A Pordenone si parla di migrazioni e confini con Antonia Arslan (Messaggero Veneto 07.01.25)

Con opere come “La masseria delle allodole” Antonia Arslan ha dato voce alle radici della sua famiglia e alla tragedia dimenticata di un popolo, trasformando la storia in narrazione potente e universale. Scrittrice, saggista e accademica italiana di origine armena, nota per il suo impegno nella memoria storica del genocidio armeno, custode di una memoria che riporta alla luce verità nascoste, Arslan sarà protagonista mercoledì 8 e giovedì 9 a Pordenone della rassegna “Viaggiare” organizzata dall’associazione Aladura.

Insieme a Rodolfo Casadei, giornalista, scrittore, autore di reportage da vari luoghi del mondo, soprattutto in Africa e Medioriente, interverrà al consueto doppio incontro che la formula della rassegna prevede: domani, alle 20.30 sarà aperto a tutti, nell’auditorium Vendramini; giovedì alle 9 si terrà nel teatro Verdi, dove sono attesi 800 studenti delle scuole pordenonesi.

Arslan e Casadei parleranno di “Migrazioni e nuovi confini in Europa”, analizzando un fenomeno le cui dimensioni internazionali sono notevoli, ma la nostra conoscenza in proposito è invece decisamente appannata. «Paradossalmente – afferma Stefano Bortolus, fondatore e presidente di Aladura – conosciamo meglio i flussi di beni e merci che traversano i confini dei Paesi delle entità statuali del mondo rispetto alla numerosità e alle caratteristiche degli esseri umani che varcano gli stessi confini. Eppure, l’intera storia dell’umanità è storia di migrazioni. Sin dall’antichità interi popoli e singoli individui hanno lasciato i propri luoghi di nascita per disparati motivi alla ricerca, talvolta pacifica talvolta violenta, di nuove terre, risorse e opportunità. Nel corso dei secoli – prosegue – le politiche hanno profondamente influenzato la natura delle migrazioni, condizionando le regole di entrata e di uscita dagli Stati in un sistema che, oggi, accentua il conflitto tra gli interessi dei Paesi di partenza, di arrivo e dei migranti stessi».

Nel contesto attuale di guerre e di crisi, come vengono gestite le migrazioni verso l’Europa? Che cosa accade ai migranti e rifugiati che non arrivano nei Paesi nei quali erano diretti, ma non muoiono durante il viaggio e neppure fanno rientro nei Paesi di origine? Antonia Arslane Rodolfo Casadei approfondiranno questi temi tanto delicati quanto di straordinaria attualità.

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Intervista a Bruno Scapini L’esperienza di vita del diplomatico nelle sue opere di fantapolitica (Meer.it 05.01.25)

Oggi ci occuperemo dell’opera originale di S.E. Bruno Scapini, Diplomatico, per anni Ambasciatore dell’Italia in Armenia, che dopo quarant’anni di carriera ha iniziato il suo percorso di scrittore nel 2018, col romanzo Operazione AKHTAMAR sul genocidio armeno (Albatros, Il Filo).

Avendo scoperto la sua cifra stilistica in questo genere che lui stesso definisce “fantapolitico”, ‒ che rappresenta un modo per denunciare molti problemi irrisolti del mondo contemporaneo e delle guerre che stanno distruggendo il pianeta e una parte dell’umanità ‒ ha proseguito con altri quattro romanzi, tutti pubblicati da Calibano Editore, ossia nel 2021 ARTSAKH – Confessioni sulla linea di contatto, incentrato sul conflitto tra l’Armenia e l’Azerbaijan e, sempre nel 2021, SOMNIUM – Urla dall’Universo, il cui tema scottante è quello della militarizzazione dello spazio, nonché, proprio alla fine del 2021, la sua quarta opera Arktikos. La scacchiera di ghiaccio, sul tema attualissimo dell’imminente fusione dei ghiacci artici. Infine, l’ultimo libro, nel 2023, è L’anomalia della terra promessa, sul tema oggi più discusso di tutti di una soluzione della questione palestinese e della realizzazione del sogno biblico della Grande Israele.

La novità di queste opere di “Fantapolitica” consiste nel trasporre le conoscenze storico-politiche maturate in una esistenza dedicata alla Diplomazia, in situazioni realistiche, che raccontano vicende possibili ma costruite mediante “l’invenzione”, una sorta di missione del nostro ex-Ambasciatore che mira a scavare nella complessità dei fili intessuti dagli attori in campo, per raccontare la verità di ogni possibile interlocutore, svelando anche numerosi misteri racchiusi nelle vicende narrate, mai rivelati dall’informazione al grande pubblico…

Lei ha ricoperto per quattro anni l’incarico di Ambasciatore Italiano in Armenia: cosa lo ha affascinato del popolo armeno?

L’Armenia è il Paese che più mi ha affascinato in tutto l’arco della mia carriera. L’aspetto che mi ha fin da subito colpito è la forte prossimità di questo popolo ai modi di sentire italiani. In fondo c’è una grande cultura e una grande storia che accomuna i due paesi. Fondamentalmente cristiani fin dai tempi più antichi, armeni e italiani condividono in fondo la stessa visione del mondo interpretandolo con gli stessi canoni. Molto simili sono le tradizioni familiari, il gusto per la bellezza, i valori spirituali e le attitudini all’arte. Solo un esempio: grande è l’inclinazione degli armeni per l’arte lirica, quella del “bel canto”, che è del resto una tipica espressione della cultura musicale italiana. Ecco, queste sono le ragioni che mi inducono ad apprezzare il popolo armeno.

Il fatto che l’Armenia sia stato il primo paese ad adottare il cristianesimo, ha influito nelle relazioni con i paesi confinanti?

Sì, l’Armenia ha adottato la religione cristiana fin dai tempi più lontani, anticipando addirittura l’imperatore Costantino di un decennio all’incirca. E questo è probabilmente il fattore principale che ha inciso nel corso della storia sulla formazione di una comune spiritualità con l’Italia determinando quelle affinità elettive che ancora oggi riscontriamo tra i due paesi. Ma il fatto di essere un paese cristiano ha indubbiamente inciso, ma negativamente, sul tipo di relazioni intrattenute con i vicini di casa.

La diversa connotazione religiosa di costoro, di credo musulmano, ha, infatti, determinato un netto divario in termini di sensibilità e di interessi con loro. Oggi l’Armenia, contrariamente al passato, quando era un regno lambito da più mari (dal Mar Nero, dal Mar Caspio e dal Mediterraneo) è diventata un piccolo fazzoletto di terra incuneato nel Caucaso meridionale, ed è, suo malgrado, circondato da paesi islamici particolarmente aggressivi, come la Turchia e l’Azerbaijan, che ne minacciano l’integrità territoriale.

Un elemento, questo, che implica una seria vulnerabilità di cui il paese deve tener conto obbligatoriamente nel gestire al meglio la sua politica estera.

Nel suo primo romanzo Operazione Akhtamar, il titolo fa riferimento a una antica leggenda armena, che cosa racconta la leggenda?

Con il romanzo intitolato Operazione Akhtamar, ho voluto denunciare il grande dramma del popolo armeno che si presenta tutt’oggi come una questione irrisolta: quello del Genocidio del 1915. Dico trattarsi di questione irrisolta in quanto quel genocidio, il primo del XX secolo, non ha ancora ottenuto il riconoscimento, che invece ad esso spetterebbe, dal paese autore dell’eccidio: la Turchia. Ma non solo da questo. Altri stati ancora si rifiutano di riconoscerlo, e non per dubbi sulla sua esistenza, bensì per un deprecabile fine politico: quello di non urtare la suscettibilità della Turchia, paese membro della NATO e, pertanto, prossimo agli interessi strategici dell’Occidente nell’area.

