Armenia, la fede di un popolo scolpita nella pietra e nei cuori (Catt.ch 26.08.25)

C’è una fede che ha preso dimora nella pietra. Non solo scolpita nelle croci di tufo giallo e rosa che punteggiano ogni collina d’Armenia, ma incisa nella memoria viva di un popolo che ha fatto della Croce la propria identità. È con questo spirito che mi sono messa in viaggio, con l’Associazione Russia Cristiana, verso la prima nazione ad aver abbracciato ufficialmente il cristianesimo, nel lontano 301 d.C., sotto la guida di San Gregorio l’Illuminatore e del re Tiridate III.

Alle origini di una fede nazionale

Il nostro viaggio comincia a Yerevan, capitale che accoglie circa un terzo della popolazione armena, per poi spingersi tra monasteri e alture, là dove il paesaggio incontra e si fonde con la storia e la spiritualità. Tra le prime tappe, Zvartnots, splendore architettonico del VII secolo oggi in rovina, e le chiese delle martiri Hripsimé e Gayané, testimoni del coraggio di chi ha scelto Cristo fino alla fine.

La nostra guida, Viktorya Mangasaryan, ci offre una chiave di lettura semplice ma potente: «Per mantenere la nostra identità abbiamo scelto il cristianesimo». Tre sono, secondo lei, i pilastri dell’identità armena: la lingua, la religione e l’alfabeto.

Khachkar: la Croce che fiorisce

Camminando in Armenia si capisce perché si dice che la fede sia «scolpita nella pietra». «Ovunque ci sono khachkar, croci di pietra. Non sono solo arte: ogni croce ci ricorda chi siamo», ci dice ancora la guida. I khachkar sono commemorativi, funerari o decorativi, ma nessuno è uguale all’altro, come le persone. Unico, quello di Haghpat che reca persino l’immagine di Cristo con gli apostoli, nonostante la Chiesa armena sia tradizionalmente piuttosto aniconica. Le croci affusolate, simili a germogli, esprimono un messaggio: la croce è segno che si può rinascere dalla morte.

Echmiadzin e il cuore della fede

Visitare Echmiadzin, il «Vaticano d’Oriente», a pochi chilometri da Yerevan, significa entrare nel cuore della Chiesa apostolica armena, che raccoglie il 95% della popolazione. Una Chiesa antica, indipendente da Roma ma anche dalle altre Chiese ortodosse, sopravvissuta a persecuzioni e decenni di ateismo imposto. «Durante il comunismo le chiese erano chiuse, ma nelle case si continuava a pregare», racconta Viktorya, che sotto il regime sovietico era costretta a seguire lezioni di ateismo.

Oggi, la Cattedrale di San Gregorio l’Illuminatore, costruita nella capitale nel 2001 per celebrare 1’700 anni di cristianesimo, testimonia che la fede non è solo memoria, ma resistenza: «Ogni giorno per noi è un giorno di lotta. Lottiamo per vivere».

L’Ararat, la montagna perduta

Come il Fujiyama per il Giappone, l’Ararat – o Massis, come lo chiamano gli armeni – è il monte sacro dell’Armenia. Un vulcano maestoso (5’156 m) che domina l’orizzonte dell’Armenia, pur trovandosi oggi oltre la – chiusa– frontiera turca. «Via dalla montagna sacra: l’Ararat ora sarà per noi un paese straniero», piansero gli armeni dopo il trattato di Kars del 1921, quando i sovietici cedettero la vetta alla Turchia. Dal monastero di Khor Virap intravvediamo bene l’Ararat (dopo giorni di foschia), ma oggi nessun armeno può salirvi. Solo una baracca di soldati, e greggi erranti in una terra di nessuno separano il popolo dalla sua vetta simbolo.

Eppure l’Ararat vive più che mai nell’anima armena: la cima innevata, è lontana ma presente in ogni canto, poesia, bandiera.

Tra manoscritti e albicocche

Nel cuore della capitale, il Matenadaran, il museo con oltre 18.000 antichi manoscritti, è testimone della cura con cui gli armeni hanno sempre custodito la parola scritta. «I primi maestri erano i monaci – spiega Viktorya – e l’alfabeto fu inventato proprio per rendere comprensibile la Messa al popolo».

Anche la bandiera armena parla la lingua del popolo: il colore arancione richiama il frutto simbolo del Paese, insieme al melograno, l’albicocca, e la fertilità della sua terra, ma anche la forza di chi lavora.

