Il Consiglio europeo ha adottato oggi una decisione che proroga il mandato della missione dell’Unione europea in Armenia (Euma) per altri due anni, sino al 19 febbraio 2027, con una dotazione di bilancio di oltre quarantaquattro milioni di euro per il periodo dal 20 febbraio 2025 al 19 febbraio 2027. Lo si apprende da una nota diramata del Consiglio Ue. La missione Euma “è una componente essenziale degli sforzi dell’Ue per sostenere la pace e la stabilità nella regione con il compito di osservare e riferire sulla situazione in loco, contribuire alla sicurezza umana nelle aree colpite dal conflitto e sostenere la costruzione della fiducia tra Armenia e Azerbaigian, ove possibile”, si legge nella nota. “I compiti della missione rimangono invariati: l’Euma è e rimarrà una missione civile non armata”, viene precisato nella nota.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-01-30 21:35:442025-01-31 21:36:32Armenia: Consiglio Ue, missione civile Euma prorogata per altri due anni (AgenziaNova 30.01.25)
tervista ad Ivan Scalfarotto sulla mozione per la pace tra Armenia e Azerbaigian” realizzata da Sonia Martina con Ivan Scalfarotto (senatore, Italia Viva-Il Centro-Renew Europe).
L’intervista è stata registrata mercoledì 29 gennaio 2025 alle 14:00.
Nel corso dell’intervista sono stati discussi i seguenti temi: Armenia, Azerbaigian, Camera, Caucaso, Est, Esteri, Mozioni, Nagorno Karabak, Pace, Parlamento, Senato.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-01-29 21:40:362025-01-31 21:42:28Intervista ad Ivan Scalfarotto sulla mozione per la pace tra Armenia e Azerbaigian (Radio Radicale 29.01.25)
L’attesa è quasi terminata. Il 3 febbraio è dietro l’angolo, e la mattina di lunedì si potrà finalmente gustare quel pezzetto di panettone gelosamente messo da parte dal pranzo di Natale. Raffermo, asciugato e reso friabile quasi quanto una brioche, il panettone – attenzione! Dev’essere stato benedetto da un sacerdote: da questa regola non si transige – si trasformerà in una prodigiosa medicina in grado di guarire mal di gola, laringiti e nasi chiusi. E mentre lo gusteremo, ripeteremo a voce alta, o anche solo col pensiero, rigorosamente in dialetto milanese, la frase “San Bias el benediss la gola e el nas”. Gola, naso, bocca e dintorni saranno ancora più protetti dai malanni se il giorno prima, il 2 febbraio giorno della Candelora, ci si sarà fatti benedire con delle candele benedette.
Un martire guaritore
Leggenda, devozione popolare e anche un pizzico di superstizione, che non guasta mai, sono gli ingredienti del culto ancora molto radicato a Milano e in Lombardia del “panettone di San Biagio”. Tutto ha però inizio a migliaia di chilometri di distanza dalla Lombardia, col protagonista principale di questa bella storia che è il santo e martire armeno Biagio di Sebaste. Vissuto nel III secolo e morto il 3 febbraio del 316 per mano dei Romani, davanti ai quali si rifiutò di abiurare il Cristianesimo. Un santo, certo, ma anche un medico e un guaritore quando era in vita. Le scritture non mentono: “Nel tempo della persecuzione di Licinio, imperatore perfido, san Biagio fuggì, ed abitò nel monte Ardeni o Argias; e quando vi abitava il santo, tutte le bestie dei boschi venivano a lui ed erano mansuete con lui, egli le accarezzava; egli era di professione medico, ma con l’aiuto del Signore sanava tutte le infermità e degli uomini e delle bestie ma non con medicine, ma con il nome di Cristo. E se qualcuno inghiottiva un osso, o una spina, e questa si metteva di traverso nella gola di lui, il santo con la preghiera l’estraeva, e sin da adesso ciò opera; se qalcuno inghiottiva un osso, o spina, col solo ricordare il nome di San Biagio subito guariva dal dolore…”
Il panettone di San Biagio ha virtù curative
Prodigi
E sembra proprio che la parte del corpo in cui i prodigi di San Biagio si manifestano con maggiore forza sono quelli della gola e della laringe. Lo scoprirà, benedicendolo, una donna che si rivolge a lui mentre il futuro martire, catturato in una grotta dove si è rifugiato, viene portato a Sebaste: la donna lo supplica di salvare il suo bambino che rischia di morire per una lisca che gli si è conficcata in gola; San Biagio non si fa pregare due volte ed ecco che quella lisca scompare all’istante. Il piccolo è salvo.
San Biagio è anche una specie di Sant’Antonio anzitempo. Ama gli animali, ricambiato. Nell’abbazia di Sant’Antonio di Ranverso, nel Torinese, gli è stata dedicata una cappella dove, in un affresco tardo gotico di Giacomo Jaquerio, è raffigurato indenne tra gli animali feroci. A Siena un altro affresco lo rappresenta mentre, ancora nella grotta, viene amorevolmente nutrito dagli uccelli. E infatti, in un altro miracolo a lui attribuito, una donna disperata perché un lupo gli aveva preso il maiale, unico bene in suo possesso, è rassicurata da Biagio in persona che presto riavrà la sua bestia. E così è: il lupo si presenta al santo e mansueto gli restituisce il maiale.
Il frate affamato
Dall’Armenia alla Lombardia. Se lo sarebbe mai immaginato il martire nato e venuto a mancare nell’Anatolia centrale che un giorno, a Milano e in Lombardia, sarebbe diventato il protagonista di un culto ancora oggi amato e seguito? Probabilmente lo avrebbe predetto. Tutto merito di una donna che, appena prima di Natale, si reca da un certo frate Desiderio per fare benedire il panettone che lei aveva preparato per la sua famiglia. Il frate, molto occupato, risponde alla donna di lasciargli il dolce per qualche giorno, per poi passare a ritirarlo: si occuperà di benedirlo non appena troverà un secondo di tempo.
Passato Natale, Desiderio rivede il panettone nella canonica: si era dimenticato di benedirlo. Essendo ormai secco, il frate pensa che anche la donna se ne sarà dimenticata e quindi se lo mangia nei giorni successivi, per non rischiare di doverlo buttare. Pezzo dopo pezzo, il panettone sparisce nello stomaco del frate ghiottone. Il 3 febbraio, la donna però si ripresenta per avere indietro il suo panettone benedetto. Frate Desiderio, in canonica, scopre con sua grande sorpresa che la carta usata per coprire il dolce è di nuovo gonfia, piena di un panettone grosso il doppio di quello che gli era stato lasciato. È il miracolo di San Biagio.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-01-29 21:30:492025-01-31 21:31:26Mal di gola, il miracolo di un santo e un frate goloso: ecco com’è nata la tradizione del panettone di San Biagio (Il Giorno 29.01.25)
Raphael Lemkin, il giurista polacco che nel suo libro Axis Rule per la prima volta propone l’utilizzo della parola genocidio, raccontato da Gabriele Nissim. Repertori: estratto di una intervista a Lemkin trasmessa dalla CBS all’interno di un servizio dedicato alla nascita del termine “genocidio”; Hitler accolto dalle popolazioni (Archivio Luce, 14/12/1938); estratto del video realizzato per le Nazioni Unite su come il genocidio sia diventato parte della legge internazionale. Gabriele Nissim, giornalista e storico, si è sempre occupato della politica dell’Europa Orientale. Ha realizzato numerosi documentari per le reti televisive di Canale 5 e della Svizzera Italiana, sui problemi del post-comunismo e sulla condizione ebraica nell’Est. Tra le pubblicazioni, nel 1995 per Mondadori ha pubblicato “Ebrei invisibili” e nel 2022 per Rizzoli “Auschwitz non finisce mai”. È presidente di Gariwo, la foresta dei Giusti che ricerca in tutto il mondo i Giusti di tutti i genocidi.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-01-29 21:17:082025-01-31 21:23:03Wikiradio. Le voci della storia Influencer: Raphael Lemkin (Radio Rai 3 29.01.25)
Dal 17 al 24 maggio il Servizio Pellegrinaggi della diocesi di Verona organizza una proposta in Armenia accompagnata da don Francesco Grazian, parroco di San Martino Buon Albergo: un pellegrinaggio in cui visitare le numerose chiese e monasteri e poter entrare più a fondo del contesto e della fede ortodossa armena.