Ebbene, io ho inteso denunciare con questo romanzo la questione; e l’ho fatto attraverso una trama di fantasia, ma inserita in un contesto storico, politico e geografico intessuto di riferimenti veri e reali. Il nome Akhtamar deriva da una antica leggenda armena in cui si narra dell’amore di un pastorello per la figlia del sacerdote che abitava sull’isola del lago di Van, nella Turchia orientale, e che si chiamava per l’appunto Tamar. Una storia triste, devo aggiungere, in quanto il pastorello miseramente annega la notte in cui la torcia, che la ragazza metteva in vista per far orientare il suo amato nella traversata del lago, a causa del vento si spegne.

Perché possiamo parlare di “Genocidio” armeno?

Secondo i turchi gli eccidi commessi nel 1915, e che hanno visto la morte di ben oltre 1.800.000 civili armeni, non sarebbero stati programmati come sterminio di un popolo, bensì sarebbero la conseguenza di turbolenti eventi politici interni all’impero Ottomano al tempo incontrollabili. Una tesi ovviamente che non regge né sul piano politico, né su quello storico-documentale. Troppe sono le prove, infatti, che portano a concludere come si sia trattato di una eliminazione fisica di un popolo perseguita volontariamente dal governo ottomano alla cui azione non erano estranei elementi curdi e cripto-ebraici appositamente convinti dalle autorità per l’esecuzione dell’eccidio.

Il suo secondo libro ARTSAKH – Confessioni sulla linea di contatto, denuncia un’altra questione irrisolta, quale?

In questo romanzo ho voluto concentrare la narrazione su un aspetto sì particolare, ma che si è rivelato determinante nel plasmare la storia dell’Armenia moderna, anzi proprio quella dei nostri giorni, direi. In quest’opera, infatti, tratto la questione dell’indipendenza degli armeni del Nagorno Karabagh (Artsakh in lingua armena), una regione di insediamento storico di questo popolo che varie vicissitudini politiche al tempo di Stalin lo hanno visto indebitamente trasferito – sebbene in regime di autonomia – nel perimetro della sovranità dell’Azerbaijan.

Tuttavia, con il dissolvimento dell’URSS una apposita legge del soviet supremo prevedeva la possibilità non solo per le Repubbliche sovietiche, ma anche per le loro entità autonome interne di dichiarare la propria indipendenza. Questo era il caso del Nagorno Karabagh. Ma la sua scelta in virtù del principio dell’autodeterminazione non è stata riconosciuta da Baku che ha avviato un processo di repressione causa di una prima guerra finita in favore dell’Armenia nel 1994, ma che oggi, dopo le guerre del 2020 e del 2023, per attacco dell’Azerbaijan, ha portato alla impietosa sconfitta di Yerevan.

La questione è del resto della massima importanza per l’Armenia in quanto trattasi di una vera causa storica nazionale che purtroppo resta, alla luce degli ultimi eventi bellici, ancora irrisolta. Anche in questo romanzo la trama è naturalmente di fantasia, ma prende spunto da crimini commessi dagli azeri a danno di civili armeni inermi che per la solita relatività della giustizia sono rimasti tuttora impuniti. Una circostanza che ho voluto porre con forte enfasi e convinzione al centro della trama.

Un altro dei suoi temi prediletti è quello trattato nel suo romanzo SOMNIUM – Urla dall’Universo, in che cosa consiste?

Nel romanzo Somnium. Urla dall’Universo il tema è la militarizzazione dello spazio. Non è una fantasia ipotizzare in un futuro neanche troppo lontano che qualche superpotenza pensi di utilizzare il cosmo per fini strategici e geopolitici. Negli ultimi anni il progresso della scienza ha dato l’abbrivio al concepimento di armi sempre più sofisticate, prevedendo così tecnologie estremamente avanzate e più letali; il che induce a ritenere che armi spaziali possano prima o poi affermarsi, soprattutto se le attuali tensioni internazionali dovessero continuare ad acutizzarsi nel prossimo futuro.

Si è immedesimato nel giovane astrofisico Timothy Sanders protagonista della vicenda?

Non lo nascondo. Ebbene sì. Lo confesso. Mi sono visto nel ruolo di Timothy Sanders quando scrivevo il romanzo. Del resto l’astrofisica è sempre stata la mia grande passione. E anche se all’Università ho abbandonato quel corso di studi (per motivi legati alla scarsa funzionalità delle mie conoscenze matematiche derivanti dagli studi classici), il desiderio di approfondire le scienze astrofisiche ancora vive in me e mi spinge tuttora ad occuparmi di spazio cosmico. Tornando al romanzo, posso quindi affermare che amo quel personaggio, Sanders, e aggiungo pure che lo invidio. Lo invidio per la sua innata inclinazione allo studio dei grandi misteri dello spazio, per la sua predisposizione matematica e, infine, per il successo raggiunto nel realizzare il suo grande e ambito sogno.

Altro romanzo, Arktikos. La scacchiera di ghiaccio con un altro argomento cruciale, ci spiega perché è così importante?

Il riscaldamento globale è il tema cruciale di questo romanzo. Come vede, nelle mie opere si tratta sempre di situazioni estreme, di fatti fantasticati, ma che potrebbero però trovare una corrispondenza nella realtà. Oggi si parla tanto di clima e dell’aumento della temperatura media del pianeta. Ebbene, al di là della narrativa che da più parti si pone come giustificazione alle tante transizioni che i governi ci vogliono imporre, io dico che il riscaldamento della Terra è un fatto che certamente può risultare vero e reale. Nego per contro che il livello drammatico che si pretende sia da attribuirsi all’antropizzazione eccessiva del pianeta.

I dati scientifici a disposizione, infatti, non confermerebbero questa spiegazione. Vera e inconfutabile invece è la tesi che dal 1850 la Terra sta attraversando una fase di graduale aumento della temperatura essendo venuta a cessare al tempo l’ultima fase di una glaciazione. In ogni caso, se la temperatura andrà ad aumentare è chiaro che l’Artico sarà uno dei primi luoghi in cui si vedranno le conseguenze, e tra queste lo scioglimento graduale del “pack artico”. L’effetto immediato sarà l’apertura dei due noti passaggi di Nord-Est e di Nord-Ovest che consentiranno la navigabilità del Mar Glaciale Artico circumnavigando le masse continentali dell’Asia e del Nord America.

Naturalmente lo scioglimento dei ghiacci ai due Poli, Nord e Sud, non mancherebbe di influire sulle condizioni ambientali di tutto il Pianeta; e ciò per via di effetti feed back che si innescherebbero a catena alterando le condizioni ecologiche originarie.

E perché le due superpotenze di Stati Uniti e Russia si contendono queste acque ghiacciate?

La contesa tra le superpotenze per il dominio dell’Artico è un fatto reale. Non scordiamolo. Abbiamo già moltissimi indicatori che inducono a pensare come lo scioglimento dei ghiacci venga a catturare l’attenzione per il controllo della regione. Non solo vi sarebbero interessi strategici, e anche con finalità militari, ma è sul piano economico che l’Artico libero dai ghiacci acquisterebbe un significativo rilievo: in primo luogo per la navigazione che accorcerebbe a quella latitudine i tempi di viaggio dall’Atlantico al Pacifico, e poi ai fini dello sfruttamento delle immense ricchezze che la regione artica ancora nasconde.

Nell’ultimo libro scritto recentemente, l’L’anomalia della terra promessa, il protagonista Abraham Kenen è un agente della CIA che agisce «segretamente anche per conto delle organizzazioni sioniste», si tratta solo di “Fantapolitica”? Quale anomalia intende denunciare?

Lo Stato di Israele è nato nel 1948, ma le guerre succedutesi nel corso degli anni hanno causato enormi tensioni tra Gerusalemme e i paesi arabi limitrofi; il che ha implicato il ricorso alle attività di “intelligence” da parte della CIA al fine di gestire le situazioni in conformità degli interessi americani e delle lobby sioniste. Ma nel quadro mediorientale la questione più critica che non ha ancora trovato soluzione è proprio quella palestinese.

Un popolo di insediamento storico in Palestina che rischia oggi di essere cacciato dal suo territorio per via di una improvvida politica seguita dal Regno Unito fin dal tempo del colonialismo. Ecco, il romanzo, seguendo ormai un mio tipico cliché, intende denunciare questa anomalia, ovvero la promessa fatta dagli inglesi con la Dichiarazione Balfour del 1917 di creare un “focolare domestico” per gli ebrei. Un luogo identificato poi con la Palestina, ovvero con una terra che loro ancora non apparteneva per essere parte dell’Impero Ottomano.

