Armenia, Lilit Galstyan alla guida della Commissione per i diritti umani. Dalla Chiesa all’Artsakh, le questioni che Erevan non può più eludere (Korazym 22.08.26)
La questione dei diritti umani entra direttamente nel cuore della nuova Assemblea Nazionale armena. Lilit Galstyan, Deputata del partito di opposizione Armenia e membro della Federazione Rivoluzionaria Armena-Dashnaktsutyun, è stata eletta il 20 agosto 2026 Presidente della Commissione permanente per la tutela dei diritti umani e gli affari pubblici. Due giorni prima, presentando la propria candidatura in Parlamento, aveva pronunciato un durissimo atto d’accusa sullo stato della democrazia, della giustizia e delle libertà fondamentali nel Paese: procedimenti contro esponenti dell’opposizione, indipendenza della magistratura, impunità nell’operato della polizia, libertà di stampa, interferenze dello Stato nella vita della Chiesa Apostolica Armena e diritti degli Armeni dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh.
Non si tratta di questioni nuove per chi segue quanto sta accadendo in Armenia. Sono gli stessi nodi che questo Blog dell’Editore di Korazym.org ha documentato negli ultimi mesi: il progressivo scontro tra il governo del Primo Ministro Nikol Pashinyan e la Chiesa Apostolica Armena, i procedimenti contro esponenti ecclesiastici e politici, il processo contro il Capo della Chiesa Apostolica Armena, Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni [*], la condizione degli Armeni espulsi dall’Artsakh/Nagorno-Karabakh e quella dei prigionieri armeni detenuti a Baku. Ora quelle questioni arrivano formalmente sul tavolo della Commissione parlamentare chiamata proprio a vigilare sulla tutela dei diritti fondamentali.
«Non ha nulla a che fare con uno Stato di diritto»
Presentando il 18 agosto la propria candidatura, Galstyan non ha attenuato le posizioni espresse durante la precedente legislatura. Ha affermato che la situazione creatasi nel Paese «non ha nulla a che fare né con uno Stato di diritto né con uno Stato democratico», richiamando anche valutazioni formulate da organizzazioni internazionali indipendenti.
Le sue affermazioni appartengono naturalmente al confronto politico interno e le accuse rivolte al governo devono essere considerate come tali. Ma sarebbe altrettanto sbagliato liquidarle semplicemente come retorica dell’opposizione.
Il quadro denunciato da Galstyan non può essere assunto automaticamente come accertamento delle singole accuse politiche, ma trova riscontri significativi in fonti internazionali indipendenti.
Freedom House continua infatti a classificare l’Armenia nel rapporto Freedom in the World 2026 come Paese «Partly Free», con 54 punti su 100. Particolarmente significativi sono i giudizi relativi allo Stato di diritto: appena 1 punto su 4 per l’indipendenza della magistratura e u1 punto su 4 per il rispetto del giusto processo.
Anche Amnesty International ha segnalato problemi riguardanti l’uso illegittimo della forza da parte della polizia, la mancanza di adeguata accountability, il ricorso alla detenzione preventiva e le azioni giudiziarie contro giornalisti e difensori dei diritti umani.
Reporters sans frontières, dal canto suo, ha fatto scendere nel 2026 l’Armenia dal 34º al 50º posto nella classifica mondiale sulla libertà di stampa, osservando un aumento delle cause abusive per diffamazione e di iniziative legislative capaci di produrre un effetto dissuasivo sull’attività dei media.
Sono dati che non dimostrano automaticamente la fondatezza di ogni singola accusa dell’opposizione, ma impediscono di sostenere che il problema dello Stato di diritto in Armenia sia semplicemente un’invenzione degli avversari di Pashinyan.
Il caso dell’Arcivescovo Bagrat Galstanyan
Uno dei casi citati da Lilit Galstyan è quello dell’Arcivescovo Bagrat Galstanyan, già Primate della Diocesi di Tavush e figura centrale del movimento di protesta nato nel 2024 contro la politica governativa sulla delimitazione del confine con l’Azerbaigian.