Memoria viva

La memoria è un altro filo che unisce fede e identità. Nell’ultima sala silenziosa del Museo del Genocidio che ripercorre il genocidio del 1915, Viktorya Mangasaryan ci racconta della nonna, sopravvissuta alla deportazione. «Dopo i lavori di casa si sedeva in silenzio a fumare, con le lacrime agli occhi. Anche nei suoi ultimi anni di vita teneva sempre un pezzo di zucchero nel grembiule e lo stringeva. Noi bambini non capivamo e ne ridevamo. Abbiamo scoperto dopo la sua morte che durante le marce forzate verso l’esilio i nonni davano ai bambini nel deserto una zolletta da leccare, per farli resistere alla fame». Una storia semplice, eppure emblematica.

Anche oggi, la fede armena è messa alla prova. «Il Nagorno-Karabakh è una ferita aperta», dice la guida. «Nonostante tutto, resta forte la speranza. Noi armeni crediamo nella rinascita. Come le nostre croci». Anche noi lo sentiamo, seppur da visitatori: la fede armena si rivela per ciò che è. Sì, l’Armenia, definita «terra delle pietre urlanti», pietre che urlano una speranza che non si spegne.

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La realtà del Nagorno-Karabakh: la croce nel silenzio delle montagne (Catt.ch 26.08.25)

C’è una ferita che pulsa nel cuore del Caucaso: è quella del Nagorno-Karabakh, terra montuosa e antica, a lungo abitata da una popolazione armena e cristiana, oggi svuotata della sua presenza. Il nome di questa regione è tornato con forza alla ribalta nel 2020 e poi nel 2023, quando nuove offensive militari azere hanno portato alla fuga 120.000 armeni in poche settimane, diretti verso l’Armenia con nient’altro che qualche valigia, icone e memoria.

Alcuni di questi profughi si sono insediati nei villaggi e nelle città che ho visitato, chi ha potuto ha raggiunto la diaspora, i tanti parenti che popolano altre parti del mondo portando con sé una fede temprata dalla sofferenza.

Una storia lunga e complessa

Il conflitto affonda le radici nel XX secolo, quando Stalin assegnò il Nagorno- Karabakh, a maggioranza armena, alla Repubblica sovietica dell’Azerbaigian. Alla fine dell’Unione Sovietica, tra il 1988 e il 1994, esplose un primo conflitto sanguinoso, che si concluse con una vittoria armena e la nascita di una Repubblica dell’Artsakh, mai riconosciuta a livello internazionale. Nel 2020, una nuova guerra ha portato l’Azerbaigian a riconquistare ampie porzioni del territorio. E infine, nel settembre 2023, con una rapida offensiva, Baku ha preso il controllo totale del Nagorno-Karabakh. In meno di una settimana, l’intera popolazione armena è stata costretta a lasciare la regione.

Un esodo che interroga la coscienza

Chi visita oggi l’Armenia avverte questo dramma come una presenza sottile, ma costante. Nei volti, nei racconti delle guide, nei numerosissimi murales nei luoghi pubblici che raffigurano i volti dei soldati caduti durante il conflitto del 2020. Forse proprio il segno che mi colpisce di più, perché sono disegnati con cura, con dovizia di particolari, quasi a volerci raccontare l’unicità di questi soldati dal tragico destino comune. Dipinti che commemorano i soldati, ma rappresentano anche un modo per esprimere dolore, rabbia e resilienza da parte della società armena di fronte al conflitto. Ma si tratta di un dolore che non ha parole, che si intuisce in un khachkar abbandonato, in un monastero svuotato, nella preghiera silenziosa di chi ha perduto tutto, fuorché la fede. La guida ci racconta che spesso i rifugiati sono scappati solo con l’immagine della Madre di Dio a loro tanto cara e una manciata di terra, perché le loro tombe sono rimaste là.

Un silenzio che parla

Il Karabakh oggi è completamente disabitato dagli armeni. Le chiese sono chiuse, le croci solitarie. L’accordo di Pace firmato ad inizio agosto tra Azerbaigian ed Armenia non porta una riga sulla questione dell’esodo avvenuto due anni fa, né sui prigionieri ancora incarcerati. Mediato dagli Stati Uniti, è un accordo incomprensibile: che cosa guadagna davvero l’Armenia? L’oblìo di quei volti e di quell’esilio forzato? Ma il grido di questo popolo non è scomparso. Come cristiani, siamo chiamati a non distogliere lo sguardo, a pregare per la giustizia e la riconciliazione, e a sostenere – anche solo con la memoria – chi ha portato e porta la croce.

