“Armenia a prova di tensione: l’ultima pericolosa mossa di Pashinyan”, l’Editoriale dell’Amb. Bruno Scapini (Gazzetta Diplomatica 15.01.25)

a firma apposta ieri dal Ministro degli Affari Esteri armeno, Ararat Mirzoyan, all’Accordo di Partenariato Strategico con gli USA, sembra gettare ineluttabilmente Yerevan in un pericolosissimo “cul-de-sac”.

L’atto, infatti, concluderebbe quel lungo processo avviato fin dal 2018, anno di ascesa al potere di Pashinyan in esito ad una quanto mai generosa “rivoluzione di velluto”, fatto di ambigui, quanto sottili, ma comunque continui, passi verso un progressivo allontanamento del Paese da Mosca in favore di una deriva euro-atlantista dalle prospettive purtroppo assai incerte e non scontate.

Il Trattato testé firmato con Washington, ovvero con una Amministrazione americana uscente, a poche ore dall’insediamento alla Casa Bianca del nuovo Presidente Donald Trump, assume così tratti perplessi, inducendoci a immaginare che qualche ragione sotterranea abbia giocato un determinante ruolo nell’assumere questa decisione. Ma cerchiamo di capire.

L’ Armenia, contrariamente al passato, è venuta a rivestire in questi più recenti anni un rilievo vieppiù crescente per Washington quale pedina da usarsi al momento opportuno per un progetto anti-Russia nel quadro di quel processo di destabilizzazione perseguita dai circoli militaristi occidentali in tutta l’area già appartenuta alla ex Unione Sovietica. Yerevan, si sa, è storicamente integrata nei fondamentali interessi strategici di Mosca di cui condivide la partecipazione all’Unione Economica Euroasiatica e alla CSTO (Collective Security Treaty Organization), sebbene quest’ultima recentemente “sospesa” per scelta del Primo Ministro Pashinyan. Costui, d’altra parte, già oppositore dei precedenti Governi democraticamente eletti e internazionalmente riconosciuti, si sarebbe chiaramente prestato ai Paesi occidentali  – con una sorprendente  loro vampata di interesse per il Paese che chiaramente tradisce la pigra indifferenza del trentennio precedente –  quale personaggio ideale per condurre l’Armenia ad una decisiva svolta pro-occidentale, sottraendola in tal modo all’influenza del Cremlino, e integrarla sempre più nei circuiti economici e militari euro-atlantisti.

Dopo la sconfitta subita da Pashinyan (ma non dal suo popolo) nella seconda guerra del Karabagh del 2020  – guerra peraltro votata fin dall’inizio ad una preannunciata capitolazione per la maniera “non convinta” di condurla – Yerevan si è trovata ad affrontare – senza alcun aiuto occidentale, ma con la sola assistenza iniziale di una Russia delusa dal corso politico del nuovo Governo – le pretese velleitarie del Presidente azero, Ilham Aliyev, determinato ad ottenere dalla vittoria il massimo beneficio ricorrendo perfino alla minaccia di un nuovo ricorso all’usa della forza.

Il conseguente indebolimento della posizione armena vis-à-vis col nemico azero, avrebbe così offerto facile pretesto al Primo Ministro armeno per accusare Mosca di non essere intervenuta a sua difesa (il che se fosse accaduto avrebbe sollevato di certo aspre critiche da parte dei Paesi occidentali avverso la Russia tacciata di invadenza e aggressività), giustificando così, con inconsistenti ragioni, la decisione già antecedentemente presa, di volersi allontanare dalla sfera di interessi del Cremlino.

Orbene, proprio in questi primi giorni del 2025 la temperatura della tensione tra Yerevan e Baku sembra sia salita bruscamente. Mentre il Presidente azero, tronfio della vittoria conseguita, alza i toni della retorica bellicista, il Primo Ministro armeno, forse intimorito dalla tracotante inverecondia del suo rivale, cerca di ammansirlo nelle sue intemperanze offrendogli appetibili concessioni purché sia fatta salva la pace. Ma all’azero le profferte armene né piacciono, né bastano.

Aliyev, peraltro, ha fatto chiaramente intendere nella conferenza stampa tenuta lo scorso 7 gennaio, che non potrà mai accedere ad un trattato di pace con l’Armenia se le sue condizioni non verranno soddisfatte. Da parte di Baku, infatti, oltre alla riconquista di tutto il Karabagh con i  7 territori azeri occupati e all’ottenimento di parte della regione armena di Tavush, si chiederebbe ora tutta una serie di ulteriori concessioni  tra cui principalmente: l’apertura del Corridoio di Zangezur,  l’area di Syunik (col rischio di una pericolosa separazione del territorio armeno a beneficio di un collegamento diretto tra Azerbaijan, Nakhchivan e Turchia), lo scioglimento del Gruppo di Minsk dell’OSCE (istituito quale meccanismo negoziale di pacificazione fin dalla fine della prima guerra del Karabagh), il ritorno dei rifugiati azeri, la cessazione del riarmo e, men che non si creda, addirittura la modifica della Costituzione per rimuovere il riferimento operato dalla Dichiarazione di Indipendenza – giudicato oltremodo insidioso per gli effetti di reviviscenza che avrebbe sullo spirito nazionalista armeno – alle cause storiche della riunificazione del Karabagh alla Madrepatria e al perseguimento del riconoscimento universale del Genocidio armeno del 1915. Un efferato crimine di portata storica ancora, purtroppo, misconosciuto da molti Governi e principalmente negato dalla Turchia suo esecutore materiale.

Ecco allora che il Trattato testé firmato a Washington viene ad acquistare di intellegibilità e chiarezza.

Collocandolo nel contesto del rapporto conflittuale con l’Azerbaijan, la mossa dell’ultim’ora compiuta da Pashinyan  si spiegherebbe con la necessità di concludere con l’Amministrazione Biden, la stessa che avrebbe pilotato l’Armenia in questi anni verso un distacco da Mosca, un accordo in grado di tutelare in qualche modo l’Armenia da una eventuale nuova aggressione azera. Da qui, dunque, l’urgenza di porre il Paese sotto tutela americana. L’Accordo, anche se non si può definire tecnicamente un’alleanza militare, si concede, tuttavia, ad una varietà di opzioni alternative, di indubbio effetto deterrente su Baku, come l’invio di unità doganali e di controllo dei confini, esercitazioni militari congiunte (Eagle Partner) – magari rafforzando quelle già svolte nei due anni precedenti – e altre forme di collaborazione strategica come nel settore del nucleare.

