Ottantaduesimo giorno del #ArtsakhBlockade. Gli urli dei nessuno, che costano meno delle pallottole che li ammazza (Korazym 03.03.23)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 03.03.2023 – Vik van Brantegem] – I cittadini Armeni della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh chiedono giustizia e autodeterminazione per poter vivere in pace nel loro Paese. Chiediamo il diritto all’autodeterminazione per gli Armeni dell’Artsakh. I cittadini dell’Artsakh hanno diritto all’autodeterminazione. L’autodeterminazione è prevenzione del genocidio.

La fiaccolata “L’Artsakh Vive” che si è svolta il 26 settembre 2021 a Stepanakert, guidata da una donna incinta con un bambino, da un soldato con la bandiera dell’Artsakh e da Padre Minas Movsisyan con la croce pettorale, che simboleggiano la vita, la forza e la fede, ad un anno dall’inizio della guerra dei 44 giorni, in memoria dei figli del popolo armeno caduti. La fiaccolata è iniziata dal cortile della chiesa di San Giacomo, dove Padre Movsisyan ha celebrato un servizio funebre per gli eroi morti difendendo la Patria un anno prima. Quindi la fiaccolata si è diretta al memoriale di Stepanakert, portando una bandiera dell’Artsakh di 100 metri.

Per il terzo giorno consecutivo, il Servizio Stampa del Ministero della Difesa della Repubblica di Arsakh/Nagorno-Karabakh segnala violazioni del cessate il fuoco da parte dell’Azerbajgian. Questa volta, nella notte tra il 2 e il 3 marzo, le unità delle forze armate azere, hanno sparato con armi leggere dai territori delle regioni di Askeran, Martakert e Martuni della Repubblica di Artsakh che hanno occupati con la forza. Le violazioni del cessate il fuoco sono state segnalate al comando delle truppe di mantenimento della pace russe di stanza in Artsakh.

Il Ministero degli Esteri della Repubblica di Artsakh ha commentato: «Nella notte del 2 marzo e la mattina del 3 marzo, unità delle forze armate azere di stanza nei territori occupati delle regioni Askeran, Martakert e Martuni della Repubblica di Artsakh hanno violato il cessate il fuoco stabilito dalla Dichiarazione Trilaterale del 9 novembre 2020. Condanniamo fermamente le provocazioni della parte azera, che sono state effettuate immediatamente dopo l’incontro regolare dei rappresentanti della Repubblica di Artsakh e della Repubblica di Azerbaigian, che ha avuto luogo nell’Artsakh attraverso la mediazione del comandante della forza di mantenimento della pace russa. Sullo sfondo delle discussioni avvenute tra le parti su questioni umanitarie e infrastrutturali nel contesto della necessità di eliminare immediatamente il blocco illegale dell’Artsakh, le azioni dell’Azerbajgian indicano chiaramente la sua riluttanza ad adempiere incondizionatamente ai propri impegni, compresi quelli derivanti dalla decisione della Corte Internazionale di Giustizia, in merito allo sblocco del Corridoio di Lachin. A questo proposito, riteniamo necessario che la comunità internazionale continui ad attuare mezzi concreti per esercitare pressioni sull’Azerbajgian al fine di frenare le azioni e le intenzioni distruttive di quest’ultimo, che mirano a risolvere i problemi con la forza».

«Le agenzie di stampa statali azere stanno distribuendo un video che dimostra chiaramente che un cecchino dell’Azerbajgian sta “lavorando” sulle posizioni dell’Artsakh» (Ararat Petrosyan – Caporedattore di Respublica Armenia, 3 marzo 2023 – Video).

Per confermare che il Corridoio di Berdzor (Lachin) è sempre bloccato:
1. L’emittente pubblico azero Ictimai TV mostra immagini di 61 veicoli delle forze di mantenimento della pace russe hanno attraversato la “strada Lachin-Khankendi” (traduciamo: l’autostrada interstatale Goris-Berdzor (Lachin)-Stepanakert, bloccato da sedicenti “eco-attivisti” dal 12 dicembre 2023.
2. 9 malati di cancro che necessitavano di interventi chirurgici urgenti sono stati trasferiti dall’Artsakh/Nagorno-Karabakh in Armenia dal Comitato Internazionale della Croce Rossa. Dal 12 dicembre 2022, l’inizio del blocco da parte dell’Azerbajgian, la Croce Rossa ha trasferito 144 pazienti.
Soltanto veicoli delle forze di mantenimento della pace russe e del CICR possono transitare lungo il Corridoio di Berdzor (Lachin).