L’iniziativa svizzera

Sull’accordo tra Armenia e Azerbaigian, l’organizzazione umanitaria Christian Solidarity International raccomanda di sostenere l’«Iniziativa svizzera per la pace nel Nagorno-Karabakh », con la quale la Svizzera, nel coinvolgimento di altri Paesi, si impegna a organizzare un forum per la pace tra l’Azerbaigian e i rappresentanti della popolazione sfollata del Nagorno-Karabakh.

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Armenia-Italia: a Dilijan apre Apicius Armenia International School di ospitalità e gastronomia (AgenziaNOva 26.08.25)

Erevan, 26 ago 10:20 – (Agenzia Nova) – Dal settembre 2025 l’Armenia ospiterà la sua prima scuola internazionale dedicata all’ospitalità e alla gastronomia. A Dilijan aprirà la Apicius Armenia International School, realizzata in partnership con l’Apicius International School of Hospitality di Firenze, una delle scuole più prestigiose d’Europa. Lo riferisce Armenpress. Secondo Katya Bredikhina, responsabile della Fondazione Green Rock e del progetto Apicius Armenia, l’istituto sarà il primo centro accademico e professionale del settore nella regione. “Il nostro obiettivo è offrire ai giovani armeni un’istruzione di livello internazionale senza dover lasciare il Paese, combinando le tradizioni locali con l’esperienza europea”, ha dichiarato. Il programma biennale offrirà diplomi in gestione alberghiera e gastronomia ed enologia. Gli studenti frequenteranno il primo anno a Dilijan e potranno completare il percorso in Armenia o trasferirsi a Firenze, ottenendo un certificato europeo. Sono previsti anche corsi brevi per professionisti già attivi nel settore – chef, direttori d’albergo, ristoratori – e masterclass aperte a turisti e appassionati, con eventi di degustazione e cucina interculturale. (segue) (Rum)

Anche fra armeni e azeri, la “pace” siglata sotto l’egida di Donald Trump sembra una resa all’aggressore (Il Foglio 26.08.25)

Nel Caucaso è entrato in gioco la potenza americana a scapito dei suoi due tradizionali protettori, Russia e Iran. I fantasmi di Monaco e del corridoio di Danzica aleggiano nelle menti. Questo accordo concede all’Armenia una tregua precaria

“Lo scorso 8 agosto, il primo ministro armeno, Nikol Pashinyan, il presidente azero, Ilham Aliyev, e il presidente americano, Donald Trump, hanno firmato un memorandum d’intesa in sette punti che impegna le parti a concretizzare un accordo di pace definitivo” scrive sul Figaro Tigrane Yegavian. “Allo stesso tempo, l’Armenia e gli Stati Uniti hanno firmato accordi bilaterali in merito allo sviluppo del progetto armeno ‘Crocevia della pace’, l’intelligenza artificiale e i semiconduttori, nonché la sicurezza energetica. Si tratta certamente di un evento importante nella storia di questo nodo gordiano geostrategico che è il Caucaso meridionale, poiché segna l’entrata in gioco della potenza americana a scapito dei suoi due tradizionali protettori, Russia e Iran. Era l’ultima carta che Erevan aveva in mano.

 

