Francesco Palmieri – Economia I due unicorni armeni (Duerighe 07.01.26)

Tre milioni di abitanti. Due unicorni tecnologici. Se fosse il titolo di una slide da conferenza, qualcuno storcerebbe il naso: troppo bello per essere vero. E invece è tutto reale. L’Armenia, piccolo Paese del Caucaso spesso associato più alla storia e ai conflitti che al futuro, sta costruendo in silenzio uno degli ecosistemi innovativi più interessanti d’Europa e dell’Asia occidentale. Non per caso, non per magia, ma per una serie di scelte, e sacrifici, che raccontano molto di cosa significhi innovare quando le risorse sono poche e la pressione è tanta.

Passeggiando per Yerevan, tra caffè affollati e coworking improvvisati, si respira un’energia particolare. Giovani sviluppatori lavorano con il laptop sulle ginocchia, founder poco più che trentenni parlano inglese con investitori collegati da New York o Berlino, mentre fuori scorrono una città antica e una quotidianità tutt’altro che semplice. Qui l’innovazione non è una moda: è una necessità.

Con un mercato interno ridotto e poche risorse naturali, l’Armenia ha capito presto che il suo vero petrolio è il capitale umano. E lo ha coltivato con ostinazione.

I casi di PicsArt e ServiceTitan vengono spesso raccontati come storie eccezionali. In realtà, sono il prodotto di un contesto che funziona. PicsArt nasce dall’intuizione di rendere la creatività accessibile a tutti; ServiceTitan dalla volontà di digitalizzare un settore tradizionale come i servizi per la casa. Idee globali, certo, ma sviluppate da team cresciuti in Armenia, formati in scuole locali, temprati da un ambiente che non regala nulla.

Oggi l’ecosistema conta circa 150 startup, un numero piccolo in assoluto, ma enorme se rapportato alla popolazione. E soprattutto, in costante crescita.

Una delle chiavi del successo armeno è l’educazione tecnica. L’eredità sovietica ha lasciato in dote una forte tradizione in matematica e ingegneria, ma il salto di qualità è arrivato quando questa base si è incontrata con nuovi modelli educativi. Il TUMO Center for Creative Technologies è diventato il simbolo di questa trasformazione: un luogo dove i ragazzi imparano programmando, sbagliando, creando. Non per superare esami, ma per costruire qualcosa di concreto.

Molti founder raccontano la stessa storia: poche opportunità, molta responsabilità e la sensazione che, se vuoi farcela, devi provarci subito. È un approccio che accelera la maturità imprenditoriale e rende le startup armene sorprendentemente pragmatiche.

Poi c’è il grande paradosso. L’Armenia vive grazie alla sua diaspora, ma allo stesso tempo ne soffre. Milioni di armeni nel mondo inviano capitali, aprono porte, fanno mentoring. Senza di loro, molti investimenti non arriverebbero mai. Eppure, ogni successo all’estero è anche una perdita interna: un talento che se ne va, un team che si sposta, una famiglia che emigra.

Molti imprenditori vivono “a cavallo” tra Yerevan e le grandi capitali globali. Amano il loro Paese, ma sanno che crescere è più facile altrove. La sfida più difficile, oggi, non è creare startup, ma creare condizioni di vita che rendano sensato restare.

Nel Caucaso, l’Armenia è già il punto di riferimento per l’innovazione. Ma il vero test deve ancora arrivare: trasformare questo fermento in sviluppo diffuso, stabile, inclusivo. Fare in modo che i successi non restino storie individuali, ma diventino opportunità collettive.

Tre milioni di abitanti e due unicorni non sono un colpo di fortuna. Sono il segnale di un Paese che ha scelto di scommettere sul futuro, anche quando il presente è complicato. E che, forse proprio per questo, ha imparato a innovare meglio degli altri.

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