L’ansia asimmetrica di Armenia e Iran (Osservatorio Balcani e Caucaso 26.01.26)

Per decenni l’Iran ha rappresentato per l’Armenia un fondamentale retroterra strategico. È stato un canale vitale di commercio ed energia, capace di aggirare l’isolamento imposto dai confini chiusi con Turchia e Azerbaijan, una sorta di polizza geopolitica contro l’isolamento e un partner accomunato dall’interesse a bloccare la creazione di un corridoio interamente controllato da Baku e Ankara. Questo ruolo non è improvvisamente venuto meno, ma oggi appare più fragile.

Ciò che sta cambiando è l’intensificazione della strategia armena di bilanciamento. Dopo quella che è stata percepita come una grave inadempienza russa sul piano della sicurezza, con il collasso del Nagorno Karabakh, l’Armenia sta cercando nuove garanzie. L’apertura agli Stati Uniti, l’impegno dell’Unione europea e nuove forme di cooperazione militare rispondono a una logica di sopravvivenza statuale.

Dall’Iran, tuttavia, questo scenario è mal digerito. Teheran guarda con estrema ostilità a un asse di transito allineato all’Occidente lungo il proprio confine settentrionale e a qualsiasi assetto che faciliti infrastrutture logisticamente compatibili con la NATO. Ma oggi dispone di meno strumenti di pressione o di compensazione nei confronti dell’Armenia rispetto anche solo a cinque anni fa, quando la questione del Karabakh limitava Yerevan in qualsiasi direzione.

Ne emerge una classica situazione di “ansia asimmetrica”: l’Armenia è stata abbandonata alla sua sorte e cerca nuove tutele, l’Iran si percepisce accerchiato e teme una marginalizzazione strategica. Ai loro confini, Turchia e Azerbaijan appaiono sicure di sé e opportuniste.

Il quadro è ulteriormente complicato dalla profonda crisi interna iraniana, segnata da proteste di massa, repressione violenta, migliaia di vittime e un controllo sempre più stretto dell’informazione, con un regime che pare ormai reggersi solo sulla capacità di coercizione. Un contesto che rende Teheran tanto più nervosa quanto non in condizione di proiettare stabilità all’esterno.

La TRIPP

TRIPP (Trump Route for International Peace and Prosperity), l’iniziativa di collegamento multimodale sostenuta dagli Stati Uniti nell’ambito dell’accordo di pace tra Armenia e Azerbaijan siglato a Washington l’8 agosto 2025 avviene in una fase in cui Teheran appare particolarmente vincolata: regionalmente sovraesposta, economicamente sotto pressione e strategicamente compressa da dinamiche che non controlla pienamente, inclusi il coordinamento sempre più stretto tra Turchia e Azerbaijan, la postura israeliana e il rinnovato interesse occidentale per il Caucaso meridionale. In questo contesto, le scelte armene assumono un significato che va ben oltre la dimensione infrastrutturale.

TRIPP, concepito per assicurare un transito privo di ostacoli attraverso l’Armenia tra il territorio dell’Azerbaijan e la sua exclave di Nakhchivan, è per Yerevan e Washington, ma anche per Baku e Ankara, un motore di crescita economica e di stabilità regionale, con benefici per i paesi coinvolti e per il commercio trans-caspico. Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha cercato di rassicurare Teheran sul fatto che l’iniziativa non contraddice l’ordine regionale esistente né la sovranità dei vicini. Pashinyan ha ricordato che a 10 giorni dall’accordo statunitense ha affrontato il tema con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian durante la visita di quest’ultimo in Armenia, sottolineando che ogni questione sollevata è stata approfondita e che rimane disponibile a rispondere a eventuali future preoccupazioni.

Il 15 dicembre 2025 il consigliere per gli affari internazionali del Leader supremo iraniano Ali Akbar Velayati ha ricevuto l’ambasciatore armeno a Tehran e ha dichiarato l’opposizione categorica dell’Iran a qualsiasi piano che permetta agli Stati Uniti di stabilire una presenza nei pressi dei confini iraniani. Le consultazioni bilaterali sono proseguite a gennaio 2026. Il viceministro degli Esteri iraniano Majid Takht-Ravanchi ha visitato Yerevan, e ha avuto un incontro con il ministro degli Esteri armeno Ararat Mirzoyan, in cui oltre alle questioni bilaterali è stato discusso lo sblocco delle infrastrutture regionali. Dopo le critiche di Velayati, tali incontri hanno rappresentato un tentativo di attenuare i toni e mantenere aperto il canale di comunicazione.

La crisi interna iraniana pesa sull’Armenia

In questo contesto di negoziazioni tese, è esplosa la crisi interna iraniana.

Tutti i paesi del Caucaso si attengono a un rigoroso wait and see, prudenza e attesa per quella che è una drammatica tragedia, e che come crisi politica, se non di legittimità, restituirà comunque un Iran diverso.

Sulla TRIPP il governo armeno si è spinto a dire che qualsiasi governo ci sarà in Iran, avrà modo di ricredersi sull’iniziativa e comprenderne i vantaggi.

Intanto fra i morti delle manifestazioni sono già confermati dei cittadini armeno-iraniani.

Le manifestazioni hanno poi un’onda lunga nei paesi confinanti per la presenza di minoranze iraniane e cittadini che solidarizzano con gli iraniani. Punto di raccolta delle manifestazioni fuori dall’Iran sono le ambasciate iraniane presenti in vari paesi fra cui l’Armenia.

E anche qui note di tensione: Khalil Shirgholami, ambasciatore iraniano in Armenia, ha criticato le proteste quotidiane davanti all’ambasciata a Yerevan. Il Ministero dell’Interno armeno ha ribadito di garantire la sicurezza di tutte le missioni diplomatiche accreditate, sottolineando che l’Armenia, in quanto Stato democratico, è tenuta a tutelare la libertà di movimento e di riunione pacifica. Pashinyan ha ribadito il diritto di manifestare in Armenia, ma senza che questo comprometta l’attività dell’ambasciata di quello che costantemente chiama un paese fraterno, ed è arrivata la conferma dell’arresto di sette manifestanti per inosservanza degli ordini della polizia.

Ma sono anche i fattori economici a pesare: sull’Armenia grava il rischio di sanzioni dopo la minaccia americana del 12 gennaio di mettere il 25% di dazi per i paesi che commerciano con l’Iran.

Inoltre le forniture e i commerci con l’Iran in questo momento non sono garantiti. La portavoce del Ministero dell’Economia armeno, Lilit Shaboyan, ha dichiarato che Yerevan sta discutendo la possibilità di importare gas liquefatto dalla Russia verso l’Armenia via Azerbaijan, utilizzando il trasporto ferroviario. Shaboyan ha ricordato che l’Armenia importa gas liquefatto principalmente da Iran e Russia, ma che con Teheran sono emerse difficoltà “legate a circostanze note”, mentre i problemi con la Russia riguardano il valico di Lars al confine russo-georgiano, con eventi climatici che rendono il trasporto particolarmente complesso. La portavoce del ministero dell’Economia ha fatto notare infine che negli ultimi giorni il prezzo del gas liquefatto in Armenia è quasi raddoppiato.

L’Armenia si muove dunque su un crinale sottile: rafforzare la propria resilienza strategica e infrastrutturale, senza trasformare la necessaria diversificazione delle alleanze in una frattura irreversibile con un vicino indebolito, instabile – reso più imprevedibile dalla propria fragilità – e al tempo stesso ancora imprescindibile come l’Iran, paese dove peraltro vive una cospicua minoranza armena che mantiene con Yerevan rapporti intensi.

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