Alcuni partecipanti “civili pacifici” per “preoccupazioni ambientali” alla “protesta pacifica” che blocca il Corridoio di Berdzor (Lachin).

Il 1° marzo 2023 abbiamo condiviso il link al documento con i dati dettagliate di intelligence sul blocco azero dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh: i partecipanti (nome, organizzazione, messaggi dalla parte bloccata del Corridoio di Berdzor (Lachin) e video/dichiarazioni anti-armene), i partecipanti con una foto in uniforme militare (nome, affiliazione e informazioni aggiuntive) e le organizzazioni coinvolti (nome, ulteriori informazioni e altro). In questo documento si può verificare che siano coinvolte nel blocco del Corridoio di Berdzor (Lachin) solo persone vicine al regime dittatoriale di Ilham Aliyev: membri del partito al governo, organizzazioni finanziate dallo stato e così via [QUI].

«Succede ora. Al Parlamento di Azerbajgian si sta svolgendo un’udienza pubblica molto importante sul tema “Superare le montagne. Pacifico e giusto ritorno nell’Azerbaigian occidentale [Armenia]”. È diritto intrinseco di tutti gli Azerbajgiani tornare alle loro case (nell’odierna Armenia) in modo pacifico!» (Tural Ganjali, Membro del Parlamento della Repubblica di Azerbajgian, in rappresentanza della città di Khankendi [Stepanakert, Capitale della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh]. Responsabile della piattaforma di esperti “Baku Network”).

Certo, “in modo pacifico”, che è un modo di fare caratteristico degli Azeri.

«L’uomo che celebra l’espulsione di 600.000 Armeni indigeni dall’Artsakh e dall’Azerbajgian negli ultimi 35 anni ha l’audacia di negare il #ArtsakhBlockade e in qualche modo chiedere il “ritorno” di 160.000 Azeri sfollati dall’Armenia durante la guerra del 1988-1994» (Christopher Khachadour).

«Ispirato dal mio incontro con Ilham Aliyev, Presidente dell’Azerbajgian, oggi. Raccomando i contributi del Movimento dei non allineati ad un’amicizia multilaterale più forte e alla ripresa da COVID-19. Insieme, possiamo spingere per politiche idriche e climatiche integrate e per il sistema globale di informazioni sull’acqua di cui il mondo ha bisogno» (Csaba Kőrösi, Presidente della 77ª sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite).

«Questo è ciò che non va nelle ONU. Il Presidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Csaba Korosi, ammirando il brutale dittatore genocida dell’Azerbajgian, che sta mettendo in pericolo migliaia di vite Armene con il #ArtsakhBlockade, che finge di preoccuparsi del Covid19 solo per continuare a mantenere chiusi i suoi confini terrestri per i suoi cittadini» (Nara Matini).

«Mi sono congratulato con il Presidente Ilham Aliyev per la Presidenza di successo del Movimento dei non allineati e ho avuto un opportuno scambio sulle questioni di non proliferazione. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica continuerà a sostenere l’Azerbajgian per aumentare la sua produttività agricola e migliorare la salute attraverso le tecniche nucleari» (Rafael Mariano Grossi, Direttore Generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica).

«Apparentemente, Rafael Mariano Grossi, il capo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, pensa che il genocida Aliyev abbia fatto un ottimo lavoro. È vero, nessun altro dittatore può commettere orribili crimini di guerra, violazioni delle risorse umane, far morire di fame e congelare 120.000 persone in #ArtsakhBlockade e ricevere così tanti elogi dal mondo» (Nara Matini).

Ilham Aliyev – Azerbaigian – Presidente del Movimento dei Non Allineati.
L’Azerbajgian ha fornito sostegno finanziario e umanitario legato al coronavirus a più di 80 Paesi, la maggior parte dei quali della nostra famiglia del Movimento dei Non Allineati attraverso canali bilaterali o l’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Salve Signor Presidente Dittatore Comandante in Capo delle Forze Armate dell’Azerbajgian, Ilham Aliyev, grazie che ci tiene informati che insieme alla diplomazia del caviele funzione anche la sanità del caviale. Anche oggi si è sporcata le mani con il sangue del popolo Armeno in Artsakh? A proposito, Artsakh è Armenia.

