La comunità armena di Bari dona il sangue, ‘atto di solidarietà’ (Ansa e altri 24.01.25)

Trenta volontari, membri e simpatizzanti alla comunità armena di Bari oggi hanno donato il sangue nel Centro trasfusionale dell’ospedale Di Venere del capoluogo pugliese aderendo all’iniziativa ‘Uniti dalla gratitudine: un abbraccio lungo un secolo’, organizzata e promossa dal Consolato onorario della Repubblica d’Armenia in Bari, in collaborazione con la Asl e con il patrocinio della Regione Puglia, come “atto di solidarietà e appartenenza alla Puglia”.
“Il nostro sistema sanitario – ha detto il governatore, Michele Emiliano – non lascia indietro nessuno, cura tutti coloro che ne hanno bisogno, senza distinzioni.

Oggi, una piccola comunità compie un grande gesto con cui esprime la propria gratitudine per le cure ricevute dalle donne e dagli uomini che come un secolo fa, ogni giorno, nei nostri ospedali, lottano contro la sofferenza e sostengono i più fragili e bisognosi, spesso migranti ed extracomunitari”.


Bari, la comunità armena al Di Venere per un gesto di solidarietà (Pugliapress)


Uniti nella gratitudine (TgrRai)


All’ospedale Di Venere la comunità armena protagonista di una giornata di donazioni del sangue (Ruvochanel)

Armenia tra Russia e Ue: Il Ritorno della Geopolitica in Europa (EastJournal 23.01.25)

’Armenia sta rivoluzionando il proprio ruolo nel mondo e guarda all’Europa. Paese storicamente filorusso, aveva trovato in Mosca una garanzia per la propria sicurezza (o per meglio dire sopravvivenza) dal periodo imperiale fino a questi ultimi anni. Oggi questi schemi sono completamente saltati. Non c’entra l’identità e non c’entra la condivisione dei valori democratici. È semplicemente il percorso di un paese che si sente tradito e smarrito in un mondo in cui tornano a contare i rapporti di forza, è una questione geopolitica

L’Armenia vuole integrarsi in Europa ma parola d’ordine è ‘multipolarismo’

Pochi giorni fa il governo armeno ha approvato un disegno di legge che annuncia l’inizio del processo di adesione all’Unione Europea. L’obiettivo è disegnare con Bruxelles un percorso di integrazione, segnando la volontà armena di allinearsi sempre più l’acquis europeo. Il Primo Ministro ha però sottolineato che l’approvazione della legge non implica che il Paese entrerà letteralmente nell’Ue, in quanto una decisione del genere può essere presa solo tramite referendum, come previsto dalla Costituzione. Si tratta però di una scelta di campo da non sottovalutare.

Il piccolo paese caucasico aveva già sospeso la sua partecipazione al CSTO come conseguenza al terremoto geopolitico innescato in seguito alla perdita dell’Artsakh (ai più noto come Nagorno Karabakh). Yerevan aveva rimproverato Mosca per la mancata protezione, e per non aver svolto il suo ruolo di peacekeeper. Un immobilismo già evidente nel 2020 e che aveva convinto Baku a portare a termine la “questione del Karabakh” con l’offensiva finale del 2023. Il governo di Nikol Pashinyan è arrivato a definire, in una intervista al quotidiano “la Repubblica”, l’alleanza con Mosca “un errore strategico”, e ha mostrato la sua intenzione a intensificare i rapporti con i paesi occidentali. Vista la totale inaffidabilità della Russia, l’Armenia sta cercando di perseguire una politica estera multivettoriale, percepita come maggiore garanzia per la propria sicurezza.

Nell’ultimo anno Yerevan ha intensificato i rapporti con Teheran portandoli ad un livello di partnership strategica, ha iniziato ad importare armi da Nuova Dehli, e ha partecipato al vertice BRICS a Kazan. Dall’altra parte ha stretto importanti accordi con Parigi, svolto esercitazioni militari con Washington e dichiarato di non opporsi all’adesione all’Unione Europea. La diplomazia armena è in una fase di dinamismo che non ha precedenti. Se si fa un viaggio nella città di Kapan, capoluogo della provincia di Syunik a sud del paese, dove si avverte un diffuso clima di paura per una possibile invasione, si vede la rappresentazione plastica di questo dinamismo in politica estera in quanto proprio in quella città l’Iran ha già aperto una sede consolare e la Francia ha intenzione di fare lo stesso per dimostrare la propria vicinanza a Yerevan.

I rapporti con Bruxelles, infine, sono migliorati molto soprattutto in seguito all’ultimo conflitto con Baku, ma se si guarda il quadro di insieme si vede una Armenia che persegue una politica estera multilaterale, proprio per riempire un vuoto di sicurezza che non vuole ripetere.

“Dimmi, Armenia, è vero che hai voglia di Europa?”

Interpretare l’approvazione della legge come la volontà di Yerevan di gettarsi acriticamente tra le braccia dell’Occidente per una non chiara condivisione di valori sarebbe quindi fuorviante. È certamente vero che l’Armenia si sta avvicinando all’Europa sempre di più e come mai aveva fatto prima, fino al punto di considerare la possibilità di aderire all’Ue; ma è bene attenersi alle logiche della realpolitik per capire questa svolta. Soprattutto perché nel mondo di oggi tornano a contare, forse più di prima, i rapporti di forza nelle relazioni tra stati. Non c’entra l’identità, e non c’entra la condivisione dei valori democratici.

