Jerevan: l’ambasciatore Ferranti a colloquio con la ministra armena della Salute Avanesyan (Aise 14.03.25)

JEREVAN\ aise\ – Mercoledì scorso, 12 marzo, l’ambasciatore d’Italia a JerevanAlessandro Ferranti, è stato ricevuto dalla ministra della Salute della Repubblica di Armenia, Anahit Avanesyan.
Nel dare il benvenuto all’ambasciatore, la ministra Avanesyan ha espresso grande apprezzamento per la collaborazione e il sostegno dell’Italia, menzionando l’assistenza medica fornita ai cittadini che avevano riportato ustioni a seguito dell’esplosione di Stepanakert nel settembre 2023. Avanesyan ha inoltre presentato all’ambasciatore Ferranti le priorità in tema di riforme, con particolare riguardo all’introduzione del sistema di copertura universale, esprimendo vivo interesse per il modello italiano, e alla digitalizzazione del settore.
Nel corso dell’incontro è stato infine fatto riferimento allo sviluppo dinamico delle relazioni bilaterali, improntate a profonda amicizia, e all’approfondimento della collaborazione nel settore dell’assistenza medico-sanitaria, nonché alla condivisione di esperienze e conoscenze tra centri medici dei due Paesi.
A sua volta, l’ambasciatore Ferranti ha sottolineato il notevole potenziale di cooperazione tra Italia e Armenia nel campo della scientifico e della salute, proponendo di vagliare gli ambiti di possibile collaborazione, attraverso attività congiunte e programmi di scambio anche a livello accademico. (aise)

PersecuzioniGuerra a bassa frequenza contro i cristiani di Gerusalemme (Renovatio21 13.03.25)

Le minoranze cristiane di Gerusalemme stanno protestando contro la confisca degli immobili del Patriarcato armeno (ortodosso). È l’ultimo attacco del comune che fa parte di un progetto più ampio volto a sradicare qualsiasi presenza cristiana nella Città Vecchia.

L’attacco del 7 ottobre 2023 e la conflagrazione che ne è seguita in Medio Oriente tendono a oscurare le minacce che gravano sulle comunità cristiane di Gerusalemme. Un tentativo discreto di giudaizzare sistematicamente Gerusalemme Est, la parte storica della Città Santa, è in corso da diversi anni, sia da parte di partiti religiosi che della municipalità stessa.

L’ultimo incidente: il mancato pagamento di una tassa comunale chiamata «arnona», una tassa annuale a cui sono soggetti gli occupanti di immobili, siano essi affittuari o proprietari, privati ​​o commercianti. L’origine di questo nome deriva dall’aramaico, lingua in cui questa parola designava una tassa applicata alla produzione agricola.

Questa tassa, che nel mondo biblico designava una tassa sulla produzione agricola, fu istituita nel 1934 durante il mandato britannico da un’ordinanza relativa alle municipalità. Adottata nella sua versione inglese dallo Stato di Israele quando fu creata nel 1948, questa ordinanza sarebbe stata sostituita nel 1964 dalla legge relativa alle municipalità, scritta in lingua ebraica.

Nel febbraio 2025, il municipio di Gerusalemme ha emesso un ordine di confisca delle proprietà appartenenti al Patriarcato per recuperare somme «astronomiche», risalenti al 1994. Il Patriarcato contesta vigorosamente questo debito, che non è stato chiaramente giustificato. L’importo dovuto è stato esagerato e include tasse su alcune proprietà che dovrebbero essere esenti.

Il 18 febbraio le confessioni cristiane della Città Santa hanno pubblicato una protesta congiunta indirizzata al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu: «è inconcepibile che le istituzioni cristiane, la cui missione per secoli è stata quella di custodire la fede, servire le comunità e preservare la sacra eredità del Santo Sepolcro, debbano affrontare la minaccia di confisca dei beni sulla base di misure che ignorano il diritto a un giusto processo».

L’udienza in tribunale programmata per il 24 febbraio 2025 per esaminare una richiesta del Patriarcato di bloccare questo sequestro è stata rinviata a tempo «ndeterminato. Senza una decisione favorevole, questi beni rischiano di essere venduti all’asta, cosa che i rappresentanti delle Chiese cristiane descrivono come “legalmente dubbia e moralmente inaccettabile».

Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, che ha una forte influenza in Terra Santa, ha aderito a questa iniziativa, perché i cattolici sono anche nel mirino degli ebrei ultra-ortodossi, che sono uno dei perni dell’attuale governo israeliano. Questa vicenda in effetti rilancia una vecchia lotta sull’imposizione delle tasse.