Il Primo Ministro dell’Armenia al Bundestag: l’Azerbajgian sta preparando un’aggressione su larga scala contro l’Armenia

In visita nella Repubblica Federale Tedesca, il Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan, oggi 3 marzo 2023 ha avuto al Bundestag un incontro con i membri del Comitato per le relazioni estere presieduto da Michael Roth. Pashinyan ha tenuto un discorso, di cui seguo stralci nella nostra traduzione:

«(…) In generale la situazione rimane tesa, in primis a causa del continuo blocco del Corridoio di Lachin da parte dell’Azerbajgian. Sfortunatamente, nonostante la decisione della Corte Internazionale di Giustizia, l’Azerbajgian non ha ancora aperto il Corridoio di Lachin. Vorrei attirare la vostra attenzione sul fatto che la decisione della Corte Internazionale di Giustizia ha forza giuridicamente vincolante. Penso che questa sia una situazione che dovrebbe essere discussa a livello internazionale, perché è inaccettabile lasciare la decisione della Corte internazionale di Giustizia senza una reazione, in particolare, quando la crisi umanitaria nel Nagorno-Karabakh continua e una reazione internazionale è necessario.
A proposito, cosa è molto importante in questo contesto? Sono più di 80 giorni che il Corridoio di Lachin è chiuso, e durante questo periodo l’Azerbajgian insiste affinché il Corridoio di Lachin non sia chiuso, ma aperto. La decisione della Corte internazionale di Gustizia è molto importante per chiarire questo problema, perché la corte ha dichiarato che il Corridoio di Lachin è chiuso e dovrebbe essere aperto. (…)
Penso che dovremmo lavorare insieme per evitare che la situazione sfugga al controllo.
Ma la domanda più importante è perché l’Azerbajgian lo sta facendo. Siamo sicuri che l’obiettivo dell’Azerbajgian sia effettuare la pulizia etnica nel Nagorno-Karabakh e rimuovere gli Armeni dal Nagorno-Karabakh. Penso che l’ultima dichiarazione del Presidente dell’Azerbaigian Aliyev lo dimostri, perché Aliyev ha affermato che il Corridoio di Lachin è aperto agli Armeni che vogliono lasciare il Karabakh (…).
Si teme che questo sia solo l’inizio dell’escalation nel Nagorno-Karabakh, forse anche lungo il confine tra Armenia e Azerbajgian, perché l’Azerbajgian continua a esprimere pensieri aggressivi, una retorica aggressiva. Sapete che lo scorso settembre l’Azerbajgian ha avviato un’aggressione su larga scala contro l’Armenia, occupando i territori sovrani dell’Armenia. Ma, d’altra parte, abbiamo raggiunto un accordo a Praga, secondo il quale Armenia e Azerbajgian si riconoscono reciprocamente l’integrità territoriale e la sovranità, sulla base dell’Accordo di Alma Ata del 1991, il che significa che i confini amministrativi degli stati sovietici si trasformano in confini statali. La dichiarazione di Alma Ata riguardava il crollo dell’Unione Sovietica e la creazione della Comunità degli Stati Indipendenti. 13 ex stati sovietici hanno acconsentito.
A proposito, abbiamo anche raggiunto un accordo a Praga secondo cui il processo di delimitazione dei confini tra Armenia e Azerbajgian si baserà sullo stesso accordo di Alma Ata. La sorpresa è stata che in seguito il Presidente dell’Azerbajgian ha annunciato che la delimitazione dovrebbe essere basata su mappe storiche. Sapete, è molto difficile spiegare cosa significhi. Forse la nuova iniziativa del Presidente dell’Azerbajgian può chiarire questa situazione, perché recentemente abbiamo assistito alla presentazione della cosiddetta iniziativa “Azerbajgian occidentale”, e l’idea generale di questa iniziativa è che l’intero territorio della Repubblica di Armenia appartiene all’Azerbajgian e la capitale dell’Armenia è una città azera, ecc.
La nostra valutazione è che tutto questo, il blocco del Corridoio di Lachin, la cosiddetta iniziativa “Azerbajgian occidentale”, sia una preparazione per un’aggressione su larga scala contro l’Armenia.
A proposito, vorrei attirare la vostra attenzione su un’altra situazione molto importante. Ieri abbiamo avuto una discussione alla Commissione affari esteri tedesco e alcuni dei nostri colleghi hanno parlato del cosiddetto “Corridoio di Zangezur”. Ho chiesto ai nostri colleghi di stare attenti perché a volte la stessa parola può avere significati diversi in regioni diverse e in circostanze politiche e geopolitiche diverse. Solitamente in Europa per corridoio si intendono percorsi che forniscono servizi di trasporto di migliore qualità, ecc. Ma la nostra situazione è che abbiamo un punto legalmente concordato sul corridoio nel 2020. nella nostra dichiarazione tripartita del 9 novembre, che ha posto fine alla guerra in Nagorno-Karabakh.
Quindi abbiamo solo un punto in termini di corridoio lì ed è il Corridoio di Lachin, che è attualmente bloccato. Il Corridoio di Lachin è stato istituito per stabilire un collegamento tra l’Armenia e il Nagorno-Karabakh. Il Corridoio di Lachin non è una strada diretta, è una zona di sicurezza con una larghezza di 5 km e, secondo il punto pertinente della dichiarazione, il Corridoio di Lachin dovrebbe essere fuori dal controllo dell’Azerbajgian e dovrebbe essere sotto il controllo delle forze di mantenimento della pace russe.
Nella stessa dichiarazione abbiamo il punto 9, che riguarda l’apertura di tutte le rotte di trasporto ed economiche nella nostra regione. E sì, c’è un punto in cui l’Armenia dovrebbe fornire un collegamento tra le regioni occidentali dell’Azerbajgian e la Repubblica Autonoma di Nakhichevan, ma non ha senso che quelle rotte debbano essere al di fuori del controllo dell’Armenia. Quel percorso dovrebbe funzionare nel contesto dell’apertura di strade e ferrovie nella nostra regione. Devo dire che l’Armenia è pronta ad aprire tutte le comunicazioni anche oggi. Ma ogni volta che proviamo a farlo, l’Azerbajgian afferma che queste rotte non dovrebbero essere sotto il controllo e la legislazione dell’Armenia, il che è totalmente inaccettabile per noi. (…)
Il problema è come introdurre unilateralmente qualcosa in una dichiarazione tripartita. Questo è assolutamente assurdo. Pertanto, vorrei che questa frase non fosse usata, perché significherebbe sostenere le ambizioni territoriali dell’Azerbajgian contro l’Armenia. Ma, d’altra parte, confermo ancora una volta che siamo pronti ad aprire. Inoltre, da più di sei mesi abbiamo una bozza di decisione del governo per aprire tre posti di blocco al confine tra Armenia e Azerbajgian, ma ogni volta che proviamo ad adottare questa decisione, la parte azera fa molto rumore, dicendo perché vuole un posto di blocco da aprire vicino ai nostri confini senza essere d’accordo con noi.
Questa è la situazione generale, ma penso che dovremmo concentrarci sull’agenda di pace. Come sapete, il nostro governo si è assunto la responsabilità dell’agenda di pace, io sono personalmente impegnato nell’agenda di pace e nella democrazia, perché credo che democrazia e pace vadano di pari passo, e poiché la democrazia è una strategia per noi, siamo interessati alla pace, quindi che possiamo avere la pace nel nostro Paese per garantire il continuo sviluppo della democrazia, dell’economia e della libertà. Questa era la valutazione generale della situazione».

