La galleria Santa Croce apre le porte per ospitare il ‘Viaggio in Armenia’ di Silvio Castiglioni (Il Resto del Carlno 19.03.25)

Nell’inedita cornice della Galleria Santa Croce di Cattolica Silvio Castiglioni, apprezzato attore e ricercatore teatrale, è tornato a stupire il…

Nell’inedita cornice della Galleria Santa Croce di Cattolica Silvio Castiglioni, apprezzato attore e ricercatore teatrale, è tornato a stupire il pubblico col nuovo spettacolo Viaggio in Armenia. Liberamente tratto dal libro di Osip Mandel’stam (1891-1938), che Pasolini definì “il più grande poeta russo della sua generazione”, il monologo dopo il debutto di ieri sera, sarà replicato oggi e domani alla 21.

Da cosa nasce questo lavoro?

“Sono un lettore di libri, da questi traggo ispirazione, divenendo autore della parte teatrale da mettere in scena. In questo caso sono rimasto affascinato dal mondo di Osip Mandel’stam, che veniva sottratto alla conoscenza dei suoi contemporanei, e dalla moglie che imparava a memoria le sue poesie, convinta che i suoi libri rischiassero d’essere bruciati, ma non la sua mente. Imparò così anche la famosa poesia su Stalin, scritta un po’ irritato per com’era stato accolto questo libro sull’Armenia, dov’era stato mandando sperando che scrivesse di quanto fossero magnifiche le sorti del socialismo armeno. Mandel’stam non ce l’aveva col progetto sovietico, voleva però fare il suo lavoro e non essere arruolato tra i propagandisti del regime. Lui era solo un poeta”.

Al centro cosa pone lo spettacolo?

“Si fa cenno a questo rapporto, all’incomprensione tra Mandel’stam e il suo tempo, che non gli ha impedito di avere uno sguardo potente, profondo e disincantato sulla bellezza e sul mondo, nonostante i presagi funesti”.

Un testo ancora attuale?

“Questa poesia è il ritratto di tutti i ducetti contemporanei”.

ni. co.

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Scopri l’architettura di Yerevan, capitale dell’Armenia, con il suo modernismo sovietico (Domusweb 19.03.25)

Contrariamente a quanto si possa pensare, la storia e la costruzione dell’immagine architettonica di Yerevan, antica capitale dell’Armenia, hanno radici piuttosto giovani.
Se infatti i primi insediamenti della città risalgono al 782 a.C., sono pochi i segni del passato urbano oggi ancora visibili. Le rovine dell’antica fortezza di Erebuni si stagliano sulla collina di Arin Berd, ora affiancati da un museo costruito nel 1968 per celebrare il 2.750mo anniversario della città. Del lascito medievale si può osservare la piccola chiesa Katoghike, la cui costruzione è databile al 1264, ad oggi unico esemplare sopravvissuto alle demolizioni propagandate dal regime sovietico e ai bombardamenti della seconda guerra, mentre del cosiddetto periodo Persiano (ascrivibile dal sedicesimo al diciannovesimo secolo) resta in rappresentanza la Moschea Blu, oggi completamente inglobata all’interno del tessuto novecentesco di Yerevan.
Un primo piano urbanistico per la modernizzazione della città viene redatto fra il 1906 e il 1911 stabilendo l’assetto degli assi principali e il loro orientamento in modo definitivo per quello che diverrà il piano di sviluppo urbano principale di Yerevan, redatto nel 1919, all’indomani della Rivoluzione d’ottobre, da Alexander Tamanyan, e definitivamente approvato nel 1924.

Barriera stradale
Il nuovo disegno urbano accentua ulteriormente il carattere di stampo europeo del già ordinato reticolo predisposto col precedente piano, collocando un grande boulevard circolare chiamato a svolgere la funzione di polmone verde per la città, e rievocando l’ideale della Garden City teorizzata dell’urbanista inglese Ebenezer Howard. A proposito dell’immagine stilistica che avrebbe dovuto avere la città, l’ambizione di Tamanyan era orientata verso una sorta di neoclassicismo nazionale, dove i motivi dell’architettura tradizionale armena si fondevano alle proporzioni dell’ordine classico.
Un’idea in parte preservata nella realizzazione degli edifici rappresentativi della città (il Palazzo del Governo, così come il Teatro dell’Opera, entrambi completati dopo la morte di Tamanyan nel 1940, restituiscono l’immagine più classicheggiante di cui si faceva portavoce l’urbanista armeno) ma la completa realizzazione del piano di Tamanyan sotto il regime sovietico vide sempre più fiorire la compresenza di linguaggi, soprattutto nell’interpretazione armena del costruttivismo e dell’architettura di stampo modernista.
Una figura chiave nell’applicazione e interpretazione del piano di Tamanyan negli anni Settanta fu l’architetto Jim Torosyan, al cui nome sono legati molti degli edifici che oggi costituiscono il carattere della capitale armena, e che meglio di altri riuscì a tradurre questa fusione di identità stilistiche che imprime ancora oggi a Yerevan l’immagine di un vero e proprio laboratorio urbano

Monumento del Cinquantesimo Anniversario dell’Armenia Sovietica, 1970
Quindi la grande Cascata (1980) che dal cuore pulsante della città prosegue verso nord uno dei principali assi viari urbani, si sviluppa in una sequenza di cinque terrazze, decorate da motivi massivi e geometrici, per raggiungere idealmente il Monumento dedicato al Cinquantesimo Anniversario dell’Armenia Sovietica (1970), un obelisco e una nuda lastra in basalto, adagiati su un sistema a due terrazze sovrastante la città.
Il complesso della stazione metropolitana di Piazza della Repubblica (1980), con la fontana ipogea e la piazza inferiore interamente scavata in tufo rosa e posta al di sotto della tettoia a forma di fiore sorretta da pilastroni bombati, rende omaggio invece alle tradizioni artigianali locali, mentre le alte arcate che definiscono il perimetro degli edifici alle spalle della piazza, sono plasmate nel tufo come fossero bassorilievi che emergono dalla materia e incorniciano fasci di finestre.

