Emmanuel Tjeknavorian e la Nona: “Una sinfonia senza compromessi. Che interroga ancora l’umanità” (Il Giorno 27.12.25)

Con la Nona Beethoven ruppe la tradizione per raggiungere l’immensità. Una rivoluzione: la musica non fu più come prima. All’Auditorium di Milano lunedì, martedì, mercoledì alle 20 e il primo gennaio alle 16 il maestro Emmanuel Tjeknavorian e l’Orchestra Sinfonica di Milano accompagnano gli ascoltatori verso il nuovo anno con la “Sinfonia n. 9 in Re minore per soli, coro e orchestra op. 125” di Ludwig van Beethoven, inno alla fratellanza, alla speranza e alla gioia. Protagonisti Benedetta Torre soprano, Laura Verrecchia mezzosoprano, Davide Tuscano tenore, Manuel Walser baritono, Massimo Fiocchi Malaspina Maestro del Coro. Direttore Musicale dell’Orchestra Sinfonica di Milano, nato a Vienna trent’anni fa in una famiglia di musicisti di origine armena, vincitore del Premio Abbiati 2025, Emmanuel Tjeknavorian racconta.

Maestro, l’esecuzione della Nona Sinfonia di Beethoven è una tradizione di lunga data dell’Orchestra Sinfonica. Perché ha deciso di mantenerla? “Potrei dare molte e varie risposte a questa domanda, ma offrirò quella più semplice e sincera: è la mia opera preferita. Credo che le tradizioni rimangano vive solo se riempite di nuova convinzione. Questa sinfonia non è un rituale per me, è un organismo vivente, che parla ancora in modo diretto, urgente e senza compromessi”.

Tra le sinfonie di Beethoven, la Nona è quella che assume un profondo significato filosofico e umano. Cosa può trasmettere oggi a chi l’ascolta? “Ci pone di fronte alla domanda su cosa significhi essere umani, non in astratto, ma attraverso il suono, il respiro, la lotta e la speranza. Ricorda che la fratellanza non è un’idea ingenua, ma impegnativa. In un mondo caratterizzato dalla frammentazione e dalla velocità, Beethoven insiste sull’ascolto, sulla pazienza e sul coraggio di credere in qualcosa più grande e più importante di noi stessi. Il movimento finale non è una facile celebrazione ma un’affermazione di dignità conquistata a fatica”.

Cosa crede di aver maggiormente ricevuto dalla collaborazione con l’Orchestra Sinfonica di Milano? “Fiducia. La vera libertà musicale nasce solo dove c’è fiducia reciproca, sia nella sala prove, sia nel silenzio, sia nei momenti di rischio sul palco. Con l’Orchestra Sinfonica sento un crescente senso di responsabilità condivisa: non solo per il risultato ma anche per il processo che abbiamo avviato. Cresciamo insieme ascoltandoci l’un l’altro, questo è il dono più grande che un’orchestra offre a un direttore”.

Cosa si aspetta dal prossimo anno musicale? “Alla superficialità ho sempre privilegiato la profondità. Quindi vorrei avere tanto tempo per provare, per poter mettere in discussione le mie abitudini e permettere alle mie interpretazioni di maturare. Artisticamente, desidero onestà e coraggio, personalmente equilibrio e salute. Se, alla fine dell’anno, sentiremo di aver espresso la verità attraverso la nostra musica, significa che abbiamo realizzato una stagione di successo”.

Come concilia il suo essere violinista con il direttore d’orchestra? “In realtà, sono un violinista in pensione. Eppure, nonostante sia un “pensionato“ non dirò mai di no ad alcune proposte: quando il mio eroe, Riccardo Chailly mi ha chiesto di suonare il Concerto di Mendelssohn con la Lucerne Festival Orchestra ho accettato immediatamente. Queste occasioni sono eccezioni assolute. Pubblicamente, ora sono al 97% direttore d’orchestra e forse al 3% violinista. Dentro di me rimarrò sempre pienamente sia l’uno che l’altro. Sono infinitamente grato per il rispetto che mi viene dimostrato per il mio passato lavoro di violinista: mi ricorda che la disciplina e i sacrifici dell’infanzia e dell’adolescenza non sono stati vani”.

Tra le tradizioni di Capodanno armene, austriache e italiane a quale si senta più legato? “Non ho mai fatto distinzioni tra le tradizioni delle festività attorno a Capodanno delle diverse culture. Per me la notte di San Silvestro è sempre stata un momento intimo, trascorso con la famiglia, in silenzio e con attenzione. E dall’anno scorso lo festeggio con la mia famiglia musicale a Milano. Ma l’attimo in cui l’orologio segna la mezzanotte rimane molto personale: è un momento di riflessione e gratitudine, che non vorrei mai vivere in una festa rumorosa e con sconosciuti”.

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