L’Armenia è un paese antichissimo, che conserva il fascino di un cristianesimo antico e ricco di spiritualità e tradizioni. La predicazione del Vangelo è giunta attraverso gli apostoli Giuda Taddeo e Bartolomeo. È stato il primo paese ad abbracciare il cristianesimo come religione di stato.
Sono centinaia i monasteri che scandiscono il suo paesaggio manifestando lo splendore della fede e della devozione. La storia più recente di questa terra, che ha subito il genocidio tra il 1915 e il 1917, che costò la vita a un milione e mezzo di cristiani armeni, ci connette con la santità del martirio. È una terra dai volti accoglienti e aperti all’ospitalità, da cui si torna culturalmente, spiritualmente ed umanamente arricchiti.
Facendo base a Yerevan l’itinerario prevede ogni giorno escursioni in pullman alla visita della regione, accompagnati da una guida locale parlante inglese.
Tra le mete di visita: Echmiadzin, cuore religioso della nazione e centro spirituale della Chiesa Armena; sede del Katolicos, la più alta autorità religiosa del paese; il monastero di Khor Virap, situato in una valle a sud della città, alle cui spalle si erge, maestoso, il monte Ararat; il bellissimo monastero di Noravank e al sito archeologico di Areni nella regione Vayots Dzor; Gyumri, città con la più alta densità cattolica dell’Armenia; il monastero di Haghpat; il lago Sevan, uno dei più grandi in Eurasia, sito a 1900 metri sul livello del mare e visita ai monasteri di St. Karapet e St. Arakelots.
Per informazioni ed iscrizioni (entro il 28 febbraio 2025): mail: pellegrinaggi@diocesivr.it – tel. 045 8083746
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JEREVAN\ aise\ – Nuovo Ambasciatore a Jerevan, Alessandro Ferranti la scorsa settimana ha presentato le Lettere Credenziali al Presidente della Repubblica di Armenia, Vahagn Khachaturyan.
Ne dà notizia l’Ambasciata riportando che, nel trasmettere al Presidente Khachaturyan i sentimenti di sincera amicizia del Presidente Sergio Mattarella, Ferranti ha affermato di assumere il proprio mandato con grande entusiasmo e responsabilità. Il diplomatico ha quindi ringraziato il Presidente armeno per la calorosa accoglienza e assicurato di essere pronto a compiere ogni sforzo per rafforzare ed espandere ulteriormente le già eccellenti relazioni tra Italia e Armenia.
Porgendo le proprie congratulazioni e gli auguri di successo al nuovo Ambasciatore, il Presidente Khachaturyan ha, da parte sua, sottolineato i sistemi di valori comuni che hanno contribuito alla formazione e allo sviluppo dei legami tra i due Popoli.
Khachaturyan ha infine sottolineato che l’Armenia attribuisce grande importanza all’approfondimento della cooperazione reciprocamente vantaggiosa con l’Italia, sia a livello bilaterale che nella più ampia cornice europea, assicurando che le Autorità armene sono disponibili a sostenere l’Ambasciatore in ogni iniziativa volta all’ulteriore sviluppo delle relazioni tra i due Paesi, con particolare riguardo al settore economico e al settore culturale. (aise)
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Una giornata all’insegna della solidarietà e dell’inclusione. Protagoniste trenta persone dellacomunità armena di Bari che, nei giorni scorsi, hanno donato il sangue all’ospedale “Di Venere”.
L’evento rientra nell’iniziativa “Uniti dalla gratitudine: un abbraccio lungo un secolo”, organizzata e promossa dal Consolato Onorario della Repubblica d’Armenia del capoluogo pugliese, in collaborazione con la ASL locale. Un gesto che ha ribadito ancora una volta la sensibilità e la disponibilità di chi decide di fare qualcosa di concreto per il prossimo e per la collettività di cui si è parte. Come ha dichiarato in una nota ufficiale il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, «il nostro sistema sanitario garantisce assistenza a tutti coloro che ne hanno bisogno, senza distinzioni. Una piccola comunità ha compiuto un grande gesto con cui esprime la propria gratitudine per le cure ricevute dalle donne e dagli uomini che ogni giorno nei nostri ospedali lottano contro la sofferenza e sostengono i più fragili e bisognosi, spesso migranti ed extracomunitari. Questo tema è attualissimo, come lo era quando gli armeni arrivarono in Puglia all’inizio del secolo scorso. Sono felice e ringrazio l’Ambasciata Armena che ha sostenuto con forza l’iniziativa proposta dal Consolato Armeno in Puglia, dimostrando grande impegno con la presenza di ben cinque esponenti qui a Bari».
Foto di gruppo dopo la donazione della comunità armena a Bari
I donatori, tra cui alcuni funzionari dell’Ambasciata della Repubblica d’Armenia in Italia e lo stesso Console Onorario di Bari, Dario Rupen Timurian, sono stati accolti dal direttore generale facente funzioni della ASL, Luigi Fruscio: «È la prima volta che la nostra ASL riceve una così importante donazione di sangue da parte di una stessa comunità. Un gesto essenziale in un momento storico in cui c’è sempre più richiesta di emocomponenti da parte degli operatori impegnati quotidianamente nelle attività ospedaliere».
«In un contesto di accoglienza e integrazione, è fondamentale – ha commentato Timurian – che oltre ai diritti si coltivi un forte senso di dovere morale verso la terra che ci ospita. Questo evento nasce proprio da un sentimento di riconoscenza e dalla volontà di contribuire al bene del popolo pugliese. Con una semplice, ma fondamentale azione, vogliamo dimostrare che, per quanto piccolo possa sembrare il nostro contributo, esso può fare la differenza».
Gli armeni giunsero a Bari nel 1919, in fuga dall’impero ottomano dove tra il 1915 e il 1916 ci furono deportazioni e massacri. Vennero ospitati nel lanificio dell’ingegner Lorenzo Valerio dove, fin dal 1927, produssero tappeti orientali venduti anche a ministri, vertici militari, intellettuali come Croce e Pirandello, Papa Pio XI e la Casa Reale. Ancora oggi la comunità armena di Bari rappresenta una delle più importanti d’Italia per attaccamento alle tradizioni e capacità di resilienza, fatto riconosciuto nel 2024 con l’istituzione di un Consolato Onorario. Durante il secondo Novecento la comunità si è andata trasformando: molti hanno lasciato la città per ragioni di lavoro, ricongiungendosi a parenti che erano riusciti a mettersi in salvo, trasferendosi negli Stati Uniti, in Francia, in Inghilterra o nel nord Italia. Attualmente la comunità armena di Bari è ben integrata: ai discendenti degli armeni, provenienti dal Genocidio, se ne sono aggiunti altri giunti dal resto del mondo.