 

Piazza della Repubblica, 1980
Il tunnel luminoso della stazione Yeritasardakan (1981) sfonda il piazzale di accesso alla metropolitana e riemerge dal suolo come i resti di un relitto urbano, mentre lo stadio Hrazdan (1970) si mostra nella piena “brutalità” della struttura, sezionata longitudinalmente e trasversalmente dai soli spalti in cemento; più espressioniste le linee del complesso Karen Demirchyan per eventi sportivi e concerti (1976-1983), con i quattro costoloni strutturali che letteralmente abbracciano e ricoprono le diverse hall all’interno.

Stazione Yeritasardakan, 1981
Diversamente “cruda” è la matericità del Memoriale Tsitsernakaberd (1968) dedicato alle vittime del Genocidio, con le sue 12 lastre in basalto a squarciare la piattaforma sotto di esse, inclinandosi e generando un silenzioso luogo di raccoglimento al loro interno, mentre sul gigante piedistallo dell’Altare della Madre Armenia, eretto nel 1950, si innalza fiera la figura di una donna in procinto di sguainare la spada in difesa della città.

 

Memoriale Tsitsernakaberd, 1968
Ancora, l’edificio dell’Istituto Politecnico, il Cinema Rossiya, la Casa dei Giocatori di Scacchi Tigran Petrosyan, realizzati fra la metà degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Ottanta, come anche una quantità di edifici più o meno comuni di Yerevan, che si tratti di un ufficio di polizia o della Stazione dei Bus Kilika, sono accomunati da una tensione fortemente scultorea che fonde il cemento a vista e le pietre locali (il tufo rosa fra tutte) nella reiterata generazione di motivi decorativi e strutturali. Casseforme che diventano pelli applicate all’edificio creano pattern visivi estremamente riconoscibili, a volte geometrici a volte organici, e si fondono ad elementi di natura artistica, come i bassorilievi “parlanti” realizzati da David Yerevantsi, applicati sulla nuda facciata della Casa dei Giocatori di Scacchi, rivelandone la funzione senza richiedere alcuno sforzo interpretativo.

Cinema Rossiya, 1968-75
In questo paesaggio di cromie e consistenze non stupisce che gli elementi urbani più funzionali mantengano lo stesso carattere di plasticità, quindi una barriera architettonica di separazione stradale si muove come un’onda lungo la via Proshyan, e i due dischi della Teleferica di via Koryun riecheggiano nel cilindro della scala a chiocciola adiacente, in netto contrasto con le essenziali linee ortogonali dei due pilastri e una trave che compongono il portale di ridiscesa al livello inferiore.

In un assetto urbano marcatamente europeo, gli edifici sono infine veri e propri landmarks, testimonianze della contraddizione e della sua elaborazione e accettazione, dell’affermazione di un’identità, che nel suo desiderio di autonomia fa inevitabilmente i conti con la complessità dei segni lasciati da oltre 50 anni di regime, ma che ciononostante ha avuto il coraggio di farli propri, assimilandoli in forme autentiche e originali. Così potenti che anche l’architettura più recente fatica a distaccarsene, rischiando a tratti di perdersi in un facile e anacronistico citazionismo.

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Omaggio a Ravel: Babayan e Tjeknavorian con l’Orchestra Sinfonica di Milano (Il Giorno 18.03.25)

All’arte di Maurice Ravel, nel 150° anniversario della nascita, l’Orchestra Sinfonica di Milano dedica il week end, accogliendo il leggendario pianista Sergei Babayan: venerdì 4 (ore 20) e domenica 6 aprile (16), Emmanuel Tjeknavorian dirige un programma che accosta i due concerti per pianoforte (il Concerto il Sol e il Concerto per la mano sinistra) che vedono protagonista Babayan, intervallati dal Menuet sur le nom d’Haydn per pianoforte, e arricchisce il programma con il Boléro e con la Sinfonia n. 45 in Fa diesis minore Hob.I:45 “Sinfonia degli addii“ di Haydn. A scandire le due date, sabato 5 aprile alle 18 Babayan e Tjeknavorian salgono sul palco dell’Auditorium in duo violino e pianoforte, e sviluppano un programma che tiene insieme la Sonata per violino e piano di Leóš Janàček con la Sonata per violino e piano in Fa maggiore K 376 di Wolfgang Amadeus Mozart e con la Sonata per violino e pianoforte in Fa minore op. 80 di Sergej Prokof’ev. Gran finale dedicato a Ravel, con l’inconfondibile Tzigane. Rapsodie de concert. Classe ’61, l’armeno-americano Babayan, pianista sopraffino ed eccellente didatta (fra i suoi allievi Daniil Trifonov e Stanislav Khristenko), Babayan è sempre molto generoso nella costruzione dei programmi. Ne è senza ombra di dubbio questo il caso. L’impaginato del 4 e del 6 aprile si apre con il Concerto in Sol di Ravel, composto tra 1921 e ’31 “nello spirito di Mozart e di Saint-Saëns”. Composto da tre movimenti (Allegramente – Adagio assai – Presto), il Concerto in Sol è una pietra miliare del repertorio, la cui varietà tematica e di carattere viene valorizzata dalla straordinaria ricerca timbrica del grande Babayan. Fa da contraltare il Concerto per la mano sinistra, strutturato in un solo movimento, il concerto presenta una prima parte in cui vengono riproposti tratti stilistici cari a Ravel, tra cui sarabanda e ritmo puntato, e una seconda parte in cui fiorisce l’improvvisazione. Con una rarità raveliana, il Menuet sur le nom d’Haydn, nato in seno alla “Call for scores” indetta nel 1909 dalla Revue Musicale per dedicare un numero speciale per celebrare Franz Joseph Haydn a cento anni dalla morte. Ma i nomi di Ravel e di Haydn si intersecano ancora, nell’impaginato costruito da Tjeknavorian. Chiude il binomio “Sinfonia degli Addii” di Haydn e il Boléro di Ravel. Fino a toccare territori apparentemente lontani, in una cover reggae di Frank Zappa e una composizione rock di Jeff Beck, senza contare le innumerevoli versioni elettroniche. Quasi due opposti, i lavori sinfonici che chiudono l’impaginato. In uno si toglie, nell’altro si aggiunge, e che rappresentano, nel concerto celebrativo del 150° della nascita di Ravel, un eccellente parallelismo che lo accosta a Haydn. Contrappunta questo dittico sinfonico un appuntamento in duo violino e pianoforte, sabato 5 aprile alle 18: Tjeknavorian imbraccia il violino e sale sul palco dell’Auditorium di Milano insieme a Babayan. Un programma composito che tiene insieme tre Sonate per violino e pianoforte a cavallo dei secoli: la Sonata per violino e piano di Janàček, quella in Fa minore op. 80 di Sergej Prokof’ev e quella in Fa maggiore K 376 di Mozart. Gran finale dedicato a Ravel, con la sua Tzigane. Rapsodie de concert, brano da lui definito “pezzo virtuosistico nel gusto di una rapsodia ungherese”, la cui scrittura ricorda le “violinisterie“ di Sarasate e di un Wieniawski. La violinista Jourdan-Morhange racconta: “Mentre stava componendo questo brano di tecnica trascendentale, Ravel mi mandò un telegramma con la preghiera di precipitarmi a Montfort, portando con me il violino e i Ventiquattro capricci di Paganini. Li voleva riascoltare tutti per non dimenticare nessuna diavoleria”. Come spesso nel repertorio di Ravel, impressioni e influenze raggiungono un particolare equilibrio e danno vita a capolavori intramontabili. È il caso della Tzigane, brano bipartito caratterizzato da una serie di libere variazioni che intendono evocare lo stile improvvisativo dei violinisti tzigani ungheresi.