Il principale ostacolo era il controllo del corridoio di Syunik (Zangezur), che il regime di Baku intendeva ottenere con le buone o con le cattive. Il terzo punto del memorandum – probabilmente il più cruciale – sostiene l’apertura delle frontiere e delle vie di trasporto, rafforzando al contempo la sovranità, l’integrità territoriale e la giurisdizione dell’Armenia, con un concetto di reciprocità evocato più avanti nel paragrafo. Per quanto riguarda l’apertura delle comunicazioni regionali, il principio di sovranità, di integrità territoriale e di giurisdizione è incluso nella dichiarazione firmata da Aliyev, Pashinyan e Trump. Tuttavia, il principio di reciprocità, essenziale per l’Armenia, è menzionato solo indirettamente come ‘vantaggi reciproci’. Ancora più problematico è il termine ‘connettività senza ostacoli’ tra l’Azerbaigian e il Nakhichevan, già utilizzato nel 2020, che le due parti interpretano in modo diverso da anni. I dettagli sull’apertura delle comunicazioni e sul ruolo degli Stati Uniti non sono ancora stati resi noti, lasciando molte questioni in sospeso. Anziché respingere la richiesta di Baku, Washington ha legittimato questo corridoio, trasformandolo in un argomento di soluzioni creative. Tuttavia, l’accordo non è del tutto equilibrato. Il percorso di Meghri – soprannominato “Trump Route for International Peace & Prosperity” (Tripp) – sarebbe gestito e controllato dagli Stati Uniti e da altri appaltatori stranieri. Al contrario, l’accesso ferroviario armeno attraverso il Nakhichevan sarebbe interamente gestito dall’Azerbaigian. Questo accordo offre a Erevan meno garanzie sulla reciprocità e sulla sicurezza della Tripp. Il termine ‘senza ostacoli’ rimane vago, lasciando probabilmente intendere che l’operatore interagirebbe direttamente con i viaggiatori azeri, fornendo all’Armenia solo rapporti indiretti. In questo contesto, Baku ha incluso il termine ‘senza ostacoli’ per descrivere il collegamento che intende realizzare con la sua exclave del Nakhichevan, accompagnato da ‘vantaggi reciproci’ per l’Armenia. Concretamente, l’Azerbaigian otterrebbe l’accesso al Nakhichevan attraverso Meghri, nella regione meridionale di Syunik, al confine con l’Iran. Tuttavia, questo itinerario rimarrebbe sotto la giurisdizione armena, senza extraterritorialità né trasferimento di sovranità. In cambio, Erevan beneficerebbe di “vantaggi” ma non di equivalenti. Abbandonata da una Russia che ha scommesso sull’Azerbaigian dopo la guerra del 2020 e ha perso la sua scommessa tollerando la pulizia etnica dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh nel settembre 2023, nonostante il suo dovere di protezione, l’Armenia non ha potuto contare sufficientemente sull’Unione europea nella sua disperata ricerca di dissuasione e di rimodellamento della sua architettura di sicurezza, crollata con la guerra in Ucraina e l’effetto dei vasi comunicanti indotto da questo conflitto.
Sebbene i due stati concordino sul rispetto della rispettiva integrità territoriale, non è stato fatto alcun riferimento al mantenimento dell’esercito azero su 250 km² di territori sovrani della Repubblica armena, rendendo ancora più vulnerabili le capacità di difesa di questo paese senza sbocco sul mare e ormai allo stremo. Si spera quindi che il processo di demarcazione del confine, ancora in corso, possa portare a risultati tangibili. Laddove ci si sarebbe potuti aspettare una soluzione europea più equilibrata e attenta alla pace dei coraggiosi piuttosto che all’umiliazione, gli Stati Uniti hanno fatto man bassa: ancorando l’Azerbaigian al campo occidentale con forti promesse di contratti vantaggiosi tra le società Socar ed Exon, riorientando allo stesso tempo l’Armenia verso la Nato, ma paradossalmente senza offrire alcun tipo di assistenza militare. Questo riallineamento non è privo di conseguenze: riduce drasticamente l’influenza dell’Iran e favorisce lo sviluppo di rotte commerciali ed energetiche alternative che aggirano Teheran e Mosca. In questo modo, gli Stati Uniti mirano a portare Erevan e Baku nella loro orbita e a distoglierle da qualsiasi impegno futuro legato al Corridoio di trasporto internazionale nord-sud (Instc), che collegherà la Russia all’Iran e all’Oceano indiano (…).
Mentre in Armenia la società è immersa in una profonda apatia e fatica a reagire alle dichiarazioni contraddittorie di un potere galvanizzato da questo accordo e di un’opposizione divisa e screditata che grida al tradimento, i fantasmi di Monaco e del corridoio di Danzica aleggiano nelle menti. Questo accordo concede all’Armenia una tregua precaria, allontanando momentaneamente il pericolo di un’aggressione militare da parte del suo bellicoso vicino. Momentaneamente, perché il potere azero continua a esercitare la massima pressione su Erevan e chiede una riscrittura della sua Costituzione e l’abbandono di ogni riferimento all’autodeterminazione del popolo dell’Artsakh (…).