Per secoli, le Chiese di Gerusalemme hanno beneficiato di esenzioni fiscali ereditate dall’era ottomana. Negli ultimi anni, il comune ha tentato di tassare le proprietà non religiose (scuole, ospizi, ecc.), una misura a cui le comunità cristiane si oppongono in quanto attacco alla loro autonomia finanziaria e alla loro missione.

Anche il Patriarcato armeno sta affrontando controverse transazioni immobiliari. Nel 2021, i funzionari hanno venduto proprietà armene per costruire un hotel di lusso. Il Patriarcato ha annullato l’accordo nel 2023, denunciando irregolarità, ma la prosecuzione dei lavori ha portato a scontri con la comunità armena e interventi della polizia.

Nella loro dichiarazione, i leader delle comunità cristiane intendono sensibilizzare l’opinione pubblica su una politica che potrebbe costituire un pericoloso precedente per tutte le istituzioni cristiane, indebolendo ulteriormente una comunità già ridotta all’1-2% della popolazione:

«Prendere di mira una Chiesa è un attacco a tutti e non possiamo restare in silenzio mentre vengono scosse le fondamenta della nostra testimonianza cristiana nella terra di Cristo», denunciano.

Resta da vedere quale peso avranno le proteste dei cristiani di Gerusalemme, considerati cittadini israeliani di seconda classe, mentre i riflettori restano puntati sulla sorte degli ostaggi israeliani trattenuti nella Striscia di Gaza e sul futuro del fragile cessate il fuoco firmato tra lo Stato ebraico e gli islamisti.

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Dalle banche allo sciopero della fame: Ruben Vardanyan sotto processo a Baku (Osservatorio Balcani e Caucaso 13.03.25)

Arricchitosi in Russia, l’imprenditore armeno Ruben Vardanyan è stato ministro nel Nagorno Karabakh armeno. Arrestato dall’Azerbaijan nel 2023, ora è sotto processo a Baku: in sciopero della fame, Vardanyan ha rilasciato dichiarazioni che creano non pochi grattacapi al premier armeno Pashinyan

13/03/2025 –  Onnik James Krikorian

Dall’inizio di quest’anno, 16 importanti ex leader dell’ex Nagorno Karabakh sono sotto processo a Baku. Il processo è stato ampiamente ignorato dai media locali e internazionali fino alla scorsa settimana, quando uno degli imputati, il miliardario russo-armeno Ruben Vardanyan, ora in sciopero della fame, ha rilasciato una dichiarazione audio dalla sua cella tramite la sua famiglia. Gli altri, tra cui tre ex presidenti de facto, sono processati separatamente.

Nato a Yerevan, Vardanyan ha fatto fortuna in Russia, ma ha investito in aziende e progetti filantropici in tutta l’Armenia. Uno dei più noti è l’UWC Dilijan, un college internazionale fondato nel 2014. Ha anche co-fondato il premio annuale Aurora da un milione di dollari, che gli ha permesso di stabilire legami con personaggi come l’ex amministratrice di USAID Samantha Power e l’attore George Clooney. Nonostante ciò, Vardanyan non è immune da controversie.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha sanzionato Vardanyan per i suoi legami con la Russia e nel 2019 l’Organised Crime and Corruption Reporting Project (OCCRP) ha citato accuse provenienti dalla Lituania secondo cui Vardanyan avrebbe gestito un sistema di riciclaggio di denaro multimiliardario russo, la Troika Laundromat, tramite la sua banca. Vardanyan, che nega le accuse, è stato spesso accusato di cercare il potere per mantenere l’influenza di Mosca in Armenia.

Dopo l’invasione dell’Ucraina del febbraio 2022, ha rinunciato alla cittadinanza russa e si è trasferito nel Karabakh. Alcuni lo accusano di averlo fatto per evitare ulteriori sanzioni internazionali. Vardanyan è stato nominato ministro de facto nella regione separatista nel settembre 2022. Nonostante i presunti stretti legami con Mosca, tre mesi dopo si è rifiutato di consentire alle forze di pace russe di installare scanner sull’unica strada che collega l’Armenia al Karabakh.

L’Azerbaijan ha affermato che mine antiuomo e minerali preziosi venivano trasportati illegalmente attraverso il territorio de facto azero tra le due entità. Vardanyan ha anche organizzato un gruppo di armeni del Karabakh per impedire ai funzionari azeri di controllare la miniera di Kashen in Karabakh poco dopo, inaugurando il semi-blocco del Karabakh da parte dell’Azerbaijan. Anche allora, mentre molti attivisti in Armenia e nella diaspora affermavano che il Karabakh sarebbe morto di fame, Vardanyan ha dichiarato pubblicamente che non sarebbe successo.

