Lettera aperta al Governo dell’Armenia, di un Molokano che vive sulle acque nere del lago di Sevan, dove guizzano trote luccicanti (Korazym 18.02.26)
[Korazym.org/Blog dell’Editore, 18.02.2026 – Renato Farina] – Signor Primo Ministro Pashinyan, signori del Governo della Repubblica d’Armenia, vi scrivo da una casa di legno che scricchiola quando il vento scende dall’Aragats e increspa il lago di Sevan. L’acqua, qui, è scura come un salmo notturno; le trote, quando affiorano, sembrano lampi d’argento. Noi Molokani non abbiamo mai amato le cornici: beviamo il latte anche nei giorni di digiuno, leggiamo la Scrittura senza chiedere il permesso, cantiamo senza palco e senza microfoni. Siamo rimasti perché l’acqua conserva la memoria e perché la libertà, se la stringi, muore.
Ho letto con attenzione il vostro documento, intitolato Sull’identificazione e il sostegno dell’estetica della Armenia reale. L’intenzione è alta, persino nobile. Ma proprio per questo il passo che compite è pericoloso.
Scrivete, fin dall’inizio, che «l’identificazione e il sostegno dell’estetica della Armenia reale diventano possibili solo quando la Armenia reale è chiaramente e inequivocabilmente intesa come spazio politico, giuridico, economico, sociale, culturale, spirituale e psicologico». E subito dopo affermate che «è necessario formulare l’estetica della Armenia reale e collegarla alle realtà politiche e giuridiche, affinché essa diventi la base di una comprensione pubblica complessiva e un fattore chiave di solidarietà».
Qui avviene qualcosa di grave: con un’abiura silenziosa si dimentica ciò che insegnano i Padri armeni, cioè che ciò che è spirituale è reale. Così si codifica implicitamente che l’Artsakh – internazionalmente Nagorno Karabakh – sia Armenia “irreale”, dunque non-Armenia. È l’esatto contrario dell’irredentismo: è l’accettazione “realistica” del fatto compiuto, e quindi la legalizzazione del frutto di un genocidio cominciato nell’Impero ottomano a fine Ottocento e mai davvero interrotto.
Di questo genocidio è stata ed è espressione la pulizia etnica della terra armena – per storia, cultura, DNA spirituale – dell’Artsakh. E continua oggi con l’amputazione di questa verità storica e giuridica dai trattati di pace e persino dai documenti estetici. Si esclude in radice un accordo sul diritto al rientro e al possesso delle case e delle chiese per i cento-ventimila Armeni di Stepanakert e degli altri villaggi. E anche se mai qualcosa fosse concesso, non sarebbe comunque un’estetica armena: al massimo una concessione amministrativa, magari simile a un regime di autonomia speciale.
Si pensi all’Alto Adige–Sud Tirolo: sovranità italiana, ma tutela piena – in teoria e in pratica – dell’identità linguistica e culturale, garantita da un trattato internazionale sotto osservazione ONU. Qui invece si chiede di chiamare “realismo” ciò che è rinuncia.
Ecco il punto critico: l’estetica non si formula. L’estetica accade. Non nasce da una definizione, ma da una ferita. Non da un collegamento giuridico, ma da un corpo che resiste. Quando lo Stato pretende di formulare il bello e di metterlo a sistema, non lo protegge: lo normalizza.
Comprendo la vostra diagnosi quando osservate che ciò che oggi viene presentato come descrizione culturale e spirituale dell’Armenia «spesso contraddice l’idea di Armenia reale», oppure «la tratta come una condizione temporanea e imposta», o ancora «non riflette la vita reale». È vero. Ma la cura che proponete rischia di essere peggiore della malattia.
Affermate che l’estetica della Armenia reale dovrebbe diventare «un fattore chiave di solidarietà pubblica». Ma quando l’arte viene chiamata a garantire la solidarietà, smette di essere libera. Diventa strumento di edulcorazione dell’ingiustizia. E quando scrivete che occorre introdurre «meccanismi di valutazione delle forme culturali e del lavoro artistico», entrate in un territorio che nessuno Stato dovrebbe attraversare: quello della pedagogia del gusto.
La tirannia classica vieta. Questa nuova forma democratica premia, orienta, valuta. Non dice: “Questo è proibito”, ma: “Questo è conforme ai valori”. Chi non rientra non è un nemico: è un immaturo. È così che l’arte muore di buone intenzioni.
Elencate valori condivisibili – pace, giustizia, responsabilità pubblica, partecipazione – ma l’arte non è chiamata a esprimerli: è chiamata a metterli in questione. La pace, se diventa criterio estetico dominante, smette di essere pace e diventa decorazione. La pace vera nasce solo dalla verità detta tutta, anche quando disturba la pace imposta dai potenti.