Quello della donazione da parte degli stranieri è un tema su cui AVIS è particolarmente attenta. Proprio per approfondire l’approccio delle varie comunità, infatti, la nostra associazione ha promosso la prima ricerca a livello nazionale chiamata “Il dono che include”. Si tratta di un progetto nato in collaborazione con un’equipe di ricerca dell’Università di Bologna (Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali), la Scuola IMT Alti Studi Lucca, il CIDCI (il Coordinamento Italiano delle Diaspore per la Cooperazione Internazionale) e il CoNNGI (Coordinamento Nazionale Nuove Generazioni Italiane). Attraverso un questionario online anonimo, disponibile in italiano, inglese e francese, l’indagine punta a conoscere la predisposizione e le abitudini verso comportamenti altruistici, gesti di solidarietà e azioni di cittadinanza attiva come il dono del sangue e degli emocomponenti.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-01-28 19:21:052025-01-29 20:22:05Bari, la comunità armena dona il sangue (Avis 28.01.25)
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, su segnalazione di un collega e amico greco, V.M. offriamo alla vostra attenzione questo articolo pubblicato da European Conservative. Chi fosse interessato all’argomento può trovare materiale interessante a questi collegamenti:
‘A wound that can’t heal’: Church calls for recognition of genocide
Oggi, i cristiani della Turchia (greci, armeni e assiri) rappresentano solo circa lo 0,1% della popolazione, nonostante siano popolazioni indigene del territorio. Una ragione significativa di questo crollo demografico è il genocidio cristiano commesso dal governo ottomano e dal movimento nazionalista turco dal 1913 al 1923.
Oltre cento anni dopo, i funzionari del governo turco non solo negano con aggressività questo genocidio e minacciano di perseguire penalmente i cittadini turchi che ne parlano pubblicamente, ma cercano anche di impedire ad altri governi di riconoscerlo ufficialmente.
L’esempio più recente di tale ostruzione si è verificato nello Stato australiano di Victoria. Una mozione per riconoscere il genocidio di greci, armeni e assiri avrebbe dovuto essere presentata al Parlamento vittoriano il 29 ottobre dal leader dei Verdi Samantha Ratnam, ma è stata abbandonata.
Il sito web di notizie Neos Kosmosha riferito che il governo vittoriano ha respinto la mozione sul genocidio, citando la divisione sociale nel mezzo del “conflitto in Medio Oriente” [vale a dire, la guerra tra Israele e Hamas/Hezbollah], temendo la reazione delle comunità musulmane.
Il 24 ottobre, l’ufficio del primo ministro del Victoria, gestito dal Partito Laburista del Victoria, ha confermato in una dichiarazione ai media che non avrebbe sostenuto la mozione quando fosse stata presentata.
L’autore ha appreso da contatti a Victoria che i diplomatici turchi presso l’ambasciata turca a Canberra, i suoi associati Grey Wolf a Melbourne e altri lobbisti turchi stanno impedendo congiuntamente al governo del Victoria di riconoscere il genocidio.
I Lupi Grigi è il nome informale di un movimento nazionalista turco chiamato Idealist Hearths. Il principale ideologo del movimento era Nihal Atsız (1905–1975), un simpatizzante nazista. Il gruppo funge da ala militante del Nationalist Movement Party (MHP), un attuale alleato del partito turco al governo Justice and Development Party (AKP). I Lupi Grigi hanno una lunga storia di terrorismo che risale agli anni ’70. Sono stati accusati di attentati dinamitardi a Parigi e Bangkok e sono responsabili dell’attentato alla vita di Papa Giovanni Paolo II del 1981. I membri dell’organizzazione hanno ucciso molti cittadini delle minoranze turche, come aleviti e curdi.
Nel novembre 2020, il ministro degli Interni francese Gerard Darmanin ha annunciato la messa al bando del gruppo. L’annuncio è arrivato dopo che un memoriale del genocidio armeno del 1915 fuori dalla città di Lione è stato deturpato con graffiti gialli e slogan filo-turchi.
Peter Stefanidis, presidente del Consiglio ellenico australiano, ha dichiarato europeanconservative.com :
La mozione ritirata all’ultimo minuto a seguito delle pressioni del Primo Ministro del Victoria era un’iniziativa su cui lavoravamo da anni.
La lobby turca qui a Victoria ha confuso il riconoscimento del Genocidio con un attacco a tutti i musulmani e questo ha fatto sì che alcuni politici lo facessero. Ma la nostra iniziativa ha generato slancio per la causa e siamo incoraggiati dalle più ampie comunità armene, assire e greche a continuare la lotta per la giustizia.
Michael Kolokossian, direttore esecutivo del Comitato nazionale armeno d’Australia (ANCA), ha dichiarato a questa pubblicazione:
Natalie Suleyman, parlamentare di etnia turca, funge da portavoce dell’ambasciata turca e delle sue politiche negazioniste. Insieme, i loro sforzi hanno impedito che la proposta di mozione sul genocidio armeno, assiro e greco venisse presentata quest’anno.
Tuttavia, la maggioranza dei parlamentari vittoriani ha segnalato la propria volontà di sostenere tale mozione. L’ambasciata turca esaurirà le tattiche per impedire che questa mozione venga sostenuta. Non è una questione di questo, è una questione di quando, e i massimi organi di affari pubblici delle comunità armena, assira e greca non interromperanno la loro difesa finché Victoria non si unirà ad altri stati in Australia nel riconoscere formalmente i genocidi armeni, assiri e greci.
Il riconoscimento è importante per dare una conclusione alle migliaia di discendenti dei sopravvissuti al genocidio in Victoria, che sono stati costretti a tacere e a non poter parlare in modo veritiero della loro storia e del dolore della loro famiglia.
Il genocidio iniziò nella regione della Tracia orientale della Turchia prendendo di mira greci e armeni. Poi continuò in Anatolia, negli altopiani armeni, a Ponto, a Urmia e nel Caucaso meridionale, tra le altre regioni della Turchia ottomana. Circa 3 milioni di cristiani armeni, greci e assiri furono uccisi durante il genocidio. L’obiettivo delle autorità turche era di usare la jihad per creare una “Turchia per i turchi” .
Alla fine del diciannovesimo secolo, i cristiani costituivano il 20% della popolazione, ma nel 1924 si erano ridotti ad appena il 2%.
Gli studiosi e gli storici seri del genocidio concordano sulla realtà di questo genocidio. L’International Association of Genocide Scholars (IAGS) ha rilasciato una dichiarazione nel 2007 dichiarando che la campagna ottomana contro le minoranze cristiane dell’Impero costituiva un genocidio contro armeni, assiri e greci.
Il dottor Panayiotis Diamantis, professore di storia e direttore dell’Istituto australiano per gli studi sull’Olocausto e il genocidio (AIHGS), ha dichiarato europeanconservative.com :
I genocidi degli Elleni, degli Armeni e degli Assiri, dei popoli indigeni di Tracia, Anatolia e Mesopotamia, fanno parte della documentazione storica di molti paesi in tutto il mondo. Nel nostro contesto, soldati, marinai e aviatori australiani hanno assistito alle conseguenze dei genocidi, documentando le loro esperienze e condividendole con i governi e i media in patria. Armati di questa conoscenza, per oltre un decennio, gli australiani hanno inviato cibo, vestiti, denaro e provviste ai sopravvissuti dei genocidi, parte del primo sforzo umanitario internazionale al mondo. Riconoscendo i genocidi, i parlamenti di tutto il mondo riconoscono il posto di questi genocidi all’interno delle loro storie nazionali. Solo attraverso tale istruzione la società può rendere il crimine di genocidio una questione di storia e non più di attualità.
Inoltre, l’Australia ha assistito ad attacchi turchi contro la commemorazione delle vittime del genocidio. Nel 2015, un monumento alle vittime del genocidio assiro a Sydney è stato deturpato con immagini naziste e insulti verso ebrei, armeni e assiri. I media australiani hanno riferito che era la terza volta che il memoriale veniva vandalizzato da quando era stato eretto nel 2010.