Camminando per le strade della capitale si percepisce come gli armeni si sentano altra cosa rispetto agli europei, e nel resto del paese l’Ue viene percepita come qualcosa di lontano e spesso di ipocrita. La questione è geopolitica. Dopo l’esito delle elezioni in Georgia, il governo dello “sbarbato Pashinyan”, si conferma l’ultimo esecutivo filoeuropeo nel Caucaso del Sud. Per questo motivo sia i paesi europei stessi, in prima linea la Francia, sia le istituzioni europee hanno tutto l’interesse a non chiudere le porte al piccolo paese caucasico. Va ricordato che Parigi vede nel Caucaso una possibilità di rilancio della propria politica estera dopo il proprio ridimensionamento nella regione africana del Sahel. Inoltre, l’Armenia, in quanto confinante con l’Iran, potrebbe avere un ruolo di transito per l’eventuale evacuazione di cittadini europei dalla Repubblica Islamica nel caso in cui la situazione in Medio Oriente dovesse veramente esplodere e andare fuori controllo. Infine, Bruxelles, già a luglio 2024, aveva attivato per la prima volta lo Strumento Europeo per la Pace, atto a sostenere attivamente le forze armate armene. La decisione fa parte di un approccio pragmatico dell’Ue che da un lato non vuole instabilità regionale, dall’altro non vuole perdere l’ultimo potenziale alleato nella regione.

La storia torna in Europa

Il 2024 è stato l’epilogo del ritorno della storia in Europa. Non solo la guerra in Ucraina e il massacro in Medio Oriente, anche il referendum in Moldavia e la rielezione di Donald Trump alla Casa Bianca oltre ai cambiamenti geopolitici nel Caucaso, sono segnali che Bruxelles deve affrettarsi nella definizione di una propria politica di sicurezza, iniziando a lavorare insieme per guidare una Unione della Difesa e cooperando tra loro in tre aree chiave di interesse comune: Mediterraneo, Est Europa, e Caucaso del sud. In poche parole, le regioni parte della Politica Europea di Vicinato (PEV). Rilanciare la PEV attraverso una cooperazione allargata che guardi a Mediterraneo e contenimento della Russia sarebbe un’operazione straordinaria in un mondo in cui tornano a contare i rapporti di forza. La legge approvata dal governo di Pasinyan non implica che l’Armenia entrerà in Ue, ma è il segno che l’Europa può e deve fare di più nelle relazioni esterne.

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Una nuova costituzione per l’Armenia (Osservatorio Balcani e Caucaso 23.01.25)

l 2025 dovrebbe essere un anno decisivo per le riforme costituzionali in Armenia. In cima alla lista di priorità, le modifiche sul Karabakh spinte dall’Azerbaijan, ma anche e soprattutto l’eliminazione di anomalie legislative che rendono vulnerabile la democrazia nel paese

23/01/2025 –  Marilisa Lorusso

Il 2025 sarà un anno frenetico per la storia costituzionale dell’Armenia. Il premier Nikol Pashinyan aveva promesso un’ampia riforma della carta fondamentale dopo la rivoluzione di velluto, ma gli eventi hanno travolto questo processo ambizioso.

Adesso ci sono nuove pressioni in questo senso, con l’Azerbaijan che preme per la rimozione dei riferimenti nella costituzione armena alla questione del Karabakh. Il governo Pashinyan pare risoluto a una nuova stesura della costituzione, e il ministero di Giustizia di Yerevan ha comunicato a inizio 2025 l’intenzione di redigere il nuovo testo costituzionale entro le elezioni del 2026.

Fra le questioni che la nuova costituzione dovrebbe affrontare c’è il riordino degli organi di sicurezza del paese. L’istituzionalizzazione degli apparati di sicurezza, sia esercito che forze di polizia, ha risentito di due fattori: la mancata tradizione democratica che si è fatta a fatica strada nei tre decenni d’indipendenza dopo il settantennio sovietico, e le guerre che hanno contribuito sia alla militarizzazione della società che a uno squilibrio di potere fra l’apparato civile e quelli armati, inclusi i veterani.

Un numero consistente di veterani di guerra non hanno deposto le armi, e questo rappresenta un rischio per il paese, sia per il governo a cui si oppongono, sia per i privati cittadini.

Anomalie istituzionali

Una anomalia istituzionale di lunga data, poi sanata, è stata che per decenni l’Armenia non ha avuto un ministero degli Interni. Il ministero di norma ha il controllo delle forze di polizia e di sicurezza interna.

In Armenia era stato inizialmente istituito dal primo presidente Levon Ter-Petrosyan e includeva anche le truppe sovietiche e una forza paramilitare (che in Russia si è poi trasformata nella Guardia Nazionale, posta sotto il controllo del presidente). La vita del nuovo ministero durò una decina d’anni. Il Dipartimento di polizia non ha avuto un ministero dedicato fino al riordino istituzionale voluto da Nikol Pashinyan dopo la rivoluzione di velluto.

Nel 2019 è partito un piano triennale di riforma della polizia, che ha portato nel 2022 alla ri-creazione del ministero degli Interni, responsabile davanti al parlamento, una misura volta a mantenere una maggiore responsabilità dell’organo di polizia.

Una seconda anomalia è nata con la riforma costituzionale del 2015. Fino ad allora, le forze armate erano sotto il controllo del presidente, come è normale che sia in una Repubblica. Nel 2015 l’Armenia è diventata una repubblica parlamentare: il capo dell’esecutivo è quindi una figura politica e generalmente partitica, e non è la massima istituzione dello stato.