Tra le “anomalie” suggerite dal titolo dell’opera, mi piacerebbe sapere di più sulla prima anomalia, quella biblica, sulla quale si innestano le anomalie successive.

Leggendo il romanzo ben si comprende come essenzialmente due siano le anomalie della Terra Promessa. La prima anomalia è di natura politica e, come prima precisato, risalirebbe alla Dichiarazione Balfour del 1917. Una promessa fatta dagli inglesi di destinare una terra agli ebrei quando ancora questa terra non era nel loro possesso. Io definirei questa promessa una sorta di vendita allo scoperto che il Regno Unito avrebbe al tempo fatto agli ebrei. Ed è la prima anomalia.

La seconda ha una matrice religiosa che risalirebbe alla Bibbia e più esattamente alla Genesi, quando Dio promette ad Abramo “la più bella di tutte le terre, la terra dove stilla il latte e il miele”, un luogo, questo, che coinciderebbe con la terra di Canaan, la Palestina di oggi. Ma Lei si domanderà ora dove sarà l’anomalia di questa promessa…

Ebbene, Dio promette ad Abramo che dalla sua stirpe nasceranno due grandi nazioni, una da Isacco, l’ebraica, l’altra da Ismaele, l’araba. Orbene i due popoli, sebbene per esegesi della Bibbia, avrebbero dovuto convivere, presumibilmente, in pace, ecco che oggi si trovano invece confrontati da un profondo contrasto. E non è forse questa una anomalia riconducibile proprio alla promessa fatta da Dio? Lascio ad ognuno dei lettori farsi un proprio giudizio sul caso.

Un aspetto interessante nella sua opera è la cura che pone nei dettagli di natura storica e nelle ambientazioni geografiche: perché l’arma segreta, il “cannone laser”, su cui è incentrata la narrazione sarà installata proprio sul Monte Ararat?

Sì, ricorro molto alla geografia nei miei romanzi. È vero. Ma credo sia doveroso per via dello spirito di aderenza alla realtà che anima tutte le mie opere. Mi spiego. Poiché la narrazione, sebbene trasfigurata da una trama di fantasia, rispecchia situazioni, fatti, avvenimenti concreti e reali, anche i riferimenti geografici devono avere un preciso ruolo nello sviluppo della trama.

E per la descrizione dei luoghi mi avvalgo molto spesso proprio della mia personale esperienza, come in Africa per esempio, o in Turchia dove mi sono spinto fino ai confini con l’Iraq e l’Iran in alta montagna e in condizioni assai critiche. Il Monte Ararat fa per l’appunto parte di questo mio bagaglio di esperienze. È una montagna splendida, altissima per via dei suoi 5100 metri, ma dolcissima nei profili che la descrivono.

Perché l’ho scelta? Semplice. Come luogo ideale per piazzare un cannone il cui raggio d’azione avrebbe dovuto essere assai ampio da comprendere i confini dell’Iran, dell’Iraq e della stessa Turchia.

Quali storie si raccontano sull’Arca?

Sulla possibilità che il Monte Ararat nasconda da qualche parte la famosa Arca di Noè vi sono tantissime storie e racconti, perfino anche ai limiti della leggenda.

Varie sarebbero poi le fonti, ma generalmente queste sono o armene, o, se documentate, provenienti da rapporti militari dell’ultima guerra. Si racconta per esempio che qualcuno abbia effettivamente visto un reperto dell’Arca, ma che questo periodicamente scompaia a causa dei ghiacci che in fasi alterne si formano in alcuni profondi canaloni ad alta quota. Si dice anche che qualcuno abbia in passato portato lui stesso un frammento di legno antico sul monte facendo credere che l’avesse trovato.

E poi, vi sono i rapporti dell’aviazione britannica e americana che farebbero stato di un uso militare dell’Ararat da parte dell’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda. Si ipotizzerebbe addirittura la costruzione di una base militare poi fatta scomparire.

Certo è che la questione dell’Arca è ancora un mistero. Un enigma che affascina le menti e stimola i cuori a credere di porter effettivamente trovare la risposta al quesito della sua esistenza. Ma a ben guardare, quella sporgenza che talvolta appare e che talvolta scompare sotto i ghiacci dell’Ararat, non è forse anch’essa un’altra anomalia? Una anomalia di cui si serve il protagonista del romanzo, Abraham Kenen, per aprire una crisi di proporzioni bibliche al fine di salvare ancora una volta il popolo prediletto da Dio?

Possiamo parlare di “genocidio” del popolo palestinese, oppure anche in questo caso dobbiamo attenerci a quello che dicono i nostri Governi?

Siamo sinceri! Se, come è vero, l’attacco di Hamas del 7 ottobre scorso ha fatto molte vittime tra gli israeliani, la reazione di Gerusalemme, per quanto legittima quale forma di rappresaglia finalizzata all’auto-tutela è del tutto sproporzionata per entità di danni causati e per numero delle vittime. La rappresaglia, quella ammessa dal Diritto Internazionale, deve risultare obbligatoriamente proporzionata e commisurata al danno ricevuto. Orbene, mi sembra che l’azione condotta da Gerusalemme abbia largamente superato questi limiti e che sia sconfinata in quella forma di massacro che più propriamente si definisce “genocidio”.

Non avrei dubbi al riguardo, perché l’uccisione, fino ad oggi, di ben oltre 34.000 civili palestinesi non è il risultato di una semplice azione bellica i cui esiti erano difficilmente prevedibili! Al contrario. Il massacro è stato conseguenza di una operazione bellica programmata ed eseguita peraltro in un ristrettissimo lembo di terra per giunta ad alta intensità abitativa. Era tutto prevedibile. Per questo dico che per me è un genocidio. Ma vedremo come sentenzierà in merito la Corte Internazionale di Giustizia alla quale il Governo del Sudafrica si è rivolto citando in giudizio proprio il Governo di Israele.

Che cosa ha deciso di fare nel prossimo futuro?

Se Lei intende riferirsi alla letteratura, penserei forse per il prossimo romanzo ad una trama legata alla traumatica esperienza pandemica vissuta dalle società occidentali con il Covid-19. Ma dovrà essere una trama comunque avvincente, come mio stile, e al contempo un’occasione per denunciare i rischi che certi regimi sanitari implicano per la integrità della persona umana, sul piano corporale certamente, ma anche su quello della sua identità naturale.

Al di là della letteratura mi sono posto, però, anche un obiettivo molto più impegnativo: la politica. Ho deciso, infatti, di mettere la mia esperienza e le mie conoscenze al servizio di una causa ineludibile: cercare di rimettere in asse un corso politico dell’Europa degradatosi nei valori da perseguire. Il mondo in cui viviamo, infatti, è decisamente allo sbando oggi. Non abbiamo più riferimenti valoriali capaci di guidarci, ma anzi abbiamo una classe politica governante che li sta calpestando e distruggendo in nome delle “transizioni”, dall’ecologica alla digitale, dall’ambientale alla energetica. E di queste transizioni, ammettiamolo, non si comprendono i veri traguardi né i veri obiettivi.

E il tutto oltre ogni ragionevole spiegazione. La politica ha perso il suo vero protagonista: l’uomo. Dunque, occorre rimettere l’uomo al centro dell’azione politica e non farne un mero oggetto come sta oggi invece accadendo.

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Armenia: arrestato l’ex vicecapo di Stato maggiore Tiran Khachatryan (Agenzia Nova 05.01.25)

Il tribunale armeno ha ordinato l’arresto per due mesi del generale Tiran Khachatryan, ex vicecapo di Stato maggiore delle Forze armate, con l’accusa di negligenza ufficiale durante la guerra del Karabakh avvenuta nel 2020. La decisione è stata annunciata dai suoi avvocati, che hanno denunciato una motivazione politica dietro il provvedimento. Secondo il Comitato investigativo, Khachatryan, allora comandante del gruppo di truppe meridionale, non avrebbe creato un posto di comando né organizzato le operazioni necessarie, causando il crollo della difesa e il controllo nemico su alcune posizioni strategiche. La difesa del militare respinge le accuse, sostenendo che Khachatryan sarebbe stato arrestato come ritorsione per la sua posizione critica verso il governo e per “attribuire colpe” nella sconfitta militare del 2020.