Anche se il primo ministro armeno Nikol Pashinyan continuava ad incolpare Mosca per la situazione, Vardanyan riferiva ai media internazionali che le forze di pace russe portavano rifornimenti in convogli composti da decine di camion quasi ogni giorno.

Tuttavia, nel febbraio 2023, Vardanyan è stato rimosso dalle autorità de facto dell’epoca. Anche allora, la sua rete di organizzazioni caritatevoli nel Karabakh si è assicurata che le fasce più vulnerabili della popolazione, in particolare gli anziani e i disabili, ricevessero pane e pasti caldi. Il semi-blocco è terminato dopo 10 mesi nel settembre 2023, quando Baku ha lanciato un’operazione militare per disarmare le forze di difesa armene del Karabakh. Oltre 100.000 persone sono fuggite dalla regione, tra cui Vardanyan e la precedente leadership de facto.

Molti membri dell’amministrazione de facto sono stati arrestati mentre attraversavano il posto di blocco diretti in Armenia. Ora sono sotto processo a Baku. Per Vardanyan, tuttavia, la posta in gioco è più alta. Non solo era stato il più esplicito nel respingere qualsiasi discorso sulla graduale integrazione del Nagorno Karabakh nell’Azerbaijan, ma aveva anche rilasciato una controversa intervista in cui citava operazioni che avevano assassinato diversi funzionari turchi azeri e ottomani un secolo prima. Si ritiene che il presidente azero Ilham Aliyev l’avesse presa come una minaccia personale.

In detenzione preventiva da oltre un anno, Vardanyan ha iniziato lo sciopero della fame per la seconda volta il 19 febbraio. In una dichiarazione audio rilasciata dalla sua famiglia la scorsa settimana, afferma di farlo non per chiedere il rilascio immediato, ma per protestare contro quella che lui afferma essere una “farsa giudiziaria”, chiedendo osservatori internazionali al suo processo e di stare al fianco degli ex funzionari armeni del Nagorno Karabakh. Fino a poco tempo fa, il governo di Pashinyan è rimasto in gran parte in silenzio.

Pashinyan e Vardanyan sono da tempo in conflitto. Il primo trova anche sospetto che il secondo abbia rinunciato alla cittadinanza russa e si sia trasferito nel Karabakh. I funzionari armeni hanno iniziato a commentare solo ora dopo che l’ex presidente de facto, Arayik Harutyunyan, ha ammesso durante il proprio processo che è stato Pashinyan a ordinare attacchi missilistici alla città di Ganja in Azerbaijan durante la guerra del 2020.

In risposta, Pashinyan afferma che ad Harutyunyan sono stati somministrati farmaci psicotropi, cosa che l’ex funzionario nega. Yerevan ora accusa Baku di aver tenuto “processi farsa”. Tuttavia, l’avvocato americano di Vardanyan, a cui è impedito di visitare l’Azerbaijan per incontrare di persona il suo cliente, accusa ancora il governo di Pashinyan di non aver “adottato misure di base”.

La scorsa settimana, una finalista del premio Aurora di Vardanyan, l’attivista pakistana per i diritti umani Syeda Ghulam Fatimasays, ha annunciato che intende visitare Baku per assistere al processo. Vardanyan ora parla anche di pace e sembra aver ammesso il massacro di civili azeri a Khojaly nel 1992. Ha collegato la tragedia al precedente pogrom degli armeni a Sumgait nel 1988. Questo ciclo di violenza continuerà finché non verrà stabilita una “vera pace a lungo termine”, ha affermato.

Vardanyan, dall’aspetto sempre più fragile, ha anche riconosciuto l’umanità di alcuni dei suoi rapitori azeri, pur lamentando l’atteggiamento negativo nei suoi confronti da parte di altri in Armenia. Ciò segna un’inversione di tendenza da parte sua. Nel 2023, aveva persino invitato i residenti di Yerevan a rimuovere i “traditori” al potere durante le elezioni comunali, un chiaro riferimento al Contratto civile di Pashinyan, esortando gli elettori a scegliere un candidato del partito Country for Living da lui finanziato.

All’inizio di questo mese, anche la leader del partito, Mane Tandilyan, ha lanciato il suo sciopero della fame affinché Vardanyan interrompesse il suo. Data la notevole perdita di peso, i suoi sostenitori affermano che la sua vita è in pericolo. Tali preoccupazioni sono aumentate dopo la notizia che il Comitato internazionale della Croce Rossa, unico organismo internazionale con accesso ai 23 armeni etnici ancora detenuti nel paese, ha ricevuto da Baku l’ordine di lasciare l’Azerbaijan.

