Pashinyan proclama la «Quarta Repubblica»: l’Armenia rompe con l’eredità dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh. E la rimozione del Catholicos diventa programma di governo (Krazym 21.08.26)
Non si tratta più soltanto di dichiarazioni politiche, di polemiche contro il passato o dello scontro sempre più duro con la Chiesa Apostolica Armena. Con il programma di governo 2026-2031 approvato il 20 agosto 2026 dal Consiglio dei Ministri, Nikol Pashinyan tenta di dare forma istituzionale a una vera cesura nella storia dell’Armenia post-sovietica. Il Primo Ministro proclama l’ingresso del Paese nella «Quarta Repubblica», fondata sull’ideologia di «Armenia reale» e sulla «logica della pace», contrapponendola esplicitamente alla Terza Repubblica nata dal movimento del Karabakh e, secondo la sua interpretazione, costruita sulla «logica del conflitto». Nello stesso documento entra però anche un altro obiettivo politico: ottenere la rimozione di Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni [1], avviare una «riforma» della Chiesa Apostolica Armena e arrivare all’elezione di un nuovo Catholicos.
Due questioni apparentemente diverse che sembrano invece appartenere allo stesso progetto: ridefinire che cosa debba essere l’Armenia, quale rapporto debba avere con la propria storia e quale posto possano occupare, nella nuova costruzione statale, l’Artsakh/Nagorno-Karabakh e la Chiesa Apostolica Armenia, che per secoli ha custodito l’identità armena, anche quando uno Stato armeno non esisteva.
Nasce la «Quarta Repubblica» armena
«La Repubblica d’Armenia sta quindi entrando nella fase della sua storia che chiamiamo Quarta Repubblica». Con queste parole, Nikol Pashinyan ha presentato il 20 agosto 2026 al Consiglio dei Ministri il programma del governo per il quinquennio 2026-2031.
Non è soltanto una formula politica. Pashinyan ha attribuito alle elezioni parlamentari dello scorso 7 giugno un significato quasi costituente: la vittoria elettorale di Contratto Civile avrebbe sancito, secondo il Primo Ministro, la vittoria dell’ideologia di «Armenia reale», trasformandola nell’ideologia ufficiale della Repubblica. «A seguito delle elezioni, l’ideologia della Armenia reale ha prevalso, il che significa che l’ideologia della Armenia reale è diventata l’ideologia ufficiale della Repubblica d’Armenia», ha affermato.
Per comprenderne la portata occorre tornare a ciò che Pashinyan sostiene ormai da tempo. La «Armenia reale» è l’Armenia racchiusa nei confini internazionalmente riconosciuti della Repubblica di Armenia, contrapposta a quella «Armenia storica» nella quale trovano spazio territori, memorie e aspirazioni nazionali che oltrepassano quei confini.
Questo Blog dell’Editore di Korazym.org ha già seguito questa trasformazione ideologica. Il 18 febbraio scorso, nella Lettera aperta al Governo dell’Armenia, di un Molokano che vive sulle acque nere del lago di Sevan [2], osservavamo come il concetto di «Armenia reale» rischiasse di produrre una sorta di abiura silenziosa: se soltanto ciò che coincide con l’attuale spazio politico e giuridico della Repubblica di Armenia è «reale», quale posto rimane per l’Artsakh, per la sua storia armena e soprattutto per il diritto dei suoi abitanti espulsi, a non essere cancellati dalla memoria nazionale? Oggi Pashinyan compie un passo ulteriore.
La rottura con il movimento del Karabakh
Il Primo Ministro ha infatti contrapposto apertamente la nuova «Quarta Repubblica» alla Terza Repubblica sorta alla fine dell’Unione Sovietica. Quest’ultima affondava le proprie radici nel movimento del Karabakh, nato nel 1988, che sarebbe diventato una delle forze decisive del processo di emancipazione nazionale armeno [3].
Pashinyan riconosce che praticamente l’intera classe politica armena delle generazioni precedenti e intermedie è nata da quell’esperienza. Vi include anche sé stesso. Ma afferma che proprio da quella matrice sarebbe derivata una concezione dello Stato fondata sulla ricerca della «giustizia storica» e sulla logica del conflitto. La sua «Quarta Repubblica» dovrebbe nascere invece dalla «logica della pace».
La distinzione è politicamente potente, ma pone una domanda inevitabile: la pace richiede davvero di separare l’Armenia contemporanea dalla memoria politica dell’Artsakh?
