Ricordando i massacri di Armeni a Sumgait in Azerbajgian, 27-29 febbraio 1988. Dare un nome è potere e conoscenza (Korazym 28.02.26)
Nella cattedrale di Echmiadzin, sede del Patriarca Supremo e Catholicos di tutti gli Armeni della Chiesa Apostolica Armena, sotto la guida di Sua Santità Karekin II, si è svolta ieri una cerimonia commemorativa in memoria delle vittime dei pogrom di Sumgait organizzati dalle autorità azere. Durante la cerimonia si è pregato per l’anima degli Armeni vittime dei massacri.
L’orrore di Sumgait
I massacri di Armeni a Sumgait – una città situata a mezz’ora di auto da Baku, la capitale dell’Azerbajgian, si svolsero in pieno giorno, testimoniati da numerosi attoniti passanti. Il picco delle atrocità commesse da bande di Azeri fu raggiunto il 27-29 febbraio 1988.
Gli eventi furono preceduti da una ondata di dichiarazioni anti-armene e manifestazioni in tutto la Repubblica Socialista Sovietica dell’Azerbajgian nel febbraio del 1988.
Il quotidiano Izvestia del 20 agosto 1988 cita il Vice Procuratore sovietico Katusev, che ha detto che quasi tutta l’area di Sumgait, una città con popolazione di 250.000 abitanti, era diventato un luogo di libero pogrom di massa. Gli autori materiali che fecero irruzione nelle case degli Armeni erano stati aiutati da liste preparate con i nomi dei residenti. Erano armati con sbarre di ferro, pietre, asce, coltelli, bottiglie e taniche di benzina. Secondo testimoni, alcuni appartamenti sono stati perquisiti da gruppi da 50 a 80 persone. Simili folle (fino a 100 persone) hanno preso d’assalto le strade.
Ci furono dozzine di incidenti e 53 assassinati – la maggior parte di quelli bruciati vivi dopo essere stato aggrediti e torturati. Centinaia di persone innocenti furono ferite e rese invalide. Molte donne, tra cui delle ragazze adolescenti, furono violentate. Più di duecento appartamenti furono perquisiti, decine di auto bruciate, numerosi negozi e botteghe saccheggiate. I manifestanti scagliarono mobili, frigoriferi, televisori, letti dai balconi e poi li bruciarono. Il risultato diretto e indiretto di questi orrori furono decine di migliaia di profughi.
Queste furono le perdite umane. Politicamente, è stato più orribile e significativo, che né la polizia né gli addetti alla pubblica emergenza interferirono. Il testimone S. Guliev descrisse gli eventi: “La polizia ha lasciato la città in balia della folla. Non era in nessun posto. Non ho visto alcun poliziotto in giro”.
In Tribunale, il testimone Arsen Arakelian raccontò la malizia dei medici dell’ambulanza che non vennero per aiutare la madre sofferente di una commozione cerebrale, con le ossa rotte, emorragie e bruciature, né lasciarono che venisse portata in ospedale.
L’esercito arrivò a Sumgait il 29 febbraio. Tuttavia, si limitò a fare scudo contro i manifestanti che devastavano e lanciavano pietre contro i soldati e fece poco per proteggere gli Armeni. “Noi non abbiamo istruzioni per andare dentro”, fu la risposta dei soldati alle richieste di aiuto delle vittime, secondo la testimonianza di S. Guliev.
Secondo gli (incompleti) dati dei procuratori sovietici, tra il febbraio 1988 e maggio 1991,388 Armeni sono stati uccisi e 302.000 sono stati deportati dall’Artsakh/Nagorno-Karabakh e dei villaggi azeri confinanti con l’Armenia.
La leadership azera, allora come oggi, non ha mai espresso rimorso per la pulizia etnica ed i massacri degli Armeni in Azerbajgian, o degli Armeni dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh. Secondo Ilias Izmailov, Procuratore Generale dell’Azerbajgian durante i pogrom Sumgait, “gli autori dei pogrom ora hanno ricevuto mandati e siedono in Parlamento” (Zerkalo, 21 febbraio 2003).