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Teresa, “il germoglio” armeno della speranza (VaticaNews 18.03.25)

Vive in Svizzera da molti anni ma non dimentica le sofferenze del suo popolo che ama profondamente. Da un incontro fortuito nasce la scintilla per creare il Banco Alimentare in Armenia, un’esperienza da cui sono scaturite tante altre a favore di bambini svantaggiati, di famiglie terremotate. Dopo dieci anni di attività, si raccoglie il frutto maturato attraverso una donna che da atea ha scoperto la fede in Dio: “Tutto viene da Lui, il bene vince sempre”

Benedetta Capelli e Robert Attarian – Città del Vaticano

“Un passo alla volta”: è il mantra che ha scandito la vita di Teresa Mkhitaryan, una donna armena che ha riccioli neri che le incorniciano un viso chiaro e occhi scuri. Si capisce subito che è una donna determinata ma è lei stessa a rivelare che quella forza deriva da una conversione inattesa, cresciuta nel tempo. Una luce arrivata dal buio di un momento che la porta a rifugiarsi in una chiesa a Zurigo per trovare il conforto dalla solitudine di sentirsi straniera in Svizzera, il Paese nel quale era approdata dopo aver lasciato l’Armenia. Racconta di una conversione lunga che nasce dal rifiuto totale, essendo cresciuta in una scuola sovietica e quindi atea, fino all’aprirsi pian piano al mistero e a “provocare” il Signore chiedendogli i segni della sua presenza. Segni che sono puntualmente arrivati.

Teresa Mkhitarian, fondatrice dell'Associazione Germoglio
Teresa Mkhitarian, fondatrice dell’Associazione Germoglio

Partire da un pacco alimentare

Bisogna partire da qui per comprendere l’opera de Il germoglio per l’Armenia, l’associazione fondata da Teresa dieci anni fa. “Ogni viaggio – si legge sul sito – comincia con un primo passo” ed effettivamente è un incontro a segnare l’inizio di una nuova avventura. Teresa conosce una donna in difficoltà, ha fame. Di fronte a queste situazioni o si prova indifferenza o si crea una connessione. Teresa senza esitazione sceglie da che parte stare. “Dovevo festeggiare il mio compleanno – racconta – invece ho cancellato la festa e mi sono messa a fare insieme ad altri dei pacchi alimentari per la famiglia della signora”. È il Banco Alimentare la strada da seguire in Svizzera, dove Teresa inizia a fare la volontaria, come in Armenia, Paese dove il 20,9 percento dei bambini sotto i 5 anni soffre di sottosviluppo fisico a causa della costante malnutrizione. L’esperienza del Germoglio nasce così, anche tra lo scetticismo generale ma i fatti dimostrano il contrario: solo il primo giorno vengono raccolte sei tonnellate di cibo. In meno di dieci anni sono oltre 300 le tonnellate di alimenti distribuite tra le famiglie indigenti.

Uno dei momenti delle varie attività del Germoglio
Uno dei momenti delle varie attività del Germoglio

Una casa per chi non ce l’ha

L’asticella si alza. “Il Germoglio” si guarda intorno e comprende che un’altra situazione drammatica riguarda le persone che ancora vivono nei container dopo il devastante terremoto del 1988 che allora provocò 25mila vittime, di cui 15mila nella sola Gyumri, nel nord dell’Armenia. Teresa e i suoi amici si mettono all’opera per dare un tetto a queste persone soprattutto in vista dell’inverno che qui tocca punte di meno 30 gradi. Una casa di proprietà costa 100 dollari, se ci si mette insieme si può offrire una soluzione. Oggi 500 persone sono proprietarie delle loro quattro mura. “Ogni volta che abbiamo fatto qualcosa – racconta Teresa – per noi è stata una grandissima felicità. È questo il segreto: rendere felice il prossimo”. Dopo aver ripulito le strade, piantato alberi nelle zone più devastate dal sisma, Il Germoglio ha offerto semi di grano, fagioli e mais. Nei villaggi di confine di Shamshadin, 35 famiglie sono state aiutate a seminare e raccogliere grano biologico, anche a creare una piccola azienda avicola.