Hermiz Shahen, presidente del Consiglio nazionale assiro-Australia, ha dichiarato europeanconservative.com :
L’influenza primaria che blocca questa mozione sembra provenire dall’interno della comunità turca e dai gruppi di pressione di Victoria. Il coinvolgimento della Turchia è ben documentato, in quanto è stata particolarmente attiva nel fare lobbying contro il riconoscimento del genocidio a livello globale.
In questo caso, sembra che il Premier di Victoria e i membri del Partito Laburista siano preoccupati che l’approvazione di una tale mozione possa mettere a dura prova i legami con la Turchia. Sebbene i gruppi di pressione non controllino direttamente la legislazione, la loro persistente influenza e le potenziali ricadute diplomatiche sembrano aver convinto il governo ad astenersi dall’assumere una posizione formale sul riconoscimento del genocidio. La loro scusa è che il riconoscimento dividerà la comunità vittoriana.
Il riconoscimento del genocidio assiro, armeno e greco, tuttavia, è essenziale per riconoscere le ingiustizie storiche subite da queste comunità, in particolare dagli assiri, che non solo hanno perso innumerevoli vite, ma anche la loro patria ancestrale e la loro identità di nazione sovrana. Il riconoscimento da parte del governo funge da fondamento per la giustizia, aiutando ad affrontare il trauma storico e affermando la dignità di coloro che sono stati colpiti da queste atrocità. Stabilisce inoltre un potente precedente contro la negazione e l’impunità, sottolineando un impegno globale per prevenire futuri genocidi promuovendo comprensione, guarigione e responsabilità.
La negazione dei crimini passati facilita la successiva commissione di crimini simili. Mentre il governo turco ha evitato la responsabilità del massacro di circa tre milioni di cristiani durante un periodo di dieci anni dal 1913 al 1923, continua la sua aggressione contro Armenia, Cipro, Curdi.
Uzay Bulut è una giornalista nata in Turchia e residente ad Ankara. Si occupa di Turchia, Islam politico e storia del Medio Oriente, dell’Europa e dell’Asia.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-01-27 19:51:132025-01-27 19:51:13Genocidi. La Turchia Blocca il Ricoscimento di Quello Armeno da parte dell’Australia. Timore degli Islamici. (Stilum Curiae 27.01.25)
Patrizia Boi (Assadakah News) – Domenica 26 Gennaio 2025 è andato in onda in prima visione lo Speciale di Rai Scuola Sussurri, un documentario scritto da Pietro De Gennaro e Alessandro Greco, diretto dalla Regista Alessandra Peralta, Produttore Esecutivo Luigi Bertolo. Lo Speciale, incentrato sul genocidio e sulla successiva diaspora del popolo armeno, ne ripercorre le tappe storiche, a partire da quel lontano 1915 fino ad arrivare all’epoca attuale nella quale, per fortuna, si è ormai realizzata l’integrazione completa del popolo armeno nei paesi dove la diaspora l’ha condotto.
Dal film sul trovatore armeno Sayat Nova
Dalla telecamera attenta e appassionata della nostra Regista, attraverso le analisi di storici, sociologi e scrittori, ma anche e soprattutto mediante le testimonianze di uomini e donne di origine armena – di seconda, terza e quarta generazione – discendenti da coloro che hanno subito quei massacri, Sussurri si pone l’obiettivo di mostrare e far conoscere la tragedia di questo popolo agli studenti, ai giovani, ai cittadini disinformati, agli stessi armeni che ne hanno sentito i “racconti sussurrati” dai genitori ai figli, dai nonni ai nipoti, dagli anziani ai bambini, affinché ne serbassero una debole memoria, crescendo consapevoli ma felici nonostante la tragedia.
Questi “sussurri” nel documentario sono interpretati in modo suggestivo dall’attrice Irene Muscarà.
Sussurri
Gli artefici di questo lavoro hanno analizzato le diverse sfaccettature della cultura armena, dagli aspetti politici, sociali e familiari fino a quelli religiosi e culturali. Il documentario è un atto di coraggio che mira a svelare al grande pubblico un crimine – il primo genocidio della Storia – celato all’Umanità, per molti anni, dal “fragoroso silenzio” che ne ha attutito il grido, l’urlo, il fastidioso rumore. Sussurri si propone di dare voce e spazio a chi non desidera più far cadere la memoria in quell’assordante silenzio.
Scena tratta dal film La masseria delle allodole, Regia di Paolo e Vittorio Taviani (2007)
Lo Speciale si apre con un’immagine del processo per i crimini contro il popolo armeno dopo la fine della guerra, descritto nel film (2007) di Paolo e Vittorio Taviani, tratto dal libro di Antonia Arslam,La Masseria delle allodole. Ricorda un processo relativo a un altro grande “Genocidio”, a tutti noi italiani ormai noto. Il militare al banco degli imputati afferma:
«Negano la verità, ma io ho visto, con i miei occhi, l’eccidio […], i sopravvissuti alla fame, alla sete e alla fatica furono massacrati tutti […]».
Gli Armeni sopravvissuti… Furono massacrati tutti!!
La prima testimonianza che viene portata nel documentario è quella di Sonya Orfalian, scrittrice, apolide, rifugiata, figlia della diaspora armena, nata cinquant’anni fa in Libia, che ha dedicato una grande parte del suo impegno e della sua ricerca al ricchissimo patrimonio culturale e alle tradizioni antiche della sua gente.
Sonya Orfalian, scrittrice, apolide, rifugiata, figlia della diaspora armena
La Scrittrice racconta come, nelle famiglie della diaspora armena, il genocidio armeno non venga mai discusso apertamente. Nessuno parla a voce alta di ciò che è accaduto. Esiste un termine armeno, USHÈR, che significa “sussurri”, simbolizzando come gli adulti parlino a bassa voce per evitare che i bambini ascoltino gli orrori del passato. Tuttavia, i bambini, con le loro orecchie attente, captano questi sussurri, creando così quella che una studiosa del genocidio ha definito “il fragoroso silenzio”, un silenzio che, pur nel suo muto peso, grida.
Rupen Timurian, il decano della comunità armena di Bari, noto per il suo ruolo di custode delle tradizioni armene in Italia
Il secondo intervistato che compare nel documentario è Rupen Timurian, il decano della comunità armena di Bari, noto per il suo ruolo di custode delle tradizioni armene in Italia. Figura di riferimento per la diaspora armena, ha contribuito a mantenere vivo il patrimonio culturale e storico della sua comunità nella regione pugliese. Rupen afferma:
«Ci hanno parlato sempre di amore, di disponibilità verso il prossimo, di essere perfetti e corretti con tutta l’umanità».
Antonia Arslan, scrittrice e saggista italiana di origini armene, nota per il suo impegno nella narrazione del genocidio armeno
Naturalmente non poteva mancare tra gli intervistati Antonia Arslan, scrittrice e saggista italiana di origini armene, nota per il suo impegno nella narrazione del genocidio armeno. Tra le sue opere più celebri spicca come già detto La masseria delle allodole, un romanzo che racconta la tragedia del popolo armeno attraverso una toccante saga familiare. La sua scrittura unisce memoria storica e sensibilità poetica.
La Arslan ci spiega come la dimensione armena fosse ancora latente dentro di sé finché leggendo un poeta armeno, chiamato Daniel Varoujan, è riemersa in lei quella parte sconosciuta che giaceva inascoltata dentro di lei.
Daniel Varoujan (1884-1915) è stato un poeta armeno, uno dei più significativi del movimento letterario armeno moderno. La sua poesia, intrisa di passione e di una profonda connessione con la cultura armena, trattava temi di libertà, amore e la sofferenza del suo popolo. Varoujan fu vittima del genocidio armeno, ma la sua eredità poetica continua a vivere attraverso le sue opere. Ed è stata fondamentale per la nostra scrittrice, per far riemergere quella parte che prima forse era solo un sussurro.