Collocato, per contro, nel contesto del confronto/scontro condotto da Washington nei confronti di Mosca, che ha nella guerra in corso in Ucraina il suo centro focale, il Trattato assumerebbe un indubbio aspetto strategico consolidando il distacco dell’Armenia dall’area di influenza moscovita per farne un altro possibile progetto contro la Russia in linea di continuità con quel processo di destabilizzazione avviato ai suoi confini dall’allargamento ad Est della NATO.  Perché allora non attendere per la firma del Trattato la nuova Amministrazione americana destinata in fondo a dare esecuzione effettiva alle intese? La ragione risiederebbe nella opportunità di evitare, non solo una rielaborazione dell’accordo in sé con una Amministrazione del tutto estranea ai precedenti negoziali dell’intesa, ma anche, e soprattutto, il rischio che la prospettiva più che mai concreta oggi di un possibile riavvicinamento di Trump a Mosca – e non dimentichiamo in proposito l’accusa mossa dal “tycoon” a Biden di aver commesso un errore storico nel promuovere una “proxy war” con Mosca di cui ora potrebbe anche comprenderne le ragioni –  valesse a vanificare l’intera iniziativa negoziale. Con la firma oggi dell’accordo, invece, è l’Amministrazione americana come tale impegnata e non tanto Trump della cui proclività a continuare l’esercizio strategico con Yerevan vi sarebbero valide ragioni per dubitare.  In ogni caso, gli USA si troverebbero ben avvantaggiati dalla mossa di Pashinyan in quanto in grado di mettere piede in terra armena in maniera stabile, quale presunto esito di una “libera” scelta democratica del Paese a consentirlo, e in disprezzo di una concomitante presenza militare della Russia, non solo con unità ai confini con la Turchia, ma anche con la sua base militare di Gyumri e le connesse diramazioni nelle aree di Artashat, Armavir e Meghri.

Lo schieramento così attuato da Pashinyan con gli USA, qualora non dovessero intervenire nell’immediato decisive reazioni da parte di Mosca, certamente implicherà negative conseguenze sulla tradizionale cooperazione intrattenuta da Yerevan con il Cremlino. E rileverebbe in tal senso la possibile compromissione derivante dalla svolta armena di tutti quei vantaggi di cui storicamente il Paese fruisce poggiando sull’amicizia con Mosca, senza, per contro, avere certezza di ottenere equivalenti benefici dall’adesione ad una Unione Europea (del cui interesse è testimonianza la recente legge governativa intesa a delinearne il percorso), oggi sulle difensive sul piano migratorio, in recessione su quello  economico, e in regressione politicamente per un possibile avanzamento dei recenti corsi nazionalisti tesi, a seguito della attuale montata delle forze politiche sovraniste, a sovvertire le politiche comunitarie. Non dimentichiamo, infatti, che la Russia è il primo Paese di emigrazione per l’Armenia registrando ben 2.8 milioni di cittadini residenti, e che è anche il primo Paese per volume di interscambio commerciale (9.9 miliardi di dollari nel 2024) con un export armeno di valore triplo rispetto all’import. Non solo, ma a completamento del quadro informativo, giungerebbe, infine, anche un ulteriore elemento di valutazione: ovvero come la ricca disponibilità di fonti energetiche fornite oggi da Mosca a basso costo, non troverebbe assolutamente compensazione stando l’Armenia in Europa con conseguente grave compromissione dello sviluppo economico e sociale del Paese.

Ma ancor più gravi, a ben guardare, sarebbero gli effetti sul piano strategico.

Il rischio, infatti, non ipotetico, ma reale, per l’Armenia di Pashinyan di non trovare per il settore della sicurezza e della difesa quell’auspicato aiuto occidentale – come indurrebbe a pensare il sostegno dato dalla NATO alla Turchia e, più significativamente, la recente dichiarazione del Segretario di Stato, Antony Blinken, secondo cui gli USA non potrebbero mai divenire garanti delle posizioni armene nella crisi del Nagorno Karabagh – implicherà prevedibilmente una pericolosissima esposizione del Paese – già per sua collocazione geografica vulnerabile – alle politiche aggressive ed espansionistiche dei suoi più immediati vicini: l’Azerbaijan, quale storico antagonista di una Armenia che considera come Azerbaijan Occidentale, e la Turchia protesa oggi più che in passato a svolgere un ruolo assertivo all’estero nella prospettiva – confermata dalla sconcertante retorica del suo Presidente Erdogan – di realizzare un auspicato revisionismo storico di ottomana matrice, come dimostrato peraltro dai tentativi di espansione condotti da Ankara in Siria, in Libia e nella stessa Africa. L’esito di tale radicale cambiamento sarebbe, dunque, drammatico per l’Armenia che resterebbe isolata in una regione altamente critica, qual è per l’appunto il Transcaucaso, con l’esito intuibilmente fatale un domani per la integrità territoriale del Paese che perderebbe, da un lato, sostegno dalla Russia e fiducia dall’Iran, un vicino in fondo fino ad oggi amico e interessato al mantenimento dello “statu quo” sul fronte meridionale dell’Armenia, senza, dall’altro, acquisire certezze dall’Occidente incline, non tanto a sostenere il Paese nel suo sviluppo, quanto piuttosto ad usarlo come pedina nello scacchiere geopolitico incurante dei suoi destini. Del resto l’indifferenza con cui l’Occidente assisteva al Genocidio del popolo armeno nel lontano 1915, senza neanche un minimo intervento a sua protezione, dovrebbe insegnare qualcosa alle nuove generazioni armene affinché, traendo giusta lezione dalla Storia, comprendano i reali rischi della situazione in cui oggi il Paese si trova.