L’abbandono da parte di Erevan di ogni azione legale internazionale per i crimini di guerra commessi durante l’ultima guerra e – cosa ancora più ingiusta – il via libera della comunità internazionale alla più rapida pulizia etnica del Ventunesimo secolo e al processo di demolizione del patrimonio plurimillenario armeno rimarranno una macchia indelebile. Un intero popolo autoctono, che abitava nella culla dell’antico regno di Armenia, è stato spazzato via dalla geopolitica degli imperi, un popolo a cui è stato tolto il diritto all’autodeterminazione, cioè il diritto alla vita. Come i Sudeti, l’Artsakh, martirizzato nella sua realtà fisica e spirituale, è stato vigliaccamente gettato alle ortiche di una pace improbabile, mentre la sua popolazione rifugiata soffre di una campagna di razzismo e odio alimentata dai canali di influenza filogovernativi che vedono in essa una quinta colonna russa. L’Armenia ha ottenuto una tregua, cedendo su quasi tutti i fronti dietro la maschera confortante di una prosperità condivisa e chimerica: non si sa come si concretizzerà sul campo perché i contorni della road map di Trump rimangono vaghi. Un progetto che ci ricorda che sono soprattutto i rapporti di forza a dettare i termini e non i valori che pensiamo di difendere”.

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Ashotsk, l’ospedale nella steppa voluto da San Giovanni Paolo II nella missione di Padre Mario (Catt.ch 26.08.25)

Il nostro è stato anche un viaggio di incontri con realtà di missionari cattolici in questa terra. Uno di questi ci ha portato in una steppa immensa e brulla a più di 2000 metri di altezza, al nord dell’Armenia, al confine con la Georgia. Qui, tra una ventina di villaggi di pastori dislocati nella steppa all’apparenza infinita, si trova un ospedale gestito da un vivacissimo 84enne religioso camilliano vicentino, Padre Mario Cuccarollo, che si trova lì da più di 35 anni.

Un ospedale nato dal terremoto

L’ospedale di Ashotsk è oggi un punto di riferimento insostituibile per l’intera regione. La sua storia comincia nel 1988, quando un terremoto devastò l’Armenia. Papa Giovanni Paolo II volle offrire un segno concreto di solidarietà donando un ospedale, e la Caritas Italiana si mobilitò. Le autorità sovietiche accettarono, ma imposero che venisse costruito in un’area remota, poverissima, al confine con la Georgia.

«Quando arrivai qui – racconta Padre Mario con occhi vispi – non c’erano strade, né acqua corrente. Solo neve e tanta povertà». Inviato quasi per caso, senza sapere nemmeno dove fosse l’Armenia («Mi feci indicare il Paese su un atlante da mia nipote e partii» – ci dice), partì pochi giorni dopo la chiamata del suo superiore. «Mi dissero: dammi una risposta in dieci minuti, il telefono costa. Così dissi sì, e partii».

Una missione che continua

Da allora, grazie all’impegno suo e di tanti collaboratori, è nata una struttura che unisce cura medica e attenzione umana. All’inizio i religiosi erano tre, ma nel tempo le vocazioni sono diminuite e Padre Mario è rimasto da solo a portare avanti questa missione difficile, fatta di impegno quotidiano, sacrificio e fede in mezzo a una realtà dura e isolata. Ad affiancarlo una direttrice sanitaria armena che mette l’anima in tutto ciò che fa.

In un paesaggio che per gran parte dell’anno resta coperto di ghiaccio e neve, dove la temperatura in inverno scende sotto i -30°, l’ospedale è più di un luogo di cura: è una casa. «Cerchiamo di prenderci cura delle persone a 360 gradi. Chi viene qui trova una porta aperta, sempre». Negli anni si sono moltiplicati i servizi: una maternità attrezzata, 21 ambulatori per raggiungere i villaggi e tanti servizi extra.

«Il nostro è un lavoro silenzioso, ma costante. E il Vangelo si annuncia anche solo restando accanto a chi soffre», dice Padre Mario.

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Quando il confine diventa cicatrice: Antonia Arslan a “Terrazza d’Autore” (Trapanisi 25.08.25)

La ventesima edizione della rassegna letteraria Terrazza d’Autore si conclude domani, martedì 26 agosto, con un incontro di grande intensità culturale e umana.

Protagonista sarà Antonia Arslan, figura di spicco della cultura italiana, scrittrice, saggista e traduttrice di origine armena, che porterà al pubblico la testimonianza viva e appassionata racchiusa nel suo celebre romanzo La masseria delle allodole.

Docente di Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di Padova, Arslan ha dedicato la sua carriera alla Narrativa popolare e alla Letteratura femminile tra Ottocento e Novecento, contribuendo con saggi fondamentali su questi temi. Centrale nel suo percorso è stata la riscoperta delle proprie radici armene: ha tradotto le opere del grande poeta Daniel Varujan, introducendo al pubblico italiano la cultura e la storia del popolo armeno.