La questione non è puramente terminologica. Dopo l’offensiva azera del settembre 2023 e l’esodo totale della popolazione armena autoctona dell’Artsakh, Erevan ha progressivamente escluso la questione del ritorno degli Armeni nella loro terra ancestrale dalla propria agenda politica. Pashinyan ha ripetutamente presentato come priorità la sicurezza e la sopravvivenza della Repubblica di Armenia entro i suoi confini riconosciuti internazionalmente.
È una scelta politica comprensibile nella sua aspirazione a evitare una nuova guerra. Ma pace e memoria non sono necessariamente termini contrapposti. E soprattutto il riconoscimento dei diritti degli Armeni espulsi dall’Artsakh con la forza militare azera, non equivale automaticamente a una rivendicazione territoriale o a un progetto di guerra.
È quanto abbiamo sottolineato ancora il 14 agosto [4], riferendo dello scontro avvenuto nell’Assemblea Nazionale armena proprio sul diritto al ritorno: trasformare la memoria dell’Artsakh o la richiesta di tutela dei diritti dei suoi abitanti in un ostacolo alla pace significa accettare una falsa alternativa. Si può rinunciare alla guerra senza rinunciare al diritto.
Anche la Chiesa entra nella costruzione della «nuova Armenia»
Ma il programma 2026-2031 contiene un secondo elemento che rende ancora più evidente la profondità della trasformazione progettata da Pashinyan. La rimozione di Sua Santità Karekin II non è più soltanto un obiettivo dichiarato dal Primo Ministro o dal partito di governo Contratto Civile. È entrata nel programma ufficiale del governo della Repubblica. La questione viene collocata significativamente sotto il capitolo della «sicurezza spirituale».
Secondo il documento, occorrerebbe impedire «tentativi da parte di forze esterne di trasformare la Santa Chiesa Apostolica Armena in una base per la guerra ibrida» e ricondurre la Chiesa entro quello che il governo considera il suo autentico quadro canonico.
Il primo passaggio previsto consiste nel «garantire la rimozione – il pensionamento – del capo di fatto» della Chiesa Apostolica Armena. Il documento non utilizza in quel passaggio il nome di Karekin II, ma non vi sono dubbi sull’identità del destinatario.
Dovrebbe quindi essere eletto, secondo le procedure ecclesiastiche, un *locum tenens* incaricato di guidare temporaneamente la Chiesa. Successivamente dovrebbe essere adottato un nuovo statuto ecclesiastico, con disposizioni riguardanti, tra l’altro, la trasparenza finanziaria e la condotta del clero, per arrivare infine all’elezione di un nuovo Catholicos di Tutti gli Armeni. Il programma prevede inoltre l’inclusione degli ecclesiastici nel sistema statale delle garanzie sociali e nuove misure riguardanti la trasparenza finanziaria della Chiesa.
Quando uno Stato programma la successione di un Catholicos
È precisamente questo il punto che rende il passaggio del 20 agosto particolarmente delicato. Non siamo più davanti soltanto a un Primo Ministro che critica il capo di una Chiesa o ne chiede pubblicamente le dimissioni. Un governo civile inserisce nel proprio programma quinquennale un percorso che prevede la rimozione del capo di una comunità religiosa, la gestione della fase di transizione e l’arrivo all’elezione del suo successore.
Naturalmente il governo sostiene che ciascuno dei passaggi propriamente ecclesiastici dovrà essere compiuto secondo le procedure canoniche. Rimane tuttavia una questione fondamentale: può essere il potere politico a stabilire come proprio obiettivo programmatico il risultato al quale quelle procedure dovrebbero condurre? È l’interrogativo che accompagna da mesi la nostra copertura dello scontro tra il governo Pashinyan e la Santa Sede di Etchmiadzin.
Il 2 agosto abbiamo raccontato l’apertura della IX legislatura senza il Catholicos, escluso per la prima volta dalla seduta inaugurale dell’Assemblea Nazionale [5]. Il 5 agosto abbiamo definito il procedimento penale contro Karekin II e altri alti prelati uno «spartiacque» nei rapporti tra Stato e Chiesa [6]. Nei giorni successivi abbiamo seguito l’avvio del processo e la ricusazione del giudice, tornando sulla domanda essenziale: può uno Stato civile decidere chi debba essere vescovo e, a maggior ragione, chi debba guidare una Chiesa [7]? Con il programma 2026-2031 del governo armeno, quella domanda diventa ancora più urgente.
La «sicurezza spirituale» e il nemico esterno
Il governo armeno giustifica il proprio intervento anche con la necessità di proteggere la Chiesa Apostolica Armena da influenze straniere e dal rischio che venga utilizzata come strumento di «guerra ibrida».