Il numero degli Armeni in Azerbajgian prima dei progrom del 1988
Le manipolazioni azere riguardano anche il numero degli Armeni nella Repubblica Socialista Sovietica dell’Azerbaigian. Quando gli Azeri fanno riferimento al censimento del 1989 per dichiarare che gli Armeni nella RSS dell’Azerbajgian erano “solo 390.000”, è importante porre una semplice domanda: in quale contesto storico è stato condotto questo censimento?
Il 1989 è già dopo gli eventi di Sumgait (1988), dopo un’ondata di violenza e di esodo di massa della popolazione armena dalla RSS dell’Azerbajgian. Le persone non se ne andavano “secondo un piano”, ma per salvare le loro famiglie.
Secondo il censimento del 1979 (l’ultimo prima dei pogrom), nella RSS dell’Azerbajgian vivevano 475.486 Armeni. Secondo il censimento del 1989 c’erano circa 390.000 Armeni. La differenza è di circa 85.000 persone. E questa è solo la statistica ufficiale, senza contare coloro che hanno lasciato la regione prima del censimento del 1989 e non sono stati correttamente registrati.
Da notare che nella Repubblica Socialista Sovietica dell’Armena vivevano circa 84.000 Azeri.
Le continue minacce dell’Azerbajgian all’Armenia
“I rifugiati dell’Azerbajgian occidentale torneranno nelle loro terre storiche, poiché questo è un loro diritto inalienabile”, ha dichiarato ieri Aziz Alekberli, Presidente della “Comunità dell’Azerbaigian Occidentale”.
“Azerbajgian Occidentale” altro non è che il nome inventato dal regime autocratico dell’Azerbajgian per l’Armenia, con l’obiettivo di avanzare pretese territoriali.
Secondo Alekberli, il ritorno dei connazionali nelle loro terre natie è una giustizia storica. Ha sottolineato che gli sfollati forzati, dopo decenni di separazione, stanno già tornando nelle loro case, e ha espresso la fiducia che un processo simile riguarderà anche i rifugiati dell’Azerbaijan Occidentale: “Nell’Azerbajgian Occidentale si trovano le nostre case e le nostre terre, e i rifugiati torneranno anche nelle loro terre ancestrali. Ne siamo sicuri”.
Iniziativa Italiana per il Karabakh ha commentato: “Caro Aziz, ci hai convinto. Ora però facciamo tornare anche gli sfollati dell’Artsakh nelle loro case e i 400.000 Armeni che a fine degli anni Ottanta furono costretti a fuggire dalla Repubblica Socialista Sovietica dell’Azerbajgian per i pogrom nei loro confronti. Che ne dici? Sarebbe contento il tuo dittatore Aliyev di avere mezzo milione di Armeni in casa? Ovviamente no”.
Queste dichiarazioni di questa pseudo Comunità dell’Azerbajgian Occidentale hanno solo due scopi:
- continuare a minacciare il nemico facendo pressione su ogni argomento della propaganda nazionalista;
- evitare che si parli di un ritorno dei profughi Armeni in Artsakh.
Ruben Vardanyan non fa appello
L’ex Ministro di Stato della Repubblica di Artsakh/Nagorno Karabakh, Ruben Vardanyan, non fa appello contro la sua condanna a 20 anni di carcere in Azerbajgian.
In un’intervista a France24, figlio di Ruben Vardanyan, David, ne ha spiegato il motivo: “Dopo aver consultato mio padre al telefono, abbiamo deciso di non presentare appello ai tribunali azeri, considerando la posizione pregiudiziale e unilaterale assunta dal tribunale azero. Purtroppo, è assolutamente evidente – come sottolineato anche da Amnesty International – che il fatto che un civile, che non ha mai ricoperto una posizione militare, sia stato giudicato da un tribunale militare contraddice tutte le norme internazionali.