Proprio per questo le repubbliche parlamentari mantengono comunque le forze armate sotto il controllo della presidenza e non del governo: sono organi super-partes che vengono coordinati dall’azione di governo, attraverso il ministero della Difesa, ma il cui comandante supremo è la massima figura istituzionale del paese e non rappresentate una fazione, ma l’intera nazione, quindi il presidente.

Serzh Sargsyan aveva invece voluto la riforma con lo scopo di diventare primo ministro, terminati i suoi due mandati presidenziali nel 2018, e si era portato dietro le forze armate. Sargsyan è passato, ma la riforma è rimasta.

Secondo l’articolo 155 della Costituzione, la decisione sull’impiego delle forze armate spetta al Governo. In caso di necessità urgente, il premier, su raccomandazione del ministro della Difesa, decide sull’impiego delle forze armate e ne informa immediatamente i membri del governo.

Il più alto ufficiale militare delle forze armate è il Capo di stato maggiore, nominato dal presidente della Repubblica su proposta del primo ministro, e in caso di guerra il Capo di stato maggiore è subordinato al ministro della Difesa. In tempo di guerra, il premier funge da comandante in capo delle forze armate.

Questo spiega perché sia stato Pashinyan a firmare il cessate il fuoco con i presidenti russo e azero nel 2020, in quanto capo del governo e comandante supremo delle forze armate.

Democrazia e sicurezza

Se la creazione del ministero degli Interni va nella direzione del controllo civile sulle forze di polizia attraverso il parlamento, sono molte le sfide che riguardano l’apparato di sicurezza del paese. L’esercito, per come è stabilita la catena di comando nella costituzione, potrebbe essere uno strumento di governo e non dello stato, per cui potenzialmente uno strumento di parte, anche se finora è stato il contrario.

Pashinyan si è dovuto scontrare con l’ex capo di stato maggiore nel 2021, che ne chiedeva le dimissioni dopo la firma del cessate il fuoco. Onik Gasparyan, l’allora capo di stato maggiore, aveva raccolto le firme di una quarantina di ufficiali e, dopo che il suo vice era stato rimosso da Pashinyan, si è mosso in quello che a tutti gli effetti è stato considerato un embrionale colpo di stato militare contro l’autorità civile.

Dopo una lunga trattativa e una sentenza della Corte costituzionale, Gasparyan è stato costretto ad accettare la propria rimozione.

Ma non è solo dai ranghi dei combattenti regolari che arrivano rischi per la democrazia armena. Le guerre per il Karabakh hanno creato coorti di veterani, alcune delle quali si sono organizzate politicamente e hanno dato filo da torcere alle autorità.

Ed è la presenza di milizie più o meno organizzate, e di armi non rese dopo la guerra che preoccupa un governo che corre sempre sul filo del rasoio dell’impopolarità. Nonché l’uso a fini criminali delle armi scomparse durante la guerra.

Nel 2016 i veterani del gruppo Sasna Tsṙer assalirono una centrale di polizia, uccidendo una persona, ferendone due e tenendone in ostaggio nove, avanzando richieste di natura politica, fra cui le elezioni anticipate. Veterani sono pure comparsi nel 2024 lungo il confine armeno-azero durante il processo di demarcazione e delimitazione, partecipando alle proteste anti-governative.

A settembre è emerso un tentativo di golpe armato  , questa volta organizzato da cittadini ed ex residenti del Karabakh che sarebbero stati addestrati in Russia. Dopo l’addestramento, avrebbero cominciato a reclutare potenziali combattenti per il Battaglione Armenia (unità mercenaria russa) con lo scopo di rovesciare il governo. Fra gli arrestati figurava il comandante del battaglione di volontari del Karabakh “Pantere Nere”  e veterano di guerra del Nagorno Karabakh Serob Gasparyan.

Gasparyan è il fratello del veterano di guerra del Nagorno Karabakh, ex deputato armeno (2007-2017, partito “Armenia Prospera”) Rustam Gasparyan, morto con suo figlio in un attacco UAV (attacco aereo senza pilota) azero durante la guerra dei 44 giorni nell’ottobre 2020.

Nel 2024 in Armenia è stato registrato un aumento del 55% dei crimini a mano armata. Secondo il ministro degli Interni Vahe Ghazarian  mancano all’appello qualcosa come 17mila fucili d’assalto distribuiti durante la guerra del 2020.

Finita la guerra i combattenti avrebbero dovuto deporre le armi e renderle allo stato, cosa che chiaramente in migliaia di casi non è successa.

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Armenia, progetti europei e difficoltà economiche (Osservatorio Balcani e Caucaso 22.01.25)

L’Armenia ha annunciato l’intento di diventare membro dell’Unione europea: tuttavia le strette relazioni con Mosca, in particolare in ambito economico ed energetico, complicano la possibilità che Yerevan intraprenda la strada europea

22/01/2025 –  Onnik James Krikorian

Il governo armeno ha annunciato l’intento di entrare a far parte dell’Unione europea. Alcune forze politiche extraparlamentari ritenute vicine al primo ministro Nikol Pashinyan hanno raccolto firme per un referendum sulla questione: nonostante siano solo 60mila, il parlamento è comunque obbligato a discutere l’iniziativa.

Pashinyan si è limitato a dire che l’Armenia è pronta ad “avvicinarsi all’UE nella misura in cui quest’ultima lo ritenga possibile”, forse consapevole del fatto che Bruxelles non dà priorità all’adesione nel prossimo futuro. Ha anche affermato che qualsiasi referendum potrebbe avvenire solo dopo i colloqui con l’UE. Sebbene l’Armenia si stia emancipando da Mosca come unico referente per la sicurezza, fare altrettanto nelle sfere economica ed energetica non sarà così semplice.