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Il genocidio degli armeni dell’Impero Ottomano: la mostra storica al Memoriale della Shoah (Sortiraparis 13.03.25)

Dal 1° aprile 2025, il Memoriale della Shoah presenterà una nuova mostra interamente dedicata al genocidio armeno, un capitolo oscuro della storia del XX secolo.

Per commemorare il centodecimo anniversario del genocidio degli armeni e nell’ambito del dovere di memoria storica, il Memoriale della Shoah presenta dal 1° aprile (fino al 4 novembre 2025) una mostra dedicata a questo grande tragico evento della storia.

La mostra ripercorre gli eventi che hanno provocato, prefigurato e portato al genocidio di cui gli armeni sono stati vittime nel corso del XX secolo: considerato oggi un crimine contro l’umanità, il genocidio fatica ancora a essere riconosciuto da alcune nazioni. Perpetrato tra il 1915 e il 1916, più di due terzi degli armeni che allora vivevano sul territorio dell’ImperoOttomanofurono sterminati in condizioni disumane. Deportazioni, carestie, marce della morte e massacri costrinsero i sopravvissuti e i loro discendenti alla fuga. A ottant’anni dalla pubblicazione della legge del 29 gennaio 2001 che riconosce il genocidio degli armeni, la mostra ripercorre, spiega, documenta e sensibilizza su questo genocidio, in commemorazione degli eventi.

La mostra, allestita all’aperto lungo l’Allée des Justes, è aperta a tutti.

Visuels musée et monument - mémorial de la ShoahIl Memoriale della Shoah: il luogo della memoria a Parigi
Il Memoriale della Shoah di Parigi ci apre le sue porte gratuitamente, invitandoci a ricordare e a comprendere la storia degli ebrei di Francia, soprattutto durante la Seconda Guerra Mondiale. [Per saperne di più]

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L’Eurocamera approva la risoluzione sulle violazione dei diritti umani in Azerbaijan (Ansa 13.03.25)

BRUXELLES – Il Parlamento europeo condanna l’ingiusta detenzione di ostaggi armeni da parte dell’Azerbaijan e ne chiede l’immediato rilascio, poiché la loro detenzione si basa su processi farsa e violazioni dei diritti umani. E’ quanto si legge in una risoluzione approvata dal Parlamento europeo con con 523 voti a favore, 3 contrari e 84 astensioni.Gli eurodeputati affermano che i funzionari azeri dovrebbero garantire ai prigionieri processi equi e accesso alle cure mediche, e facilitare l’indagine indipendente sui loro maltrattamenti. Preoccupato per la chiusura da parte dell’Azerbaijan degli uffici delle Nazioni Unite e del Comitato internazionale della Croce Rossa, il Parlamento ne chiede la riapertura e invita le ambasciate dell’UE a monitorare i processi e a visitare i detenuti.
Il Parlamento chiede che vengano imposte sanzioni ai funzionari azeri responsabili di violazioni dei diritti umani, in particolare ai procuratori e giudici Jamal Ramazanov, Anar Rzayev e Zeynal Agayev, e invita la Corte penale internazionale a indagare sullo sfollamento forzato e la pulizia etnica della popolazione armena nel Nagorno-Karabakh. Gli eurodeputati vogliono infine che l’Ue sospenda il memorandum energetico Ue-Azerbaigian e renda futuri accordi bilaterali condizionali su miglioramenti nel rispetto dei diritti umani, liberazioni di prigionieri politici e un equo accordo di pace con l’Armenia.

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Pe approva risoluzione su violazione diritti umani in Azerbaijan

L’Italia e l’Armenia insieme per il restauro dello stabilimento termale del Tempio di Garni (Tornicronaca 12.03.25)

È stato annunciato di recente che alcuni specialisti di architettura italiani sono stati ingaggiati per iniziare i lavori di ristoro dello storico stabilimento termale  all’interno del Tempio di Garni in Armenia, un progetto che mira a preservare uno dei monumenti nazionali più significativi del paese del Caucaso.

L’annuncio è stato dato dal Ministero dell’Istruzione, Scienza, Cultura e Sport armeno, che collaborarerà con gli esperti italiani, i quali andranno a lavorare sui mosaici ed eseguire lavori di architettura moderna per la sua preservazione. Già nel 2019, l’architetto Lucio Speca aveva fatto una prima proposta chiamata “Progetto per la Valutazione e il Ristoro del Stabilimento termale di Garni” al Ministero e dopo aver raggiunto un accordo nel 2024, i lavori saranno condotti dall’Opificio delle Pietre Dure, un’istituto italiano specializzato nel settore. Sostenitore del progetto sarà anche l’Ambasciata Italiana in Armenia.

