al momento dell’attacco finale, la popolazione era stremata.

Atto finale (19 settembre 2023)

Baku ha lanciato la riconquista totale dell’area con un’operazione durata meno di 24 ore, e iniziata dopopranzo il 19 settembre.

Il report nota che: “Non è stato fornito alcun preavviso ai civili per evacuare o cercare riparo. Non sono state adottate misure precauzionali per ridurre al minimo le perdite di vite umane accidentali e la missione di accertamento dei fatti ha documentato numerosi incidenti di bombardamenti indiscriminati in tutto il Nagorno Karabakh, che hanno causato vittime, anche tra i bambini. Inoltre, tutte le potenziali vie di fuga sono state prese di mira e i veicoli civili sono stati attaccati direttamente, con conseguenti perdite di vite umane e feriti.”

La popolazione si è trovata con il corridoio di Lachin ancora bloccato, e solo dopo qualche giorno è stato possibile iniziare un’evacuazione che ha preso la forma di un esito drammatico. Una coda di 80 chilometri è costata la vita a 69 persone, morte lungo il tragitto a causa di sfinimento, fame, emergenze mediche.

Una tragica esplosione al deposito di carburante di Haykazov, preso d’assalto il 25 settembre da una folla in panico di rimanere bloccata in Karabakh, ha causato 220 vittime e ne ha ferite gravemente altre 290, molte con ustioni estese. Circa 20 persone risultano ancora disperse.

Almeno 23 funzionari armeni, personale militare e civili sono stati arrestati dalle forze azere, tra cui i quindici fra politici e militari ancora sotto processo.

Dopo l’ondata di rifugiati armeni dalla Siria, Yerevan si è trovata a fronteggiare questo gigantesco, drammatico esodo cui ha fatto fronte alla bene e meglio.

Messa di fronte a quanto successo negli anni 2020-2023, Baku un po’ nega, un po’ rimarca che è quanto è stato fatto agli azeri durante e dopo la prima guerra del Karabakh. L’astio azero non è stato placato dalla vittoria, e le ingiustizie passate vengono ripagate con la stessa moneta.

E’ in corso un processo di firma di una pace, ma non una pacificazione. A un girone di astio, se ne è aggiunto un altro. Questo né scongiura una nuova guerra, né trasforma una possibile mancanza di combattimenti in una pace.

La strada verso la convivenza pacifica dei popoli separati – invece che uniti – da un attaccamento profondo e inamovibile al Karabakh – è ancora tutta in salita, ed è letteralmente piena di mine.

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Pasqua in Armenia (Malpensa24 02.04.25)

Conosciuta come Zatik, la Pasqua è una delle festività più sentite della Chiesa Apostolica Armena. Quest’anno, come in Italia, si celebra domenica 20 aprile, e rappresenta il momento ideale per scoprire l’Armenia, un paese in cui spiritualità e tradizione si fondono in un rito condiviso, autentico e ancora profondamente vissuto. Trascorrere la Pasqua in Armenia significa entrare in un tempo sospeso, dove la spiritualità si intreccia con la quotidianità, e la festa si riempie di gesti, sapori e riti che affondano le radici nella storia. Zatik non è solo una ricorrenza religiosa, ma un’esperienza culturale profonda, vissuta con intensità e partecipazione. Un invito a scoprire l’Armenia nel momento più autentico dell’anno, tra spiritualità, accoglienza e meraviglia.

Echmiadzin: cuore della fede armena

A soli 20 km dalla capitale Yerevan si trova Echmiadzin, la sede spirituale della Chiesa Apostolica Armena, oggi Patrimonio UNESCO. Qui, nella cattedrale fondata nel IV secolo dal patrono dell’Armenia, San Gregorio l’Illuminatore, e riaperta al pubblico nel settembre 2024 dopo un lungo restauro, si svolge la celebrazione pasquale più solenne e partecipata.