Teresa in una delle attività promosse da "Il Germoglio"
Teresa in una delle attività promosse da “Il Germoglio”

Seminare la speranza: “la certezza che Dio c’è”

Teresa non ha fatto tutto da sola, ha dato il via ad un moto di bene che è cresciuto nel tempo, ha seminato speranza. “Per me la speranza in questo Giubileo – spiega – è la certezza che Dio c’è, che tutto è nelle sue mani, e che Lui ha il controllo su tutto. È anche la certezza che il bene vince sempre. La speranza per me sono le migliaia di bambini delle scuole che abbiamo aperto in Armenia. Ci sono 74 villaggi dove i bimbi scoprono con i nostri sacerdoti la vita di Gesù e camminano insieme, portando avanti la luce che viene da Lui”. Dieci anni dopo questo germoglio è dunque sbocciato, le sue radici sono ben piantate nel bene e il suo profumo è una lieve brezza che si posa sulle anime del popolo armeno.

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Armenia e Azerbaijan finalizzano il trattato di pace (Osservatorio Balcani e Caucaso 18.03.25)

Pochi giorni fa il ministro degli Esteri azero ha rivelato che il testo del trattato di pace tra Armenia e Azerbaijan è stato finalizzato. La notizia è stata accolta positivamente a livello internazionale, restano però dubbi su dove e quando verrà firmato lo storico accordo

18/03/2025 –  Onnik James Krikorian

La scorsa settimana, Armenia e Azerbaijan hanno confermato che il testo di un accordo per normalizzare le relazioni è stato completato. Il documento, ufficialmente noto come Accordo sulla pace e l’istituzione di relazioni interstatali tra Armenia e Azerbaijan, comprende 17 punti.

Giovedì scorso, quando il ministro degli Esteri azero Jeyhun Bayramov ha fatto l’annuncio a margine del Global Baku Forum, rimanevano solo due punti da risolvere: il ritiro dei casi legali internazionali intentati reciprocamente e il divieto della presenza di “forze straniere” sul confine condiviso di 1.000 chilometri.

Ciò è stato interpretato in particolar modo come un riferimento alla Missione dell’Unione europea in Armenia (EUMA), dispiegata sul lato armeno del confine nel 2023. A febbraio, il suo mandato è stato esteso per un altro biennio.

Dopo l’annuncio di Bayramov, il ministero degli Esteri armeno ha confermato la notizia, aggiungendo che spera di “avviare consultazioni con […] l’Azerbaijan in merito al momento e al luogo per la firma” dell’accordo. Anche gli Stati Uniti e l’Unione Europea, insieme a Francia, Germania, Cina, Russia e altri, tra cui la NATO e l’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (CSTO) guidata da Mosca, hanno accolto con favore la notizia.

Sebbene tecnicamente separata dall’effettivo trattato di pace, Baku si aspetta ancora che Yerevan modifichi la costituzione dell’Armenia, facendo riferimento alla parte che riguarda l’inclusione di rivendicazioni territoriali sull’Azerbaijan.

Ciò si riferisce alla Dichiarazione di Indipendenza del 1990 che rivendica il Nagorno Karabakh recentemente sciolto. Baku ha anche altri requisiti. In particolare, afferma che l’ormai defunto Gruppo di Minsk dell’OSCE, l’unico organismo incaricato a livello internazionale di mediare il conflitto del Karabakh, da non confondere con le effettive relazioni tra Armenia e Azerbaijan, dovrebbe essere sciolto. Yerevan ritiene che ciò dovrebbe avvenire solo dopo la firma di un accordo di pace.

Baku spera anche di poter raggiungere un accordo ancora sfuggente sullo sblocco dei trasporti e delle comunicazioni regionali e di un collegamento via terra cruciale tra l’Azerbaijan e la sua exclave di Nakhchivan attraverso l’Armenia.

Attualmente, solo i voli commerciali azeri possono effettuare il viaggio attraverso lo spazio aereo armeno o via terra attraverso l’Iran. Yerevan ritiene che anche questo possa essere risolto quando un accordo entrerà in vigore. Nessuno di questi prerequisiti, se di questo si tratta, è nuovo nonostante le affermazioni di alcuni media.

In ogni caso, a causa della necessità di modifiche costituzionali, la firma del trattato potrebbe non avvenire prima del 2027. Sebbene un piccolo numero di analisti armeni e azeri creda che ciò potrebbe teoricamente verificarsi quest’anno, il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha segnalato che la bozza di una nuova costituzione sarà pronta solo entro le prossime elezioni parlamentari a metà del 2026.

L’opposizione continua a sostenere che ciò è risultato della pressione da parte dell’Azerbaijan e ha già annunciato che solleciterà un boicottaggio o lo trasformerà in un referendum sul governo Pashinyan.

Anche alcune parti della società civile armena sono contrarie a un accordo di pace con l’Azerbaijan. Per Baku, tuttavia, è necessario essere certi che la popolazione dell’Armenia sia pronta a voltare pagina per lasciarsi alle spalle tre decenni di conflitto armato.

Tuttavia, il presidente azero Ilham Aliyev ha comunque espresso scetticismo sulla possibilità di fidarsi di Yerevan. “Abbiamo bisogno di documenti”, ha affermato. I critici di Pashinyan accusano Aliyev di non voler firmare comunque un accordo e continuano a riferirsi a qualsiasi accordo come “capitolazione”. Tuttavia, la risposta dell’opposizione finora si è limitata alle parole. Non ci sono state proteste.

Dato che la comunità internazionale ha accolto con favore la notizia dell’annuncio, è improbabile che l’opposizione riesca a raccogliere abbastanza sostegno a livello nazionale, per non parlare di quello internazionale.

La ministra degli Esteri tedesca, Annalena Baerbock, ha elogiato l’Armenia per le sue “coraggiose concessioni”, mentre Iran e Russia, i due paesi su cui l’opposizione ha fatto affidamento in passato, speravano nella “firma di un accordo di pace” tra Armenia e Azerbaijan.

Mentre gli Stati Uniti e la Russia cercano un riavvicinamento sull’Ucraina e l’UE affronta i propri problemi con Washington, c’è poco che il governo armeno possa fare per resistere a questo slancio in un ordine mondiale in cambiamento.