I lavori ancora non sono iniziati ma le prime misure sono state prese durante il 2024 e ulteriori visite sono state programmate per Aprile e Maggio del 2025 per raccogliere dei campioni di test. I lavori ufficiali inizieranno più tardi nell’anno.

Il Tempio di Garni, situato nella provincia di Kotayk’, 32 chilometri dalla capitale Yerevan, è una delle strutture di architettura greco-romana (costruita nel primo secolo d.C. sotto commissione del re Tiridate) che ancora sta in piedi. Questa è la ragione per cui lavori di ristoro come questi sono di vitale importanza per la cultura armena. Il tempio era dedicato al neopaganesimo armeno, prima che il nipote del re, Tiridate III, ufficializzasse il Cristianesimo come religione primaria, rendendo il paese il primo nella storia a ufficializzarla.

All’interno del Tempio di Garni

Il ristoro è anche un segno del sostegno europeo per la preservazione della nazione stessa, che fin dagli arbori della sua esistenza, si è trovata in pericolo di sterminio da parte della Turchia e dell’Azerbaijan, come attestano il genocidio armeno del 1915 da parte dell’Impero Ottomano durante la Prima Guerra Mondiale e le guerre contro l’Azerbaijan a partire degli anni ’90, poi nel 2020 per il controllo della zona di Artsakh, donata dall’Unione Sovietica rinominandola Nagorno-Karabakh, costringendo milioni a scappare mentre altri venivano trucidati dai soldati azeri, distruggendo allo stesso tempo chiese armene millenarie.

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ARMENIA. Sotto processo a Baku la leadership del Nagorno Karabakh.Tensioni a Yerevan (AgcComunication 12.03.25)

Il processo a Ruben Vardanyan, un importante uomo d’affari armeno ed ex ministro di Stato per il Nagorno-Karabakh, ha scatenato proteste e ha approfondito il sentimento antigovernativo in Armenia, mentre emergono dettagli sul peggioramento della sua salute e accuse di tortura.

La questione dei prigionieri armeni a Baku è un argomento caldo nella politica armena sin dalla guerra del 2020, ma la detenzione di ex leader del Karabakh in seguito all’esodo di massa della popolazione armena della regione nel 2023 ha ulteriormente messo a dura prova la situazione, con i critici che vedono motivazioni politiche nell’inazione del governo armeno sul rilascio dei prigionieri, riporta BneIntelliNews.

Vardanyan, che è stato arrestato dalle autorità azere il 27 settembre 2023 mentre tentava di entrare in Armenia, deve affrontare 42 accuse, tra cui terrorismo e finanziamento del terrorismo, accuse che lui e i suoi sostenitori negano con veemenza.

Il processo, iniziato a gennaio 2025, è stato sporcato da accuse di irregolarità procedurali e violazioni dei diritti di Vardanyan. Il suo team legale ha presentato istanze che contestano l’imparzialità della corte, citando preoccupazioni sulle violazioni del giusto processo e sulla mancanza di trasparenza. Vardanyan ha dichiarato uno sciopero della fame il 19 febbraio per protestare contro quella che descrive come una “farsa giudiziaria”.

La prigionia di Vardanyan ha scatenato proteste diffuse in Armenia. Si sono tenute manifestazioni fuori dall’ufficio del Comitato Internazionale della Croce Rossa a Yerevan, chiedendo all’organizzazione di intervenire a favore di Vardanyan e di altri prigionieri armeni detenuti in Azerbaigian. I dimostranti hanno anche marciato dal Ministero degli Affari Esteri armeno al Palazzo del Governo, chiedendo un’azione più decisa da parte del loro governo.

L’avvocato di Vardanyan, Jared Genser, ha accusato il governo azero di usare il processo come strumento politico, sostenendo che il suo cliente è stato sottoposto a trattamenti disumani e gli è stato negato il giusto processo. Questi sviluppi hanno intensificato l’esame della risposta del governo armeno, con i critici che accusano il governo di Nikol Pashinyan di non aver fatto abbastanza per garantire il rilascio dei prigionieri armeni.

Solo dopo lo sciopero della fame e le proteste di Vardanyan a febbraio, i funzionari governativi si sono espressi pubblicamente a sostegno di Vardanyan e di altri ex leader del Karabakh sotto processo a Baku. Da allora, Pashinyan, il Ministro degli Esteri Ararat Mirzoyan e altri funzionari di alto rango hanno assicurato ai cittadini che il governo armeno stesse facendo del suo meglio per liberare i prigionieri, mentre la mancanza di comunicazione pubblica sui processi è stata la loro strategia volta a non mettere a repentaglio la sicurezza dei prigionieri.

