La “pace” azero-turca per l’Armenia (Korazym 17.01.26)
Korazym.org/Blog dell’Editore, 17.01.2026 – Vik van Brantegem] – Si parla di “pace” tra Armenia e Azerbaigian ma la realtà è diversa.
Il Presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, non ha smesso di considerare il territorio dell’Armenia come il cosiddetto “Azerbaigian occidentale”.
Aliyev chiede il “ritorno” degli Azeri in Armenia.
L’Azerbaigian chiede di modificare la Costituzione dell’Armenia.
Parte del territorio dell’Armenia continua ad essere occupato dall’Azerbaigian.
Aliyev continua a parlare del cosiddetto “Corridoio di Zangezur” (strada extraterritoriale azera che taglia l’Armenia in due) e non del TRIPP (Trump Route for International Peace and Prosperity: destinato a stabilire una connettività di transito multimodale senza ostacoli sul territorio dell’Armenia, contribuendo alla pace, alla stabilità e all’integrazione regionale sulla base del rispetto della sovranità, dell’integrità territoriale e della giurisdizione degli stati).
Il patrimonio armeno millenario nell’Artsakh viene cancellato dai vandali Azeri.
Anche nel 2026, i 120.000 sfollati forzati Armeni dell’Artsakh (Nagorno-Karabakh), privati della loro patria, certamente non potranno fare ritorno a casa. Forse ciò non avverrà mai a meno che, caduto il dittatore azero, un nuovo Azerbaigian democratico volti pagina e seppellisca una volta per tutte la retorica di guerra.
Il 2026 potrebbe forse portare a nuovi passi verso la normalizzazione delle relazioni di Armenia con Turchia e lo stesso Azerbaigian. Ma la parola “pace” è stata abusata fin troppo, soprattutto da media e politici che non si rendono ben conto della situazione nel Caucaso meridionale.
Ci sarà “pace”, non quando verrà firmato un trattato vero e proprio, ma solo quando saranno rilasciati i prigionieri di guerra armeni, i soldati azeri si ritireranno dal territorio dell’Armenia, i monumenti dell’Artsakh saranno preservati e non oggetto di vandalismi o demolizioni da parte degli occupanti azeri.
Ci sarà “pace”, quando a Baku smetteranno di parlare di “Azerbajgian occidentale”, quando impareranno a usare una narrazione non di minaccia e di aggressione, quando nelle scuole elementari dell’Azerbaigian non si insegnerà più a odiare l’Armeno e non si bruceranno più le sue bandiere.

Il 14 gennaio 2026, l’Azerbaigian ha rilasciato e rimpatriato quattro prigionieri Armeni detenuti a Baku.
Almeno 19 Armeni continuano a essere prigionieri in Azerbaigian, dove sono sottoposti a torture e maltrattamenti, privati dei loro diritti fondamentali e oggetto di processi farsa basati esclusivamente sulla loro identità armena.
L’Azerbaigian continua a praticare la cosiddetta “diplomazia degli ostaggi” allo scopo di estorcere concessioni politiche all’Armenia.
Non si può consentire all’Azerbaigian di avere una copertura o l’impunità per il continuo detenzione illegale e gli abusi sui prigionieri Armeni. L’ANCA (Armenian National Committee of America – la più grande e influente organizzazione di base armeno-americana negli Stati Uniti – chiede al governo Trump di intensificare gli sforzi per garantire l’immediata e incondizionata liberazione di tutti i prigionieri Armeni rimanenti e si rivolge al Congresso degli Stati Uniti chiedendo l’adozione della Legge sul partenariato strategico con l’Armenia (ARMENIA Security Partnership Act, H.R.6840) e della Legge sulla revisione delle sanzioni contro l’Azerbaigian (Azerbaijan Sanctions Review Act, H.R.5369), al fine di ritenere l’Azerbaigian responsabile per i crimini di guerra e le violazioni dei diritti umani.
“È necessario lavorare ogni giorno e lottare incessantemente per il ritorno di altri prigionieri di guerra armeni, detenuti in Azerbaijan”, ha scritto l’Ombudsman dell’Artsakh, Gegam Stepanian, in relazione al trasferimento in Armenia dei 4 prigionieri Armeni detenuti dall’Azerbaigian.
Attualmente nelle prigioni azere si trovano otto ex funzionari dell’Artsakh: gli ex Presidenti Arkady Ghukasyan, Bako Sahakyan, Arayik Harutyunyan, il Portavoce del Parlamento David Ishkhanyan, l’ex Ministro di Stato Ruben Vardanyan, l’ex Comandante dell’Esercito di Difesa Levon Mnatsakanyan, l’ex Vice Comandante dell’Esercito di Difesa David Manukyan e l’ex Ministro degli Esteri David Babayan.
Secondo la parte azera, fino al 14 gennaio 2026 erano detenuti in Azerbaijan un totale di 23 Armeni, 16 dei quali sono stati catturati dopo l’attacco militare dell’Azerbaigian all’Artsakh il 19 settembre 2023. Per 7 di loro sono state emesse “sentenze”. Attualmente su 16 persone si stanno svolgendo i cosiddetti “processi”.
I difensori dei diritti umani armeni hanno dichiarato che in realtà nelle prigioni azeri potrebbero esserci molti più armeni.
La speranza è che Aliyev, tronfio per le sconfitte inflitte al nemico armeno, sia indotto a rilasciare se non tutti almeno una buona parte dei prigionieri Armeni in Azerbaigian. Contiamo (non molto) sulla pressione internazionale (comunque molto fiacca) e su qualche iniziativa del governo armeno (che apparentemente non si scompone più di tanto).


Questa nella prima foto era la via Tumanyan a Stepanakert, capitale dell’Artsakh ora occupato. La maggior parte delle case furono costruite nel XIX secolo, e ospitavano la quinta e sesta generazione di Armeni di Artsakh. Alcune di queste case furono costruite dagli Armeni di Shushi, quando, dopo i pogrom del 1920, il governo dell’Azerbaigian sovietico proibì agli Armeni di tornare a Shushi. Allora essi smontarono le loro case pezzo per pezzo, le portarono a Stepanakert e le ricostruirono da zero. Ora la strada è stata demolita dagli occupanti Azeri.
Ecco (seconda foto) come appare oggi via Tumanyan. Tutte le case con l’autentica architettura armena sono state distrutte in due anni e al loro posto è stato costruito questo Parco della Vittoria di Aliyev. Il 24 dicembre 2025, nel giorno del compleanno del dittatore e alla sua presenza, è stato inaugurato. L’elemento centrale del complesso è un’arca alta 44 metri, oltre a una scala di 44 gradini, a simboleggiare l’aggressione del 2020 contro l’Artsakh, condotta con il sostegno attivo della Turchia e l’utilizzo di mercenari.