Considero molto importanti anche le parole del Presidente Trump dell’8 agosto, quando ha dichiarato al Primo Ministro Pashinyan che a Baku erano detenuti 23 ostaggi Armeni Cristiani e che avrebbe contribuito a risolvere la questione. Il Vice Presidente Vance ha confermato, che durante la sua visita sia in Armenia che in Azerbajgian, ha sollevato anche questo argomento negli incontri con i leader di entrambi i Paesi. Pertanto, penso che il Governo Trump comprenda anche che per normalizzare le relazioni è fondamentale la liberazione degli ostaggi.
Spero davvero che l’Armenia e l’Azerbajgian possano raggiungere una pace vera e duratura. Ma un foglio di carta firmato, in assenza di buona volontà tra i Paesi, è solo un foglio di carta. Come sapete, se guardiamo alla storia, la famosa foto di Neville Chamberlain ha anche dimostrato che un documento da solo non significa nulla senza azioni reali e tangibili.
In realtà, mio padre è un cittadino Armeno e tutti gli altri ostaggi Armeni sono anche esclusivamente cittadini Armeni. Hai toccato un punto molto importante: in definitiva, è il governo armeno ad avere la responsabilità e l’obbligo fondamentale di garantire la rapida liberazione di tutti questi prigionieri. Non si tratta solo di mio padre, ma anche degli altri 18 ostaggi Armeni detenuti illegalmente e delle persone scomparse. Spero che tutti le partii importanti della regione aiuteranno a risolvere questa questione, ma alla fine la responsabilità principale per il ritorno dei nostri cittadini a casa in sicurezza spetta al governo armeno.
Nonostante tutte le difficoltà, le prove e le condizioni in cui si trova da oltre 860 giorni, rimane molto fiducioso. Ci dice sempre di non perdere la speranza, di attenerci ai nostri principi – perché è esattamente questo che fa, nonostante tutta la pressione, che ha affrontato e continua ad affrontare, per rifiutare la sua fede nel fatto che l’Armenia e l’Azerbajgian debbano coesistere in una pace veramente solida, basata sul rispetto reciproco. Rimane fedele ai suoi principi e ci esorta a non cedere alla paura, a difendere la giustizia, nonostante tutto, per quanto difficile possa essere. Mantiene la speranza, non nutre rancore nei confronti di nessuno e spera sinceramente che l’Armenia e l’Azerbajgian trovino un modo per coesistere come vicini”.

Il tentativo di far dimenticare l’Artsakh
Secondo quanto riferiscono alcuni media armeni, il Ministero dell’Istruzione dell’Armenia avrebbe inviato una lettera alle scuole chiedendo di rimuovere gli “angoli della gloria” dedicati ai caduti nelle guerre dell’Artsakh e di sostituirli con lo stemma e la bandiera dell’Armenia con la scritta “Studiate bene, per vivere bene”.
Informazioni simili erano emerse due anni fa, ma allora il processo era stato interrotto a seguito di proteste pubbliche. Ora, le autorità starebbero nuovamente cercando di promuovere l’iniziativa. La responsabilità della sua attuazione sarebbe stata affidata ai governatori delle regioni, poiché alcuni direttori delle scuole si sarebbero rifiutati di eseguire l’ordine volontariamente.

Dare un nome è uno strumento di potere e di conoscenza
Non Agri, ma Ararat.
Non Istanbul, ma Costantinopoli.
Non Javakheti, ma Javakhk.
Non Nakhchivan, ma Nakhijevan.
Non Karabakh, ma Artsakh.
Non Shusha, ma Shushi.
Non Ganja, ma Gandzak.
Non Lachin, ma Berdzor.
Non Erzurum, ma Karin.
Non Kelbajar, ma Karvachar.
Non Khankendi, ma Stepanakert.
Non Khojaly, ma Ivanyan.
Non Hodjavend, ma Martuni.
Non Aghdere, ma Martakert.
Non Aghdam, ma Akna.
Non Jebrail, ma Jrakan.