Bruno Scapini

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L’Armenia firma un memorandum d’intesa con gli Stati uniti (Il Manifesto 15.01.25)

Ieri l’Armenia ha firmato un documento che ufficializza la nascita di un partenariato strategico con gli Usa. Il ministro degli Esteri armeno, Ararat Mirzoyan, ha incontrato a Washington il Segretario di Stato americano uscente, Antony Blinken, per firmare il memorandum d’intesa strategica che porta a compimento un processo iniziato con la Rivoluzione di velluto del 2018.
Il Paese caucasico lo scorso 9 gennaio ha anche approvato un progetto di legge che mira a portare a termine tutte le riforme necessarie per il processo di adesione all’Unione europea, come è già avvenuto in Georgia.

A tale proposito, la Russia, con la quale l’Armenia condivideva l’alleanza militare Csto, ha subito avvertito Erevan che non le sarà permesso di aderire contemporaneamente all’Ue e all’Unione economica eurasiatica (Ueea), rievocando il contrasto del 2012 sul percorso europeista dell’Ucraina. In Armenia, da quando nel 2018 migliaia di persone scesero in piazza per invocare un cambiamento di rotta deciso nella politica nazionale e l’allontanamento da Mosca, molte cose sono cambiate e l’entusiasmo filo-occidentale di una parte della popolazione si è molto ridimensionato. La causa principale è il mancato intervento di Usa e Ue durante le due guerre del Nagorno-Karabakh contro l’Azerbaijan del 2020 e del 2023. Per motivi analoghi, tuttavia, anche le simpatie filo-russe della parte più tradizionalista del Paese negli ultimi anni sono crollate. Il Cremlino è accusato di non essere intervenuto a difesa dell’Armenia contro Baku (che invece era sostenuta attivamente dalla Turchia) e di non aver ordinato di intervenire al corpo di interposizione stanziato nella regione a garanzia della tregua del 2020.

La firma del trattato con gli Usa mette Erevan in una posizione delicata nello scacchiere caucasico, senza delle effettive garanzie di sicurezza ma con la minaccia militare di Azerbaijan e Turchia tuttora presente per il cosiddetto corridoio di Zangezur nel sud del Paese. Mosca, inoltre, ha dichiarato chiaramente che non tollererà ingerenze di Washington ai suoi confini e nelle sue aree storiche di influenza.

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ARMENIA: Verso la candidatura all’UE per uscire dall’orbita russa (EastJournal 15.01.25)

Il governo armeno ha presentato un disegno di legge per dare il via al processo di adesione all’Unione europea. Sullo sfondo interessi comuni, dall’economia alla geopolitica in funzione antirussa, ma anche il monitoraggio degli equilibri nella regione del Nagorno-Karabakh.

Un primo, timido passo di avvicinamento all’Unione europea. L’Armenia ha delineato un disegno di legge in cui si esprime la volontà di inoltrare domanda di adesione all’Ue, in netta contrapposizione alla storica vicinanza della piccola repubblica del Caucaso alla sfera di influenza russa. Il governo guidato dal premier Nikol Pashinyan ha fatto la sua mossa, adesso toccherà al parlamento armeno esprimersi sulla possibilità che Yerevan presenti formalmente la sua candidatura a Bruxelles.

Ad attendere l’Armenia è un percorso lungo e complesso, già affrontato in passato da Estonia, Lettonia e Lituania, che condividono con il Paese caucasico lo status di ex repubblica sovietica: all’eventuale approvazione parlamentare farà seguito un referendum su scala nazionale, dopodiché – se Bruxelles darà l’ok – cominceranno le negoziazioni con l’Unione europea e, contemporaneamente, un processo di adeguamento legislativo all’acquis europeo.

L’euroadesione, tra sforzi e ritorsioni

Già nel 2023, intervenendo all’emiciclo di Strasburgo, Pashinyan aveva affermato la disponibilità dell’Armenia a compiere tutti gli sforzi necessari per avvicinarsi all’Ue, pur senza esprimere aspirazioni all’adesione formale. Sostegno che adesso, a distanza di neanche due anni, sembra essere maturato nelle decisioni del governo, intenzionato a intavolare con Bruxelles una discussione quanto mai concreta per definire i prossimi passi.

Le difficoltà, però, non mancano. Con una popolazione che non supera i tre milioni di abitanti, la piccola repubblica è un alleato storico della Russia, tanto che il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha risposto alla volontà di aderire all’Unione europea sottolineando da un lato la libertà di scelta di Yerevan, ma ribadendo dall’altro l’urgenza di estrometterla dall’Unione economica eurasiatica il giorno in cui dovessero spalancarsi definitivamente le porte di Bruxelles.

Intanto lunedì 13 gennaio, proprio dalla capitale belga, il portavoce della Commissione, Anouar El Anouni, è intervenuto in conferenza stampa incalzato da un giornalista che ha domandato chiarimenti sulla posizione europea, proprio in considerazione della celere replica da Mosca. «Le discussioni in corso dimostrano l’attrattività dell’UE e dei nostri valori: Armenia e Europa non sono mai state tanto vicine come adesso, e il 2024 l’ha mostrato in modo evidente, con l’avvio del dialogo per la liberalizzazione dei visti e un’assistenza alle forze armate armene del valore di dieci milioni di euro. L’obiettivo è incrementare il sostegno finanziario attraverso il piano di resilienza e crescita, l’integrazione commerciale e la diversificazione energetica».

La questione del Nagorno-Karabakh

Le nubi che offuscano l’orizzonte europeo dell’Armenia riguardano i rapporti con il vicino Azerbaigian riguardo al Nagorno-Karabakh, la regione contesa fra i due Stati e teatro di ripetute violazioni dei diritti umani, più volte criticate anche da Bruxelles. Ad alimentare la tensione le recenti dichiarazioni del presidente azero Ilham Aliyev, secondo il quale «l’Armenia rappresenta una minaccia fascista che dev’essere annientata»: per il Paese guidato da Pashinyan, parole che suonano come il preludio a una riacutizzazione dello scontro.

Eppure, proprio gli screzi con Baku hanno in un certo senso permesso all’Armenia di sganciarsi dal giogo della Russia, sia pur bruscamente: nell’autunno del 2023, l’esercito di Mosca fallì nel tentativo di difendere l’autoproclamata repubblica di Artsakh, un feudo abitato dalla popolazione armena minacciato dalle truppe di Baku. Persa quell’enclave strategica nel Nagorno-Karabakh, di tutta risposta l’Armenia fuoriuscì dall’alleanza militare che la teneva legata proprio alla Russia.