Secondo i media, l’anno scorso il 42% del commercio estero è avvenuto con la Russia, solo il 7,3% con l’UE. L’Armenia dipende inoltre esclusivamente dalla Russia per il gas e combustibile nucleare. Senza sbocco sul mare e bloccata dall’Azerbaijan e dalla Turchia, Yerevan non ha rotte sufficienti per beneficiare del mercato UE e dipende da Georgia e Iran. La Russia ha chiarito che l’adesione all’UE significherebbe l’esclusione dall’Unione economica eurasiatica (EEAU).

Alcuni analisti sottolineano che la crescita economica in Armenia è in gran parte trainata dalla riesportazione di beni dalla Russia ai mercati esteri e viceversa, in violazione delle sanzioni internazionali. Prima della guerra in Ucraina, il fatturato commerciale tra Yerevan e Mosca era di 2,5 miliardi di dollari. Si prevedeva che avrebbe raggiunto i 12,5 miliardi di dollari nel 2024.

Tuttavia, il governo armeno ha annunciato “l’inizio di un processo di adesione” all’UE. Il vice primo ministro russo Alexei Overchuk ha invece definito questo sviluppo come l’inizio dell’uscita dell’Armenia dall’EEAU. Aumenterebbero i prezzi del gas, attualmente venduti all’Armenia a prezzi inferiori a quelli di mercato, così come il costo di altre importazioni come il grano. “La gente comune perderà reddito, impiego e pagherà di più per beni di prima necessità”, ha avvertito Overchuk.

Imperterrito, Gagik Melkonyan, parlamentare del Contratto civile di Pashinyan, afferma di credere che la Russia abbia più bisogno dell’Armenia che il contrario. “Ci spaventano sempre. Taglieremo il gas o chiuderemo la strada. Vivere così non è vivere”, ha affermato Melkonyan. “Dobbiamo scegliere una strada che non sarà mai chiusa”.

Il 17 gennaio, Pashinyan e il presidente russo Vladimir Putin hanno parlato al telefono e, si legge in una dichiarazione del Cremlino, hanno discusso di un “ulteriore approfondimento dell’integrazione e della cooperazione” e dei “significativi benefici pratici derivanti dal lavoro congiunto all’interno dell’Unione economica eurasiatica, anche per l’economia armena”. L’ufficio di Pashinyan ha affermato di aver discusso della presidenza armena dell’EAEU nel 2024 e delle “prossime questioni”. La chiamata sarebbe stata avviata da Yerevan.

La Commissaria per l’allargamento dell’UE, Marta Kos, ha risposto dicendo che tutte le domande vengono considerate attentamente e che ha intenzione di visitare l’Armenia nella prima metà di quest’anno. Pashinyan ha dichiarato che spera di discutere una “roadmap” per l’adesione, sebbene l’opposizione sostenga che tali speranze siano irrealistiche.

Anche Gagik Tsarukyan, uno dei principali oligarchi sotto le precedenti amministrazioni degli ex presidenti Robert Kocharyan e Serzh Sargsyan, ha espresso preoccupazioni simili. “Ciò significa posti di lavoro persi, aziende in bancarotta, incapacità di pagare le tasse universitarie dei figli, problemi con il pagamento dei mutui, il pagamento delle cure mediche e del riscaldamento delle case e l’impossibilità di andare in vacanza in estate”, ha affermato.

Anche la presenza della Missione dell’Unione europea in Armenia (EUMA) lungo il confine con l’Azerbaijan rimane una questione delicata. L’attuale mandato biennale della missione, che succede al dispiegamento temporaneo della European Union Monitoring Capacity (EUMCAP) nel 2022, scade il mese prossimo. Oltre alle preoccupazioni russe e iraniane sulla presenza dell’UE nella regione, l’Azerbaijan ha recentemente chiesto che venga ritirata se verrà firmato un accordo di pace.

Ciò sembra improbabile al momento, sebbene il mese scorso Pashinyan abbia suggerito a Baku che l’EUMA può essere ritirata da quella parte del confine tra Armenia e Azerbaijan demarcata l’anno scorso. Tuttavia, una più stretta integrazione tra l’Armenia e l’UE comporta anche dei rischi, soprattutto in ambito economico e di sicurezza. Ciò dipenderà probabilmente da eventuali riavvicinamenti tra Mosca e la nuova amministrazione Trump.

Poco prima che l’ex presidente Joe Biden lasciasse l’incarico, il ministro degli Esteri armeno Ararat Mirzoyan e l’ora ex segretario di Stato americano Antony Blinken hanno firmato una storica Carta di partenariato strategico a Washington D.C.

Approvata in fretta prima che Trump entrasse in carica, la Carta traccia un quadro istituzionalizzato della futura cooperazione e fa anche riferimento alla cooperazione nucleare civile, tema chiave per qualsiasi diversificazione energetica.

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Gugerotti inviato dal Papa in Siria per portare ai cattolici il sostegno della Chiesa (Vaticanews e altro 22.01.25)

Vatican News

Il cardinale Claudio Gugerotti, prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali, è stato incaricato dal Papa di recarsi in Siria, “per portare il suo abbraccio e la sua benedizione ai cattolici” del Paese. Lo riferisce un comunicato del dicastero che il porporato presiede, specificando che il Pontefice desidera, “nella condizione attuale in cui versa la Siria”, che i fedeli “sentano l’affetto e il sostegno dell’intera Chiesa cattolica e, in particolare, del Vescovo di Roma, il quale non cessa di pregare per loro”. Il porporato sarà in visita nella nazione dal 23 al 29 gennaio e sarà accompagnato dall’arcivescovo segretario del dicastero, monsignor Michel Jalakh, dell’ordine antoniano maronita, e dall’addetto alla sua segreteria personale, padre Emanuel Sabadakh, francescano minore.

