L’Armenia e le “pietre drago”: dalla leggenda al culto dell’acqua preistorico (Lo Scarpone 01.01.26)

Nel cuore delle montagne alte dell’Armenia, un enigma millenario ha finalmente trovato una spiegazione plausibile, che lega i monumenti noti come “pietre drago” a un complesso sistema di simboli religiosi e pratiche legate all’acqua nell’antichità. Per secoli avvolte nel mito, queste strutture di pietra sono ora al centro di uno studio scientifico che potrebbe convincere l’UNESCO a inserirle nella lista del Patrimonio dell’Umanità.

Le “pietre drago”, note con il nome armeno vishapakar vishap – termine che nei secoli tacerà tra mito e leggenda – sono monoliti scolpiti in basalto o andesite alti fino a cinque metri e del peso di diverse tonnellate. Secondo le analisi al radiocarbonio, risalgono al Calcolitico, tra il 4200 e il 4000 a.C., cioè circa mille anni prima della costruzione di Stonehenge in Inghilterra.

Le incisioni raccontano storie simboliche: pesci stilizzati, pelli di bovini e figure ibride tra animali raffigurano flussi d’acqua, uccelli e forme che sembrano raccontare la relazione tra l’uomo, la natura e le sorgenti che danno vita ai pascoli.

Un culto dell’acqua

Per generazioni, la popolazione locale ha intrecciato a questi monoliti narrativi popolari che parlavano di “draghi” – guardiani dell’acqua in grado di provocare siccità o custodire fonti preziose -. Tuttavia, le ricerche scientifiche più recenti, pubblicate sulla rivista npj Heritage Science, hanno dimostrato che questi manufatti non sono casuali né puramente decorativi: sono parte integrante di un’antica pratica religiosa e gestionale dell’acqua.

Secondo gli archeologi guidati dal professor Vahe Gurzadyan e dal collega Arsen Bobokhyan, i vishap erano collocati strategicamente vicino a sorgenti, laghi vulcanici e antichi sistemi irrigui preistorici, in particolare lungo i percorsi stagionali del bestiame e delle popolazioni nomadi. La distribuzione in quota – con una significativa concentrazione attorno a 1900 e 2700 metri sul livello del mare – non è casuale e riflette la relazione tra le attività umane e le risorse idriche nel paesaggio montano.

La scoperta non riguarda solo una reinterpretazione dei simboli scolpiti nella roccia, ma apre una finestra sulle strutture sociali e spirituali delle prime comunità dell’altopiano armeno. I vishap non erano semplici segnali geografici: erano marcatori sacri, probabilmente utilizzati in riti di preghiera, offerte e celebrazioni stagionali legate alla fertilità delle terre e alla vita animale. Il sito archeologico di Tirinkatar, uno dei più significativi, è ora in corsa per il riconoscimento come Patrimonio dell’Umanità UNESCO, un passo che gli studiosi sperano possa garantire protezione e conservazione a queste testimonianze millenarie, molte delle quali oggi giacciono distese o frammentate.

Tra mito, leggenda e scienza

L’immagine tradizionale di questi megaliti come “guardiani draghi” delle fonti d’acqua è stata integrata – non sostituita – da una comprensione più profonda: quella di un popolo che sacralizzava l’acqua, riconoscendo la sua essenzialità sia per l’agricoltura che per la sopravvivenza. La figura del drago, nella mitologia armena posteriore, può aver riflesso questa venerazione, trasformando le immagini originali in simboli di entità soprannaturali.

Oggi, il contributo scientifico di ricercatori armeni, europei e internazionali ha gettato nuova luce su un fenomeno che per lungo tempo è stato avvolto nell’oscurità storica. Con ogni pietra scoperta e datata con precisione, prende forma una narrativa che intreccia pratiche quotidiane, credenze ancestrali e la centralità di un elemento che ha segnato la civiltà umana sin dalle sue origini: l’acqua stessa.

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Pietre del drago più antiche di Stonehenge raccontano un antico culto dell’acqua sulle montagne dell’Armenia (Greenme)


Megaliti armeni rivelano venerazione millenaria delle sorgenti (Nextme)