Non cambiare la costituzione potrebbe comunque essere visto da Baku come un casus belli, anche se un referendum fallisse. Dopo l’annuncio, Pashinyan ha parlato con Vladimir Putin e ha accettato un invito a partecipare alle celebrazioni annuali del Giorno della vittoria di quest’anno, il 9 maggio a Mosca. I media riportano che anche Aliyev probabilmente parteciperà.

Sebbene gli indici di gradimento di Pashinyan rimangano bassi, il sostegno all’opposizione guidata dagli ex presidenti Robert Kocharyan e Serzh Sargsyan è ancora più basso.

Inoltre, anche se circa l’80% degli intervistati in un sondaggio dell’anno scorso era contrario alla modifica della costituzione per placare Aliyev, tale cifra era appena al di sotto del 60% in un sondaggio di inizio mese. Molti sono indecisi.

Inoltre, recenti interviste di Vox Pop con Radio Free Europe nelle strade di Yerevan e Baku sembravano suggerire che molti in entrambe le capitali la sostengano. Tuttavia, gli armeni, come molti analisti locali, credono che Aliyev non firmerà l’accordo mentre gli azeri affermano che Yerevan deve prima cambiare la sua costituzione.

In un discorso alla fine del mese scorso, Pashinyan ha presentato la sua visione per una “vera Armenia” che include modifiche costituzionali. Ha già avviato consultazioni con il pubblico. Ciò distoglierebbe anche dalle critiche dell’opposizione secondo cui non ha un mandato per firmare un trattato. La strada da percorrere, per quanto poco chiara, potrebbe essere intrapresa in fasi.

Si spera, ad esempio, che il processo di demarcazione dei confini dell’anno scorso riprenda ora che l’inverno sta finendo. La scorsa settimana, Pashinyan ha anche incontrato giornalisti turchi a Yerevan, un altro segnale che fa sperare che le relazioni con la Turchia possano essere finalmente stabilite insieme al processo Armenia-Azerbaijan.

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Governo«La Svizzera organizzi un forum sulla pace nel Nagorno-Karabakh» (Corriere del Ticino 18.03.25)

Il Consiglio federale deve organizzare entro un anno un Forum internazionale sulla pace nel Nagorno-Karabakh, regione contesa del Caucaso. È quanto chiede una mozione accolta oggi dal Consiglio degli Stati per 29 voti a 12. Il Nazionale aveva già dato il proprio via libera lo scorso dicembre: l’oggetto viene quindi trasmesso all’esecutivo per la sua attuazione.

L’obiettivo del progetto – elaborato dalla Commissione della politica estera della Camera del popolo – è di permettere un dialogo aperto fra l’Azerbaigian e i rappresentanti della popolazione di etnia armena del Nagorno-Karabakh, da condurre sotto la supervisione internazionale o in presenza di attori rilevanti a livello globale, nell’intento di negoziare il ritorno collettivo, e in tutta sicurezza, degli armeni insediati da generazioni nella regione.

Dall’ultima offensiva militare condotta da Baku nel settembre 2023, il Nagorno-Karabakh è stato svuotato della sua popolazione armena, ha ricordato la relatrice commissionale Tiana Angelina Moser (PVL/ZH). Temendo un nuovo genocidio come quello del 1915, gli abitanti si sono visti costretti a lasciare la propria patria nel giro di pochi giorni, ha aggiunto la zurighese.

Secondo i sostenitori dell’atto, allestendo un vertice per la pace la Svizzera avrebbe l’opportunità di avvalersi del suo comprovato ruolo di intermediario neutrale per avviare un dialogo costruttivo tra le parti in conflitto. Un impegno che consoliderebbe la tradizione umanitaria della Confederazione e rafforzerebbe la sua posizione quale partner affidabile nella diplomazia internazionale.

Una minoranza, sostenuta ad esempio dai “senatori” ticinesi Fabio Regazzi (Centro) e Marco Chiesa (UDC), ha tentato senza successo di rispedire il dossier in commissione per un nuovo esame. “Più aspettiamo e più la possibilità di tornare a casa per le persone interessate scende”, ha replicato Céline Vara (Verdi/NE).

Josef Dittli (PLR/UR), contrario alla mozione, ha fatto notare come qualche giorno fa Azerbaigian e Armenia abbiano già comunicato il raggiungimento di un accordo per mettere fine al conflitto, che si trascina, con varie fasi d’intensità, da decenni.

D’accordo con lui il consigliere federale Ignazio Cassis, il quale ha evidenziato che, secondo il diritto internazionale, il Nagorno-Karabakh appartiene all’Azerbaigian. La Svizzera non riconosce questa enclave, ha insistito davanti al plenum il ministro degli esteri.

Stando a Cassis, organizzare una conferenza fra questi attori sarebbe – a livello giuridico, non umanitario, ha tenuto a precisare – come farlo fra Spagna e Catalogna. La mozione è “come minimo inutile, se non dannosa”, ha riassunto invano il ticinese, ricordando a sua volta il processo di pace in corso di svolgimento.

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Il Consiglio federale organizzerà un Forum internazionale sulla pace nel Nagorno-Karabakh

Armenia. Nagorno Karabakh: un accordo di pace fragile con Azerbaigian (Notizie Geopolitiche 15.03.25)