L’impegno della Chiesa cattolica

Appartenenti a Chiese antichissime, “i cristiani hanno offerto un contributo fondamentale” alla crescita della cultura e della società dell’area” asiatica fin dai primi secoli, sperimentando “uno sviluppo straordinario di fede, di scienza, di economia”. Ora chiedono “di poter continuare ad apportare il loro contributo a una Siria che resista ai rischi di settarismo e alle forze centrifughe e promuova una concorde unità nella diversità”, si legge nel comunicato del Dicastero per le Chiese Orientali. Per questo il Papa auspica che “siano finalmente rimosse le limitazioni che hanno portato i siriani all’indigenza e favorito una drammatica emigrazione” e “invita a ricostruire un Paese pacifico, la cui prosperità sia assicurata da tutte le sue componenti, nel rispetto della libertà, della dignità della persona umana, e della varietà, a partire dalla elaborazione della nuova Costituzione”. Il Pontefice, inoltre, “assicura che la Chiesa cattolica impiegherà ogni sforzo per aiutare, in ogni modo possibile, la rinascita” del Paese.

Il programma della visita

Durante la sua permanenza, il cardinale Gugerotti con il nunzio apostolico, il cardinale Mario Zenari, visiterà i vescovi, i sacerdoti, i religiosi, le religiose e i fedeli cattolici in ciascuna delle rispettive cattedrali: greco-melkita – incontrandosi con il patriarca Youssef Absi e partecipando alla Divina Liturgia) – maronita, caldea, sira, armena e latina, unendosi alla preghiera in ciascuna di esse. A Damasco e ad Aleppo, si riunirà con i responsabili, i sacerdoti, i religiosi e i laici delle comunità e con gli organismi di promozione della carità delle Chiese locali. Prenderà, poi, parte all’Assemblea Plenaria dei vescovi cattolici che si raduneranno ad Homs. Nel visitare i patriarchi delle Chiese ortodosse, Mor Ignazio Afram II, patriarca della Chiesa siro-ortodossa di Antiochia e di tutto l’Oriente, Giovanni X, patriarca greco-ortodosso di Antiochia e di tutto l’Oriente, ed altri vescovi delle Chiese ortodosse, tra cui i presuli della Chiesa armena apostolica, il prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali porterà il saluto di Papa Francesco, assicurando che per il Pontefice “l’unità dei cristiani”, nel momento attuale, “è un imperativo imprescindibile e che la Chiesa cattolica è pronta ad ogni collaborazione”. Il 25 gennaio, festa della conversione di San Paolo ed ultimo giorno dell’ottavario di preghiera per l’unità dei cristiani, il porporato presiederà l’Eucaristia al Memoriale di San Paolo, “edificato sul luogo che la tradizione attribuisce all’evento che segnò la vita dell’Apostolo delle genti”. Inoltre venererà le reliquie dei santi martiri di Damasco nella Chiesa latina e nella cattedrale maronita a Bab Touma. Infine, come all’andata, a conclusione del suo viaggio, il cardinale prefetto si recherà a Beirut, in Libano, presso la locale Nunziatura Apostolica.

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Il cardinale Gugerotti in Siria per portare l’abbraccio del Papa (Romasette)

Medio Oriente: da domani il card. Gugerotti in Siria(AgenSir)

 

 

 

In campo con MkhitaryanLa battaglia sociale per sostenere i prigionieri politici armeni sotto processo in Azerbaijan (L’Inkiesta 22.01.25)

«Libertà per Ruben Vardanyan». Il messaggio è circolato su molti profili di attivisti armeni la settimana scorsa, quando stava per iniziare a Baku, in Azerbaijan, il processo contro Ruben Vardanyan e altri quattordici esponenti del governo dell’ormai dissolta Repubblica dell’Artsakh, nella regione del Nagorno-Karabakh. Tra i numerosi attivisti che hanno diffuso il messaggio c’è stato anche Henrikh Mkhitaryan, trentaseienne centrocampista dell’Inter e di gran lunga il più noto calciatore armeno di tutti i tempi. Mkhitaryan ha ricondiviso sui suoi canali social il comunicato di Vardanyan contro la propria detenzione, taggando i profili dell’Onu, della Corte Penale Internazionale, di Amnesty International e di altre ong che si occupano di diritti umani, e inviando loro un unico messaggio: «Agite».

Vardanyan era stato ministro dell’Artsakh tra il novembre 2022 e il febbraio 2023, ma anche dopo il termine del suo breve mandato politico aveva continuato a sostenere attivamente la repubblica filo-armena nella regione del Nagorno-Karabakh, fino all’offensiva azera del settembre 2023. In quell’occasione lui e altre figure di spicco del governo dell’Artsakh erano stati arrestati e portati a Baku, dove ora è iniziato il processo. Un procedimento giuridico che gli attivisti armeni definiscono come una farsa, ritenendo Vardanyan e gli altri dei prigionieri politici.