Galstyan ha definito il procedimento nei suoi confronti un tentativo di mettere a tacere gli oppositori politici, denunciando la «demonizzazione» degli accusati, l’utilizzo di presupposti che considera fabbricati e la violazione della presunzione di innocenza.
L’Arcivescovo Galstanyan era stato arrestato nel giugno 2025 con l’accusa di avere progettato azioni volte alla destabilizzazione e alla presa del potere. Lui e i suoi legali hanno sempre respinto le accuse. Nel giugno 2026 la sua detenzione preventiva è stata sostituita dagli arresti domiciliari.
Durante il dibattito parlamentare sulla candidatura di Lilit Galstyan si è verificato anche un episodio particolarmente significativo del clima politico nel Paese. Il Vicepresidente dell’Assemblea Nazionale, Vahagn Aleksanyan, esponente di Contratto Civile, contestando la posizione della candidata sulla presunzione di innocenza degli oppositori accusati di terrorismo, ha accostato il loro caso a quello di Osama bin Laden. Galstyan ha giudicato il paragone inaccettabile e offensivo anche per la propria appartenenza alla Chiesa Apostolica Armena.
È difficile considerare simili confronti come un contributo alla serenità di un dibattito che riguarda precisamente diritti fondamentali, presunzione di innocenza e garanzie dello Stato di diritto.
Samvel Karapetyan e gli altri procedimenti
Galstyan ha richiamato anche i casi di Samvel Karapetyan, Avetik Chalabyan, Gagik Tsarukyan e Igor Sargsyan, membro dell’organo supremo della Federazione Rivoluzionaria Armena-Dashnaktsutyun, inserendoli nel quadro di quella che considera una pressione giudiziaria esercitata contro figure politicamente ostili al governo.
Particolarmente delicato è il caso di Karapetyan, imprenditore Russo-Armeno che si era pubblicamente schierato in difesa della Chiesa Apostolica Armena e che successivamente è diventato protagonista della competizione politica contro Pashinyan. Anche in questo caso occorre distinguere rigorosamente tra le accuse formulate dalle autorità giudiziarie e il giudizio politico sulla loro eventuale strumentalizzazione. Ma proprio questa distinzione rende indispensabile una magistratura percepita come pienamente indipendente dal potere esecutivo. Ed è precisamente qui che il giudizio di Freedom House sull’indipendenza giudiziaria armena assume un peso che non può essere ignorato.
La Chiesa Apostolica Armena: chi decide chi deve guidarla?
La parte forse più significativa dell’intervento di Lilit Galstyan riguarda la Chiesa Apostolica Armena. Secondo la nuova Presidente della Commissione, il governo avrebbe imboccato una strada apertamente contraria alla Costituzione, tentando di intervenire nella struttura interna della Chiesa e nella questione della permanenza in carica dell’attuale Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni.
La questione è semplice nella sua formulazione e profondissima nelle sue conseguenze: può il potere politico stabilire chi debba guidare una Chiesa? È precisamente l’interrogativo che questo Blog dell’Editore ha posto seguendo il procedimento giudiziario contro Sua Santità Karekin II.
Il 5 agosto abbiamo osservato che il processo contro il Catholicos rappresentava uno spartiacque nel conflitto tra Stato e Chiesa in Armenia. Pochi giorni dopo, all’apertura del procedimento, il processo si è immediatamente fermato perché il giudice si è ricusato.
La vicenda giudiziaria si inserisce in un conflitto molto più ampio. Pashinyan ha pubblicamente chiesto la rimozione di Karekin II e sostenuto un processo di “riforma” della Chiesa. La Santa Sede di Etchmiadzin considera invece tali iniziative un’ingerenza dello Stato nella propria autonomia canonica. Il problema supera quindi la persona del Catholicos. Riguarda il confine costituzionale tra potere politico e libertà religiosa.