Il documentario ci mostra i testimoni uno dopo l’altro e ad ognuno fa raccontare un pezzetto di storia, mostra allo spettatore frammenti, frammenti che sussurrano dentro la propria identità annientata in un tempo ormai lontano.
Dopo queste prime testimonianze, entra in scena lo storico che unisce i frammenti che spesso ai nostri testimoni potevano sembrare senza senso, ripesca i sussurri, e li ascolta a voce alta, ormai il vaso di pandora è scoperchiato e bisogna andare dentro alla storia.
Marcello Flores D’Arcais, un accademico e storico che ha svolto un importante ruolo nella ricerca sui genocidi e nella difesa dei diritti umani
Marcello Flores D’Arcais, un accademico e storico che ha svolto un importante ruolo nella ricerca sui genocidi e nella difesa dei diritti umani, è noto per il suo lavoro di ricerca sulla memoria storica, in particolare riguardo al genocidio armeno e ad altri crimini contro l’umanità. Ha scritto numerosi saggi, contribuendo alla diffusione della consapevolezza su questi temi cruciali. E ci narra la storia di quanto è realmente accaduto.
Nel 1915, durante la Prima guerra mondiale, l’Impero Ottomano, guidato dal governo dei Giovani Turchi, avviò lo sterminio sistematico della popolazione armena. Considerati una minaccia interna, gli armeni furono deportati dalle loro case verso i deserti della Siria, in marce forzate senza cibo né acqua.
Centinaia di migliaia morirono di fame, sete e stenti, mentre altri furono massacrati dai soldati ottomani e da milizie irregolari. Le case armene furono saccheggiate, le chiese distrutte, le donne violentate e i bambini uccisi o islamizzati con la forza. Si stima che oltre 1,5 milioni di armeni siano stati sterminati.
Alla fine della guerra, i responsabili non furono mai puniti, e la Turchia moderna continua a negare ufficialmente il genocidio. La diaspora armena, dispersa tra Europa, Medio Oriente e Americhe, ha tramandato il ricordo di questa tragedia, spesso in sussurri, per paura o dolore. Ancora oggi, la memoria del genocidio armeno è una ferita aperta, un monito contro l’oblio e l’indifferenza.
Flores ci spiega che, nel 1915, la parola “genocidio” non esisteva ancora. Fu Raphael Lemkin, un giurista ebreo-polacco, ad inventare del termine “genocidio”.
Lemkin, profondamente colpito dalla Shoah e dal genocidio armeno, coniò il termine “genocidio” nel 1944, combinando la parola, derivante dal greco γένος (ghénos, “razza”, “stirpe”) e dal latino caedo (“uccidere”), per definire l’intenzionale distruzione di un gruppo etnico o culturale. La sua spinta a definire legalmente il genocidio ha portato alla Convenzione delle Nazioni Unite per la prevenzione e la repressione del genocidio nel 1948.
Improvvisamente si torna indietro nel tempo, nel senso che pur mantenendosi nella contemporaneità, il documentario ci mostra il video di una vecchia intervista a un famoso personaggio che ci ha lasciato nel 2018, Charles Aznavour, nome d’arte di Shahnourh Varinag Aznavourian (in armeno: Շահնուր Վաղինակ Ազնավուրյան), il cantautore, attore e diplomaticofrancese di origine armena che tutti abbiamo conosciuto e amato per la sua voce tenorile vibrata, che un critico musicale ha descritto come una “divinità del pop francese“.
In questa intervista Aznavour racconta:
«Mia madre ha pianto tutta la vita, perché nel genocidio ha perso suo padre, sua madre, sua sorella e i suoi due fratelli. Lei si è salvata, aveva 15 anni».
Armenia
La madre è venuta da Adanazari, il padre dalla Georgia, da Tiflis, si sono incontrati a Istanbul e sposati lì. Adanazari è una città situata nel nord-ovest della Turchia, nella regione di Marmara. È la capitale della provincia di Sakarya ed è un importante centro industriale e agricolo, con una rilevante storia culturale, conosciuto per la sua posizione strategica tra Istanbul e Ankara.
Tbilisi (spesso scritto anche come Tiflis in passato) è la capitale e la città più grande della Georgia, situata nel Caucaso meridionale, circondata da montagne. Ha una storia che risale a più di 1.500 anni ed è famosa per la sua architettura unica che mescola stili antichi e moderni, i suoi vicoli pittoreschi e una ricca tradizione di arte, musica e cucina.
E prosegue Marcello Flores spiegando che ci sono trecentomila gli armeni che riescono a fuggire in altri paesi riempiendo Europa, Medioriente e Nord America di profughi.
Armeni su una nave
Sonya Orfalian quindi riprende il testimone per raccontare la storia della sua famiglia che riflette quella di molte famiglie armene della diaspora. Suo bisnonno, coinvolto in una lotta di autodifesa a Urfa, fu imprigionato e deportato in Libia insieme ad altri uomini, mentre le donne della famiglia rimasero a Urfa, senza ulteriori notizie. La deportazione mirava a estirpare il “seme armeno” dalle terre d’origine. In Libia, allora colonia ottomana, il bisnonno fu liberato dopo l’arrivo degli italiani nel 1911, iniziando una nuova vita in un paese sconosciuto.
Solidarietà
Flores spiega come l’eliminazione degli uomini avvenisse quasi sempre tramite fucilazione immediata, mentre la deportazione causava la morte principalmente degli anziani, delle donne e dei bambini. Le donne subivano ripetute aggressioni sessuali, spesso seguite dalla loro uccisione. I bambini, invece, venivano in parte uccisi, in parte inviati nei campi e in parte affidati a famiglie turche affinché fossero cresciuti nella fede musulmana e nella tradizione nazionalista turca.
Dal film sul trovatore armeno Sayat Nova
Quando la famiglia Orfalian, composta solo da maschi (il padre e tre figli), arriva in Libia, il padre resta incarcerato nelle carceri turche, mentre i figli, tra cui il nonno – che all’epoca aveva 12 anni – trovano impieghi grazie alle loro abilità artigianali nel lavorare il rame.
Agop Manoukian, un sociologo, comasco d’adozione, noto per il suo impegno culturale e sociale, Presidente onorario dell’Unione degli Armeni d’Italia
Agop Manoukian, un sociologo, comasco d’adozione, noto per il suo impegno culturale e sociale, Presidente onorario dell’Unione degli Armeni d’Italia, che ha ricevuto il Premio Internazionale Empedocle per il suo contributo alla conoscenza e valorizzazione della cultura armena e al dialogo tra le comunità, spiega che in Italia ci sono Armeni per tanti secoli, ma dal 1900 si segnala una presenza distribuita di armeni da Torino fino a Venezia.
Isola di San Lazzaro degli Armenia a Venezia
A questo punto viene intervistato Padre Hamazasp Keshishian, monaco mechitarista armeno che risiede presso il monastero dell’Isola di San Lazzaro degli Armeni a Venezia. I monaci mechitaristi, appartenenti a un ordine apostolico armeno fondato nel XVIII secolo, sono noti per il loro impegno nella preservazione e promozione della cultura armena. Padre Hamazasp è uno dei dodici monaci che attualmente vivono sull’isola, dove si dedicano a studi teologici, attività culturali e alla gestione di una ricca biblioteca di manoscritti armeni. Recentemente, ha espresso preoccupazione per la situazione nel Nagorno Karabakh, sottolineando il rischio di pulizia etnica e l’importanza di proteggere la popolazione armena nella regione.