Pubblicato per la prima volta nel 2004 e recentemente riproposto in una nuova veste per il ventesimo anniversario, La masseria delle allodole ha ottenuto numerosi riconoscimenti ed è stato tradotto in 15 lingue. Il romanzo dà voce alle memorie familiari legate al Genocidio Armeno del 1915, offrendo una testimonianza che unisce autenticità storica e forza narrativa.

Dal libro è stato tratto l’omonimo film dei fratelli Taviani che ha riscosso grande successo e ha contribuito a sensibilizzare l’opinione pubblica su una delle pagine più drammatiche e a lungo dimenticate della Storia. Una storia in cui il confine diventa cicatrice, difficile da rimarginare, e che conserva, purtroppo, una tragica attualità, come le cronache internazionali ci propongono.

Il racconto, profondamente radicato nelle memorie familiari dell’autrice, riesce a dare voce e volto umano alle vittime, trasformandosi in una testimonianza letteraria che supera la semplice ricostruzione storica.

L’incontro, come sempre ad ingresso gratuito, si svolgerà a partire dalle ore 19 al Teatro comunale “On. Nino Croce” di Valderice e vedrà Antonia Arslan dialogare con Stefania La Via, le letture saranno affidate alla voce di Ornella Fulco.

Curata da Ornella Fulco  e Stefania La Tga, Terrazza d’Autore aderisce alla Rete delle Rassegne e dei Festival letterari della provincia di Trapani e, anche quest’anno, si svolge sotto gli auspici del Centro per il Libro e la Lettura (CEPELL) del Ministero della Cultura e con il partenariato culturale di BiblioTP – Rete delle Biblioteche della provincia di Trapani. La rassegna si colloca tra le attività connesse al progetto culturale Axis MAB e del Museo “San Rocco” di Trapani e si svolge con il patrocinio del Comune di Valderice, in collaborazione con la Biblioteca Comunale “De Stefano” di Valderice e con la “Libreria del Corso” di Trapani.

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Giubileo 2025: pellegrinaggio degli armeni cattolici della Romania alla cattedrale di Gherla (SIR 25.08.25)

I fedeli armeni cattolici che vivono nell’ovest della Romania hanno partecipato ieri, domenica 24 agosto, ad un pellegrinaggio alla cattedrale “Santissima Trinità” di Gherla (contea di Cluj-Napoca). L’iniziativa s’iscrive nell’Anno Santo della speranza ed è stata organizzata dall’ordinariato per gli armeni cattolici della Romania. All’evento hanno preso parte anche sacerdoti armeni cattolici dall’Ungheria, insieme a docenti e studenti del dipartimento armeno dell’Università Pázmány Péter (Budapest). Il pellegrinaggio si è concluso con la messa presieduta in rito armeno cattolico da don Attila Küsmődi, parroco della cattedrale di Gherla. I canti liturgici sono stati eseguiti in lingua armena dal coro della cattedrale di Gherla e dal coro Santa Cecilia di Cluj. Nell’omelia, mons. Gergely Kovács, arcivescovo romano-cattolico di Alba Iulia e amministratore apostolico per gli armeni della Romania, ha incoraggiato i fedeli ad essere ogni giorno una degna dimora di Dio. Inoltre, li ha ringraziati per la loro fedeltà e perseveranza nella fede e per aver mantenuto la cultura armena per generazioni. Gli armeni cattolici si sono stabiliti nella Transilvania alla fine del 1600. Per loro la Santa Sede ha istituito inizialmente un vicariato apostolico nel 1687 e, dopo il concordato tra la Romania e la Santa Sede (1927), un ordinariato nel 1930, guidato dal 2020 da mons. Kovács. La cattedrale di Gherla risale al 1800. L’ordinariato conta adesso quattro parrocchie: Dumbrăveni, Gheorgheni, Frumoasa e Gherla.

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Siria – Un orfanotrofio che porta sostegno e gioia ai bambini, grazie alla generosità di “Salesian Missions” (Infoans

(ANS – Aleppo) – I Salesiani hanno potuto aiutare a sostenere i bambini di due orfanotrofi ad Aleppo, in Siria, grazie al finanziamento alla generosità dei donatori di “Salesian Missions”, la Procura Missionaria salesiana di New Rochelle, negli Stati Uniti. Con questo nuovo progetto in corso è stato possibile sostenere un orfanotrofio armeno, che ospita 30 bambini, e un orfanotrofio musulmano, che ospita 50 minori dai 6 ai 18 anni.

I volontari hanno coinvolto i bambini in attività quali sport e giochi, sessioni culturali ed educative, workshop psicologici, spettacoli teatrali interattivi e una giornata di festa. I bambini hanno anche avuto accesso a sessioni di consulenza individuale per iniziare o continuare il supporto terapeutico in un ambiente sicuro e confidenziale.