di Giuseppe Gagliano –

Dopo decenni di scontri, tensioni e una guerra che nel 2023 ha spazzato via le ultime vestigia dell’indipendenza del Nagorno-Karabakh, Armenia e Azerbaigian sembrano finalmente sul punto di firmare un accordo di pace. Il testo del trattato è stato concordato tra le parti, ma la firma definitiva è ancora appesa a un filo.
Il ministero degli Esteri armeno ha annunciato di aver finalizzato la bozza dell’accordo, affermando che “la Repubblica d’Armenia è pronta ad avviare consultazioni con la Repubblica dell’Azerbaigian sulla data e sul luogo della firma”. Anche Baku ha confermato la conclusione dei negoziati sul testo, ma ha posto condizioni che potrebbero ritardarne la ratifica.
La principale richiesta dell’Azerbaigian è la modifica della Costituzione armena, che secondo il governo di Ilham Aliyev conterrebbe ancora rivendicazioni territoriali implicite nei confronti dell’Azerbaigian. Inoltre Baku ha chiesto lo scioglimento ufficiale del Gruppo di Minsk dell’OSCE, un organismo internazionale nato nel 1992 per la risoluzione della disputa sul Nagorno-Karabakh, ma ormai considerato obsoleto.
Se la modifica della Costituzione armena fosse davvero una condizione preliminare alla firma dell’accordo, il processo potrebbe richiedere mesi, se non anni. Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha annunciato già a febbraio la volontà di indire un referendum per riscrivere la Costituzione, ma finora non è stata fissata alcuna data. Il rischio dunque è che l’Azerbaigian utilizzi questa richiesta per ritardare la firma o per ottenere ulteriori concessioni da parte di Erevan.
Se da un lato l’accordo rappresenta un passo storico verso la normalizzazione dei rapporti, dall’altro la sfiducia tra le due nazioni rimane altissima. Richard Giragosian, direttore del Regional Studies Center di Erevan, ha definito l’accordo “un progresso senza precedenti”, ma ha anche messo in guardia sulla possibilità che l’Azerbaigian possa avanzare nuove richieste all’ultimo momento.
La recente storia dei rapporti tra i due Paesi è stata segnata da tregue fragili e continue violazioni. Dopo la guerra del 2020 e l’offensiva azera del settembre 2023, che ha portato alla fuga di oltre 100mila armeni dal Nagorno-Karabakh, il governo di Baku ha rafforzato la sua posizione strategica e militare. Da allora, le pressioni internazionali hanno spinto entrambe le parti a riprendere il dialogo, ma la pace rimane un obiettivo difficile da raggiungere.
Diverse potenze occidentali hanno accolto con favore la notizia dell’accordo. Stati Uniti, Unione Europea e Russia hanno tutti sostenuto il processo di pace, ma con approcci differenti.
L’Unione Europea ha cercato di giocare un ruolo di mediatore, ma senza un reale peso nella regione. Gli Stati Uniti hanno più volte espresso il loro supporto a una pace duratura, ma la loro influenza diretta nei negoziati è stata limitata. La Russia, storicamente alleata dell’Armenia ma con legami crescenti con l’Azerbaigian, ha mantenuto un atteggiamento ambiguo, cercando di evitare un completo allontanamento di Erevan senza compromettere i rapporti con Baku.
Nonostante il clima di apparente distensione, molte questioni rimangono aperte. L’Armenia è politicamente divisa tra chi considera l’accordo un male necessario per garantire la sicurezza del Paese e chi lo vede come una capitolazione di fronte alle pressioni azere. Allo stesso tempo l’Azerbaigian, forte della sua recente vittoria militare, potrebbe non accontentarsi di una semplice normalizzazione diplomatica.
Resta da vedere se questo accordo segnerà l’inizio di una pace stabile nel Caucaso o se sarà solo una tregua temporanea prima di nuove rivendicazioni e nuovi conflitti.

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“VIAGGIO IN ARMENIA”: Silvio Castiglioni alla Galleria Santa Croce di Cattolica (Informazione.it 15.03.25)

Bologna,  (informazione.it – comunicati stampa – arte e cultura)Grazie al festival le Parole di Hurbinek, che ci invitava a riflettere sulla parola ‘razza’, dopo quasi vent’anni siamo tornati a Osip Mandel’stam e al suo Viaggio in Armenia dove si legge: “Non c’è nulla di più istruttivo e gioioso che immergersi nella compagnia di persone di una razza diversa dalla nostra”. Ma perché un piccolo libro del “più grande poeta in lingua russa del Novecento, sottratto alla conoscenza dei suoi contemporanei” (P. P. Pasolini) ci sembra così importante?

Dietro l’apparente appartenenza a un genere – il “diario di viaggio” ma anche la “letteratura di missione”– nella pagine di Viaggio in Armenia si cela una scrittura che si fa “grafico di una costante diserzione”. E proprio in questa diserzione emerge il carattere politico di un libro che a un primo sguardo può apparire mite e perfino svagato; e però evoca un’Armenia fuori dal tempo e disattende le aspettative dei suoi committenti, sfuggendo al compito di celebrare i presunti successi del primo piano quinquennale sovietico. La sfida al nuovo potere non lascia spazio a ulteriori dilazioni, e con la pubblicazione del Viaggio – prima ancora della celebre poesia su Stalin, ‘il montanaro del Cremlino’, per cui fu ufficialmente incriminato – Osip Mandel’štam si consegna definitivamente nelle mani dei suoi carnefici, portando così a compimento il suo destino.

Segreta riflessione sul tempo, la memoria e la morte – e straordinaria metafora di resistenza e di vitalità – Viaggio in Armenia è un sereno, luminosissimo addio; un rito d’addio. Il testo ideale per tratteggiare il profilo di un artista che si dichiarava ostile a tutto ciò che è personale, in tempi intossicati dall’inganno dei reality e dall’illusione del biografismo.

 

Galleria Santa Croce – Cattolica

 Martedì 18 – Mercoledì 19 e Giovedì 20 marzo 2025 ore 21.00

VIAGGIO IN ARMENIA
Silvio Castiglioni
liberamente tratto dal libro di Osip Mandel’stam, Adelphi edizioni, a cura di Serena Vitale

riduzione e adattamento Silvio Castiglioni e Giovanni Guerrieri

interprete Silvio Castiglioni
oggetti, scene e costumi Giulia Gallo
immagini Patrizio Esposito
regia Giovanni Guerrieri
una coproduzione Celesterosa / I Sacchi di Sabbia, per il festival Le Parole di Hurbinek 2025
col sostegno di Mic, Regione Toscana, Regione Emilia-Romagna
in collaborazione con Armunia e Comune di Cattolica

Ufficio Stampa

Giancarlo Garoia
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‘La masseria delle allodole’, i vent’anni del libro di Arslan (IlRestodelCarlino 15.03.25)

Antonia Arslan presenterà, in occasione dei venti anni dalla prima pubblicazione, la nuova edizione del suo romanzo ‘La masseria delle allodole’ (Bur Rizzoli). L’appuntamento è per oggi alle 17.30 alla libreria Ubik di via San Romano 43.