Le urla dei nessuno nella gola di Shushi
di Angelo Nerone
Nueva Revolución-Periodismo alternativo, 3 marzo 2023

Pubblicato originariamente il 14 ottobre 2020
(Nostra traduzione italiana dallo spagnolo)

Quel giorno gli Azeri hanno bombardato i miei ricordi, hanno strappato le immagini delle strade di Stepanakert, delle chiese di Shushi, forse, dei siti archeologici di Tigranakert.

«La memoria serve a comprendere meglio il nostro presente. Il passato ci spiega» (Olga Rodriguez).

«Noi, nella nostra finitezza umana, ancor più abituati a un’esistenza sempre più volatile, che si muove alla velocità di un click e che abbiamo la memoria effimera delle notizie, tendiamo a vedere i confini come limiti inamovibili, eterni. La maggior parte di loro è stata tracciata negli ultimi 150 anni e non smettono di rompersi negli ultimi decenni e ne emergono di nuovi» (Andres Mourenza).

Un breve tragitto ci allontana da Shusi, forse poco più di dieci minuti, e saliamo su un’ampia spianata dove alcuni grossi massi impediscono il traffico veicolare, e dove dobbiamo proseguire a piedi. Nonostante debba essere una zona abbastanza frequentata, visto che c’è un ampio parcheggio, una sbarra e persino una cabina che, supponiamo, deve appartenere a una guardia giurata che non era in servizio, non abbiamo quasi trovato nessuno in quella zona, luogo inospitale e spettacolare, dove era stata decisa, dopo le gesta del Monte Melkonian nel Corridoio di Lachín, Katchén e Martuni – dove era morto in combattimento l’eroe armeno e capo dell’ASALA-, la fine della guerra, come fu José Antonio Gurriaran racconta nel suo libro Armeni: «Shushi doveva essere conquistato, per evitare i continui bombardamenti che gli Azeri lanciavano dalla fortezza a Stepanakert. Un carro armato armeno ebbe un ruolo chiave nell’operazione militare, grazie a uno stratagemma che diede i suoi frutti. Stava camminando su questo pendio seguito da soldati armeni e karabaghiti, mentre sparava con il suo cannone a Shushi. Gli Azeri concentrarono tutte le loro forze e i colpi per fermare la sua marcia e quella delle truppe che lo accompagnavano, convinti che la grande offensiva venisse da qui. Si trattava di attirare l’attenzione sulla parte posteriore della collina, che presenta grandi precipizi e scogliere teoricamente inespugnabili. Non sapevano che un gruppo di soldati armeni, abituati alle alte montagne, armati di mani e corde, stavano in quel momento scalando il burrone».