La liturgia, accompagnata da canti armeni di rara bellezza, si svolge in un’atmosfera suggestiva, tra affreschi antichi illuminati dalle candele e il movimento armonico del clero in paramenti ricamati e copricapi a cono neri. Al termine della messa, i fedeli si scambiano l’antico saluto pasquale: “Kristos haryav i merelots” – Cristo è risorto dai morti e “Orhnyale e haroutiunen Kristosi” – Benedetta è la rivelazione di Cristo.

La tavola della rinascita

La celebrazione prosegue a tavola, dove la Pasqua si trasforma in un momento di condivisione e memoria culinaria. Le famiglie si riuniscono per gustare piatti simbolici: pesce, uova sode, riso pilaf con frutta secca e l’Atsik, pietanza a base di grano che richiama il mistero della resurrezione: il chicco che muore per rinascere. Le uova colorate, spesso tinte con bucce di cipolla rossa, sono protagoniste del gioco pasquale più amato: la battaglia delle uova, in cui vince chi riesce a rompere l’uovo dell’avversario senza danneggiare il proprio. Un rito semplice e gioioso che aggiunge leggerezza a una giornata ricca di significato. La cucina pasquale armena racconta storie di fede, di natura e di stagioni che tornano. Spicca la trota Ishkhan, pescata nel Lago Sevan e servita con erbe aromatiche, e il riso pilaf, conviviale e simbolico, con l’uvetta che rappresenta i fedeli.

Non può mancare il vino, presente nei riti religiosi ma anche nei brindisi familiari: l’Armenia, non a caso, ospita la cantina vinicola più antica al mondo, scoperta nella grotta di Areni-1 e datata oltre 6.000 anni fa. E poi il lavash, il pane sottile e morbido simbolo di ospitalità e continuità culturale, riconosciuto dall’UNESCO come patrimonio immateriale dell’umanità.

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A Milano il «terrone» Ugo Rondinone e Anna Boghiguian (Il Giornale dell’Arte 02.04.25)

Gli ulivi candidi di Ugo Rondinone (Svizzera, 1964), con i loro rami nudi e i tronchi contorti e nodosi, hanno invaso l’elegantissima, composta corte d’onore della Villa Reale di Milano, dove si apre la Gam-Galleria d’Arte Moderna: sono parte della personale intitolata «terrone» curata da Caroline Corbetta per Milano Art Week (promossa da Milano|Cultura e Gam con Cms.Cultura, con il supporto di Banca Ifis, main sponsor) che dal 2 aprile al 6 luglio abita i preziosi spazi neoclassici della Villa. Il titolo brutale (e anacronistico, per fortuna) è stato voluto dall’artista che, nato a Brunnen da genitori lucani emigrati in Svizzera, dovette patire sulla sua pelle il bruciore della xenofobia fino a che, nel 1997, dopo gli studi all’Universität für Angewandte Kunst di Vienna, non si trasferì a New York. Lì vive tuttora e lì è diventato da tempo uno degli artisti più apprezzati della sua generazione. Con la fiera rivalsa, poi, di rappresentare nel 2007 (lui, figlio d’immigrati) la Confederazione Elvetica alla 52ma Biennale di Venezia, dove espose proprio i suoi «trees» nella Chiesa di San Stae.