Khachatryan era stato rimosso dall’incarico nel 2021 dopo aver ridicolizzato le affermazioni del primo ministro Nikol Pashinyan sull’efficacia dei missili Iskander forniti dalla Russia nel corso del conflitto. Negli stessi giorni, numerosi ufficiali avevano chiesto le dimissioni del premier. Nel 2020, Khachatryan era stato insignito del titolo di Eroe nazionale per il suo ruolo nel conflitto. La sua detenzione arriva a pochi giorni dal processo a un altro alto ufficiale, il generale Andranik Piloyan, condannato per corruzione a cinque anni di carcere. Gli avvocati di Khachatryan sottolineano come il provvedimento contro il loro assistito sia stato emesso senza prove sufficienti e nonostante la sua collaborazione durante i quattro anni di indagini. Khachatryan resterà nel centro di detenzione preventiva di Vardashen.

Atom Egoyan, Salomé allo specchio (Il Manifesto 03.01.25)

Il suo ultimo film, Seven Veils, presentato a Toronto nel 2023, e più di recente a Matera, uscirà nel 2025 direttamente su piattaforma. Cortocircuito tra teatro, cinema e dispositivi digitali, tra desiderio, trauma e memoria, tra ossessione e liberazione, attraverso la rimessa in scena della Salomé di Strauss che lo stesso Atom Egoyan ha realizzato a teatro.

L’idea del film, la sua scrittura, è nata mentre stavi realizzando lo spettacolo teatrale o dopo?

Ho realizzato la regia dello spettacolo teatrale nel 1996, e ha avuto molte repliche. Quando mi hanno detto che l’avrebbero rimontato nel 2023 ho iniziato a pensare di farci un film, perché pensavo a come nel frattempo sono cambiate le mie idee. Ho ripensato a questo personaggio che si fa carico dei temi dello spettacolo ai giorni nostri; quindi è un tentativo di fare una sorta di rivalutazione della mia interpretazione attraverso il personaggio di Janine (interpretata da Amanda Seyfried, con cui avevo già lavorato in Chloe, nel 2009). È diventata un personaggio molto vivo; non è me, è un personaggio a sé stante e in questo film è sola, non ha il sostegno di nessuno intorno a lei. Ha questi uomini diversi con cui confrontarsi: suo marito, il suo ex amante, il fantasma di suo padre, l’amante di oggi, il fantasma di Oscar Wilde, Richard Strauss, l’amministratore dell’Opera, tutti sembrano non sostenerla, e lei deve trovare il modo di sostenersi da sola, attraverso la sua immaginazione e la sua creatività.

C’è una battuta che ritorna un paio di volte, quando il padre dice «senza uno dei sensi hai la possibilità di sentire di più dagli altri sensi». Ricordo ad esempio in «The Adjuster» o in «Calendar», ma anche in «Exotica», c’è sempre qualcosa che manca e che non conosciamo, e questa mancanza di informazioni in qualche modo aiuta l’attenzione a focalizzarsi sul procedere del film.

Penso che questa sia un’osservazione molto bella e penso che ciò che è sconosciuto qui è che lui pensa che lei capisca il suo trauma, che abbia parlato del padre a Charles, che ne abbia parlato al podcaster, che sappia cosa le è successo. Ma il mistero è perché, rimontando questo pezzo, lei stia creando questo nuovo trauma, che lui non si aspettava. Ed è il trauma che è la limitazione della sua immaginazione, la sua (in)capacità di presentare qualcosa che la soddisfi, mentre naturalmente è in balia di tutte le altre forze che non la sostengono o forse del suo stesso talento.

Cosa succede quando hai bisogno di creare ma non hai la capacità di esprimere esattamente i tuoi sentimenti, quando è così importante per te? Lei dovrebbe essere lì? Dovrebbe accettare questa situazione? È un regalo che Charles le sta facendo (dandole la possibilità di riprendersi tutta la storia)? O era una maledizione? Queste sono le domande.
In questa prospettiva usi all’interno della tessitura del film tutti i dispositivi, cellulari, tablet, come una volta usavi la tv. Ricordo, per esempio, «Calendar» che per me era molto forte in questo senso. La tendenza alla dialettica tra le immagini video e le immagini filmate in pellicola, qui funziona come uno specchio, come un riflesso che però non restituisce la stessa immagine.

Era un buon modo per esaminare questi temi del desiderio e di cosa succede quando hai questa forte sensazione, qualcosa di cui senti di aver bisogno ma che non puoi avere. Così Salomé è l’immagine di Giovanna Battista, ma penso che per Janine questa idea di perfezione artistica è minata da così tante cose intorno a lei che la compromettono e la stanno facendo impazzire… e forse l’unica cosa che può fare è quello che fa, come dicevi, con il tablet, come se fosse allo specchio, quando ordina all’amante del marito di togliere il volto del padre dal dipinto, perché è l’unica azione che è realmente perfetta, per lei in quel momento, visto che altrove non ci riesce.

Quando sei sul set hai bisogno di controllare tutto o lasci la finestra aperta, come diceva Renoir.

Beh, dipende. Le cose possono accadere, ma devi avere un piano e per me l’esempio più chiaro è quello di Calendar. Più il film è piccolo e più puoi essere aperto all’imprevisto. Ma quando hai un film con un budget elevato come questo, e nello stesso tempo un programma di riprese così stretto (solo 19 giorni di riprese), tutto deve essere pianificato con molta attenzione, anche perché i cantanti devono esibirsi di notte e quindi il programma è stato molto serrato. Ma i miei momenti preferiti in questo film sono stati improvvisati, cioè cose che sono successe sul set, ma questo può accadere solo quando hai la sicurezza di una struttura solida.

Vorrei tornare sulla questione dei dispositivi, perché mi ricordo che nei tuoi vecchi film c’erano spesso le immagini della televisione che in qualche modo funzionavano come ora qui il cellulare o il tablet. Mi chiedo se questi dispositivi che sembrano degli specchi, immediatamente diventano qualcosa che assume i tratti di un abuso per noi stessi.

Beh, hai ragione perché quando vediamo Amanda sul dispositivo vediamo il suo volto come uno specchio, ma questo è un effetto digitale perché non è reale, l’abbiamo creato digitalmente per farlo diventare uno specchio, quindi questo è stato un effetto creato in post per migliorare la qualità speculare di questo dispositivo. Uno specchio di se stessa ma anche di queste relazioni… La differenza rispetto agli anni ’80, quando usavo la televisione, è che allora si trattava di sistemi chiusi, ma ora ovviamente tutti hanno accesso a tutto e non c’è più la stessa struttura di classe, come quando si guarda un film. Ad esempio in Speaking Parts (1988), sembra che i due amanti siano su Zoom, ma non è così: era un collegamento satellitare, molto costoso, bisognava prenotarlo, quindi non era spontaneo, mentre ora è diverso. Ora è diventato parte della nostra identità! Negli anni ’80 era ancora qualcosa di nuovo, mentre ora è ovunque, è diventato naturale.

A questo proposito, tu hai girato in pellicola e ora in digitale, mi chiedo se il tuo modo di lavorare sia cambiato utilizzando strumenti diversi.

Cerco di mantenere la mia sensibilità cinematografica, che è così radicata in me. Da giovane avevo dei budget così bassi e mi preoccupavo così tanto di quello che stavo girando. Non posso essere come i registi di adesso, che tengono la videocamera sempre in funzione, non chiamano il «taglio» (perché col digitale non hai problemi di lunghezza limitata dei rulli).
Dal mio primo film lavoro sempre con lo stesso direttore della fotografia, Paul Sarossy, abbiamo questo approccio, pensiamo alla pellicola ed è l’unico modo in cui posso lavorare.