Ed è significativo che proprio questa materia venga ora indicata dalla Presidente della Commissione parlamentare per i diritti umani come uno dei problemi fondamentali da affrontare.
L’Artsakh non scompare perché non se ne parla
C’è poi una questione che attraversa quasi tutta la recente storia armena e che il governo Pashinyan tende sempre più a separare dall’agenda politica dello Stato: l’Artsakh/Nagorno-Karabakh. Galstyan ha dichiarato che la tutela dei diritti degli Armeni dell’Artsakh costituirà una delle priorità della sua attività.
La questione assume un significato particolare dopo lo scontro avvenuto pochi giorni fa nell’Assemblea Nazionale sul diritto al ritorno degli Armeni espulsi dall’Artsakh. Come abbiamo riferito su questo Blog dell’Editore, il Presidente del Parlamento Alen Simonyan e il Vicepresidente Ruben Rubinyan hanno sostenuto che trasformare il ritorno degli Armeni dell’Artsakh in un obiettivo ufficiale dello Stato rischierebbe di generare nuove rivendicazioni e quindi nuovi conflitti con l’Azerbaigian. Ma un diritto non cessa di esistere perché la sua rivendicazione risulta politicamente scomoda.
Nel settembre 2023, dopo nove mesi di blocco e l’offensiva militare azera, oltre centomila Armeni furono costretti ad abbandonare la loro terra ancestrale. Freedom House ha ricordato anche nel rapporto 2026 che l’intera popolazione armena della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh fuggì dopo che l’Azerbaigian ebbe assunto il pieno controllo del territorio. La tutela dei loro diritti non può quindi essere cancellata dall’agenda semplicemente in nome del processo di pace.
I prigionieri armeni detenuti a Baku
Dopo la sua elezione, Galstyan ha precisato un’altra priorità: «Il ritorno dei prigionieri armeni tenuti in ostaggio a Baku». È opportuno sottolinearlo perché alcune traduzioni automatiche della sua dichiarazione hanno prodotto la formula fuorviante «il ritorno degli Armeni a Baku». Il testo armeno si riferisce invece agli «Armeni tenuti prigionieri a Baku e al loro ritorno in patria».
Anche questa è una questione seguita da tempo da questo Blog dell’Editore. Tra i detenuti si trovano esponenti della precedente leadership politica e militare dell’Artsakh, compreso l’ex Ministro di Stato Ruben Vardanyan, condannato a venti anni di reclusione e il cui collegio difensivo ha avviato la strada del ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.
Se il processo di pace tra Armenia e Azerbaigian deve significare qualcosa sul piano umano e non soltanto diplomatico, la questione dei detenuti non può essere relegata ai margini.
Anche il tema dell’“Azerbaigian occidentale” entra nel dibattito
Durante l’esame della candidatura è emerso anche un altro tema strettamente collegato alla sicurezza dell’Armenia. La Deputata di Contratto Civile Maria Karapetyan ha chiesto a Galstyan se fosse disponibile a discutere iniziative contro la diffusione in Armenia della narrativa del cosiddetto «Azerbaigian occidentale». È una questione tutt’altro che marginale.
Come abbiamo osservato recentemente su questo Blog dell’Editore, mentre Erevan cerca di evitare ogni argomento che possa essere interpretato come ostacolo al processo di pace – fino alla prudenza estrema sul diritto al ritorno degli Armeni dell’Artsakh – dall’altra parte continua a essere alimentata una narrativa che presenta vaste parti dell’attuale Repubblica di Armenia come «Azerbaigian occidentale» e parla del “ritorno” degli Azeri in quei territori.
La tutela dei diritti umani non può funzionare a senso unico. Difendere i diritti degli Armeni dell’Artsakh non significa preparare una nuova guerra; così come denunciare una narrativa territoriale aggressiva proveniente dall’Azerbaigian non significa opporsi alla pace. Significa piuttosto chiedere che la pace sia costruita sulla reciprocità, sul diritto e sulla dignità delle persone.