In quanto figura di spicco attualmente detenuta in Azerbaigian, Vardanyan ha generato la maggior parte delle controversie. Pashinyan ha precedentemente affermato che Vardanyan era stato inviato da Mosca, il che è stato visto come un tentativo di spostare la responsabilità dei negoziati al Cremlino. Mosca, tuttavia, ha affermato di non avere nulla a che fare con il caso, poiché Vardanyan aveva deciso di rinunciare alla cittadinanza russa prima di trasferirsi nel Nagorno-Karabakh.

Anna Lotti

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AZERBAIGIAN: chiudono gli uffici ONU e della Croce Rossa (Eastjournal 12.03.25)

L’Azerbaigian ha deciso di chiudere gli uffici di diverse agenzie dell’ONU e organizzazioni internazionali che operano nel paese.

La decisione riguarda il Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP), il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (UNFPA), l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), il Fondo di emergenza internazionale per l’infanzia delle Nazioni Unite (UNICEF), il Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR) e il Centro internazionale per lo sviluppo delle politiche migratorie (ICMPD). A tutte queste organizzazioni, le autorità di Baku hanno inviato notifiche di chiusura.

Pretesti e ripicche

Il pretesto è che l’Azerbaigian non sia più area di crisi, come negli anni ’90. Secondo il governo, non vi è più ragione per la presenza di organizzazioni internazionali e umanitarie. Il ministro degli esteri azero Jeyhun Bayramov aveva affermato che il paese è ora diventato una nazione donatrice e sta rivalutando la sua cooperazione con le agenzie delle Nazioni Unite. Tuttavia, ha sottolineato che l’Azerbaigian continuerà a collaborare con gli uffici centrali di queste agenzie delle Nazioni Unite su base progettuale.

Ma a livello politico, è più probabile che le notifiche di chiusura siano una ripicca delle autorità rispetto alla decisione dei rappresentanti delle organizzazioni internazionali di non visitare e non operare nel Karabakh, sotto controllo di Baku dopo la guerra del 2020.

Il governo azero ha ripetutamente dichiarato la sua intenzione di continuare la cooperazione con l’ONU. L’Azerbaigian ha ospitato nel 2024 la COP29 sul clima – su cui non è mancata l’ombra del regime – e ospiterà il World Urban Forum 2026.

Seguendo un copione transnazionale, l’emittente filo-governativa Caliber ha accusato UNDP (presente nel paese dal 1992) di corruzione per aver finanziato ONG non correttamente registrate. L’emittente ha anche accusato la Croce Rossa di “attività ostili e spionaggio contro l’esercito azero” durante l’offensiva nel Karabakh del 2020-2022.

La Croce Rossa nel mirino di Baku

Nell’agosto 2024, una indagine di OCCRP aveva rivelato come l’Azerbaigian ostacolava le attività umanitarie della Croce Rossa internazionale, mentre l’organizzazione locale, la Mezzaluna Rossa azera, amplificava la propaganda del governo durante il blocco umanitario del Nagorno Karabakh, che ha condotto alla fuga di oltre 100.000 armeni dalla regione e allo spopolamento di città come Stepanakert/Khankendi.

Nonostante la decisione della Corte internazionale di giustizia che obbligava l’Azerbaigian a garantire il “libero movimento” lungo l’unica strada dall’enclave verso l’Armenia in entrambe le direzioni, l’OCCRP sostiene che l’Azerbaigian abbia “gravemente limitato” la capacità del CICR di operarvi.

La Croce Rossa internazionale e l’organizzazione di sminamento Halo Trust erano le uniche due ad avere sedi ufficiali nel Nagorno Karabakh prima del 2020. Ad oggi, il CICR è l’unica organizzazione ad aver visitato prigioneri armeni in Azerbaigian, registrando le loro condizioni di detenzione e di salute. Sono 23 i prigioneiri armeni, tra cui ex funzionali dell’autoproclamata Repubblica di Arsakh oggi sotto processo a Baku.

Le reazioni 

Il leader del partito di opposizione MusavatIsa Gambar, ha dichiarato a JAMnews che “il governo autoritario dell’Azerbaigian adotterà tutte le misure necessarie per mantenere il pieno controllo sulla società e limitarne l’attività. Le autorità azere non stanno solo cercando di monopolizzare l’economia, ma anche altre sfere, limitando l’attività pubblica e i legami dell’Azerbaigian  con il mondo“, ha affermato Gambar.