Abbiamo anche guardato oltre quel precipizio, teatro della battaglia decisiva per l’indipendenza del Karabakh, un piccolo esercito che la fortuna ha voluto radunare in questa parte dimenticata del mondo, ognuno con i propri sogni e ideali, anche con le proprie lotte e bandiere, godendosi la quiete di quel paesaggio sereno dove, non molto tempo fa, risuonavano le detonazioni di cannoni e fucili, e i soldati di entrambe le parti innaffiavano questa terra con il loro sangue. Il paesaggio è rimasto immutabile, forse per secoli, ignaro del passaggio degli uomini, e ad accentuare la pace che quelle montagne trasmettevano, abbiamo sentito il gemito di un violino, che ha fatto volgere lo sguardo a noi cinque verso il luogo da cui proveniva la melodia: era una giovane donna solitaria, che sembrava giocare per i fantasmi che vagavano per quegli abissi.

Sparai, con la mia arma più innocua, e catturai alcuni frammenti di quelle montagne verdi, e non trovai nemmeno resistenza a sparare ai miei compagni, e me stesso tra loro, per catturare uno di quei ricordi che riassumevano, forse come nessun altro, il nostro viaggio attraverso questa repubblica ribelle, di cui aveva cercato, non sempre con successo, i confini sulle mappe. Ognuno di loro trascorse qualche minuto a guardare oltre le rocce, anche se forse erano gli occhi sognanti di Lala a brillare di più, desiderando che i giovani dell’Artsakh non dovessero mai più rischiare la vita su quelle rocce per difendere la loro terra, un desiderio che penso condividiamo tutti, anche se non l’abbiamo verbalizzato. Forse non era necessario.

Forse non siamo altro che ricordi, immagini che invecchiano con noi nella memoria, per solleticare il nostro cuore quando il grigio ci investe, o per forzare le nostre cicatrici quando appaiono sulle pagine dei giornali o sui titoli dei telegiornali, i luoghi dove eravamo felici, anche se effimera.

Dal 27 settembre non ho smesso di rivedere le pagine di quel taccuino di viaggio che ho scritto due anni fa, quando sono stato catturato dalla terra, dai profumi, dai sorrisi e dai paesaggi dell’Armenia. Quel giorno gli Azeri hanno bombardato i miei ricordi, hanno strappato le immagini delle strade di Stepanakert, delle chiese di Shushi, forse, dei siti archeologici di Tigranakert, e ancora oggi, nonostante la proclamazione di un cessate il fuoco incruento, continuano a colpire con la loro pioggia di missili Grad.

«I bombardamenti sono continuati da parte dei gruppi terroristi azerbajgiani, ma fortunatamente i nostri parenti in Artsakh non sono stati feriti, si nascondono sempre sottoterra». Lala, la nostra hostess, con la quale abbiamo condiviso quell’escursione alla Gola di Shushi, mi ha scritto qualche ora fa, e non posso fare a meno di sentire il calore di quel sorriso con cui ci ha raccontato come i volontari del Karabagh sono saliti lì per liberare la città, nella guerra che ha devastato l’Alto Karabakh tra il 1988 e il 1994, e il suo desiderio di una pace duratura. Quello stesso giorno avevamo visitato la chiesa di Ghazanchetsots, la stessa che è stata un obiettivo militare delle forze azere, come mi ha detto anche Lala: «Onestamente, al momento non esiste un posto sicuro in Artsakh. La chiesa più antica di Shushi è stata distrutta poche ore fa. A proposito di questa situazione: ogni giorno diventa più orribile. I bombardamenti sono stati effettuati non solo a Stepanakert ma anche nelle città di Shushi, Hadrut, Askeran, Martakert…».

La guerra continua per Lala, per migliaia di giovani dell’Artsakh che sono stati costretti ad abbandonare la loro terra, o a difenderla, mentre lei lascia le pagine dei giornali, i titoli dei telegiornali, mentre il mondo smette di ascoltare le bombe, gli urli de “i nessuno, che costano meno della pallottola che li ammazza”, come diceva Galeano.

Indice – #ArtsakhBlockade [QUI]