Una Commissione che diventa un banco di prova
L’elezione di Lilit Galstyan assume quindi un valore politico che supera la normale distribuzione delle Presidenze delle Commissioni parlamentari.
Galstyan è stata eletta con 54 voti favorevoli e 47 contrari. La sua candidatura spettava all’opposizione nell’ambito della ripartizione proporzionale degli organi dirigenti dell’Assemblea Nazionale. Non altrettanto fortunati sono stati i candidati indicati dall’altra forza di opposizione, Armenia Forte, respinti dalla maggioranza di Contratto Civile.
Dopo l’elezione, Galstyan ha ribadito che le sue valutazioni sulla «grave situazione dei diritti umani» nel Paese non sono cambiate e che considera la Commissione «un servizio, una piattaforma e uno strumento» attraverso cui tentare di produrre cambiamenti reali.
Sarà questo il vero banco di prova. Perché l’Armenia continua a presentarsi alla comunità internazionale come una democrazia impegnata nel rafforzamento dello Stato di diritto e nel progressivo avvicinamento all’Europa. Ma l’appartenenza al campo delle democrazie non si misura soltanto attraverso le alleanze geopolitiche.
Si misura dalla libertà concessa agli oppositori, dall’indipendenza dei giudici, dalla responsabilità delle forze dell’ordine, dalla libertà della stampa, dal rispetto dell’autonomia delle comunità religiose e dalla capacità di tutelare i diritti anche quando farlo risulta politicamente scomodo.
Vale per l’Arcivescovo Bagrat Galstanyan. Vale per Samvel Karapetyan. Vale per il Catholicos Karekin II e per l’autonomia della Chiesa Apostolica Armena. E vale soprattutto per gli oltre centomila Armeni dell’Artsakh costretti ad abbandonare la propria terra ancestrale e per gli Armeni ancora detenuti nelle carceri dell’Azerbaigian.
La pace e i diritti umani non sono due dossier separati. Una pace costruita chiedendo di dimenticare i diritti di qualcuno rischia di diventare soltanto la normalizzazione dell’ingiustizia.
[*] Auguri a Sua Santità Karekin II

Ieri ricorreva il 75° compleanno di Sua Santità Karekin II (nato Ktrich Nersessian il 21 agosto 1951 a Voskehat), dal 27 ottobre 1999 Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni.
Sua Santità ha dedicato la sua vita al servizio della Santa Chiesa Apostolica Armena, del popolo armeno e della Patria, portando avanti la sua missione spirituale con Fede, fermezza e incrollabile devozione.
Il 23 aprile 2015 Karekin II ha proclamato santi un milione e mezzo di vittime del genocidio armeno del 1915.
Prima della ratifica degli accordi di pace fra Armenia e Azerbaigian, durante l’estate del 2025 Karekin II è entrato in un’aspra polemica con il Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan, che ha chiesto pubblicamente le sue dimissioni e l’elezione di un nuovo Catholicos. Più volte Karekin II aveva denunciato le violenze commesse dagli Azeri ai danni degli Armeni nell’Artsakh/Nagorno-Karabakh durante le guerre del 2020 e del 2023, biasimando inoltre il governo per la conduzione dei conflitti.
Karekin II ha incontrato per la prima volta Papa Leone XIV il 16 settembre 2025. L’udienza privata si è svolta a Villa Barberini, nella residenza di Castel Gandolfo, in un clima di fraternità incentrato sulla cooperazione ecumenica, sulla pace globale e sulla sorte degli Armeni dell’Artsakh.
In occasione del suo compleanno, porgiamo a Sua Santità le nostre più sincere congratulazioni e gli auguriamo buona salute, forza e molti altri anni di servizio dedicato alla Chiesa armena, alla Nazione e alla Patria.
Ci uniamo alla Chiesa armena nella preghiera affinché Dio lo benedica abbondantemente e gli conceda molti altri fruttuosi anni di servizio patriarcale.
Che Dio protegga Sua Santità e gli conceda ancora molti anni benedetti.