Via da Mosca, direzione Bruxelles?

Quel gesto, effettuato in aperta polemica col Cremlino, ha dato inizio a un percorso di allontanamento dalla Russia e, contestualmente, ha finito per intensificare proprio il dialogo con l’Europa: visite ufficiali, scambi istituzionali e alcuni piccoli tentativi di riforma a livello normativo, tutti elementi che possono rappresentare oggi un fattore chiave per l’adesione alla famiglia europea.

Presto o tardi, la speranza dalle parti di Bruxelles è che il piccolo Stato caucasico non faccia la fine della vicina Georgia, dilaniata da forti scontri sociali e, per il momento, costretta a mettere da parte gli scenari europei per perseguire il sogno del partito di governo, quel “Sogno Georgiano” che intende continuare a tenere Tbilisi nell’orbita del Cremlino.

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Armenia-UE: leader discutono i piani di adesione (Corrierepl 14.01.25)

Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha telefonato al presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, per discutere i piani di adesione all’UE, quattro giorni dopo che il suo governo aveva annunciato l’intenzione di chiedere l’adesione dell’Armenia all’Unione europea. Pashinian ha elogiato i legami sempre più profondi dell’Armenia con l’UE e ha informato Costa sullo stato attuale del processo di pace tra Armenia e Azerbaigian. L’invio di osservatori civili in Armenia e l’aumento dei contatti diplomatici sono attività con cui l’UE intende rafforzare il suo status di facilitatore neutrale che contraddice il predominio storico su quest’area concesso alla Russia. L’Armenia spera che il suo coinvolgimento rafforzerà gli impegni di sicurezza, spingendo ulteriormente la democratizzazione. Tuttavia, l’UE si sta confrontando con notevoli difficoltà nell’istituire un’unica politica estera comune per il conflitto. Gli Stati membri hanno atteggiamenti diversi nei confronti dell’Azerbaijan, in particolare perché l’Azerbaijan è un partner energetico per l’Europa.

Armenia-UE: leader discutono i piani di adesione

Pertanto il conflitto tra Armenia e Azerbaigian è uno degli aspetti più salienti delle relazioni dell’UE, con la prima che opera in questo complesso ambiente geopolitico. È solo di recente che il ruolo dell’UE nel processo di pacificazione tra i due è aumentato, soprattutto da quando l’offensiva militare dell’Azerbaigian nel Nagorno-Karabakh ha costretto più di 100.000 armeni ad andarsene. Tradizionalmente, l’UE ha mantenuto un eclettismo, rivolgendosi a entrambe le parti e rimandando in gran parte la mediazione al Gruppo di Minsk dell’OSCE. La spinta all’adesione, sostenuta da gruppi filo-occidentali, segue una petizione che ha raccolto, l’anno scorso, 60.000 firme a sostegno di un referendum sull’adesione all’UE. Pashinyan ha affermato che tale referendum  dovrebbe tenersi solo dopo che Yerevan e l’UE avranno elaborato una “roadmap” per l’adesione dell’Armenia al blocco. Nessuno Stato membro dell’UE ha finora espresso sostegno a tale prospettiva. L’iniziativa ha scatenato tensioni con la Russia, tradizionale alleato dell’Armenia, che ha messo in guardia dalle conseguenze economiche qualora l’Armenia cercasse di entrare a far parte dell’UE. Tuttavia, il ministro dell’Economia armeno ha chiarito, il 13 gennaio, che il governo non ha piani immediati di ritirarsi dall’Unione economica eurasiatica (UEE) guidata dalla Russia, nonostante i recenti passi avanti verso legami più stretti con l’UE. La Russia ha rappresentato oltre il 41% del commercio estero dell’Armenia nei primi 11 mesi del 2024, mentre il commercio con i paesi dell’UE è sceso del 14% al 7,5% del commercio totale. L’Armenia continua a fare affidamento sul gas naturale russo, acquistato a una frazione dei prezzi di mercato dell’UE, sottolineando la profondità dei suoi legami economici con Mosca.

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AZERBAIJAN VS ARMENIA/ Aliyev inventa i fascisti a Yerevan per attaccare: punta al corridoio di Zangezur (Il Sussidiario 14.01.25)

Adesso sarebbe addirittura diventata uno Stato fascista. Così ha definito l’Armenia il presidente dell’Azerbaijan, Ilham Aliyev, dopo che in passato ne aveva persino disconosciuto l’esistenza, sostenendo che in realtà si tratta di Azerbaijan occidentale. Di fronte a dichiarazioni del genere, e al fatto che i negoziati fra i due Paesi sui confini non finiscono mai, anche il Pentagono (secondo quanto riportato da Army Times) ipotizza una possibile guerra, voluta dagli azeri, tra il 2025 e il 2026. La piccola Armenia, racconta Pietro Kuciukianattivista e saggista italiano di origine armena, console onorario dell’Armenia in Italia, anche per questo sta cercando sostegno militare accordandosi con altri Paesi, muovendosi pure in direzione dell’Unione Europea. Il presidente Nikol Pashinyan sta sforzandosi di risolvere tutto in via diplomatica in un’area che, per diversi motivi, interessa a molti Paesi stranieri, dell’area (Russia, Iran, Turchia) e non (USA e Cina). Ma deve fare i conti con un mondo in cui il ricorso alla forza sembra sempre più considerato. E un Azerbaijan che, grazie alla produzione e alla commercializzazione del gas, riesce a tenere in scacco diversi Paesi che non possono fare a meno della sua energia.

Il presidente dell’Azerbaijan, Ilham Aliyev, dice che “l’Armenia è essenzialmente uno Stato fascista e il fascismo deve essere distrutto. Sarà distrutto dalla leadership armena o da noi. Non abbiamo altra scelta”. E gli analisti del Pentagono prevedono un’operazione militare nel 2025-2026. Il rischio di un conflitto è sempre più alto?

Questo è un momento disgraziato. A livello mondiale ormai, al posto della politica, si preferisce l’uso della forza. Lo vediamo in Ucraina come in ambito mediorientale: anche l’Armenia è sotto attacco. La diplomazia non è più in auge come metodo per risolvere le controversie, basta vedere cosa sta dicendo Trump su Canada, Groenlandia e Panama. E queste esternazioni sull’uso della forza riguardano anche l’ambito Armenia-Azerbaijan.