Decidi tu le inquadrature?

Tutto ciò che riguarda i movimenti di camera e la composizione lo decido io, la luce la decide Paul, perché mi fido del suo senso della luce. In questo caso è stato interessante perché ha lavorato anche con la luce teatrale, quindi doveva modificare la luce teatrale per farla funzionare per il cinema.

Sembra che in alcuni punti le riprese siano state fatte durante lo spettacolo teatrale…

No, abbiamo girato il film mentre lo spettacolo era in scena. Ma gli attori del film recitavano di notte, a spettacolo finito. E nel frattempo abbiamo scelto quali parti riprendere rendendole più cinematografiche. Non è stata solo registrata la performance teatrale, ho anche chiesto agli attori-cantanti dell’opera di poter fare con loro scene diverse.

***

Atom Egoyan apolide armeno canadese (nato a Il Cairo nel 1960). Ha iniziato negli anni ’80 a fare film in cui i temi della memoria e dell’identità sono inscindibili da una dimensione traumatica del loro sviluppo, quasi a costituirne l’essenza. Al centro del suo cinema agisce costantemente una riflessione sulla natura delle immagini e l’atto del guardare (soggetto-ombra di praticamente tutti i suoi film). Autore atipico ed eccentrico, unico nel suo genere e difficilmente classificabile (non poche sono le incursioni nel mondo dell’arte e del teatro). Ha diretto per la tv episodi di «Ai confini della realtà» e «Alfred Hitchcock presenta». Nel 1994 il suo «Exotica», ambientato nel mondo dei peep-show, vince a Cannes il Premio della critica. Tre anni dopo, sempre a Cannes, vince il Premio speciale della giuria con «Il dolce domani». Nel 1997 allestisce per la Biennale Arte di Venezia il padiglione armeno con l’opera «America America». Nel 2002 con Ararat torna, dopo Calendar nel 1993, sulle tracce del genocidio armeno attraverso le testimonianze di diverse generazioni di esuli. Tra i suoi ultimi film vanno ricordati «Devil’s Knot» (2013), «The Captive» (2014), «Remember» (2015), «Guest f Honour» (2019). (d.f.)

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Armenia: guardie di frontiera russe lasciano valico di confine con l’Iran (AgenziaNova 30.12.24)

Erevan, 30 dic 2024 16:11 – (Agenzia Nova) – Da oggi il controllo al valico di frontiera di Agarak, lungo il confine armeno-iraniano, è affidato esclusivamente alle guardie di frontiera di Erevan, un significativo cambiamento rispetto alla gestione precedente, che includeva anche l’impiego di truppe russe. Lo ha annunciato il primo ministro armeno Nikol Pashinyan sui suoi profili social. “Ringraziamo le guardie di frontiera russe per il loro servizio svolto sino ad ora, ma la nostra decisione riflette un percorso di maggiore autonomia nella gestione dei confini”, ha dichiarato Pashinyan, ricordando che dal 1992 il controllo al confine era stato condotto con l’assistenza russa. La transizione rientra in una più ampia strategia avviata nel 2024, che ha già visto le truppe armene assumere il controllo dei posti di frontiera all’aeroporto Zvartnots di Erevan. Dal primo gennaio 2025, il personale militare armeno gestirà interamente anche il posto di blocco al confine con l’Iran. Proseguiranno, invece, le attività di protezione congiunta con le guardie di frontiera russe dei confini con Iran e Turchia, mentre in precedenza Erevan aveva chiesto e ottenuto il ritiro dell’esercito e delle guardie di frontiera russe di stanza lungo il confine armeno-azerbaigiano.

Intervista a Ashot Grigoryan, sulla situazione in Est Europa (AdHocnews 29.12.24)

Intervista a Ashot Grigoryan, sulla situazione in Est Europa

Ashot Grigoryan, Presidente del PANAP Club di Vienna, nonché Ashot Grigoryan, Presidente del forum dei sindacati armeni in Europa,ha concesso un intervista sulle prospettive di pace e cessazione del conflitto in Ucraina

Alla luce del tuo lavoro, come valuti la relazione a breve termine tra il Regno Unito, i paesi del Commonwealth e la Russia di Vladimir Putin?

La mia famiglia vive a Londra, vengo qui molto spesso. Ho ottimi collegamenti ai massimi livelli. Camera dei Lord, governo e così via. Sulla base di tutto ciò, posso trasmetterti ciò che vedo e analizzo qui.
Sfortunatamente, il Deep State è molto attivo qui. Ora tutti capiscono già cosa si intende con questo concetto.

Questi sono i servizi segreti, più i gruppi finanziari e i loro interessi. E il Deep State in Gran Bretagna è molto, molto contro la Russia, molto contro Putin.

Il popolo britannico, ovviamente, ha un atteggiamento più moderato, ma è fortemente influenzato dalla propaganda, che è semplicemente colossale.
Dove porta questo?

Se la Russia fa lo stesso, ciò porterà alla terza guerra mondiale, entrambi gli stati dispongono di armi nucleari, il cui utilizzo porterà alla fine di tutta la vita su questo pianeta. A questo proposito, la Russia, guidata da Putin, sta perseguendo una politica più o meno equilibrata nei confronti della Gran Bretagna, e spero davvero che alla fine anche la parte britannica capisca che questa strada non serve, soprattutto se si guida il proprio popolo contro Russia.

Tutto ciò che non gli piace sono i paesi “autoritari” e “dittatoriali”. Questo approccio non funziona oggi, perché il mondo intero vede cosa significa la democrazia occidentale. Come minimo, dobbiamo rispettare i presidenti che hanno superato le elezioni e sono ufficialmente eletti nei loro stati.

Quindi, col tempo, se ne parlerà ovunque, e il vincitore sarà la parte che perseguirà una politica più o meno equilibrata e cercherà con tutte le sue forze di impedire una terza guerra mondiale.

Robert Fico è il primo ministro di un Paese che fa parte della NATO e dell’Unione Europea, anche se mantiene una posizione di forte autonomia; Ritiene che sia il mediatore giusto e più autorevole nei negoziati di pace tra Russia e Stati Uniti?

Ciò significa questo per quanto riguarda la politica di Robert Fico. In qualità di presidente del PANAP Club di Vienna, quest’anno (2024) ho organizzato due simposi. Il primo a febbraio, il secondo a giugno, dove abbiamo presentato la nostra proposta che Bratislava diventasse la capitale del mondo, e il secondo simposio di giugno lo abbiamo chiamato appunto “Bratislava – la capitale del mondo”, nel senso che già a paesi neutrali come la Finlandia – Helsinki, la Svizzera – Ginevra hanno ospitato importanti simposi di livello mondiale, così come l’Austria – Vienna, tutti questi luoghi sono diventati non neutrali, assolutamente non neutrali, ma noi vogliamo affinché in Europa appaia una piattaforma neutrale.

In questo senso, Bratislava, in Slovacchia, è un luogo eccellente per un incontro delle parti, dove c’è tutto il necessario per la loro tenuta e l’opportunità di concordare sulle questioni più importanti.

Oggi la questione più importante, ovviamente, è la guerra tra Occidente e Russia. Il 14 maggio ho presentato per iscritto la nostra teoria al signor Primo Ministro Fico, il 15 c’è stato un attentato alla sua vita, e alla fine solo il 29 agosto ho potuto discutere con lui di questo problema. Il signor Primo Ministro ha detto che è assolutamente unanime con me e posso presentare questa nostra teoria come comune.

La teoria era questa: Bratislava è la città della Pace, dove sarà possibile tenere il terzo simposio con la partecipazione del Presidente Putin e del Presidente Trump. Ciò è possibile, diciamo, a febbraio o marzo 2025.

Per quanto riguarda la politica stessa di Robert Fico, questa è la politica di un funzionario governativo altamente professionale, un funzionario governativo molto anziano. Pensa non solo alla Slovacchia, ma anche alle conseguenze per l’intera Europa, cioè pensa anche al futuro dell’Europa unita.

Riuscirà in ciò che ha iniziato?