L’impegno politico di Mkhitaryan
Come molti altri personaggi che circondano il conflitto del Nagorno-Karabakh, che va avanti almeno dal 1991, anche Vardanyan non è esente da controversie. Ex dipendente, tra le altre, della Cassa di Risparmio di Torino, è divenuto un ricco imprenditore ed è arrivato a essere molto vicino a Vladimir Putin. Troika Dialog, la sua banca d’investimento, è stata accusata di riciclare denaro per conto della Russia, e dopo l’invasione dell’Ucraina è stato pure inserito in una black list di Kyjiv con gli oligarchi maggiormente legati alla Russia. La sua situazione riflette in piccolo le contraddizioni politiche del conflitto tra Armenia e Azerbaijan, con la prima che è storicamente appoggiata dalla Russia mentre il secondo intrattiene proficui rapporti con l’Unione europea (sebbene il governo di Baku sia tutt’altro che differente, nei metodi, da quello di Mosca).

In mezzo a questa storia, come si è raccontato più volte, c’è anche il calcio. Mkhitaryan è diventato in questi anni uno dei più importanti ambasciatori dell’Armenia nell’Europa occidentale, grazie alle sue prestazioni con Borussia Dortmund, Manchester United, Arsenal, Roma e, adesso, anche Inter. Ambasciatore dell’Unicef fin dal 2016, il centrocampista è noto per il suo impegno politico orientato soprattutto al conflitto nel Nagorno-Karabakh: nell’ottobre 2020, quando giocava con i giallorossi, aveva chiesto l’intervento della comunità internazionale contro l’offensiva azera nella regione, accusando Baku di crimini di guerra. «L’esercito dell’Azerbaijan sta deliberatamente puntando obiettivi come scuole e asili, residenze civili, ospedali ed altre infrastrutture, nella capitale e in altri centri densamente abitati», aveva scritto Mkhitaryan. «Siamo lasciati soli nella nostra battaglia contro il terrorismo internazionale».

Figlio di un ex noto calciatore armeno di epoca sovietica, Hamlet Mkhitaryan, il centrocampista dell’Inter aveva già fatto discutere quando, nel maggio 2019, si era rifiutato di giocare la finale di Europa League tra il suo Arsenal e il Chelsea, dato che l’incontro si sarebbe tenuto a Baku. La decisione era stata presa per timore di rischi per la sicurezza del giocatore, nonostante le autorità azere avessero provato a rassicurare l’Arsenal. Nel caso era intervenuta addirittura Leyla Abdullayeva, portavoce del Ministero degli Esteri del regime di Ilham Aliyev, con il consueto messaggio sull’errore di mescolare sport e politica.

Calcio e politica tra Armenia e Azerbaijan
Curiosamente questa mescolanza non aveva mai indispettito prima di quel momento il governo di Baku, che anzi ne ha fatto ampio uso. L’organizzazione a Baku dei Giochi Europei del 2015 venne considerata talmente rilevante per la buona immagine diplomatica di Aliyev che fu proprio in quell’occasione che degli attivisti politici coniarono il termine “sportwashing”. L’organizzazione nello stesso luogo della finale di Europa League di quattro anni dopo è stata un altro tassello nel progetto sport-politico del governo azero, a cui nell’estate del 2021 si sono aggiunte anche tre partite dell’Europeo itinerante di calcio. Il tutto senza parlare del noto caso del Qarabağ, club divenuto da alcuni anni una presenza fissa nelle competizioni Uefa, e che è ritenuto uno strumento del soft power azero nelle sue rivendicazioni sul Nagorno-Karabakh.

Nonostante la recente piccola ascesa in Conference League del FC Noah – una squadra originariamente collocata nell’Artsakh ma trasferitasi a Yerevan a causa della guerra – l’Armenia non è mai riuscita ad avere un vero e proprio corrispettivo del Qarabağ, ed è così spesso toccato a Mkhitaryan difendere la causa del proprio Paese nell’ambiente calcistico. D’altronde il centrocampista dell’Inter è molto legato alla politica armena: sua moglie Betty è la figlia dell’imprenditore e politico Mikael Vardanyan, che è solo un omonimo di Ruben Vardanyan ma proviene da una delle più ricche e influenti famiglie del Paese caucasico. Lo zio della moglie di Mkhitaryan è infatti Karen Vardanyan, ex deputato e proprietario di Gran Holding, la più importante azienda dell’Armenia, che prima dell’offensiva azera del 2023 aveva investito molto nello sviluppo di Stepanakert, la capitale dell’Artsakh.

Mosca pronta a contribuire alla normalizzazione delle relazioni tra Armenia e Azerbaigian (Eunews 21.01.25)

Martedì il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha ospitato a Mosca il suo omologo armeno Ararat Mirzoyan per colloqui per discutere delle relazioni bilaterali e degli ultimi sviluppi nelle tensioni tra Armenia e Azerbaigian

La Russia si è detta pronta a contribuire alla normalizzazione delle relazioni tra Armenia e Azerbaigian. Lo ha riferito il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov martedì durante i colloqui con l’omologo armeno Ararat Mirzoyan a Mosca. L’incontro nella capitale russa avviene in un periodo di tensioni tra Yerevan e Baku e dopo l’intenzione del primo ministro armeno Nikol Pashinian di abbandonare l’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Csto).

“Siamo pronti a fornire l’assistenza necessaria alla normalizzazione delle relazioni tra Armenia e Azerbaigian”, ha detto il capo della diplomazia russa, sulla scia “dello sviluppo di quegli accordi trilaterali che sono stati raggiunti dai leader dei tre Paesi nel 2020-2022”. “Crediamo che questi accordi siano ancora rilevanti, soprattutto alla luce dell’attuale situazione nella regione”.