In un contesto del genere, Aliyev, a oltre un anno dall’attacco in Nagorno Karabakh, si sente autorizzato a giustificare una guerra contro Yerevan?

Sicuramente è invogliato a prendere in considerazione questa opportunità. Finora non l’ha fatto anche perché, secondo me, la Turchia lo sta frenando un po’: Ankara ha interessi più globali. Però può darsi benissimo che gli azeri scatenino lo stesso un conflitto, anche se forse in questo momento neanche Aliyev lo sa.

Il presidente azero, tuttavia, ha alzato i toni contro l’Armenia. Rimane comunque un segnale preoccupante?

Non aveva mai detto che l’Armenia è uno Stato fascista, ma ormai tacciare di fascista l’avversario è di moda. Gli armeni, in realtà, non possono essere accusati di questo in nessun modo: cercano di mettersi d’accordo con tutto il mondo, con l’Europa, con la Russia, con l’America, vogliono mantenere buoni rapporti con tutti. Il fascismo in questo atteggiamento non ce lo vedo proprio.

Ma se Baku, Dio non voglia, prendesse veramente in considerazione l’idea di un conflitto, chi potrebbe incoraggiare gli azeri e chi invece frenarli?

Credo che ci siano poche possibilità che la Russia possa fare qualcosa. L’Armenia, però, si sta preoccupando della sua difesa e sta stringendo alleanze militari con Francia, Grecia e India. L’unica interferenza positiva che vedo possibile, tuttavia, potrebbe essere quella dell’Iran, che è molto interessato a conservare la situazione così com’è e quindi ad avere buoni rapporti anche con gli armeni, come è sempre successo. Fin dall’inizio, fin da quando si è disintegrata l’Unione Sovietica, l’unico aiuto dall’estero è venuto da Teheran. L’Iran, tuttavia, ha problemi con Israele che, tra l’altro, ha una base proprio in Azerbaijan, un elemento che rende ancora più complicata la situazione.

Paradossalmente, quindi, questa volta la Turchia potrebbe avere interesse a frenare un’operazione militare contro l’Armenia?

L’Armenia è così piccola che potrebbe essere conquistata non in una ma in mezza giornata: abbiamo visto cos’è successo al Nagorno Karabakh. La Turchia potrebbe non essere così interessata. Ciò che le converrebbe, invece, è avere un passaggio dal Nakhicevan (regione autonoma azera che non confina con il resto del territorio nazionale, nda) all’Azerbaijan, attraverso il famoso corridoio di Zangezur, che poi è un’invenzione degli azeri.

Un corridoio che interessa a molti.

L’esercito russo in quella zona controllava il confine fra Iran e Armenia, ma adesso si è ritirato in seguito a un accordo siglato dal presidente armeno Pashinyan. I russi si sono ritirati anche dall’aeroporto di Zvartnots, ma non ancora dal confine tra la Turchia e l’Armenia. La zona a sud del Zangezur è una zona cruciale per le due grandi vie di comunicazione Sud-Nord ed Est-Ovest. Alla prima è interessata anche la Cina e con lei l’Iran; al collegamento Ovest-Est, invece, è interessata la Turchia e, in un certo senso, l’America, perché potrebbe arrivare, se Ankara resta alleata, fino in Cina. Gli USA, tra l’altro, hanno rapporti con l’Armenia dal punto di vista militare.

In questo contesto, come si colloca l’iniziativa di Pashinyan di approvare un disegno di legge che traccia la strada per l’adesione all’Unione Europea?

Pashinyan ci sta andando con i piedi di piombo, anche perché la Russia, ogni volta che si sente parlare di Europa, ovviamente si irrigidisce. Finora l’Armenia è riuscita a mantenere la situazione in equilibrio, cosa per niente facile: abbiamo visto come sta andando a finire in Georgia. Non credo che si arrivi a quei livelli, Pashinyan è molto più avveduto, diplomaticamente più maturo. Siamo comunque in una situazione che potrebbe evolversi in maniera rapida, rapidissima, per cui quello che si dice oggi domani non vale.

Armenia e Azerbaijan, però, sono da tempo impegnate in trattative per i confini. Non c’è la possibilità che si raggiunga un accordo?

Sono negoziati che alla fine si prolungano sempre: non si arriva mai al dunque. Quando si giunge al momento di concludere, l’Azerbaijan esibisce nuove richieste. Hanno messo a posto in parte i confini, ma non tutto. Da parte azera ci sono continue provocazioni, probabilmente vorrebbero che gli armeni reagissero, che decidessero di adottare una linea più dura, così potrebbero attaccarli. Ma Yerevan cerca di superare le difficoltà diplomaticamente. Fino a che ci riesce.

(Paolo Rossetti)

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“Amerikatsi”, il film di Michael A. Goorjian al cinema (L’Opinionista 13.01.25)

Dal 16 gennaio nelle sale cinematografiche una favola di resistenza, speranza e amore dell’Armenia Sovietica stanliniana

amerikatsiIl film “Amerikatsi” di Michael A. Goorjian arriverà nelle sale italiane dal 16 gennaio grazie a Cineclub Internazionale Distribuzione, con il supporto di Dna srl. Scritto, diretto e interpretato dal cineasta americano di origine armene Michael A. Goorjian, il film è stato designato dall’Armenia per la corsa al Premio Oscar® 2024 come Miglior Film Internazionale, rientrando nella short list finale.

Protagonista Charlie, scampato al genocidio Armeno fuggendo negli Stati Uniti quando era ragazzo. Nel 1948 torna in Armenia, dove viene accolto dalla dura realtà del comunismo sovietico stalinista e finisce rocambolescamente in prigione.

TRAILER

Ma nella sua cella c’è una finestra, da cui può osservare l’appartamento di fronte e scoprire così la ricchezza e vivacità della vita e della cultura armena, facendosi coinvolgere dalle storie che si avvicendano – comiche, romantiche, drammatiche – come se guardasse una serie tv su uno schermo. Il regista Michael A. Goorjian interpreta e realizza una favola di resistenza, speranza e amore nell’Armenia sovietica staliniana, attraverso un film che evoca in premessa uno dei più efferati delitti della Storia, il genocidio armeno, di cui elabora il lutto con grazia, umorismo e sentimento in una “romcom” commovente e coinvolgente.