Qui, sulle rive del Sevan, ricordiamo che l’Armenia non è nata da una politica culturale. È nata da una testimonianza. Per questo vi ricordo Agatangelo, segretario del Re Tiridate e storico della conversione dell’Armenia nel IV secolo. Nella Storia di San Gregorio l’Illuminatore non scrisse un manifesto ideologico, ma una cronaca epica: il martirio delle vergini, la follia del potere pagano, la conversione come evento pubblico, corporeo, nazionale. Agatangelo non formulò un’estetica. Raccontò dei fatti. E da quei fatti nacque una forma, una lingua, un popolo. Non per decreto, ma per verità.
Lo sapeva Osip Mandel’štam, quando parlava delle pietre: non ornamenti, ma materia che resiste e urla. Le pietre urlano perché sono vive. Se le lucidate troppo, smettono di parlare. E lo sapeva Vasilij Grossman, che in Il bene sia con voi non costruisce sistemi, ma mostra volti, gesti, misericordie improvvise. Il bene non si impone. Accade.
Vi chiedo anche di liberarvi dalla morsa del ricatto occidentale: l’idea che per essere moderni occorra amministrare il senso, che per essere europei bisogna normalizzare l’immaginario, che per essere pacifici si debba sterilizzare il tragico. Non è vero. L’Europa migliore nasce quando accetta l’eresia creativa, non quando la certifica.
Lasciate che il palco sia aperto, non orientato. Lasciate che il dolore parli senza essere corretto. Lasciate che la gioia irrompa senza essere programmata. Lasciate che le pietre urlino. Lasciate che il bene accada.
Io resto qui, sul Sevan. L’acqua è scura, le trote brillano. Non chiedono linee guida per essere belle. Nuotano. E basta.
Con rispetto libero,
Il vostro Molokano
P.S. – Un appello al Governo italiano
Mi rivolgo al Governo italiano, in particolare al Ministro degli Esteri Antonio Tajani e al Viceministro Edmondo Cirielli.
L’Italia ha salutato con favore l’intesa di pace – una bozza di impegni – firmata l’8 agosto a Washington dal Presidente azero Ilham Aliyev e dal Premier armeno Nikol Pashinyan, alla presenza di Donald Trump. Ma in quel testo mancavano l’Artsakh, conquistato manu militari dall’Azerbajgian il 23 settembre 2024, e i diritti dei 120 mila Armeni costretti all’esilio dalla loro terra millenaria. Un silenzio che pesa.
Chiedo ai rappresentanti del nostro Paese: potete usare il peso dell’Italia per spingere almeno sulla liberazione degli ostaggi Armeni detenuti nelle carceri di Baku? Se la pace deve essere qualcosa di più di una formula, cominci dai prigionieri.
Una piccola buona notizia c’è: il 14 gennaio 2026 l’Azerbajgian ha rilasciato e rimpatriato quattro prigionieri Armeni. Ma almeno 19 restano detenuti, sottoposti a torture e maltrattamenti, processati in tribunali-farsa per la sola colpa della loro identità. Baku continua a praticare la “diplomazia degli ostaggi”.
Secondo l’ANCA (Armenian National Committee of America) è necessaria una pressione internazionale più incisiva per l’immediata e incondizionata liberazione di tutti i detenuti e per chiamare l’Azerbajgian a rispondere dei crimini di guerra e delle violazioni dei diritti umani. «È necessario lavorare ogni giorno e lottare incessantemente per il ritorno degli altri prigionieri armeni», ha scritto l’Ombudsman dell’Artsakh, Gegam Stepanian.
Nelle prigioni azere si trovano otto ex alti funzionari dell’Artsakh, tra cui tre ex Presidenti. Secondo Baku, fino al 14 gennaio 2026 erano detenuti 23 Armeni, 16 catturati dopo l’offensiva del 19 settembre 2023; per alcuni sono già state emesse “sentenze”, per altri sono in corso processi. I difensori dei diritti umani avvertono che i detenuti potrebbero essere molti di più.
La speranza – sobria, non ingenua – è che Aliyev, tronfio per le sconfitte inflitte al nemico armeno, sia indotto a rilasciare almeno una parte significativa dei prigionieri. Contiamo poco sulla pressione internazionale, finora fiacca; contiamo ancor meno su iniziative visibili del governo armeno. Proprio per questo, l’Italia può e deve fare di più. Non per prendere parte, ma per non voltarsi dall’altra parte.
Il vostro amico M.
Questo articolo è stato pubblicato sul numero di febbraio 2026 di Tempi.