Sulla base delle mie profonde convinzioni, posso dire con sicurezza che sì, funzionerà. Ancora più importante, la domanda è: sarà lui la persona che potrà guidare tutto?

Sì, Roberto Fico è la persona che è pronta ad affrontare i problemi dell’Occidente, così come i problemi dell’Europa dell’Est, in modo assolutamente obiettivo e che può assumersi la soluzione di questi problemi.

Ne sono assolutamente sicuro, perché lo conosco bene, da più di 20 anni.
Quindi i nostri simposi hanno dato un risultato fenomenale perché si sono svolti a Bratislava, dove c’è Robert Fico, dove c’è Lubos Blaha, che ha parlato con noi nella persona del vicepresidente del parlamento slovacco, ed è ora membro del Parlamento Europeo a Bruxelles.
Ecco, insomma, la base su cui si può e si deve lavorare, che occorre sviluppare e trasformare pensieri in azioni che possano fermare lo sviluppo della terza guerra mondiale.

L’Occidente è, ovviamente, guidato dagli Stati Uniti, che, tuttavia, con la presidenza Trump potrebbero abbandonare gli impegni europei e concentrare le forze del Pacifico. Come potrebbero evolversi i rapporti tra il resto dell’Occidente e la Russia alla luce di una simile ipotesi?

L’Occidente è certamente guidato dagli Stati Uniti d’America e così via. Risposta – Sì, gli Stati Uniti d’America svolgono un ruolo enorme nello sviluppo della cosiddetta democrazia occidentale, ma non dimenticare che anche il Deep State svolge un ruolo altrettanto importante.

E a questo proposito, è abbastanza rischioso dire qualcosa adesso su come si svilupperanno le relazioni con l’Occidente quando Trump sarà alla guida dell’America e quali saranno le relazioni con la Russia. Ci aspettiamo tutti una politica completamente nuova da Trump, questo chiaramente è già sorprendente, e molto probabilmente cercherà di mantenere tutto ciò che ha promesso durante i suoi incontri elettorali e cambierà molto, come vedremo anche il prossimo mese.

Quindi a questo proposito ho speranza, perché se non riuscirà a mantenere almeno il 90 per cento delle sue promesse, anche per lui diventerà un problema. Ma, d’altra parte, tutti questi suoi nuovi annunci, il Canada è il 51esimo stato, la Groenlandia dovrebbe essere l’America e così via.

Tutto ciò è allarmante, quindi nonostante le mie aspettative assolutamente ottimistiche, potrebbero esserci delle brusche svolte.

Quali saranno le reali prospettive concrete della presidenza di Donald Trump ed è possibile una distensione permanente con la Federazione Russa?
Per quanto riguarda le relazioni dirette tra Trump-Putin e Stati Uniti-Russia, vedo cose più positive lì, e penso che Putin e Trump potranno ancora incontrarsi, capirsi e accettare di sospendere la guerra in Europa.

E influenzano anche punti caldi molto pericolosi nel mondo, questo è il Medio Oriente, lì c’è una catastrofe, lì è necessario fermare lo sviluppo della terza guerra mondiale.

Quindi, lo ripeto, noi in Slovacchia, in Europa, abbiamo annunciato che Bratislava sarà la capitale del mondo, cioè la città dove verranno firmati i trattati di pace.

Manterremo la nostra linea affinché, a Bratislava, venga firmato il primo accordo, il primo passo per la pace con la partecipazione di Putin e Trump, e tra sei mesi un altro secondo passo, un altro simposio in cui il futuro, un futuro pacifico, sarà chiaramente definito.
Questo è il nostro piano e credo fermamente che Trump sarà pronto a sostenere Putin in questo senso.

Per quanto riguarda il ruolo che l’Armenia potrebbe assumere alla luce delle nuove prospettive di riequilibrio internazionale, quale percorso crede che prenderà questo Paese per riequilibrare le potenze mondiali e le loro zone di influenza?

L’Armenia ha sempre avuto un peso notevole nel Caucaso meridionale e ha rappresentato una forza.

Nel 2018 lì è stata organizzata una rivoluzione colorata, che è diventata semplicemente un disastro per l’Armenia, nel senso che le persone della strada, così come ovunque durante le rivoluzioni colorate, sono diventate capi di stato, in particolare un giornalista senza successo che non si è nemmeno laureato in Università. Non poteva, Nikol Pashinyan, laurearsi all’università. È diventato primo ministro.

Ebbene, cosa aspettarsi da una persona simile?

Approcci assolutamente poco professionali, da un lato, e atteggiamenti ostili nei confronti dei loro alleati Russia, Eurasia e così via.

Ciò ha portato a un grande disastro.
L’Armenia non è isolata perché i partner comprendono che si tratta di un fenomeno temporaneo, come ai tempi di Saakashvili in Georgia. E i partner Russia e Bielorussia aspettano che il popolo armeno si liberi da questo fenomeno catastrofico.

Naturalmente, senza un aiuto esterno è difficile capirlo, perché l’Occidente sostiene fortemente Nikol Pashinyan, ma d’altra parte questa regione è esplosiva e dobbiamo sicuramente trovare una soluzione rapida lì.

Dopotutto, questo è il Grande Medio Oriente, dove Iran, Israele e altri hanno problemi irrisolvibili. Gli armeni hanno acquisito forza attraverso la loro diaspora. Circa 10 milioni di armeni vivono in tutto il mondo. In Armenia vivono circa 2,7 milioni di armeni.

E attraverso i nostri collegamenti con la diaspora, eccomi qui, come presidente del forum dei sindacati armeni in Europa, lavoriamo molto duramente come lobbisti armeni e cerchiamo di salvare l’Armenia, perché se non aiutiamo tutti insieme l’Armenia, allora paesi come Azerbaigian e Turchia, che hanno una politica aggressiva e hanno piani aggressivi contro l’Armenia che possono danneggiare il paese.

Questo da un lato, dall’altro, sì, l’Armenia, attraverso la sua diaspora, a volte risolve i problemi mondiali, quindi spero che prenderemo tutto nelle nostre mani, l’Armenia diventerà quello che dovrebbe essere, sarà un paese molto grande amico intimo, fratello dei paesi L’Unione Eurasiatica, con tutti, avrà un grande futuro.

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La Nona di Beethoven all’Auditorium. Tjeknavorian e l’inno alla fratellanza (Il Giorno 29.12.24)

Per il mondo della musica è lui il personaggio dell’anno, per la nostra città, per chi ama la classica Emmanuel Tjeknavorian è un cambiamento importante. Con lui la musica non sarà più quella di prima. Violinista acclamato nel mondo, direttore d’orchestra, ora guida l’Orchestra Sinfonica di Milano. Nato a Vienna nel 1995 in una famiglia di musicisti armeni, dirige la Sinfonica nella Nona di Beethoven; oggi all’Auditorium alle 16, lunedì, martedì alle 20 e mercoledì alle 16. Con l’Orchestra Sinfonica, il Coro Sinfonico di Milano diretto da Massimo Fiocchi Malaspina; Elisabeth Breuer soprano, Caterina Piva mezzosoprano, Katleho Mokhoabane tenore, Jusung Gabriel Park basso. Talentuoso, empatico, Tjeknavorian si racconta.

Maestro cosa significa, per lei, eseguire per la prima volta a Milano, la Nona?

“Dirigerla al giro di boa dell’anno assume un significato profondo. La Sinfonia è un viaggio – dall’oscurità alla luce, dal caos all’unità – e rispecchia la speranza universale che portiamo con noi per il nuovo anno. Quando ci lasciamo alle spalle un passato e ci avviamo al nuovo, la Nona diventa meditazione condivisa su resilienza, rinnovamento e l’inesauribile capacità umana di gioia. Non è solo musica, ma una dichiarazione spirituale, un invito a riflettere su ciò che ci lega come comunità globale”.

E nel momento di passaggio fra un anno e l’altro?