“Di solito i film sull’Armenia si concentrano su quell’evento cruciale che è stato il Genocidio, ma in realtà è limitante raccontare la cultura e la vita di un paese intero limitandosi a quel capitolo tragico” – ha dichiarato il cineasta Michael A. Goorjian – “Musica, cibo, passione, generosità, amore per la vita: Amerikatsi celebra tutto questo e racconta al mondo aspetti e sfaccettature dell’Armenia, che sin dalla mia giovinezza avevo desiderio di scoprire e riconnettermi. Il sogno di Charlie di tornare nel suo paese natio non riflette soltanto il sogno di molti che hanno fatto parte della diaspora armena, ma rappresenta il sogno di milioni di persone nel mondo che hanno un legame forte e ancestrale con il loro paese nativo. Molti di noi sogniamo di riconnetterci con il nostro paese. Ma, come per Charlie, la realtà non sempre è come l’abbiamo immaginata”.

SINOSSI

Nel 1948 un americano di origine armena rimpatria in Armenia e finisce rocambolescamente in una prigione sovietica. Ma nella sua cella c’è una finestra… Da lì può osservare l’appartamento di fronte e, attraverso le scene di vita quotidiana che si svolgono al suo interno, scoprire la ricchezza e vivacità della vita e della cultura armena. Una favola di speranza dall’ Armenia, un film che evoca in premessa uno dei più efferati delitti della Storia, il genocidio armeno, di cui elabora il lutto con grazia, umorismo e sentimento, in una “romcom” assolutamente commovente e coinvolgente.

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Alessandro Ferranti nuovo ambasciatore d’Italia in Armenia (Aise 13.01.25)

ROMA\ aise\ – “Assumo con orgoglio la guida dell’Ambasciata d’Italia a Jerevan. Italia e Armenia sono due Paesi legati da storica amicizia e un comune retaggio di civiltà millenarie. Lavorerò con determinazione e impegno per rafforzare le relazioni bilaterali e promuovere nuovi canali di cooperazione in ogni campo”. Con queste parole, Alessandro Ferranti ha commentato la sua nuova nomina a nuovo Ambasciatore d’Italia in Armenia.
Dopo le lauree alla “Luiss” di Roma, in scienze politiche, e poi in scienze della sicurezza interna ed esterna all’Università di Tor Vergata, Ferranti ha intrapreso la carriera diplomatica con il ruolo di segretario di legazione presso la Segreteria particolare del Sottosegretario di Stato, nel 2001, per poi passare nel 2004 alla Direzione Generale Paesi Europa. In seguito, si è trasferito in Messico, dove diventa, sempre nel 2004, secondo segretario commerciale a Città del Messico. Ruolo in cui è stato poi confermato con funzioni di Primo segretario commerciale. Dopo 4 anni si trasferisce in Guatemala come primo segretario commerciale. Diventa poi, sempre in Guatemala, consigliere di legazione nel 2011 e poi consigliere commerciale.
Nel 2012 si sposta alla Segreteria particolare del Sottosegretario di Stato e l’anno seguente viene confermato alla Segreteria del Vice Ministro, Sottosegretario di Stato. Confermato, per cambiamento di Governo, alla Segreteria del Vice Ministro.
Nel 2013 diventa Console Generale a Casablanca, mentre 4 anni dopo viene nominato consigliere ad Atene, nel 2017 e poi confermato ad Atene con funzioni di Primo consigliere.
Ultimi incarichi prima di trasferirsi a Jerevan e assumere il ruolo di Ambasciatore in Armenia, alla Direzione Generale per le Risorse e l’Innovazione, nel 2021, dove diventa Capo Ufficio VI della stessa Direzione Generale e poi Capo dell’Unità per il personale a contratto della Direzione Generale Risorse e Innovazione, il 1° gennaio 2024. (aise)

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Arslan racconta il genocidio armeno. La nuova edizione del suo romanzo (Il Resto del Carlino 12.01.25)

a scrittrice e autrice Antonia Arslan, insignita nel 2021 della cittadinanza onoraria, torna a Ferrara per presentare la ripubblicazione del suo romanzo ‘La masseria delle allodole’ (nuova edizione Bur – Rizzoli). La presentazione della ripubblicazione del libro si terrà giovedì alle 17.30 nella sala Arnoldo Foà al Ridotto del teatro Comunale. All’incontro col pubblico, insieme ad Antonia Arslan, ci sarà l’assessore alla Cultura Marco Gulinelli. Modera l’incontro Cristiano Bendin, caposervizio del Resto del Carlino di Ferrara.

“Ferrara si conferma ancora una volta città della cultura e della memoria, accogliendo con orgoglio Antonia Arslan, scrittrice e saggista italiana di origine armena amata e apprezzata a livello internazionale. Con i suoi scritti e la sua testimonianza, ha dato voce a una realtà che rischiava di essere dimenticata. La ristampa di ‘La masseria delle allodole’, infatti, non è solo un omaggio alla sua straordinaria e commovente opera, dedicata alla memoria del genocidio armeno, ma è anche un importante momento di riflessione sui valori di giustizia e riconciliazione. Invito tutti i cittadini a partecipare a questo evento”, sottolinea il sindaco Alan Fabbri.

“Quattro anni fa il sindaco, a nome della città, le aveva conferito la cittadinanza onoraria, giovedì festeggeremo insieme la ristampa e i ventun anni dalla prima edizione di un romanzo essenziale, che rappresenta una pietra miliare della letteratura”, aggiunge l’assessore Gulinelli. “Sono trascorsi 110 anni dalla tragedia che ha sterminato quasi due milioni di armeni da cui si è codificato, insieme alla ferocia nazista, nel diritto internazionale il reato di genocidio. Un’altra ricorrenza, che suona come un monito per il dovere che abbiamo nel non dimenticare mai, è l’uscita dopo vent’anni dalla sua prima pubblicazione del libro di Antonia Arslan ‘La masseria delle allodole’, un romanzo forte e toccante che riesce a trasformare la storia di una famiglia armena in un racconto toccante di sopravvivenza in libro di tragedia, ma anche di speranza. Sarà un’occasione unica per ascoltare direttamente dalla voce della scrittrice il racconto della genesi di questo libro straordinario, che continua a commuovere e ispirare così tanti lettori in tutto il mondo”, conclude Gulinelli. L’ingresso all’incontro di giovedì è libero fino a esaurimento dei posti disponibili.