Secondo l’attivista per i diritti umani Ahmed Mammadli, Aliyev sta sfruttando gli eventi globali per i propri interessi: “vede che l’amministrazione Trump è in linea coi suoi interessi, mentre le forze di destra al potere in Europa saranno preoccupate per i propri problemi. Ecco perché sta revocando gli accrediti dei media e chiudendo gli uffici delle organizzazioni internazionali”.

Aliyev vede l’Occidente solo in termini di commercio e tecnologia – ricorda Mammadli – ed evita qualsiasi menzione dei diritti umani. “Dopo la guerra in Karabakh, Aliyev conta che gli Stati Uniti non gli imporranno sanzioni e che paesi europei come l’Italia e l’Ungheria lo sosterranno. Se non sarà più vantaggioso, l’Azerbaigian potrebbe persino ritirarsi dalla giurisdizione del Consiglio d’Europa e della CEDU, la Corte di Strasburgo“.

Per il noto avvocato per i diritti umani Intigam Aliyev, sentito da OC Media, “i governi autoritari hanno costantemente bisogno di un nemico immaginario per distogliere l’attenzione dalle inefficaci politiche sociali ed economiche che perseguono, dalla corruzione, dai monopoli, dall’arbitrarietà di funzionari, tribunali e polizia. Questo nemico può essere il Consiglio d’Europa, l’UE, USAID, le agenzie delle Nazioni Unite o la Francia e l’Iran”.

Continua la repressione della società civile e dei media

La repressione contro le organizzazioni della società civile in Azerbaigian è iniziata nel 2014, quando il governo ha sottoposto organizzazioni internazionali e ONG a requisiti di rapporto sull’uso dei fondi e regimi di autorizzazione per eventi e training, mentre esponenti dell’amministrazione presidenziale le definivano come “quinta colonna“. Hanno inoltre chiuso le proprie attività Transparency International e il programme europeo Erasmus+.

La stretta del governo non si ferma alle organizzazioni internazionali, ma si estende ai media, domestici e stranieri. Dalla fine del 2023 sono stati arrestati più di 20 giornalisti di Abzas Media, Toplum TV e Meydan TV e le loro redazioni sono state chiuse.

A febbraio, le autorità azere hanno anche revocato l’accredito dei corrispondenti di BBC News, Sputnik, Bloomberg e Voice of America, che hanno dovuto ridurre a una sola persona il personale. Secondo una fonte filo-governativa citata da Jam-News, si tratta di una misura di reciprocità rispetto all’ufficio di AzerTaj in Russia.

E il 13 febbraio Turan, la prima agenzia di stampa indipendente dell’Azerbaijan, ha sospeso le operazioni a causa di persistenti difficoltà finanziarie. “Non abbiamo inserzionisti. È molto difficile sopravvivere solo con gli abbonamenti,” ha affermato il direttore Mehman Aliyev.

La repressione dei media sta arrivando al culmine, secondo Orkhan Mamed, direttore di Meydan TV, i cui nove dipendenti sono stati arrestati e il cui sito web è bloccato. “Per la prima volta, non siamo in grado di pubblicare materiali dall’Azerbaigian. In futuro, daremo priorità al giornalismo dal basso.” Sentito da JAMnews, Mamed ha ricordato la repressione del 2014 e come il paese si sia poi lentamente riaperto. “Ma anche se l’Azerbaijan riaprirà in futuro, non sarà mai più lo stesso. Non vogliamo dipendere dalle decisioni politiche del governo azero, continueremo a lavorare interamente dall’estero, come hanno fatto i media russi indipendenti negli ultimi due anni”.

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Armenia, tra neve e magia: avventura e relax fino a primavera (luxurypretaporter 11.03.25)

Pochi sanno che l’Armenia è una destinazione che sorprende anche gli amanti della neve, regalando emozioni e relax fino a primavera inoltrata. Un vero paradiso per chi desidera sciare, fare escursioni o semplicemente rilassarsi tra paesaggi da fiaba

Quando si pensa all’Armenia, è facile immaginare antiche civiltà e paesaggi spettacolari, ma questa terra nasconde un volto inaspettato: quello di una meta perfetta per l’inverno. Dalle emozionanti discese sugli sci alle rilassanti sorgenti termali, passando per escursioni nella neve e sapori autentici, l’Armenia offre un’esperienza unica che si prolunga fino alla primavera, ricca di cose da vedere e da fare.