Padre Hamazasp Keshishian, monaco mechitarista armeno che risiede presso il monastero dell’Isola di San Lazzaro degli Armeni a Venezia
Mekhitar di Sebaste (1676-1749) fu un monaco armeno, teologo e fondatore dell’Ordine Mekhitarista. Nato a Sebaste (l’odierna Sivas, in Turchia), entrò giovanissimo in monastero, spinto dal desiderio di approfondire la cultura e la spiritualità armene. Deluso dall’arretratezza dell’educazione religiosa del tempo, sognò di riformare il monachesimo armeno attraverso lo studio, la preghiera e la diffusione del sapere.
Nel 1700, con un gruppo di seguaci, si trasferì a Costantinopoli, ma l’ostilità delle autorità ottomane lo costrinse a cercare rifugio altrove. Dopo varie peregrinazioni, trovò protezione a Venezia, dove nel 1717 gli fu concesso di stabilirsi sull’isola di San Lazzaro degli Armeni. Qui fondò l’Ordine Mekhitarista, una congregazione monastica dedita alla ricerca, alla traduzione e alla pubblicazione di testi sacri e letterari armeni.
Grazie alla sua guida, l’isola di San Lazzaro divenne un centro culturale straordinario, contribuendo alla rinascita dell’identità armena in esilio. I mekhitaristi si distinsero nella conservazione della lingua, della storia e della spiritualità del popolo armeno, pubblicando opere fondamentali come dizionari, grammatiche e traduzioni di testi classici.
Mekhitar morì nel 1749, lasciando un’eredità culturale e spirituale ancora viva oggi. Il suo ordine continua a custodire e diffondere il patrimonio della civiltà armena nel mondo.
L’espressione drammatica di Rupen Timurian
Anche Rupen Timurian racconta come arrivarono un centinaio di armeni che non potevano tutti alloggiare nel villaggio Nor Arax perchè era troppo piccolo. Narra anche come la sofferenza (che mostra istantaneamente nel volto, come si percepisce dalla foto) si era trasformata in amore perché erano stati accolti e avevano anche potuto studiare.
Ma come era nato questo Villaggio di Nor Arax in Puglia?
L’intervista di un altro personaggio, Carlo Coppola, ci svela la storia di Nor Arax, villaggio creato grazie all’impegno di un poeta.
Coppola è uno studioso italiano, esperto di cultura e letteratura armena, Ambasciatore della Memoria del Genocidio Armeno in Italia. Nato a Bari, si è dedicato alla ricerca sulla storia degli armeni, con particolare attenzione alla figura di Hrand Nazariantz, poeta armeno rifugiato in Italia dopo il genocidio del 1915.
Coppola ha scritto numerosi articoli e saggi per diffondere la conoscenza del patrimonio culturale armeno e promuovere il dialogo interculturale. È inoltre coinvolto in iniziative accademiche e culturali legate alla comunità armena in Italia.
Egli racconta la storia di Hrand Nazariantz, nato a Costantinopoli nel 1886. A causa delle persecuzioni contro gli armeni nell’Impero Ottomano, si trasferì in Italia, stabilendosi a Bari. Venne in Italia al seguito della propria moglie Maddalena De Cosmis originaria della Puglia, e questo trasferimento gli permise di sfuggire al genocidio armeno del 1915.
In Italia, Nazariantz si prodigò affinché un vecchio lanificio in crisi accogliesse gli armeni che a loro volta potessero rilanciare il settore essendo abili tessitori di tappeti. Fu ribattezzato Nor Arax da Arasse, il nome del fiume che scorre alle pendici del monte Ararat.
Carlo Coppola, studioso italiano, ha approfondito la vita e le opere di Nazariantz, in quanto presidente del centro Studi Hrand Nazariantz, evidenziando il suo ruolo nella diaspora armena e la sua attività letteraria in Italia.
La giornalista e ricercatriceSiranuh Quaranta
La giornalista e ricercatrice Siranuh Quaranta spiega come nel 1924, Nazariantz avesse fondato “Nor Arax“, un insediamento armeno nella campagna barese, con l’obiettivo di offrire rifugio e opportunità economiche agli armeni sopravvissuti al genocidio. Il villaggio divenne un centro di produzione di tappeti orientali e merletti, contribuendo allo sviluppo economico della regione e preservando le tradizioni artigianali armene.
Un lavorante su un tappeto armeno
Insomma il poeta riesce a recuperare e sviluppare un settore importante dell’economia nazionale armena.
“Nor Arax”, un insediamento armeno nella campagna barese
Questi tappeti si distinguono per l’uso di materiali naturali di alta qualità, come lana e cotone, e per l’impiego di colori vegetali che conferiscono tonalità vivaci e durature. I disegni sono caratterizzati da motivi geometrici e floreali stilizzati, spesso ispirati a simboli tradizionali armeni.
La tecnica di annodatura, tramandata di generazione in generazione, garantisce la robustezza e la longevità dei tappeti. Ogni regione dell’Armenia ha sviluppato stili distintivi, influenzati dalla storia e dalla cultura locale. Ad esempio, i tappeti del Karabakh sono noti per i loro motivi audaci e i colori intensi.
La fama dei tappeti armeni è dovuta alla loro capacità di unire estetica e funzionalità, rappresentando un patrimonio culturale che ha influenzato e arricchito le tradizioni tessili di molte altre regioni.
Gli autori hanno anche intervistato la pittrice e ricercatrice Kaianik Adagian che proviene proprio dal villaggio “Nor Arax” e che racconta come si tessevano i tappeti, suo nonno creava la trama del tappeto e sua nonna tesseva…
Inoltre i suoi genitori sono rimasti come custodi del villaggio, un’antica memoria, un territorio sacro che ha visto piangere uomini, donne e anziani che erano stati “violentati nella loro dignità”.
Una caratteristica degli armeni anche durante la diaspora è quella di andare sempre alla ricerca di una chiesa, una comunità cristiana con cui condividere la loro spiritualità.
Come spiega Padre Hamazasp Keshishian, la nazione armena fu la prima ad adottare il cristianesimo come religione di Stato grazie a San Gregorio l’Illuminatore, che convertì il re Tiridate III e, attraverso di lui, l’intero popolo armeno. Dal V secolo, la Chiesa armena si separò da quella romana, pur mantenendo nei secoli importanti contatti con la Chiesa occidentale, soprattutto in epoca medievale. Durante il regno armeno di Cilicia, vi furono persino tentativi di unione con la Chiesa romana.
La chiesa armena, canti, messa, fedeli
Dopo il Concilio di Calcedonia del 451 d.C., infatti, la Chiesa Armena non accettò le decisioni conciliari, portando a una separazione dalle altre chiese cristiane.
Durante il Regno Armeno di Cilicia (1080-1375), ci furono tentativi di riavvicinamento e unità con la Chiesa Romana, soprattutto nel periodo delle Crociate, ma tali sforzi non portarono a una unione duratura.
La Chiesa armena è portatrice di una sua storia, dopo più di mille anni è rimasta identica, ha mantenuto la sua integrità.
Chiesa di San Nicola da Tolentino a Roma, centro della Chiesa Armena Cattolica a Roma
A Roma la comunità armena frequenta la Chiesa di San Nicola da Tolentino che gli è stata concessa da Papa Leone XIII nel 1883. Questa chiesa, situata vicino a Via Veneto, originariamente apparteneva agli Agostiniani Scalzi, ed è stata affidata agli Armeni Cattolici per offrire loro un luogo di culto nella città eterna. Da allora, è diventato un punto di riferimento importante per la diaspora armena in Italia.
A Roma, la chiesa armena tradizionale è San Biagio degli Armeni, situata in via Giulia, nel rione Ponte. Conosciuta anche come San Biagio della Pagnotta, questa chiesa è stata affidata al clero armeno nel 1836 da papa Gregorio XVI ed è considerata la chiesa nazionale della comunità armena a Roma.