Ispirato ai ricordi familiari dell’autrice, il racconto della tragedia di un popolo “mite e fantasticante”, gli armeni, e la struggente nostalgia per una terra e una felicità perdute. La masseria delle allodole è la casa, sulle colline dell’Anatolia, dove nel maggio 1915, all’inizio dello sterminio degli armeni da parte dei turchi, vengono trucidati i maschi della famiglia, adulti e bambini, e da dove comincia l’odissea delle donne, trascinate fino in Siria attraverso atroci marce forzate e campi di prigionia.

In mezzo alla morte e alla disperazione, queste donne coraggiose, spinte da un inesauribile amore per la vita, riescono a tenere accesa la fiamma della speranza; e da Aleppo, tre bambine e un “maschietto-vestito-da-donna” salperanno per l’Italia.

Antonia Arslan è una scrittrice, traduttrice e accademica italiana con origini armene. Laureata in archeologia, è stata professoressa di Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di Padova. È autrice di saggi sulla narrativa popolare e d’appendice e sulla galassia delle scrittrici italiane. Nel 2004 ha scritto il suo primo romanzo, ‘La masseria delle allodole’, che ha vinto il Premio Stresa di narrativa e il Premio Campiello.

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Armenia: “pronti alla pace”. Ma Baku processa i leader armeni catturati (Vari 14.03.25)

Pagine Esteri – I negoziati sul trattato di pace tra Armenia e Azerbaigian sono stati completati con l’accordo sul testo definitivo. Lo ha confermato ieri il primo ministro armeno, Nikol Pashinyan, parlando con alcuni giornalisti nei pressi della sede del partito di governo “Contratto civile” a Erevan. «Il testo è pronto per la firma, ora siamo pronti ad avviare discussioni sui tempi e sul luogo», ha dichiarato Pashinyan.

Per quanto riguarda le modalità della firma, Pashinyan ha ricordato che il ministero degli Esteri dell’Azerbaigian ha espresso disponibilità a trattare il tema in un formato bilaterale. «Loro hanno le loro idee, noi le nostre. Immagino che durante queste discussioni cercheremo di avvicinare le posizioni», ha concluso il premier armeno.

Erevan ha comunicato a Baku, tramite canali diplomatici, l’accettazione delle modifiche e ha proposto di rilasciare una dichiarazione congiunta per ufficializzare il completamento dei negoziati, ma l’Azerbaigian ha optato per un annuncio unilaterale.

Trattato di pace, un percorso accidentato
Con la conferma dell’accordo sulla bozza del “Trattato per l’istituzione della pace e delle relazioni interstatali”, l’Armenia si dichiara pronta a discutere con l’Azerbaigian le modalità per la firma definitiva del documento, che però non sembra all’ordine del giorno.

«Ribadiamo la posizione di principio e di lunga data dell’Azerbaigian secondo cui la condizione principale per la firma del testo negoziato è la modifica della Costituzione armena al fine di eliminare le rivendicazioni contro la sovranità e l’integrità territoriale dell’Azerbaigian» recita infatti una nota emessa dal Ministero degli Esteri azero. In precedenza il ministro degli Esteri azero Ceyhun Bayramov si era rallegrato del fatto che Erevan avesse accettato le proposte di Baku in merito a due articoli controversi del trattato.

Ma il regime azero pretende anche lo scioglimento del Gruppo di Minsk che opera nell’ambito dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), accusata dai funzionari di Baku di essere prevenuta nei loro confronti.

La modifica della Costituzione armena, richiesta da Baku, con la rimozione dal preambolo delle rivendicazioni territoriali su parti del territorio controllato dall’Azerbaigian, potrebbe però allontanare la firma dell’accordo, rafforzando le forze politiche che in Armenia si oppongono alla fine del conflitto con i vicini. Solo due mesi fa, inoltre, il presidente azero Ilham Aliyev aveva accusato l’Armenia di rappresentare una minaccia “fascista” che andava annientata, una dichiarazione che i leader armeni avevano considerato il preludio ad una nuova aggressione militare da parte di Baku.

L’agenzia di stampa statale russa TASS ha citato Pashinyan affermando che l’accordo raggiunto dovrebbe impedire, come richiesto dagli azeri, lo schieramento del personale di paesi terzi lungo il confine tra Armenia e Azerbaigian. Tale disposizione riguarderebbe sia i membri di una missione di monitoraggio civile dell’Unione Europea attualmente dispiegata e fortemente criticata da Baku, sia le guardie di frontiera russe che sorvegliano alcune parti del confine tra i due paesi.

L’Armenia e l’Azerbaigian hanno combattuto una serie di guerre dalla fine degli anni Ottanta, quando le due repubbliche facevano ancora parte dell’Unione Sovietica. L’oggetto dello scontro è stato il Nagorno-Karabakh, una regione dell’Azerbaigian che aveva una popolazione prevalentemente armena e che si rese indipendente da Baku con il sostegno di Erevan. Nel settembre 2023, l’Azerbaigian ha ripreso il Karabakh con la forza, grazie al sostegno della Turchia e di Israele, costringendo i 100.000 armeni che la abitavano a fuggire per rifugiarsi in Armenia.

Proteste a Erevan

Il processo ai leader armeni del Nagorno-Karabakh suscita proteste
Proprio mentre Erevan annuncia il raggiungimento di un accordo con gli storici nemici, i
l processo a Ruben Vardanyan – un importante uomo d’affari armeno ed ex ministro della Repubblica di Artsakh (come si era denominato il Nagorno-Karabakh durante l’indipendenza di fatto) – in corso a Baku ha scatenato nuove proteste contro il governo armeno.

Nei giorni scorsi la stampa di Erevan ha infatti pubblicato nuovi dettagli sul peggioramento della salute di Vardanyan lanciando accuse di tortura alle forze di sicurezza azere. L’uomo, arrestato dalle autorità azere il 27 settembre del 2023 mentre tentava di rifugiarsi in Armenia, è sotto processo per ben 42 reati, tra i quali quelli di terrorismo e finanziamento del terrorismo.