L’emozionante mostra milanese, così consonante con gli spazi che la ospitano, ripercorre i suoi vissuti in un viaggio nella storia propria, e della sua famiglia, originaria di Matera, e nelle vicende che portarono nel mondo tanti italiani, in cerca di lavoro e di riscatto. Le collezioni dell’Ottocento della Gam gli hanno offerto più d’uno spunto, specie con «Il Quarto Stato» (1901) di Giuseppe Pellizza da Volpedo, in cui Rondinone riconosce la storia della sua famiglia (avevano in cucina la riproduzione di quel dipinto e il padre gli rammentava che lì erano le loro radici) e quella di un’intera stagione del nostro passato. Come contraltare a quel dipinto grandioso, dirimpetto a esso, Rondinone ha posto il lavoro site specific «the large alphabet of my mothers and fathers» (2024): un’installazione gigantesca in cui sono composti gli attrezzi, da lui trovati a Long Island, dei migranti, in larga parte italiani, che lì lavoravano la terra negli anni Venti del ’900. Li ha dorati, per manifestare la sacralità di cui sono intrisi, ma ha lasciato evidenti i segni dell’usura delle mani di chi li ha usati. Insieme, sono esposte alcune figure della serie «nudes», realizzate con cera e terra da lui raccolta in tutto il mondo, poste in dialogo silenzioso con le magnifiche cere di Medardo Rosso delle collezioni della Gam.

 

Ugo Rondinone, «Nude (xx)», 2010. © Studio Rondinone

Ugo Rondinone, «Nude (xxxxx)», 2010. © Studio Rondinone

 

Sempre per Milano Art Week sono esposte nella Gam anche le sculture inedite in marmo, e altri lavori recenti, dell’artista canadese-egiziana ma di origine armena Anna Boghiguian (Il Cairo, 1946) riunite dal 2 aprile al primo giugno nella mostra «The four faces of A man (I quattro volti di Un uomo)», curata da Edoardo Bonaspetti e scaturita dalla collaborazione con la Fondazione Henraux, che durante la scorsa edizione di miart ha conferito all’artista il premio Henraux Sculpture Commission 2024. Boghiguian, che lo scorso anno ha conseguito anche il ricchissimo Wolfgang Hahn Prize 2024, Colonia, e che nel 2015 vinse il Leone d’Oro per il miglior Padiglione nazionale (quello armeno) alla 56ma Biennale di Venezia, riflette nei suoi lavori su temi storici e politici, sul colonialismo e sulla condizione umana più in generale, riletti attraverso uno sguardo che coglie i nessi tra passato e presente, in quanto elementi di un ciclo di continua metamorfosi.

In mostra a Milano le sue prime quattro sculture in marmo realizzate con Henraux per questa mostra, che raffigurano altrettanti possibili volti umani riconfigurando precedenti teste in argilla che a loro volta nascevano da figure umane e da una sfinge (nella lingua degli antichi egizi «immagine vivente»), creatura mitologica che figura, con forme ibride e chimeriche, anche in tre altre sculture, di bronzo queste, che intendono offrirci protezione, «perché l’arte, spiega l’artista, ci viene incontro come una fonte vitale di energia, un processo di guarigione per l’anima e una forza per alleviare i dolori dell’esistenza».

A pochi passi di qui, infine, nel Museo di Storia Naturale, la mostra-installazione fotografica «Breathtaking» (dal 2 al 27 aprile) di Fabrizio Ferri che, attraverso i volti di famosi attori e attrici, allude al drammatico effetto delle plastiche negli oceani.

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Cosa (non) sappiamo sull’attentato a Papa Giovanni Paolo II (Il Giornale 02.04.25)

Chi c’era davvero dietro Alì Agca? Chi ha armato il terrorista turco considerato vicino agli estremisti di destra dei Lupi grigi? Ha agito da solo? C’entra davvero la «pista bulgara» ipotizzata dalla Procura romana del tempo, i cui protagonisti sono stati assolti per insufficienza di prove nei processi istruiti da Rosario Priore e Ilario Martella? O Agca è stato soltanto l’innesco di un meccanismo più grande che porta da Beirut all’Armenia, passando per Belgrado e Vienna?

Da settimane in Vaticano (ma non solo) si parla di un libro che sarà presentato domani alla Camera: la tesi di “Il Papa deve morire”, scritto dal ricercatore e scrittore milanese Ezio Gavazzeni per Paper First, la casa editrice del Fatto quotidiano, è quella anticipata dal Giornale nell’ottobre del 2023 e parte dalla scoperta di quasi 500 documenti desecretati che racconterebbero una storia molto diversa dietro i tre colpi di pistola sparati contro Giovanni Paolo II il 13 maggio 1981.