Lavrov: Mosca si impegna a rispettare tutti gli accordi con Armenia, anche in ambito militare

Lavrov ha aggiunto che la Russia si impegna a rispettare tutti gli accordi con l’Armenia, anche in ambito militare. “Da parte nostra, abbiamo sottolineato il nostro impegno nei confronti dell’intera serie di accordi con Yerevan, anche in ambito politico militare, formalizzati a livello bilaterale e nel quadro delle nostre associazioni di integrazione comune. Allo stesso tempo, naturalmente, siamo interessati a garantire che le nostre relazioni bilaterali non siano influenzate negativamente da attori extraregionali che non vogliono vedere rafforzata l’alleanza russo-armena”, ha concluso Lavrov.

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Robbiate: sala gremita per riflettere sul genocidio armeno (Merateonline 21.01.25)

Ad aprire la serie di appuntamenti che il comune di Robbiate ha organizzato per la “Giornata della memoria” è stata la narrazione di Stefano Panzeri sulla tragedia del popolo armeno.
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L’attore meratese di Ronzinante, che ha al suo attivo diversi riconoscimenti per la sua bravura e professionalità, ha saputo raccogliere l’attenzione del pubblico assiepato la sala consigliare.
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Un monologo che ha lasciato tutti in silenzio, emozionato e fatto comprendere il dramma di quanto si è consumato durante questo primo genocidio del XX secolo.

Sul podio dei Pomeriggi Musicali torna George Pehlivanian con il violinista Stefan Milenkovich (Ipomeriggi 20.01.25)

Sul podio dei Pomeriggi Musicali torna George Pehlivanian con il violinista Stefan Milenkovich

In programma musiche di Komitas, il Concerto per violino n. 2 di Prokof’ev e la Settima Sinfonia di Beethoven

Torna attesissimo il direttore d’orchestra George Pehlivanian per l’80a stagione concertistica 2024/2025 dei Pomeriggi Musicali “80 anni suonati” al Teatro Dal Verme giovedì 23 (ore 10 e ore 20) e sabato 18 gennaio (ore 17).

In programma la Suite armena di Padre Komitas, quindi il Concerto n. 2 per violino e orchestra op. 63 di Sergej Prokof’ev affidato al celebre violinista serbo Stefan Milenkovich e, nella seconda parte la Sinfonia n. 7 in La maggiore op. 92 di Ludwig van Beethoven.

«”Musica di grandi eventi”. Il titolo di queste note – scrive Raffaele Mellace – è preso in prestito da una dichiarazione di Sergej Prokof’ev, uno degli autori in programma. Il concetto ben si adatta infatti ai lavori proposti, gravidi di Storia, aperti a implicazioni che travalicano l’individuo, destinati alle folle. Di grande rilevanza collettiva è sicuramente la musica del padre Komitas (il nome, assunto all’ordinazione, richiama un compositore di inni del VII secolo), figura tragica e modernissima di monaco, assurto a simbolo dell’identità armena. Addottoratosi a Berlino nel 1895, Komitas fu attivissimo nella ricerca etnomusicologica, esercitata sul campo trascrivendo personalmente nei villaggi migliaia di melodie tradizionali armene, curde, persiane e turche, poi rivisitate in composizioni anche molto ambiziose. Il suo apostolato per la musica e la cultura armena culminò nel Congresso della Società internazionale di musicologia di Parigi nella primavera 1914, alla vigilia della Grande guerra, con relazioni e un concerto nella chiesa armena. Nel 1915, nelle prime fasi del genocidio perpetrato dai turchi, Komitas fu deportato, trauma da cui non si riprese più. […] In quella stessa Parigi che assistette all’apostolato per la cultura armena di padre Komitas, Sergej Prokof’ev scrisse il tema principale del primo movimento del Concerto per violino n. 2, lavoro di respiro davvero internazionale, a dimostrazione della “vita nomade” dell’autore a quei tempi: il secondo movimento fu infatti composto a Voronež, in Russia, l’orchestrazione fu ultimata a Baku, in Azerbaijan, e la “prima” avvenne a Madrid il 1° dicembre 1935, nell’anno in cui il povero padre Komitas si spegneva in un ospedale psichiatrico di Parigi. Intercettiamo Prokof’ev a una svolta esistenziale, la vigilia del rientro definitivo (1936) in Unione Sovietica dopo diciotto anni di peregrinazioni tra Stati Uniti ed Europa, inclusa la Parigi di Ravel e Debussy. L’ultima commissione occidentale del compositore russo nasce per il violinista francese Robert Soëtens, che con il collega Samuel Dushkin, dedicatario nel 1931 del Concerto per violino di Stravinskij, aveva interpretato la “prima” della Sonata per due violini di Prokof’ev. Concepito in origine anch’esso come sonata, il Concerto in Sol minore è un gioiello di poesia crepuscolare, caratterizzato da quel terso lirismo che costituisce lo splendido marchio di fabbrica dell’ispirazione di questo gigante del Novecento. […]  Musica che pare realizzare le idee espresse nel 1931 sulla missione del compositore: “È passato il tempo in cui la musica veniva creata per un manipolo di esteti. Oggi vaste folle popolari sono giunte faccia a faccia con la musica seria e se ne stanno in attesa con ardente impazienza. […] Le folle amano la grande musica, la musica di grandi eventi, di grandi amori, di vivide danze. Esse capiscono assai più di quanto credano taluni compositori”. Di folle e di Storia parla il capolavoro beethoveniano che conclude il programma odierno. Umiliata dall’occupazione francese e quindi costretta a un armistizio oneroso, Vienna, patria adottiva di Beethoven, offriva uno spettacolo che il 26 giugno 1809, dieci giorni prima della vittoria di Napoleone a Wagram, Beethoven commentava con queste parole: “Che devastazione e sconquasso attorno a me, nient’altro che tamburi, cannoni, afflizione umana d’ogni genere». Il furore delle armi e le drammatiche difficoltà dei tempi, ahinoi tanto attuali, lungi dal restare ai margini delle composizioni beethoveniane, vi si riversano imperiosamente e impregnano l’invenzione musicale influenzando in misura determinante la qualità della scrittura. Sarebbe impossibile concepire una partitura simile prescindendo dal contesto storico-culturale di un’Europa avviata a completare un secondo decennio di guerre, rivoluzionarie prima e napoleoniche poi: andranno ricondotte al rumore della Storia, meno indirettamente di quanto si potrebbe supporre, la spiccata propensione alla gestualità, le sonorità marziali, l’immagine sonora di un sublime che in quella stagione tanto inquieta non poteva se non assumere il tono d’uno stile eroico. Nacque in quel contesto la Settima sinfonia […]: fragorosa musica di guerra, corroborata dall’ubiquo protagonismo dei fiati, in grado di trasformare il rumore della Storia in pura euforia dionisiaca»