Gli orfanotrofi di Aleppo sono criticamente sottoutilizzati e affrontano sfide travolgenti, tra cui l’eccesso di capacità, la carenza di personale e i finanziamenti limitati per soddisfare anche le esigenze più basilari dei bambini.

Un salesiano di Aleppo ha osservato: “L’Orphan Project rappresenta una potente iniziativa umanitaria, che ha fornito cure essenziali e sostegno emotivo ai bambini orfani di Aleppo – indipendentemente dalla loro religione, provenienza o comunità. In mezzo alla crisi umanitaria in corso e all’instabilità socio-economica nella regione, questo progetto è servito come un faro di speranza, offrendo a questi bambini non solo risorse essenziali ma anche dignità, amore e appartenenza”.

Il programma è stato guidato dai Salesiani Cooperatori, che hanno trascorso del tempo impegnandosi con i bambini. Un team dedicato di circa 50 volontari si è occupato della pianificazione, preparazione, attuazione e follow-up.

Maria Keshishian, di 10 anni, vive nel l’orfanotrofio armeno di Aleppo da quando aveva 5 anni. Ma qualcosa è cambiato quando i Salesiani Cooperatori sono arrivati. “Non sono venuti solo per divertirci – ha detto – sono venuti con il cuore aperto e sorrisi caldi. Dal momento in cui sono arrivati, ho sentito qualcosa che non provavo da molto tempo. Mi sentivo vista, ascoltata e veramente accudita”.

Mohammad Al-Ahmad, 11 anni, vive nell’orfanotrofio da sei anni. Per lui è stato bello poter ballare e fare attività tutti insieme: questo ha significato stabilire connessioni, fare parte di qualcosa di gioioso.

I centri salesiani in Siria stanno fornendo ai giovani un rifugio sicuro e un luogo dove possono continuare a coltivare i loro sogni e la loro fede attraverso l’educazione e il sostegno. I centri salesiani si trovano ad Aleppo, Damasco e Kafroun.

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24 agosto, santo del giorno: San Bartolomeo (Quotidiano.net 24.08.25)

San Bartolomeo è uno dei dodici apostoli di Gesù ed è celebrato il 24 agosto dalla Chiesa Cattolica. La sua figura è avvolta da un alone di mistero, ma la tradizione cristiana lo identifica con Natanaele, menzionato nel Vangelo di Giovanni. Bartolomeo è noto per la sua fede incrollabile e per le sue opere di evangelizzazione, che lo portarono a diffondere il cristianesimo in diversi paesi, tra cui l’India e l’Armenia.

Perché San Bartolomeo è diventato Santo?

Il motivo per cui San Bartolomeo è diventato santo è legato al suo martirio. Secondo la tradizione, fu ucciso in Armenia per la sua fede cristiana, subendo il martirio della pelle. Questo evento lo ha reso un simbolo di fede e resistenza, e la sua immagine è spesso rappresentata con un coltello, lo strumento del suo martirio.

Curiosità su San Bartolomeo

Le curiosità su San Bartolomeo sono molteplici. Ad esempio, è considerato il patrono dei macellai, dei conciatori e dei rilegatori, professioni legate alla lavorazione della pelle. Inoltre, è invocato contro le malattie della pelle e i disturbi nervosi. La sua festa è particolarmente sentita in Italia, dove diverse località portano il suo nome e organizzano celebrazioni in suo onore.

Come viene festeggiato San Bartolomeo nel mondo?

San Bartolomeo è festeggiato in molte parti del mondo. In Italia, la festa è particolarmente sentita nelle città di Lipari e Benevento, dove si svolgono processioni e sagre. In India, è venerato come uno dei primi evangelizzatori del subcontinente. Anche in Armenia, luogo del suo martirio, San Bartolomeo è celebrato con grande devozione. Queste celebrazioni riflettono la diffusione del suo culto e la sua importanza come figura storica e spirituale.

Subire un genocidio dà diritto a compierne un altro? (Pressenza 24.08.25)

Un anno fa sono stato in Armenia: volevo conoscere un luogo lontano carico di storia, volevo conoscere – per quanto possibile – un popolo che mi ha sempre affascinato. Sono tornato carico di emozioni, di incontri, di immagini di luoghi antichi, di una realtà mite, di un popolo che ha subito un genocidio e che resiste come può.