Il programma non indica esplicitamente quale sarebbe la potenza straniera responsabile. Il Vicepresidente dell’Assemblea Nazionale Vahagn Aleksanyan, esponente di Contratto Civile, ha tuttavia lasciato pochi dubbi sulla direzione dell’accusa. Interpellato sulla questione, ha richiamato il caso dell’Arcivescovo Yezras Nersisyan, fratello del Catholicos e Primate della Diocesi di Russia e Nuovo Nakhichevan, facendo riferimento a un documento pubblicato il 2 dicembre 2025 da Civic.am, organo vicino a Contratto Civile, secondo il quale l’Arcivescovo Nersisyan sarebbe stato reclutato dal KGB sovietico negli anni Ottanta.
«I nostri cittadini sanno benissimo di quale Paese stiamo parlando», ha affermato Aleksanyan. L’allusione alla Russia è evidente. Ma anche qualora accuse di collaborazione individuale con servizi stranieri venissero provate, resterebbe da dimostrare come esse possano legittimare un programma governativo volto a determinare il ricambio della suprema autorità di un’intera Chiesa.
Pashinyan: la Chiesa sarebbe uscita dal quadro canonico
Pashinyan non arretra. Parlando del Catholicos ancora una volta con il nome di battesimo, Ktrich Nersisyan, il Primo Ministro ha sostenuto che sotto la sua guida la Chiesa Apostolica Armenia sarebbe stata portata fuori dal proprio ordinamento canonico. «La Chiesa, per mano di Ktrich Nersisyan, è stata estromessa dal quadro canonico, e qui c’è un programma che deve essere affrontato», ha dichiarato, ricordando che il progetto figurava già nel programma elettorale di Contratto Civile e che ora è entrato nel programma di governo.
Proprio qui emerge una contraddizione difficilmente eludibile. Se il problema è riportare la Chiesa Apostolica Armena entro il proprio ordinamento canonico, chi stabilisce che cosa sia canonico: la Chiesa oppure il governo?
Lo Stato può e deve intervenire quando vengono commessi reati previsti dalla legge, garantendo naturalmente un processo equo. Può esigere il rispetto delle norme civili applicabili alle istituzioni religiose. Può disciplinare gli aspetti fiscali e amministrativi che appartengono alla propria competenza.
Ma la scelta dei vescovi, la disciplina interna, l’interpretazione delle norme canoniche e soprattutto l’elezione del Catholicos appartengono a un’altra sfera. Ed è proprio il confine tra queste due sfere che oggi appare sempre più sottile in Armenia.
Un solo progetto: riscrivere l’identità della Repubblica?
È difficile, a questo punto, considerare separatamente i due capitoli del programma.
Da una parte Pashinyan proclama superata la Repubblica nata dal movimento del Karabakh e annuncia una «Quarta Repubblica» fondata sulla «Armenia reale». Dall’altra il suo governo assume come obiettivo ufficiale la sostituzione del Catholicos e la trasformazione della Chiesa Apostolica Armena in nome della «sicurezza spirituale».
La Repubblica di Artsakh e la Santa Sede di Etchmiadzin sono realtà profondamente diverse. Ma entrambe appartengono alla memoria storica e all’identità nazionale armena ben prima dell’attuale Repubblica.
La Chiesa Apostolica Armena, in particolare, ha custodito per secoli lingua, cultura, memoria e coscienza nazionale durante lunghissimi periodi nei quali uno Stato armeno indipendente non esisteva. Per questo il rapporto tra Chiesa e nazione armena non può essere letto semplicemente attraverso le categorie occidentali contemporanee del rapporto tra governo e confessioni religiose. Ed è forse qui che si trova la questione più profonda posta dalla proclamazione della «Quarta Repubblica».
Ogni generazione ha il diritto di ridefinire le priorità politiche del proprio Paese. Gli Armeni hanno certamente il diritto di desiderare la pace dopo decenni di guerre, lutti e instabilità. Nessuno può ragionevolmente chiedere loro di vivere indefinitamente nella logica del conflitto. Ma costruire la pace non significa necessariamente riscrivere il passato.
La pace non richiede che l’Artsakh diventi «non reale». Non richiede che il diritto al ritorno degli sfollati venga dimenticato. Non richiede che la memoria storica sia trasformata in una minaccia politica. E soprattutto non attribuisce allo Stato il diritto di decidere quale debba essere la guida spirituale di una Chiesa.
La vera prova della «Quarta Repubblica» annunciata da Nikol Pashinyan sarà dunque questa: capire se la «Armenia reale» saprà essere uno Stato finalmente pacificato e sicuro senza diventare un’Armenia privata di una parte della propria memoria. Perché uno Stato può certamente aprire una nuova fase della propria storia. Ma nessun programma quinquennale può decretare che la storia precedente abbia cessato di essere reale.
