Continui attacchi contro il patrimonio armeno (Assadakah 10.07.26)
Non si cancellano popoli combattendo con le armi. Esiste anche un fronte meno visibile, ma altrettanto delicato: quello della memoria, della cultura e dell’identità di un popolo. Gli ultimi episodi avvenuti in Turchia e la crescente propaganda proveniente dall’Azerbaijan mostrano come il patrimonio storico e culturale armeno continui a essere al centro di tensioni che vanno ben oltre il piano politico.Nella notte tra il 7 e l’8 luglio ignoti hanno vandalizzato il cimitero della chiesa armena di Surb Karapet, nel quartiere di Üsküdar (l’antica Scutari) a Istanbul. Sei lapidi sono state danneggiate insieme a una fontana presente all’interno del camposanto.
A denunciare l’accaduto è stato il Patriarcato Apostolico Armeno di Costantinopoli, che ha espresso profondo dolore per un gesto definito un attacco contro un luogo sacro e contro il riposo eterno dei defunti. Il consiglio della comunità armena ha immediatamente informato le autorità turche, che hanno aperto un’indagine per individuare i responsabili.
L’episodio riporta l’attenzione sulla vulnerabilità dei luoghi della memoria armena in Turchia, dove negli anni non sono mancati atti vandalici contro chiese, cimiteri e monumenti appartenenti a una comunità che rappresenta una delle più antiche presenze cristiane dell’Anatolia.
Ma mentre le tombe vengono profanate, un’altra battaglia si combatte sul terreno della storia.
Negli ultimi giorni alcuni organi di informazione azeri hanno rilanciato interpretazioni che mettono in discussione l’appartenenza del patrimonio urarteo all’eredità storica dell’altopiano armeno. Al centro della polemica vi è Argishtiakhinili, una delle principali città del regno di Urartu, fondata nel IX secolo a.C. dal re Argishti I.
Secondo il consenso della comunità archeologica internazionale, i sistemi idrici, le fortificazioni e gli altri reperti rinvenuti nell’attuale Armenia appartengono alla civiltà di Urartu, uno degli stati più avanzati del Vicino Oriente antico, sviluppatosi tra il IX e il VI secolo a.C. con il suo nucleo originario nell’area del lago di Van e nei territori circostanti, comprendenti anche parte dell’attuale Armenia.
Le ricostruzioni diffuse da alcuni ambienti nazionalisti azeri propongono invece una lettura diversa, inserendo questi siti all’interno di una narrazione politica legata alla cosiddetta “Azerbaijan occidentale”. In tale prospettiva, monumenti e reperti archeologici vengono presentati come testimonianze di presunti diritti storici sul territorio della Repubblica d’Armenia.
Molti studiosi sottolineano però che il patrimonio archeologico non può essere interpretato attraverso le frontiere degli Stati contemporanei né utilizzato per sostenere rivendicazioni politiche attuali. La ricerca scientifica richiede infatti l’analisi dei reperti nel loro contesto storico, senza piegarli a esigenze propagandistiche.
Questi episodi, apparentemente distinti, finiscono per inserirsi in un quadro più ampio. Da una parte vi sono atti di vandalismo contro luoghi simbolo della presenza armena; dall’altra il tentativo, denunciato da numerosi storici e archeologi, di riscrivere il passato attraverso narrazioni che mettono in discussione l’identità storica di monumenti e siti archeologici.
Per molti osservatori si tratta di una strategia che rischia di erodere progressivamente la memoria storica armena, non solo attraverso la distruzione materiale dei suoi simboli, ma anche mediante la contestazione delle loro radici culturali. Una sfida che riguarda non soltanto gli armeni, ma la tutela del patrimonio storico universale, il cui valore dovrebbe rimanere al riparo dalle contrapposizioni politiche del presente.