Sci e snowboard: adrenalina sulle piste in Armenia

Le località sciistiche di Tsaghkadzor, situata tra le vette del Monte Teghenis, e il moderno MyLer Mountain Resort vicino Yeghipatrush, sono perfette per accogliere gli appassionati di sport invernali. Entrambe offrono piste adatte a principianti ed esperti, corsi con istruttori qualificati e il noleggio completo dell’attrezzatura. Il modo perfetto per godersi appieno le montagne armene.

Foto: Myler Mountain Resort / Ufficio stampa Armenia

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Armenia, cosa vedere in inverno: non solo sci

Per chi cerca esperienze diverse, l’Armenia propone emozionanti attività come il parapendio sopra il lago ghiacciato di Azat o pattinare su laghi completamente ghiacciati. E per coloro che preferiscono la tranquillità, niente di meglio che ammirare il paesaggio dalla seggiovia, gustando una bevanda calda e respirando aria pura. Le montagne dell’Armenia sono perfette anche per chi ama fare escursioni e ciaspolate in ambienti incontaminati. La fortezza di Smbataberd e i sentieri attorno a Vanadzor sono alcuni dei percorsi più suggestivi, dove è possibile ammirare cascate ghiacciate e paesaggi mozzafiato che resistono fino alla primavera inoltrata.

Foto: Ufficio stampa Armenia

Relax e benessere tra sorgenti termali

Nei giorni più freddi, le sorgenti termali armene diventano un rifugio ideale. La località termale di Jermuk è celebre per le sue acque curative, mentre Hankavan offre esclusive vasche private immerse nella luce naturale. I resort benessere completano l’offerta con trattamenti e massaggi rigeneranti, per coloro che cerano una vacanza all’insegna del relax assoluto.

Foto: Jermuk Hot Springs / Ufficio stampa Armenia

Istria Slovena: il perfetto equilibrio tra natura, cultura e tradizione

Rifugi e guesthouse: calore e ospitalità

Dopo una giornata nella neve, niente è più piacevole di rilassarsi in una caratteristica guesthouse armena. Davanti al fuoco di un camino acceso, con una tazza fumante di tè, i viaggiatori potranno recuperare le energie e apprezzare la tipica ospitalità locale nei villaggi innevati.

Foto: Myler Mountain Resort / Ufficio stampa Armenia

Cucina armena: sapori autentici per scaldarsi

La gastronomia armena completa l’esperienza con piatti caldi e gustosi come il khash, una zuppa tradizionale, e i deliziosi tolma, involtini ripieni. Da non perdere anche l’harissa, la zuppa tanapour e la torta gata, perfetta accompagnata da una bevanda calda.

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GRANDE ARMENIA – Storia e Cultura di un Popolo c/o A.C. ITZOKOR Cagliari (Sardegneventi24 11.03.25)

GRANDE ARMENIA

Storia e Cultura di un Popolo

Lunedì 17 marzo, alle h. 19  c/o Associazione Culturale Itzokor

Via Pietro Martini n. 19 Cagliari (quartiere Castello)

Ingresso libero e gratuito
Arà Zarian ci parlerà della realtà affascinante di una splendida terra e di un grande popolo.
Arà Zarian è nato a Roma il 20 luglio 1956. Nel 1963, con la famiglia rimpatriò in Armenia sovietica, dove suo nonno, il grande poeta armeno Costan Zarian, si era trasferito un anno prima. Nel 1980 si laurea in architettura presso il Politecnico Karl Marx di Jerevan e, tra il 1980 e il 1990, lavora in qualità di architetto restauratore presso l’Istituto per il Restauro Architettonico del Dipartimento per la conservazione e l’uso dei monumenti storici della Repubblica Socialista Sovietica Armena. Nel 1992, dopo crollo dell’U.R.S.S. e la guerra con l’Azerbaigian, ritorna in Italia dove, fino al 1996, ha lavorato come capo redattore della casa editrice OEMME presso il Centro Studi e Documentazione della Cultura Armena a Venezia. Nel 1996 si laurea in architettura presso l’Università di Venezia, iscritto all’Ordine degli Architetti del Veneto, lavora come libero professionista sia in Italia che in Armenia. Ha eseguito rilievi, progetti di conservazione e di restauro per numerose chiese in Armenia. Ha progettato soluzioni di interior design in Italia, collaborato con diverse università, promosso e organizzato mostre di architettura e di affreschi ed è stato curatore per ben cinque edizioni del Padiglione Armeno della Biennale di Architettura di Venezia. Ha organizzato viaggi culturali in Armenia, ha pubblicato numerosi articoli, ha partecipato a convegni scientifici internazionali ed è autore di cinque libri. Vive e lavora a Mirano (VE).
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