“In questi tempi, in cui il mondo sembra fratturato da divisioni e incertezza, la Nona porta con sé un messaggio senza tempo di solidarietà e pace. Beethoven ha composto il capolavoro in mezzo alle sue lotte, ma è andato oltre la disperazione personale per creare una visione di armonia universale. Questo risuona profondamente oggi: ci ricorda che in mezzo alle turbolenze possiamo immaginare e lavorare per un futuro migliore. Eseguirlo ora significa risvegliare il suo appello alla fratellanza e affermare i valori che uniscono”.

In anni di conflitti cosa comunicano i versi di Schiller?

“Ascoltare l’Inno alla Gioia nel contesto del suo ruolo di Inno europeo aggiunge strati di significato. Simboleggia un patrimonio condiviso e l’aspirazione all’unità tra le nazioni. Al di là delle sue associazioni politiche, trascende confini, culture e ideologie. Oggi possiamo considerarlo non solo come un ideale europeo, ma come inno universale, che ci ricorda che la gioia e la fraternità non sono limitate a un continente o a un popolo, ma sono il diritto di nascita di tutta l’umanità”.

Papa Francesco ha aperto il Giubileo nel segno della speranza. Cosa significa sperare?

“Per me è un atto di coraggio e fede, la convinzione che, nei momenti più bui, c’è una luce. È l’energia che ci spinge avanti, la forza che ci porta a creare, a guarire e a connetterci. La speranza non è passiva; richiede di impegnarci con il mondo e gli altri. Nella musica trovo la metafora della speranza: ogni nota anticipa la successiva, ogni risoluzione un nuovo inizio”.

Cosa darà e cosa pensa di ricevere dalla Sinfonica?

“Questa nomina è un onore e una responsabilità. Spero di portare la mia visione, la passione e la dedizione. Darò il massimo per onorare la tradizione dell’Orchestra, e ispirare nuove vie. Quel che riceverò sarà altrettanto grande: l’energia creativa di musicisti straordinari, il calore del pubblico e la possibilità di crescere insieme attraverso l’arte. Questa collaborazione non riguarda solo l’esibizione, ma la costruzione di qualcosa di duraturo per Milano e non solo”.

Come vive queste giornate di festa?

“Dalle mie origini armene traggo il senso della famiglia, della resilienza e della gratitudine, valori celebrati in rituali che ci collegano ai nostri antenati. Da quelle austriache l’amore per la musica, la riflessione. Amo queste festività: sono una sinfonia di gioia, memoria e attesa”.

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Yerevan, porta tra Oriente e Occidente, la meta da vedere nel 2025 (Eventinews 27.12.24)

Yerevan, porta tra Oriente e Occidente, la meta da vedere nel 2025

Yerevan, porta tra Oriente e Occidente, la meta da vedere nel 2025

È una delle Capitali più antiche del mondo e, solo ultimamente, il numero di voli diretti dall’Italia, anche low cost, si è moltiplicato in modo esponenziale rendendo Yerevan (o Erevan) una città facilmente raggiungibile e che merita davvero di essere visitata. Bellissime le sue strade e le sue ampie piazze, animate di giorno e di sera. Sontuosi i palazzi e i monumenti che raccontano la lunga storia di questa città, e di un Paese, l’Armenia, porta d’accesso tra Oriente e Occidente. Tantissimi anche i parchi e i giardini che regalano ampio respiro ai lunghi viali trafficati dove passeggiare. L’abbiamo visitata e ne siamo rimasti affascinati. Ecco perché la riteniamo una delle città da visitare al più presto, non soltanto per la sua ricca varietà di modernità, di storia e di tradizione (anche enogastronomica), ma proprio perché è la porta d’accesso a un Paese meraviglioso, non ancora battuto dal turismo di massa, che deve assolutamente essere inserito nella vostra wish list, prima che ci vadano tutti.

Cosa vedere a Yerevan

Molto si concentra nella centralissima piazza della Repubblica, considerata una delle piazze più raffinate del XX secolo. Circondata da bei palazzi governativi e da hotel di lusso ricavati in edifici di tufo rosa proveniente dalle montagne dell’Armenia e da ampie fontane che, ogni sera, si animano con uno show di suoni e luci che attira una gran folla. Completamente ridisegnata alla caduta dell’impero sovietico negli Anni ’90, un tempo ospitava anche una grande statua di Lenin che venne rimossa.

Musei da non perdere

Sulla piazza s’affaccia uno dei musei più importanti del Paese, la Galleria nazionale d’Armenia con il Museo nazionale di storia, che, tra le sale, espone alcuni degli oggetti più preziosi che esistano sulla faccia della Terra: la scarpa di pelle più antica del mondo, realizzata ben 5.500 anni fa e scoperta all’interno di una grotta nella provincia di Vayotz Dzor, dove sono state trovate anche delle antiche giare appartenenti a quella che gli esperti hanno definito la cantina più vecchia del mondo, “Areni 1 Cave” che risale a 6.000 anni fa.

Fonte: Ufficio stampa

Il profilo del Monte Ararat visto da Yerevan

Non si può visitare Yerevan senza tenere conto della triste storia recente dell’Armenia visitando il Memoriale del genocidio armeno con il suo museo, che si trovano a una ventina di minuti d’auto dal centro. La costruzione comprende una stele di 44 metri che svetta sulla spianata della collina di Dzidzernagapert e un cerchio di pietre al centro del quale arde la fiamma eterna in ricordo delle vittime del genocidio. Il monumento si può visitare anche di sera a museo chiuso. All’interno del museo sotterraneo sono esposti cimeli e documenti storici.

Complesso Cascade

Non lontano dalla piazza c’è quello che è considerato il simbolo di Yerevan, la Cascata o Complesso Cascade, una scalinata monumentale realizzata in pietra calcarea con giardini alla base – abbelliti da opere d’arte di grande valore, tra cui alcune sculture di Botero, – e su ogni livello con giardini terrazzati da cui godere di una bella vista sulla città fino al Monte Ararat e da molte altre installazioni artistiche. La costruzione iniziò quando ancora l’Armenia si chiamava Repubblica Socialista Sovietica Armena, ma fu interrotta a causa del terribile terremoto che colpì la città nel 1988. Solo negli Anni 2000 l’area fu ceduta al magnate statunitense di origine armena Gerard Cafesjian, che fece concludere la scalinata e donò le proprie opere che ancora oggi si possono ammirare nel Cafesjian Center for the Arts.

Abovyan Street

La via dove si concentrano hotel, ristoranti, locali e negozi di artigianato armeno è Abovyan Street. Questa strada centralissima è molto animata a qualunque ora del giorno e della sera ed è un piacere passeggiare e fare una sosta ristoratrice osservando la vita degli abitanti di Yerevan. Qui si trova anche la piazza intitolata a Charles Aznavour, uno dei più influenti musicisti di tutti i tempi che, oltre a essere un’icona della cultura francese, lo è soprattutto di quella armena. La madre dell’artista, infatti, era una delle sopravvissute al genocidio armeno (la Aznavour Foundation, creata dallo stesso Charles insieme al figlio Nicolas, ancora oggi realizza progetti sociali tra la Francia. dove c’è la più grande comunità armena, e l’Armenia).

Fonte: Ufficio stampa

Un negozio di artigianto armeno a Yerevan

Vernissage Market

Non solo per fare acquisti, ma anche solo per farsi un’idea della produzione artigianale armena, questo grande mercato all’aperto lungo Aram Street e Buzand Street espone manufatti di ogni genere, dai gioielli ai tappeti fatti a mano, dai dipinti ai souvenir. Un viaggio nella cultura e nei tesori dell’Armenia nel cuore della Capitale. È aperto tutti i giorni dalle 9 alle 18.

Altri mercati

Oltre al Vernissage, vale la pena visitare anche uno dei mercati coperti di Yerevan, dove vendono una delle più importanti specialità armene, la frutta essiccata. Se non siete fan di questo tipo prodotto, merita comunque una visita per ammirare le bancarelle stracolme di coloratissima frutta essiccata disposta in modo perfetto sugli scaffali. Dall’ananas ai pomodori, dalle mele alle pere, dai kiwi alle barbabietole, dalle albicocche alle arance, ogni frutto qui viene conservato con questa tecnica che serve a prolungare la durata degli alimenti.