Non Fizuli, ma Varanda.
Non Gubadly, ma Sanasar.
Non Zangilan, ma Kovsakan.
Dare un nome è un atto che fonda l’esistenza. Nominare significa riconoscere, distinguere, mettere in relazione. Un nome non è soltanto una parola: è un significato, un legame, una memoria che si trasmette. È il primo gesto con cui si sottrae qualcosa al nulla e lo si consegna alla storia.
Il nome va “abitato” con cura, perché crea relazione. È il punto in cui identità e racconto si incontrano. Le storie che un popolo racconta a sé stesso – e con cui si identifica – sono la sua più grande tecnica di sopravvivenza. E ogni storia comincia da un nome.
Come scrive Pavel Florenskij ne Il valore magico della parola, “ogni nome ha involontariamente un effetto, non può cioè restare senza effetto su colui [o la cosa] che lo porta”. Il nome è una presenza che distingue e separa dal nulla. È un’affermazione ontologica: “Tu esisti”.
Gli antichi Latini sintetizzavano questa consapevolezza con l’espressione “nomen est omen”: nel nome è inscritto un destino. Il nome non descrive soltanto, orienta. Non indica soltanto, imprime. In esso si intrecciano passato, presente e futuro di una persona, di un luogo, di una comunità.
Anche la psicologia contemporanea riconosce il valore simbolico e identitario del nome. Nella psicogenealogia e negli studi transgenerazionali, il nome è considerato un’impronta: conserva memorie familiari, culturali, religiose. Può custodire desideri inespressi, fedeltà invisibili, eredità affettive. È uno dei primi suoni che impariamo a riconoscere e a cui reagiamo. Non è neutro: è carico di significati, emozioni, appartenenze.
Nella vita quotidiana, nominare significa comprendere. La denominazione è lo strumento attraverso cui classifichiamo il mondo, lo rendiamo intelligibile, lo ordiniamo. Conoscere e nominare sono atti inseparabili: ciò che ha un nome entra nel nostro orizzonte di senso. E ciò che entra nel nostro orizzonte può essere custodito – o dominato.
Non è un caso che nella Bibbia (Genesi 2,18-20) sia Adamo a dare un nome agli esseri viventi: è un gesto che simboleggia responsabilità e dominio sul creato. Nominare è assumere una posizione nel mondo, esercitare una forma di potere.
La letteratura ha saputo raccontare con forza questa verità. In Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez, la ripetizione dei nomi nella famiglia Buendía diventa filo conduttore della memoria e dell’identità attraverso le generazioni. Ne I promessi sposi di Alessandro Manzoni, l’Innominato incarna l’angoscia dell’assenza di identità: ciò che non ha nome sfugge, inquieta, destabilizza. Nella saga di Harry Potter di J. K. Rowling, il rifiuto di pronunciare il nome di Voldemort è un atto di paura; chiamarlo per nome diventa invece il primo passo per affrontarlo.
Il semplice atto di nominare trasforma l’ignoto in qualcosa di concreto. Attraverso il linguaggio, ciò che è indistinto prende forma, ciò che è informe diventa riconoscibile. La denominazione ha dunque una dimensione ontologica: fa esistere ciò che nomina e ne rende possibile la conoscenza.
Per questo la sostituzione sistematica dei nomi non è mai un fatto neutro. Cambiare un nome significa intervenire sulla memoria, sulla percezione, sull’identità. Significa tentare di riscrivere la storia attraverso le parole. Quando nomi ancestrali vengono cancellati e rimpiazzati, non si compie soltanto un’operazione linguistica: si agisce su un patrimonio simbolico, su un’eredità culturale, su una geografia della memoria.
Un nome è uno strumento di potere e di conoscenza. Attribuisce identità, crea legami emotivi e cognitivi, stabilisce relazioni. Nominare significa comprendere; comprendere significa poter influenzare. E in questo spazio sottile tra linguaggio e realtà si gioca una parte decisiva della storia dei popoli.
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