Negli ultimi anni abbiamo imparato questa parola: Nagorno-Karabakh. Ma è solo stando lì che ho capito tra chi fosse conteso questo territorio, come è andata e soprattutto come è finita. Gli Armeni, non dotati probabilmente di un potente esercito e soprattutto con pochi “santi in paradiso”, hanno dovuto lasciare quel territorio all’Azerbaijan (una dittatura bella e buona), e più di 100mila armeni hanno dovuto lasciare le loro case e rifugiarsi in Armenia. Qualcuno nel mondo ha battuto ciglio per quello che è successo? No.

Quell’Azerbaijan dove, a Baku, da tutto il mondo sono andati per la COOP 29 per poi scoprire (ma davvero a posteriori?) che i padroni di casa sono grandi produttori di fonti inquinanti di energia e il Paese è stato governato per decenni da un uomo che poi ha lasciato l’incarico al figlio. L’opposizione è silenziata.

Così l’Armenia si trova schiacciata tra Turchia ed Azerbaijan, storiche alleate, che se la papperebbero in un boccone e chissà che prima o poi non lo facciano.

Anche gli Armeni sopravvivono solo grazie ad un’enorme diaspora sparsa nel mondo, ma legata a quel fazzoletto di terra, quello che è rimasto di un territorio che era ben più vasto.

E poi c’è la storia: il genocidio degli armeni è troppo poco conosciuto. Si parla di tre milioni di morti tra il 1915 e il1923, in seguito alla decisione del governo ottomano di far piazza pulita di questi mercanti e artigiani, accusati di essere in combutta con i russi. Vennero uccisi o deportati, a piedi, in condizioni tali da lasciare una scia di morti lungo quelle centinaia di chilometri: uomini, donne, anziani, bambini.

Il governo turco in questi 100 anni non ha mai ammesso le sue responsabilità, e nessuno in Europa le ha pretese nè le pretende. Gli Armeni vennero lasciati soli, e in fondo lo sono ancora.

Tornando all’oggi, ho visitato il museo di Erevan sul genocidio armeno: impressionante. Ma ciò che mi ha colpito solo le brevi sintesi di vari genocidi compiuti nella storia che vi sono alla fine: Americhe, Germania, Ruanda, Cambogia e Namibia compresi. Ovvero, dicono: il “nostro genocidio” non è stato l’unico. Nella storia ve ne sono stati diversi.

Ho conosciuto tra gli altri una famiglia armena, sono stato a casa loro. Ad un certo punto è uscita da una stanza la nonna, di oltre 90 anni, con in mano una preziosa scatolina: mi ha subito mostrato con orgoglio la medaglia ricevuta per essere sopravvissuta all’assedio di Leningrado durante la Seconda guerra mondiale. Lei e migliaia di altri bambini vennero messi al sicuro, andò in Armenia e lì è rimasta tutta la vita. Una volta dagli assedi c’era una via d’uscita, e i bambini venivano messi in salvo. Ci dice qualcosa oggi?

Infine, in Armenia ho conosciuto un popolo mite, nella capitale c’è una grande energia e una spinta in avanti, malgrado un paio di anni fa abbiano perso una guerra e abbiano dovuto accogliere (loro che sono 3 milioni) oltre 100mila profughi armeni. Ma in tutti questi anni, abbiamo mai detto “Con quello che hanno subito gli Armeni…” “Si stanno difendendo e dobbiamo aiutarli!”?

Non lo abbiamo mai detto, e in questi 100 anni non sono stati certo trattati bene. Eppure credo di non aver mai respirato un’aria più pacifica come a Gyumri, la seconda città armena. Nessuno nel mondo ha realizzato musei sulla loro storia, ben pochi la leggono sui libri o la ricordano nella Giornata della Memoria.

Sono il popolo che aderì, primo al mondo, al cristianesimo. Si sono mai sognati di fare uno stato “confessionale”?

Un amico armeno, gran conoscitore della lingua e della cultura italiana, sogna di venire in Italia a visitarla, un giorno, perché non c’è mai stato: ai cittadini armeni è praticamente impossibile avere il visto. Come mai non abbiamo il minimo scrupolo di coscienza verso questo popolo?

Si sono mai sognati gli Armeni di “farsi spazio” intorno (persero gran parte del loro territorio storico e più di 5 milioni di Armeni vivono fuori dal Paese) a suon di bombardamenti?

No. Punto.

Chi ha subito un genocidio, dovrebbe sapere cosa significhi e si dovrebbe solo augurare che non succeda mai più nel mondo.

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