Quartiere Kond

Segni del terremoto sono ancora ben visibili in uno dei quartieri più interessanti della città, che sta pian piano attirando turisti: Kond. Situato leggermente in collina, questo crocevia di antiche strade dissestate e di edifici rattoppati ma molto suggestivi è davvero pittoresco per i bei murales che colorano le pareti, per le abitazioni ricavate ovunque, anche nella vecchia moschea, e per i baretti che spuntano dove meno ci si aspetta.

Fonte: Ufficio stampa

Il quartiere Kond a Yerevan

Le esperienze enogastronomiche

La cucina armena è perfetta per chiunque, anche per vegetariani e vegani perché è ricca di verdure cucinate nei modi più disparati. Tipicamente, quando ci si siede in un ristorante o in una trattoria armena, vengono serviti tantissimi piatti tutti assieme che comprendono insalate di pomodori, cetrioli, olive, melanzane e involtini di cavolo chiamati tolma, accompagnati dal pane lavash. Da provare è la pizza armena”, lahmacun, condita con carne macinata, cipolle tritate, aglio e pomodori pelati schiacciati, il tipico ghapama, un piatto a base di zucca svuotata e riempita con riso cotto, uvetta, frutta secca, cannella, zucchero o miele e le grigliate di carne.

Ottimo è anche il vino armeno. La tradizione vitivinicola qui è molto antica, come dimostra la Areni 1 Cave di cui abbiamo parlato, tanto che l’Armenia viene considerata uno dei Paesi “culla” del vino e nel 2024 ha ospitato la Conferenza globale sul turismo del vino di UN Tourism. In Armenia ci sono oltre 500 vitigni autoctoni e i più diffusi includono l’Areni noir e il Lalvari, usato nella spumantizzazione. Molte delle uve prodotte in Armenia vengono impiegate per la produzione di brandy. Proprio a Yerevan si può visitare la Ararat Brandy Factory che produce questo distillato fin dal 1887 prendendo parte a un tour guidato del museo con tanto di degustazione.

La vicinanza geografica e la comodità dei collegamenti aerei rendono Yerevan, e l’Armenia, una meta perfetta per un city break senza allontanarsi troppo dall’Italia, ma immergendosi in un affascinante viaggio culturale di tre-quattro giorni. In una settimana si possono anche visitare alcuni siti fuori città, ma questo è un altro viaggio.

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Mkhitaryan eletto miglior giocatore dell’Armenia per la 12esima volta (FcInter1908.it 27.12.24)

Mkhitaryan è stato proclamato, per la dodicesima volta, miglior giocatore dell’Armenia. La Federcalcio armena ha pubblicato i risultati della votazione per il miglior calciatore del Paese nel 2024 in una nota stampa pubblicata sul sito ufficiale. 

Mkhitaryan eletto miglior giocatore dell’Armenia per la 12esima volta- immagine 2

“Il centrocampista dell’FC Inter Milan  Henrikh Mkhitaryan  è al primo posto con 87 punti. Il centrocampista della nazionale armena e dell’SK Slovan  Tigran Barseghyan  è al secondo posto con 62 punti. Il centrocampista della nazionale armena e dell’FC Krasnodar  Eduard Spertsyan  (24 punti) si è classificato al terzo posto”, si legge sul sito ufficiale.

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La Russia arretra in Armenia e con la caduta di Assad si rischiano contraccolpi anche in Africa (AgenziaNova 26.12.24)

Dall’Armenia alla Siria, con potenziali contraccolpi sull’Africa: la Russia è chiamata a guardare oltre il conflitto in Ucraina per riuscire a mantenere la sua influenza in alcuni territori storicamente vicini. La Russia sta progressivamente perdendo la sua posizione di alleato strategico in Armenia. La recente riluttanza di Mosca a intervenire nel conflitto del Karabakh – culminato con la vittoria dell’Azerbaigian – ha suscitato profonda insoddisfazione a Erevan. Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha chiaramente preso le distanze dall’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Csto), l’alleanza militare guidata dalla Russia. L’Armenia, in passato uno dei più fedeli alleati di Mosca, oggi valuta alternative per garantirsi sicurezza e stabilità. Secondo la rivista statunitense “Newsweek”, l’abbandono dell’Armenia rappresenta un ulteriore esempio della crescente incapacità di Mosca di mantenere l’influenza in regioni storicamente considerate nella sua sfera d’interesse. L’inerzia russa ha dato spazio a nuovi equilibri geopolitici, con Erevan che guarda con maggiore interesse verso partner occidentali, come dimostrato dal progressivo rafforzamento dei legami con l’Unione europea.

Per la Russia, poi, c’è la questione siriana. La caduta del regime di Bashar al Assad rappresenta una grave battuta d’arresto per la Russia. Dopo aver investito risorse militari e finanziarie per sostenere Assad, Mosca si ritrova ora con una perdita sia strategica che simbolica. Come si legge in un’analisi di Chatham House, il fallimento della Russia nel garantire la sopravvivenza del regime siriano mette in discussione il suo ruolo di “garante della stabilità” per altri regimi autoritari. Dal 2015, l’intervento militare russo in Siria aveva consolidato la presenza di Mosca come potenza regionale. Tuttavia, la caduta di Assad ha inferto un colpo alla reputazione della Russia come alleato affidabile e ha compromesso la sua posizione nel Mediterraneo orientale. Le basi di Tartus e Khmeimim, fondamentali per l’accesso russo alle rotte logistiche verso l’Africa, sono ora a rischio. Insomma, si tratta di una fase di evidente difficoltà per il presidente Vladimir Putin. La perdita di Damasco non solo indebolisce l’influenza russa nel Medio Oriente, ma impatta anche le operazioni militari e logistiche in Africa, un continente in cui Mosca aveva recentemente cercato di espandere la propria presenza.

L’instabilità siriana rischia di avere un effetto a catena. La base aerea di Khmeimim era un tassello cruciale nella strategia russa per proiettare potenza verso l’Africa. La perdita di questa infrastruttura obbligherà Mosca a ristrutturare le sue operazioni logistiche, un processo che richiederà tempo, risorse finanziarie e un ripensamento strategico. Tuttavia, secondo Chatham House, la Russia potrebbe considerare la situazione in Siria come un’opportunità per ritirarsi da un conflitto ormai insostenibile. Con l’attenzione focalizzata sulla guerra in Ucraina, Putin difficilmente avrebbe potuto permettersi di continuare a finanziare il regime di Assad. In questo contesto, il crollo del regime siriano permette a Mosca di evitare un impegno finanziario e militare simile a quello sovietico in Afghanistan.

L’incapacità della Russia di mantenere il controllo su alleati chiave come l’Armenia e la Siria riflette un più ampio declino della sua influenza geopolitica. La perdita di questi partner non è solo un problema strategico, ma rappresenta anche un colpo alla narrazione russa di essere un’alternativa affidabile all’Occidente. L’influenza di Mosca, peraltro, risulta minacciata anche in altri Paesi, come la Moldova e la Georgia, dove il sentimento antirusso sta crescendo. Le recenti proteste in Abkhazia – regione georgiana occupata dal 2008 – contro l’aumento della presenza russa sono un’ulteriore spia del malcontento nelle ex spazio sovietico.

L’indebolimento della posizione russa in Armenia e in Siria evidenzia le crescenti difficoltà di Mosca nel mantenere il controllo geopolitico. La perdita di Assad non solo mina la sua influenza in Medio Oriente ma ostacola anche le ambizioni africane del Cremlino. Parallelamente, l’allontanamento dell’Armenia dimostra come la leadership di Putin stia perdendo terreno anche nelle regioni storicamente vicine alla Russia. Se queste tendenze dovessero continuare, le mire del Cremlino di formare un fronte alternativo alla comunità occidentale potrebbero essere messe in seria discussione: dall’invasione dell’Ucraina, infatti, Mosca cerca con il sostegno di Paesi come Cina e India di fare fronte comune contro l’isolamento cui è stata sottoposta sulla scena globale.

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