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Armenia. Rischio escalation con l’Azerbaijan, tentativi di mediazione della Russia (Notizie Geopolitiche 11.01.25)

di Giuseppe Gagliano –

Nel complesso scacchiere del Caucaso meridionale, Mosca si trova nuovamente al centro di una partita delicata tra Azerbaigian e Armenia. La dichiarazione rilasciata il 9 gennaio dal portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, evidenzia gli sforzi della Russia per preservare la stabilità nella regione, ma le tensioni crescenti tra i due Paesi indicano che la pace rimane una meta lontana.
Il Caucaso è da sempre una priorità strategica per Mosca, non solo per la vicinanza geografica ma anche per le sue implicazioni geopolitiche ed economiche. “Vogliamo che il Caucaso sperimenti pace, stabilità, prevedibilità e un ambiente di reciproca fiducia e sicurezza”, ha affermato Peskov, ribadendo l’impegno russo a mantenere rapporti solidi con entrambe le capitali, Yerevan e Baku. Tuttavia l’assenza di contatti recenti tra Vladimir Putin e i leader dei due Paesi segnala una fase di stallo diplomatico che potrebbe aggravare le tensioni già esistenti.
Le accuse lanciate dal presidente azero Ilham Aliyev contro l’Armenia e indirettamente contro Mosca dimostrano quanto sia fragile la situazione. Aliyev ha criticato aspramente le riforme militari armene e gli accordi di fornitura di armi tra Yerevan e Parigi, definendo l’Armenia uno “Stato fascista”. D’altra parte il governo armeno, guidato da Nikol Pashinyan, ha denunciato la retorica di Baku come un tentativo di giustificare una nuova escalation militare.
Questa dialettica ostile si colloca in un contesto di tensioni irrisolte: la guerra del Nagorno-Karabakh del 2023 ha lasciato profonde ferite, con circa 100mila armeni costretti a lasciare la regione in seguito all’offensiva azera. ONG e osservatori internazionali hanno parlato di una vera e propria “pulizia etnica,” ma l’Azerbaigian continua a respingere tali accuse, rafforzando la sua posizione nella regione.
Nonostante il suo storico legame con l’Armenia, Mosca si trova in una posizione sempre più scomoda. Il deterioramento delle relazioni con Yerevan, accelerato dall’incapacità russa di impedire l’attacco azero del 2023, ha spinto l’Armenia a guardare verso l’Occidente. La proposta di avviare i negoziati per l’adesione all’Unione Europea è l’ultimo segnale di questo cambio di rotta.
Pashinyan ha sottolineato che un eventuale ingresso nell’UE sarà soggetto a referendum popolare, ma il percorso è tutt’altro che semplice. L’Armenia dipende ancora fortemente dalla Russia, sia economicamente sia militarmente. Peskov ha già ricordato che non è possibile essere membri sia dell’Unione Economica Eurasiatica sia dell’UE, facendo riferimento al lungo e infruttuoso cammino della Turchia verso l’adesione all’Unione.
La complessità del Caucaso richiede soluzioni multilaterali, ma i segnali attuali puntano nella direzione opposta. La crescente dipendenza dell’Azerbaigian dalla forza militare, l’avvicinamento dell’Armenia all’Europa e il calo di influenza della Russia nella regione rischiano di creare un vuoto pericoloso.
La Russia, pur mantenendo truppe di pace nel Nagorno-Karabakh, sembra sempre più incapace di svolgere il ruolo di arbitro imparziale. Nel frattempo potenze come la Francia e l’UE cercano di rafforzare i legami con Yerevan, mentre l’Azerbaigian continua a godere del sostegno di Ankara.
In questo contesto una nuova escalation sembra non essere una questione di “se” ma di “quando.” Mosca, pur ribadendo la sua centralità nel processo di pace, deve confrontarsi con una realtà in cui la sua influenza è in declino. L’equilibrio fragile del Caucaso rischia di crollare, e le conseguenze potrebbero estendersi ben oltre i confini della regione.

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Il tortuoso cammino dell’Armenia verso l’UE (Osservatorio Balcani e Caucaso 09.01.25)

Negli ultimi venti anni i rapporti tra Armenia e Unione europea sono stati altalenanti. Dall’iniziale adesione alla Politica europea di vicinato, passando attraverso la presa di distanza di Yerevan nei confronti di Bruxelles, per poi tornare negli ultimi tempi all’idea di adesione all’Ue

09/01/2025 –  Marilisa Lorusso

Le relazioni Unione Europea – Armenia sono state inizialmente regolate dall’Accordo di Partenariato e Cooperazione (PCA), firmato nel 1996 e attivo fino al 2021.

Nel 2004 l’Armenia ha aderito alla Politica Europea di Vicinato (ENP), insieme alle altre nazioni del Caucaso meridionale. Nel gennaio 2002, il Parlamento europeo ha riconosciuto la potenziale futura adesione dell’Armenia all’UE grazie al riconoscimento della sua identità europea.

L’Armenia ha aderito al partenariato orientale dell’UE nel 2009 il che ha portato ai negoziati sull’Accordo di associazione (AA) nel 2010.

L’AA prevedeva un capitolo specifico sull’area di libero scambio. È stato istituito quindi un gruppo consultivo dell’UE in Armenia per assistere l’Armenia nelle riforme necessarie.

Alla fine del 2013, entrambe le parti erano vicine alla finalizzazione dell’AA. Inaspettatamente per la controparte, l’Armenia ha cambiato posizione nel settembre 2013, annunciando l’intenzione di aderire all’Unione economica eurasiatica.

La mossa dell’allora presidente Serzh Sargsyan arrivò all’epoca del tutto inattesa, e sarebbe stata il prodromo di un analogo colpo di scena in Ucraina, che avrebbe avuto conseguenze ben più drammatiche per il governo Yanukovich.