I suoi avvocati difensori hanno contestato l’imparzialità della corte e accusato la magistratura di Baku di agire per motivi politici. Il 19 febbraio Vardanyan ha anche iniziato uno sciopero della fame per protestare contro quella che descrive come una “farsa giudiziaria”.

Il processo ha scatenato numerose proteste in Armenia. Partiti e associazioni di opposizione a Pashinyan hanno organizzato alcune manifestazioni davanti all’ufficio del Comitato Internazionale della Croce Rossa ed un corteo ha sfilato dalla sede del Ministero degli Esteri al Palazzo del Governo a Erevan, pretendendo che l’esecutivo si spenda per la liberazione dell’ex leader del Nagorno Karabakh e degli altri funzionari armeni imprigionati in Azerbaigian.

Sono infatti 16 gli ex leader delle istituzioni armene del Nagorno Karabakh che sono sotto processo a Baku, ai quali occorre aggiungere tre ex presidenti della repubblica processati separatamente.

Le mobilitazioni e lo sciopero della fame hanno indotto Pashinyan e il Ministro degli Esteri Ararat Mirzoyan a esercitare nuove pressioni – finora senza esito – sulle autorità azere per il rilascio dei prigionieri. Il premier – da sempre alla ricerca di forti relazioni con gli Stati Uniti e la Francia, in particolare dopo l’abbandono dell’ex repubblica sovietica da parte di Mosca – ha anche cercato di scaricare le responsabilità degli eventi sulla Russia, affermando che Vardanyan era stato inviato in Nagorno Karabakh dal Cremlino.

Da parte sua il governo russo ha declinato ogni coinvolgimento nella vicenda, ricordando che l’ex uomo d’affari aveva deciso spontaneamente di rinunciare alla cittadinanza russa nel 2021 per trasferirsi in Nagorno Karabakh ed entrare a far parte dell’amministrazione dell’autoproclamata Repubblica di Artsakh.

Nato a Erevan durante l’epoca sovietica, Vardanyan ha fatto fortuna in Russia, investendo una parte importante dei suoi capitali in Armenia. Negli ultimi anni, a causa dei suoi legami con l’ex amministratice dell’agenzia statunitense “Usaid” Samantha Power e con l’attore George Clooney è stato spesso accusato di essere una “quinta colonna” filoamericana in Russia e in Armenia.

Al tempo stesso il magnate è stato accusato di gestire in Armenia, attraverso la sua banca, un sistema di riciclaggio di denaro proveniente dalla Federazione Russa, e di operare per garantire gli interessi del Cremlino nel paese di origine.

Tra le altre cose la magistratura dell’Azerbaigian lo accusa di aver contrabbandato mine antiuomo e minerali preziosi mentre era ministro della Repubblica di Artsakh, finché Vardanyan non si è dimesso dal suo incarico su pressione del governo dell’enclave armena e non è stato arrestato al termine dell’operazione militare azera che ha disarmato le forze di difesa armene e posto fine all’esistenza dell’entità armena indipendente.

Baku espelle la Croce Rossa e le agenzie dell’ONU
A causa dello sciopero della fame – in secondo da quanto Vardanyan è stato catturato dagli azeri – le condizioni di salute dell’uomo sono notevolmente peggiorate. I suoi sostenitori sostengono che la sua vita sia in pericolo, soprattutto dopo che il regime di Ilham Aliyev ha ordinato al Comitato Internazionale della Croce Rossa, unico organismo internazionale che ha finora avuto il permesso di visitare i 23 dirigenti armeni detenuti nel paese, di lasciare l’Azerbaigian.

Le autorità hanno accusato la Croce Rossa di aver finanziato illegalmente alcune ong non registrate e di aver spiato l’esercito azero durante le ripetute offensive azere contro il Nagorno Karabakh.

La decisione riguarda anche diverse agenzie dell’ONU e organizzazioni internazionali che finora operavano nel paese. Secondo il regime di Baku, il paese è diventata ormai una potenza economica e non ha più bisogno dell’assistenza da parte degli organismi internazionali, considerati indesiderati testimoni delle continue violazioni dei diritti umani, nonostante le quali l’Azerbaigian ha ospitato lo scorso anno la conferenza COP29 sul clima e sarà la sede l’anno prossimo del World Urban Forum.

In virtù del proprio ruolo di produttore di gas e petrolio e della sua posizione strategica nel Caucaso Meridionale. l’Azerbaigian gode di ottime relazioni sia con la Federazione Russa (anche se i rapporti con Mosca risentono dell’abbattimento per errore di un aereo di linea azero da parte russa alla fine del 2024) sia con gli Stati Uniti e alcuni paesi europei, in particolare l’Italia e l’Ungheria.

L’Armenia appare invece relativamente sola, nonostante il riaffacciarsi nel paese dell’influenza occidentale dopo che il governo di Erevan ha accusato la Russia – che in Armenia possiede una grande base militare – di non fare abbastanza per sostenerla. Lo scorso anno Pashinyan ha anche sospeso la partecipazione dell’Armenia al Trattato di Sicurezza Collettiva, guidato dalla Russia. Pagine Esteri

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Pace nel Caucaso meridionale, ma a che prezzo?  (ISPI)


Storico: Armenia e Azerbaigian raggiungono un accordo di Pace (ScenariEconomici)


Approntata una bozza di Accordo di pace per l’istituzione di relazioni interstatali tra Azerbaigian e Armenia (FarodiRoma)


Armenia-Azerbaigian: accordo di pace dopo 40 anni di conflitti (Asianews)


Armenia-Azerbaigian: nonostante la conclusione dei negoziati la firma di un accordo di pace sembra ancora lontana (AgenziaNova)


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Armenia e Azerbaigian sono pronti a firmare un accordo di pace (Internazionale)


Armenia. Nagorno Karabakh: un accordo di pace fragile con Azerbaigian (NotizieGeopolitiche)