Ruben Vardanyan ricorre alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Una nuova sfida giuridica contro l’Azerbaigian (Korazym 10.07.26)
La vicenda dell’attivista umanitario Ruben Vardanyan, ex Ministro di Stato della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, entra ora in una nuova fase sul piano del diritto internazionale. Dopo la condanna a venti anni di reclusione inflittagli dal tribunale militare azero al termine di un procedimento denunciato da numerose organizzazioni internazionali come privo delle più elementari garanzie del giusto processo, il suo collegio difensivo si prepara infatti a presentare un ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), chiamando direttamente l’Azerbaigian a rispondere delle violazioni commesse.
Per la prima volta, gli avvocati di Vardanyan sono riusciti a ottenere copia della sentenza scritta necessaria per avviare il procedimento davanti alla Corte di Strasburgo. Un passaggio apparentemente tecnico, ma decisivo, poiché fino ad oggi proprio la mancata consegna delle motivazioni delle condanne aveva impedito ai detenuti Armeni e ai loro difensori di esercitare pienamente il diritto al ricorso.
Il caso di Ruben Vardanyan è ormai divenuto il simbolo della sorte riservata ai sedici dirigenti politici e militari Armeni catturati dopo l’occupazione dell’Artsakh da parte dell’Azerbaigian nel settembre 2023. Arrestato il 27 settembre 2023 al checkpoint illegale installato sul Corridoio di Berdzor (Lachin), mentre lasciava il territorio insieme alla popolazione costretta all’esodo, Vardanyan è rimasto detenuto in condizioni denunciate più volte come arbitrarie, fino alla sentenza pronunciata nel febbraio scorso, che questo Blog dell’Editore ha definito un vero e proprio «processo farsa».
Negli ultimi anni, questo Blog dell’Editore di Korazym.org ha seguito costantemente l’intera vicenda: dalla nomina di Ruben Vardanyan a Ministro di Stato della Repubblica di Artsakh nel novembre 2022, ai mesi del blocco del Corridoio di Berdzor imposto dall’Azerbaigian, fino all’occupazione dell’Artsakh, al rapimento del dirigente armeno, al suo lungo isolamento, ai ripetuti appelli internazionali per la sua liberazione, alla candidatura al Premio Václav Havel per i Diritti Umani e infine alla condanna a venti anni di carcere pronunciata dal tribunale militare di Baku.
Secondo l’avvocato specializzato in diritti umani Siranush Sahakyan, che coordina la strategia difensiva internazionale, il ricorso verrà depositato nelle prossime settimane. «Siamo nella fase preparatoria. Il ricorso verrà presentato nelle prossime settimane», ha dichiarato al servizio armeno di Radio Free Europe/Radio Liberty.
L’impostazione del ricorso sarà netta: dimostrare che il procedimento celebrato contro Ruben Vardanyan è stato interamente di natura politica. Secondo Sahakyan, infatti, il suo assistito «non ha mai commesso alcun reato individuale» e l’Azerbaigian ha trasformato illegittimamente «il diritto collettivo all’autodeterminazione» del popolo dell’Artsakh in un’accusa di terrorismo.
Una tesi destinata ad assumere particolare rilievo davanti alla Corte di Strasburgo, perché investe direttamente il rapporto tra diritto internazionale, diritto dei popoli e tutela dei diritti fondamentali durante e dopo i conflitti armati.
La situazione degli altri quindici ostaggi Armeni rimane tuttavia ancora più grave. Secondo la difesa, le autorità azere continuano infatti a rifiutarsi di consegnare le sentenze scritte relative agli altri procedimenti, impedendo agli imputati e ai loro avvocati di conoscere le motivazioni delle condanne e, di conseguenza, di predisporre efficaci ricorsi internazionali.
Per Sahakyan si tratta di una precisa strategia. L’Azerbaigian trattiene deliberatamente le decisioni giudiziarie per ostacolare qualsiasi controllo internazionale, mentre gli esiti dei processi sono stati decisi fin dall’inizio, indipendentemente dalle prove o dalle argomentazioni della difesa.
Proprio su questo punto interviene ora la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. La CEDU ha infatti ordinato all’Azerbaigian di trasmettere entro il 31 agosto 2026 le sentenze scritte relative ai quindici prigionieri Armeni ancora detenuti. Una richiesta che assume un significato che va ben oltre il singolo procedimento, perché mette direttamente alla prova la disponibilità dello Stato azero a collaborare con gli organi di tutela europei.
«Se non le forniranno nemmeno alla Corte Europea, ci troveremo di fronte a una nuova categoria di violazioni dei diritti umani», ha avvertito Sahakyan. L’eventuale rifiuto di ottemperare alla richiesta della Corte non riguarderebbe soltanto i diritti degli imputati, ma investirebbe il rispetto stesso degli obblighi internazionali assunti dall’Azerbaigian nell’ambito della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.
Per Ruben Vardanyan si apre dunque una nuova fase della battaglia. Dopo aver denunciato dal carcere che il suo processo rappresentava un giudizio politico contro l’intero popolo dell’Artsakh, la questione approda ora davanti alla massima giurisdizione europea per la tutela dei diritti fondamentali.
Resta da vedere se Strasburgo riuscirà a ottenere da Baku quella trasparenza processuale che, fino ad oggi, è stata sistematicamente negata non solo agli imputati, ma anche alla comunità internazionale.