Una parola a parte merita il simbolo della croce armena che, come afferma sempre Padre Hamazasp Keshishian:
«…di solito viene presentata come l’albero della vita, cioè fiorita, senza Cristo come simbolo di risurrezione e queste croci sono scolpite su pietre, ma sono soprattutto espressione della fede cristiana e nello stesso tempo espressione dell’arte cristiana armena».
Il Khachkar (o Kačkar, in armeno Խաչքար, che si pronuncia “khachkar“) è una tipica stele di pietra scolpita con una croce al centro, circondata da motivi decorativi e spesso da iscrizioni. Il termine deriva da “khach“ (Խաչ), che significa “croce”, e “kar“ (քար), che significa “pietra“, quindi letteralmente significa “pietra di croce“.
I khachkar sono un elemento distintivo dell’arte e della cultura armena e hanno una forte valenza religiosa e commemorativa. Venivano eretti:
Come simboli di fede cristiana.
Per commemorare eventi importanti, come battaglie, costruzione di chiese, o per ricordare i defunti.
Per segnare luoghi sacri o di pellegrinaggio.
I khachkar hanno avuto origine nel IX secolo e hanno raggiunto il massimo splendore tra il XII e il XIV secolo. Ne esistono migliaia in Armenia e nella diaspora. Uno dei luoghi più famosi è il cimitero di Noratus, che ospita centinaia di khachkar.
Nel 2010, l’arte dei khachkar è stata riconosciuta dall’UNESCO come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità, per la sua unicità e il suo valore simbolico.
Oggi, i khachkar continuano a essere scolpiti e utilizzati, rappresentando un forte legame tra il popolo armeno e la sua storia.
La Scrittrice Manuela Avakian, autrice del romanzo Una terra per Siran, pubblicato nel 2003 da Prospettiva Editrice
Nel finale del documentario viene intervistata anche la Scrittrice Manuela Avakian, autrice del romanzo Una terra per Siran, pubblicato nel 2003 da Prospettiva Editrice, che narra la storia di Siran, una donna di origine armena nata in Etiopia da profughi sopravvissuti al genocidio armeno. Negli anni Sessanta, Siran si trasferisce in Italia, ma sente sempre la mancanza della sua terra d’origine, l’Armenia. Il romanzo esplora temi di sradicamento e ricerca identitaria, rendendo omaggio al nonno materno dell’autrice, Cricor, sopravvissuto al genocidio.
Rammentiamo che prima degli anni ’60 in Armenia sovietica, la parola “genocidio” non poteva essere pronunciata pubblicamente, né si poteva apertamente commemorare il massacro degli Armeni del 1915. L’Unione Sovietica, di cui l’Armenia faceva parte, scoraggiava qualsiasi nazionalismo locale che potesse minare l’ideologia comunista e l’unità sovietica.
Solo nel 1965, con le grandi manifestazioni a Yerevan, la capitale dell’Armenia, per il 50° anniversario del genocidio armeno, si ebbe una svolta. Per la prima volta, migliaia di armeni scesero in piazza chiedendo il riconoscimento ufficiale della tragedia e la costruzione di un memoriale. Questo portò alla decisione del governo sovietico di erigere il complesso commemorativo di Tsitsernakaberd, inaugurato nel 1967, che divenne il principale luogo di memoria del genocidio in Armenia.
Da allora, il 24 aprile è riconosciuto ufficialmente in Armenia e nella diaspora come giornata di commemorazione del genocidio armeno.
Il monumento alla memoria, un complesso commemorativo di Tsitsernakaberd, alla periferia di Yerevan
Il monumento alla memoria di Tsitsernakaberd, alla periferia di Yerevan, è un complesso composto da diversi elementi simbolici:
Il Viale delle Piaghe – Un lungo viale che porta al monumento principale, circondato da 12 colonne, simboleggianti le province armene perdute durante il genocidio.
Il Monumento Centrale – Un obelisco inclinato di 44 metri che rappresenta la lotta per la sopravvivenza del popolo armeno. La forma inclinata simboleggia il dolore e la sofferenza che hanno segnato la storia degli armeni, ma anche la speranza di resistenza.
La Fiamma Eterna – Alla base dell’obelisco, una fiamma eterna brucia per ricordare le vittime del genocidio e rappresenta il fuoco della memoria che non si spegne mai.
La Sala della Memoria – Una sala sotterranea, dove si trovano le iscrizioni in diverse lingue, tra cui l’armeno, che commemorano le vittime. È anche un luogo per raccogliere i pensieri e le riflessioni di chi visita il sito.
Ogni anno, il 24 aprile, milioni di armeni e discendenti di armeni si radunano al memoriale per onorare le vittime del genocidio, specialmente il giorno della Commemorazione del Genocidio Armeno, come luogo di memoria, ma anche come simbolo della resistenza, della resilienza e dell’identità del popolo armeno, che continua a lottare per il riconoscimento ufficiale del genocidio da parte di molti paesi e della comunità internazionale.
Ma vorrei terminare questo articolo con alcuni versi del poema di Hrand Nazariantz che sia simbolo di pace e fratellanza per chiunque desideri che ogni popolo sia rispettato e incluso nella storia.
Ogni popolo sia libero di volare
maggio 05, 2014
Dal poema “Essere Fratelli, Amare” di Hrand Nazariantz (versione originale dalle carte d Antonio Basso)
Tutto muore…Tutto passa…Essere Fratelli, Amare!
Essere Fratelli, dividere il Pane ed il Cuore,
il destino della Vita, il destino dell’Anima,
Essere Fratelli, dividere il sangue del cuore
il sangue dello spirito,
il profumo delle lagrime e l’incenso delle preghiere,
il calice la sorgente viva, la grazia degli dei,
i sogni e le rose: Essere Fratelli, Amare..!
[…]essere Fratelli, e non dire mai: “Venite domani!”
[…]E poi, chiudere gli occhi di carne per aprire quelli dello spirito….
(dal volume il Ritorno dei Poeti, casa editrice Kursaal 1952)
Qua sotto si può visionare il documentario scritto da Pietro De Gennaro e Alessandro Greco, diretto dalla Regista Alessandra Peralta, Produttore Esecutivo Luigi Bertolo, pubblicato su Raiplay:
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-01-26 21:14:102025-01-31 21:16:03Armenia - Speciali di Rai Scuola, "Sussurri", Genocidio e Diaspora (Assadakah 26.01.25)
L’Armenia vuole entrare nell’Unione europea e molto probabilmente presenterà una domanda formale di adesione. «Si tratta di un’iniziativa della società civile; le organizzazioni hanno raccolto le cinquantamila firme necessarie, trasformando automaticamente l’iniziativa popolare in un disegno di legge che sarà sottoposto al voto del parlamento», ha dichiarato il ministro degli Esteri Ararat Mirzoyan durante una conferenza stampa congiunta a Mosca con il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov. «Si prevede che la maggioranza di governo voterà a favore», ha aggiunto. La commissaria per l’allargamento dell’Unione europea, Marta Kos, ha dichiarato a proposito che «la domanda di adesione sarà accettata, se verrà presentata» e che ha in programma di visitare ufficialmente Yerevan, la capitale dell’Armenia, nel primo semestre di quest’anno. La risposta dalla Russia è secca: un’eventuale adesione dell’Armenia all’Unione europea significherebbe la fine della sua partecipazione all’Unione economica eurasiatica (Uee), anche perché Unione eurasiatica e Unione europea usano sistemi tariffari differenti, e fra di loro incompatibili.