La tesi che viene fuori, nel giorno del ventesimo anniversario della morte di Karol Wojtyla, porta al temibile esercito segreto di liberazione dell’Armenia chiamato Asala. Una formazione terroristica con cui Agca sarebbe venuto in contatto attraverso il suo mentore (e trafficante di armi) Teslim Töre e con cui, secondo i documenti pubblicati nel libro, il nostro governo avrebbe trattato per evitare una recrudescenza nei rapporti con il Vaticano, che d’accordo con gli Usa e il Dipartimento di Stato americano e la regia di Henry Kissinger, dal 1975 al 1983 avrebbe esfiltrato fino a 20mila dissidenti armeni l’anno attraverso una quindicina di piccole pensioni a Roma (molte delle quali oggetto di strani attentati) «convenzionate con il ministero degli Interni».

Gli armeni lasciavano la nazione ancora nell’orbita sovietica in aereo, Spesati di ogni cosa e alloggiati. Il nome in codice dell’operazione era Safe Haven (rifugio sicuro), lo Stato italiano ne era informato e consapevole. Ma era anche disposto a trattare, cosa che avvenne tra il 1980 e il 1983, quando l’Italia avrebbe iniziato a negoziare un accordo con l’Asala a Beirut, con la mediazione del numero due Olp Abu Hol, grazie al generale Armando Sportelli, addetto militare in Libano e responsabile della 2° Divisione Sismi – il servizio segreto militare oggi Aise – a capo dell’Ufficio R, con la regia (e la firma finale) dell’allora ministro dell’Interno Oscar Luigi Scalfaro, che prevedeva la fine dell’intesa Usa-Vaticano e la chiusura degli alberghetti romani.

Leggendo i documenti originali pubblicati nel libro e risalenti al periodo 1975-1983, il gruppo terroristico Asala aveva scoperto il meccanismo di esfiltrazione dei dissidenti e minacciava di morte – ben oltre il 1981, l’anno dell’attentato – il Papa, le gerarchie ecclesiastiche e il governo italiano, che ruotava attraverso alcune associazioni in orbita vaticana e statunitense come Wcc (Consiglio Mondiale delle Chiese), Hias, Ucei, la Tolstoi Foundation (fondata dalla figlia dello scrittore Lev Tolstoi) e la Rav-Tov, che si occupava in modo principale di esfiltrare in patria gli ebrei. L’obiettivo dell’Asala era rivendicare le terre armene usurpate dai turchi durante il genocidio del 1915 e ricostruire la grande Armenia, per questo temeva l’emorragia della classe media dall’Urss armeno in favore degli Usa.

Legata al Fronte popolare di liberazione della Palestina di George Habash dal 1975, l’Asala ha rivendicato oltre 250 attentati che fecero 24 morti accertati in tutta Europa, da Madrid a Milano, tutti allo scopo di fermare il flusso degli armeni in Occidente. Tra le minacce di morte al Papa ce n’era una che aveva portato persino a «rinchiudere» temporaneamente il Papa a Castelgandolfo, circondata di posti di blocco e spiegamento di agenti.

Dai documenti si scoprirà che Mehmet Ali Agca è transitato da Belgrado nel marzo 1981 (due mesi prima dell’attentato) e non solo a Vienna, come risultava dalle indagini, e che nella città yugoslava si sarebbe presentato alla nostra ambasciata con un passaporto falso giordano per chiedere un visto, sentendosi rispondere di no dopo due informative di Farnesina e questura di Roma che avevano ricostruito i suoi contatti con Habash e persino con i Servizi israeliani di cui sarebbe stato pedina. Eppure di queste vicende nella ricostruzione giudiziaria e processuale non c’è traccia.

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