Caduta l’ipotesi dell’AA, nel 2017, l’Armenia e l’UE hanno formalizzato un nuovo accordo per rafforzare i legami politici ed economici, l’accordo di partenariato globale e rafforzato (CEPA). Firmato il 24 novembre 2017 dall’Armenia e da tutti gli Stati membri dell’UE, il CEPA mirava ad ampliare le relazioni UE-Armenia, sebbene non si trattasse di un accordo di associazione completo.

La rivoluzione di velluto e la guerra

Dopo la rivoluzione armena del 2018, Nikol Pashinyan ha sottolineato la necessità per l’Armenia di relazioni equilibrate sia con l’UE che con la Russia. Sebbene Pashinyan abbia espresso l’intenzione di rafforzare i legami con l’UE e di chiedere l’accesso Schengen senza visto per gli armeni, ha scelto di mantenere l’adesione dell’Armenia all’Unione economica eurasiatica.

L’esito della guerra per il Nagorno Karabakh nel 2020 e nel 2023 avrebbe portato Yerevan a cercare un avvicinamento ancora più significativo all’Unione Europea, mentre la fiducia la Russia, vista come tradizionale protettore dell’Armena sullo scacchiere caucasico si andava sgretolando.

Nell’ottobre 2022, Pashinyan ha partecipato al vertice inaugurale della Comunità politica europea, in cui l’Armenia ha accettato di ospitare una missione di monitoraggio temporanea guidata dall’UE (EUMCAP) lungo il confine con l’Azerbaijan.

La missione si è conclusa nel dicembre 2022, sostituita da una squadra di assistenza alla pianificazione dell’UE e successivamente dalla missione dell’Unione europea in Armenia (EUMA), autorizzata nel gennaio 2023.

L’EUMA, con un mandato di due anni, si concentra sul rafforzamento della stabilità lungo il confine armeno, favorendo fiducia e gli sforzi di normalizzazione tra Armenia e Azerbaijan.

Il partenariato Armenia-UE ha continuato ad approfondirsi all’inizio del 2023 attraverso il primo dialogo politico ad alto livello tra Armenia e UE, che ha affrontato la sicurezza regionale e lo spiegamento della missione.

Al vertice della Comunità politica europea dell’ottobre 2023, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha condannato le azioni dell’Azerbaijan nel Nagorno Karabakh, riaffermando il sostegno dell’UE alla sovranità dell’Armenia. La von der Leyen ha sottolineato i valori condivisi tra Armenia e UE e l’impegno per un ordine basato su regole, promettendo ulteriore cooperazione.

Il premier armeno Pashinyan si è rivolto al Parlamento europeo nell’ottobre 2023, esprimendo l’apertura dell’Armenia a legami più stretti con l’UE. Nel novembre 2023, una delegazione di alto livello dell’UE, tra cuimembri dello European External Action Service, della Commissione, della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, della Banca europea per gli investimenti e Frontex, ha visitato l’Armenia.

Questa delegazione mirava a esplorare come rafforzare la cooperazione Armenia-UE, compreso il sostegno alle forze armate armene per motivi non letali.

Il 2024

All’inizio del 2024, Pashinyan ha annunciato che l’Armenia avrebbe esplorato l’ipotesi di adesione all’UE, specificando la scadenza per l’autunno 2024 per valutare il livello di consenso nazionale rispetto a questo tema.

Questa accelerata riflette il crescente allineamento dell’Armenia con l’Occidente in un contesto di deterioramento delle relazioni con la Russia.

In un incontro di importanza storica, ad alto livello a Bruxelles il 5 aprile 2024, Pashinyan si è confrontato con la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, il capo della politica estera dell’UE Josep Borrell e il segretario di Stato americano Antony Blinken per discutere del futuro strategico dell’Armenia, sottolineando una decisa e nuova vocazione della nazione verso l’Europa e verso legami transatlantici.

Lo stesso giorno, l’Armenia ha firmato un accordo di cooperazione con Eurojust, consolidando ulteriormente i legami legali e politici con le istituzioni dell’UE.

Al vertice sulla democrazia di Copenaghen del 2024, Pashinyan interrogato, ha dichiarato che per lui l’Armenia sarebbe potuta entrare nell’Unione Europea lo stesso anno.

La Piattaforma Unita delle Forze Democratiche, una coalizione di gruppi armeni filo-europei, ha espresso sostegno alla spinta europeista. Questa coalizione ha proposto un referendum sulla candidatura all’UE.

Il 21 giugno 2024, la Piattaforma Unita delle Forze Democratiche ha tenuto un’udienza presso l’Assemblea nazionale armena per rafforzare il sostegno a una candidatura formale all’UE.

A settembre 2024 la Commissione Elettorale Centrale ha autorizzato la Piattaforma Unita delle Forze Democratiche a raccogliere le firme per la proposta referendaria. Il gruppo ha raccolto le necessarie 50mila firme entro il 14 novembre 2024, e la mozione passa quindi all’Assemblea nazionale, aprendo potenzialmente la strada all’applicazione formale dell’Armenia all’UE.

Il 2024 è stato anche anno di numerose visite. Si sono recati a Yerevan Stefano Tomat, a capo delle operazioni civili dell’UE e direttore generale della capacità civile di pianificazione e operazioni, Adrienn Kiraly, della direzione generale dell’UE per i negoziati di vicinato e allargamento (DG NEAR), Valdis Dombrovskis, vicepresidente esecutivo della Commissione europea / Commissario europeo per il commercio, Michael Siebert, direttore generale del SEAE per la Russia, il partenariato orientale, l’Asia centrale, la cooperazione regionale e l’OSCE, Margarítis Schinás, Vice-presidente della Commissione.

Questa serie di incontri riflette il cambiamento politico dell’Armenia verso l’integrazione europea e dimostra un forte impegno pubblico e governativo nel rafforzare i legami con l’Europa in risposta alle sfide di sicurezza regionale e ai cambiamenti politici.

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L’Armenia vuole entrare nell’Unione europea (e allontanarsi dalla Russia) (Europatoday 09.01.25)

L’Armenia pensa di avviare i colloqui con Bruxelles per lanciare la candidatura all’UE (EURACTIV 10.01.25)