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Lo strano caso Azero (Ariannaeditrice 20.01.25)

L’Azerbaijan, paese ben collocato nell’area di crescente importanza strategica dell’Asia centrale, da un punto di vista geopolitico si colloca nell’orbita turcofona, ed è sicuramente il miglior alleato di Ankara. Il governo di Baku ha di recente rimesso in campo le sue rivendicazioni verso l’Armenia, sia per quanto riguardava l’enclave del Nagorno-Karabakh (questione poi risolta con il veloce conflitto del settembre 2023), sia soprattutto per la questione del corridoio di Zangezur, che dovrebbe collegare la Repubblica autonoma di Nakhchivan al resto dell’Azerbaijan, attraverso la regione armena di Syunik. A sua volta l’Armenia, paese tradizionalmente collocato nell’orbita russa, ha di recente avviato un progressivo avvicinamento all’occidente (UE, NATO) allontanandosi da Mosca. Dopo la disastrosa sconfitta del 2023, di cui Erevan porta non poche responsabilità, questo avvicinamento si è ulteriormente accentuato, soprattutto attraverso la Francia – paese tradizionalmente amico, che ospita una comunità della diaspora armena.
La questione del corridoio di Zangezur è in effetti al centro di tensioni più ampie, poiché l’Iran è decisamente contrario; la sua creazione, infatti, verrebbe a tagliare le sue linee di transito verso nord-ovest attraverso l’Armenia. Oltretutto, l’Azerbaijan – grazie agli oleodotti turchi – è un importante fornitore di petrolio di Israele, con il quale peraltro Baku intrattiene ottimi rapporti, anche per quanto riguarda la difesa. Teheran, dunque, ha più di una ragione per trovarsi in contrasto con il paese vicino. Baku ed Ankara, oltretutto, manovrano per mettere sotto pressione l’Iran (la mossa turca in Siria non è che l’aspetto più eclatante), anche sotto il profilo energetico; la Socar, compagnia statale azera nel settore, ha annunciato investimenti per oltre 17 miliardi di dollari in Turchia, in particolare nella produzione di componenti necessarie alla raffinazione. In tal modo, il greggio azero – passante tramite l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, che trasporta il petrolio dal Mar Caspio al Mediterraneo attraverso la Turchia – verrà raffinato in loco, rafforzando ulteriormente il legame tra i due Stati.
Ma l’area del Medio Oriente allargato è un tale groviglio di interessi, che può accadere di tutto.
Ed ecco infatti che viene annunciato un accordo trilaterale (in via di definizione), Russia-Iran-Azerbaijan, che prevede la costruzione di un gasdotto che attraverso l’Azerbaijan fornirà all’Iran inizialmente 2 miliardi di metri cubi di gas all’anno, con l’obiettivo di raggiungere infine i 55 miliardi di metri cubi. La capacità massima pianificata di questo gasdotto dovrebbe essere uguale a quella del Nord Stream. L’accordo, della durata di 30 anni, fornirà gas russo all’Iran sia per il consumo interno che per i paesi limitrofi.
Nonostante detenga la seconda riserva di gas naturale più grande al mondo (34 trilioni di metri cubi, dopo la Russia), l’Iran si trova infatti ad affrontare una carenza di carburante, poiché la domanda di gas supera la produzione. La maggior parte delle riserve non è sfruttata a causa delle sanzioni imposte dagli USA, che bloccano gli investimenti e il miglioramento della tecnologia, e oltretutto i principali giacimenti di gas dell’Iran sono concentrati nel sud, mentre i maggiori consumatori si trovano nel nord, dal clima piuttosto rigido, ragion per cui in inverno l’Iran si trova ad affrontare una carenza giornaliera di almeno 260 milioni di metri cubi di gas, mettendo a dura prova la fornitura di elettricità.
Ovviamente Baku, oltre a ricavarne introiti dal diritto di passaggio, potrebbe a sua volta usufruire di parte del gas trasportato. Se, come sembra, l’accordo verrà finalizzato, si verrebbe insomma a creare una situazione di maggior cointeresse tra i tre paesi, che in qualche misura – ed in prospettiva – potrebbe portare sia ad una risoluzione negoziata dei contenziosi tra Iran ed Azerbaijan, sia ad una limitata riduzione dell’influenza turca nella regione.
Insomma, il grande gioco geopolitico continua…

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