L’Armenia, che dipende infatti fortemente dalla Russia, dovrà quindi affrontare sfide geopolitiche e interne per discostarsi politicamente dal Cremlino. Storicamente sottoposta a Mosca, l’Armenia ha iniziato solamente negli ultimi anni un percorso di avvicinamento all’Unione europea, e in generale con i Paesi occidentali, firmando accordi strategici con gli Stati Uniti e rafforzando le relazioni commerciali con l’Ue. Siamo di fronte quindi a una significativa evoluzione nelle storiche alleanze geopolitiche tradizionali del Paese.
Come spiega a Linkiesta Nona Mikhelidze, responsabile di ricerca presso l’Istituto affari internazionali (Iai), i negoziati risalgono al 2013 quando la Russia riuscì a fare pressione sull’Armenia affinché non sottoscrivesse un Accordo di associazione con l’Unione europea e aderisse invece all’Unione economica eurasiatica (Uee). Serzh A. Sargsyan, allora presidente armeno, considerava infatti «la Russia come garante in caso di un attacco militare degli azeri».
Il 2017 segna invece un iniziale, seppur debole, cambiamento di rotta, con l’Accordo di partenariato globale e rafforzato tra l’Unione europea e l’Armenia (Cepa), firmato a margine del Vertice del Partenariato orientale tenutosi a Bruxelles nel novembre 2017 ed entrato in applicazione prima in via provvisoria l’1 giugno 2018, e poi ufficialmente l’1 marzo 2021. Parallelamente, aggiunge Mikhelidze, la rivoluzione in Armenia depone la vecchia guardia cleptocratica filorussa, e porta al potere il giovane riformatore Nikol Pashinyan.
Ma è nel 2023, quando le tensioni tra Armenia e Azerbaijan culminano in una nuova offensiva azera nella regione del Nagorno-Karabakh, che le cose cambiano davvero. La Russia infatti, che avrebbe dovuto assistere l’Armenia secondo i patti dell’Otsc, nonostante le aspettative di Yerevan basate sull’alleanza strategica e sugli impegni di sicurezza reciproca, non ha fornito gli aiuti necessari, sia per le pressioni derivanti dalla guerra in Ucraina sia per la volontà di non inimicarsi la Turchia, forte alleata di Baku. In altre parole, Mosca ha abbandonato l’Armenia a se stessa. L’operazione si è infatti conclusa con la resa delle forze separatiste armene e l’esodo di decine di migliaia di armeni dal Karabakh: un cambiamento storico nella regione, e la fine de facto, almeno per ora, della presenza armena nell’enclave.
Riguardo alla mancata azione russa durante il conflitto, Pashinyan aveva detto che «l’Otsc non ha adempiuto ai suoi obblighi», alimentando quindi discussioni su un possibile allontanamento di Yerevan da Mosca. La Russia al tempo aveva tuttavia respinto le critiche, sostenendo che l’alleanza opera secondo interessi collettivi, e che, dato che l’attacco non aveva interessato espressamente il territorio armeno ma solamente la zona del Nagorno Karabakh, un intervento era al di fuori dagli accordi. Scuse che tuttavia non sembra siano piaciute all’Armenia. Il Paese ha infatti avviato ufficialmente il processo per presentare domanda di adesione all’Unione europea.
Il 15 gennaio 2025, il governo armeno ha presentato un disegno di legge per l’adesione: un passo significativo verso l’integrazione europea. Questa iniziativa si inserisce comunque nel contesto di precedenti mosse volte a ridurre la presenza del Cremlino, come il ritiro delle guardie di frontiera russe da alcuni valichi e dall’aeroporto di Yerevan. Nonostante ciò, l’Armenia continua a dipendere dalla Russia per il commercio e l’energia. Ma il primo ministro era già stato chiaro lo scorso settembre, quando aveva commentato che l’Otsc «rappresenta una minaccia per la sicurezza dell’Armenia, nonché per la sua esistenza futura, sovranità e statualità. […] Esiste un concetto noto come “punto di non ritorno”: non lo abbiamo ancora raggiunto, ma la possibilità che ciò accada è molto alta». Che la decisione di presentare il disegno di legge segni proprio questo punto di non ritorno?
Aggiungiamo anche che l’Armenia ha recentemente firmato un Accordo di cooperazione strategica con gli Stati Uniti, siglato a Washington D.C, e sottoscritto dal ministro degli Esteri Mirzoyan e dall’ex presidente Joe Biden poco prima che lasciasse l’incarico. Questa decisione segna un importante Patto di partenariato strategico volto a incrementare la collaborazione nell’ambito energetico, politico e, in particolare, di sicurezza e difesa.
Ma è anche dal punto di vista economico che l’Armenia guarda verso occidente. Dal 2024 sono infatti aumentate le esportazioni armene verso quattordici Stati membri dell’Unione europea, come ha dichiarato il ministro dell’economia Gevorg Papoyan. I Paesi che hanno visto un incremento degli scambi includono Francia, Italia, Belgio, Polonia e Romania. Papoyan ha anche sottolineato che le esportazioni verso altre economie globali, come Stati Uniti, India, Giappone e Cina, sono cresciute, mentre quelle verso paesi come Russia e Kazakhstan sono diminuite. Tutti segni di un avvicinamento. Ma la Russia?
Il Cremlino ha subito criticato gli Stati Uniti per il loro ruolo destabilizzante nel Caucaso meridionale, accusandoli di cercare di attrarre l’Armenia nella loro sfera di influenza. Nonostante ciò, il portavoce di Vladimir Putin Dmitry Peskov ha, allo stesso tempo, ribadito che la Russia apprezza la sua relazione con l’Armenia e intende continuare a svilupparla. Se però si considerano gli sviluppi interni della politica armena, e la realtà sul campo in Nagorno-Karabakh, questi commenti sembrano più le ultime grida di un uomo ormai sconfitto. A sottolinearlo c’è anche il caso dell’Ucraina. Sebbene sulla carta sia ancora sotto l’influenza della Russia, l’Armenia non sostiene la guerra di Mosca all’Ucraina, e ha inviato aiuti umanitari a Kyjiv. Mentre il ministro degli Esteri armeno ha lodato l’impegno degli Stati Uniti nella risoluzione del conflitto con l’Azerbaijan.
Gli sviluppi futuri, tuttavia, dipenderanno anche dall’evoluzione dei rapporti tra Mosca e la nuova amministrazione Trump. Il nuovo Presidente aveva dichiarato in campagna elettorale di voler «proteggere tutti i cristiani perseguitati», e che si sarebbe quindi impegnato a ripristinare la pace tra Armenia e Azerbaijan. Se da un lato, quindi, è probabile che Trump continui sulla strada del partenariato iniziata da Biden, dall’altro non sappiamo però fin dove le sue trattative con Putin sull’Ucraina possano portarlo, e quali saranno i contraccolpi nella regione.
Un ultimo aspetto da considerare riguarda la percezione dell’Unione europea da parte del popolo armeno. Secondo l’indagine annuale del 2024 sull’opinione pubblica in Armenia del dipartimento del Vicinato orientale dell’Unione europea – la sezione che mira a rafforzare le relazioni politiche, economiche e sociali con i paesi dell’Europa orientale e del Caucaso – il sessantadue per cento degli armeni ripone fiducia nell’Unione: più che in qualsiasi altra istituzione internazionale. L’indagine ha anche rilevato che l’ottanta per cento degli armeni era a conoscenza del sostegno finanziario dell’Unione europea al loro paese (rispetto al sessantadue per cento nel 2016), e che il quarantotto per cento riteneva che fosse efficace (con un aumento di undici punti rispetto all’anno scorso). Non solo il governo sembra avere quindi le idee chiare.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-01-24 19:48:302025-01-27 19:49:57Anche l’Armenia vuole l’Europa, ma si deve ancora liberare della Russia (L'Inkiesta 24.01.25)
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