Perché Aliyev in Azerbaigian non fa la fine di Maduro (Tempi07.01.2026)
Tra pulizie etniche e propaganda il dittatore azero riscrive la storia, forte dell’impunità garantita dal petrolio
Il dittatore petrolifero Aliyev non verrà detenuto né rapito insieme alla moglie, vicepresidente dell’Azerbaigian; non subirà le sanzioni, le ritorsioni o le messinscene morali che l’Occidente riserva ad altri regimi non allineati, come quello del presidente venezuelano Maduro.
Ad Aliyev, invece, è stato ed è tuttora concesso tutto: commettere crimini di guerra in piena impunità (2020), orchestrare un blocco disumano durato nove mesi contro la popolazione armena dell’Artsakh, portare a termine una pulizia etnica (2023) e, infine, concedere un’amnistia ai criminali più feroci (2025) – ironicamente proprio coloro che hanno partecipato alle violenze contro gli armeni.
Aliyev e l’impunità garantita grazie al petrolio
Gli è stato permesso premiare un assassino come Ramil Safarov e, allo stesso tempo, infliggere condanne pesantissime, degne di un sistema di presa in ostaggio, a prigionieri armeni detenuti da anni nelle carceri di Baku. Il tutto nel silenzio complice delle cancellerie occidentali. E non parliamo nemmeno della distruzione sistematica del patrimonio cristiano armeno rimasto nei territori dell’Artsakh occupati dalle forze azere: un vero e proprio genocidio culturale consumato sotto gli occhi di tutti.
Queste barbarie sono tollerate perché, a differenza del caso Maduro – punito per aver osato (quasi) nazionalizzare le risorse del proprio paese – l’Azerbaigian garantisce all’Occidente un flusso energetico impeccabile: il petrolio azero viene diligentemente servito, ingoiato da multinazionali come la Bp, convogliato attraverso il gasdotto Tanap fino alla Puglia e il tutto saldamente cementato da decenni di “diplomazia del caviale”, raffinata fino a diventare un’arte della corruzione politica.
Ostaggi e detenzioni arbitrarie
Questo regime fascistoide in piena degenerazione continua a tenere in detenzione decine di cittadini russi e armeni dell’Artsakh, utilizzandoli come merce di scambio nei giochi politici con Russia e Armenia. Naturalmente, viziato dall’Occidente egemone che si abbevera del suo petrolio tramite le multinazionali, il regime autoritario e oligarchico di Aliyev può permettersi questa sfacciataggine tanto nei confronti della Russia di Putin quanto della squadra perdente di Pashinyan.
Allo stesso tempo, il regime impone la propria lettura della storia e dell’attualità: interferisce apertamente nell’Agenda strategica di partenariato Armenia-Ue, spingendosi fino a correggerne la terminologia ufficiale. Gli “sfollati”, secondo la narrazione prescritta da Baku, dovrebbero essere definiti come coloro che, dopo aver rifiutato il programma di “reintegrazione” presentato dall’Azerbaigian, si sarebbero trasferiti volontariamente in Armenia. È su questo avverbio – volontariamente – che si concentra l’apice del cinismo: gli armeni avrebbero “scelto” di andarsene sotto i bombardamenti, sotto la minaccia delle bombe a grappolo, per non fare la fine delle vittime di Sumgait, Baku e Maragha.
Propaganda e riscrittura della storia
Qui la violenza non si limita ai fatti, ma si prolunga nel linguaggio; la sopraffazione non si accontenta dell’espulsione fisica, ma pretende l’adesione semantica delle vittime alla versione del carnefice. È questa la forma più estrema di sottomissione che il regime dittatoriale di Aliyev tenta di imporre: riscrivere l’esperienza del trauma e trasformare la fuga forzata in una scelta. È, per dirla con Walter Benjamin, la storia scritta dai vincitori, qui esibita nella sua forma più crudele e oscena.
Non solo. Copiando deliberatamente una terminologia legittimamente adottata dalla storiografia per gli Armeni – quella di Armenia Occidentale, affermatasi dopo il genocidio del 1915 – gli azeri, ovvero i turchi del Caspio, operano un calco concettuale e propagandistico, imponendo la nuova e artificiale narrazione della cosiddetta “Azerbaigian occidentale” immediatamente dopo aver conquistato e ripulito etnicamente l’Artsakh armeno. Questo discorso fascista ed espansionista non è marginale né spontaneo: è finanziato, promosso e istituzionalizzato a livello statale dall’Azerbaigian.
Monumenti, parate e processi farsa
Eppure il dittatore petrolifero Aliyev – alleato strategico di Israele in quanto fornitore di una piattaforma avanzata di aggressione contro l’Iran, in aperto contrasto con il doppiogiochismo di Erdoğan, paladino retorico della Palestina – non verrà né detenuto né rapito. Maduro sì; Aliyev no. Forte dell’ipocrisia occidentale, a Stepanakert svuotata dei suoi abitanti, inaugura l’ennesimo monumento della “vittoria” nella guerra dei 44 giorni, cioè della pulizia etnica, un monumento bianco in stile Berdimuhamedov, perfettamente coerente, nella sua ideologia, con il Parco dei trofei militari di Baku, dove manichini grotteschi raffiguravano il “nemico” armeno in una propaganda statale apertamente armenofoba.
Il tutto mentre si consuma un processo farsa contro i prigionieri armeni, rappresentanti dell’Artsakh autodeterminatasi trentacinque anni fa attraverso una secessione legittima, ignorata e cancellata dall’intera comunità internazionale. Questo è il teatro della vittoria azera: monumenti, parate, umiliazioni simboliche, sullo sfondo di celle, torture e silenzi diplomatici. E tutto ciò avviene sotto l’egida della Turchia, che nel frattempo incarcera giornalisti come Tuğçe Yılmaz per aver osato esprimersi sul Genocidio degli armeni.
Questa non è geopolitica: è complicità. Non è realpolitik: è la normalizzazione del crimine quando serve agli interessi energetici e militari dell’Occidente.
