Armenia, Pashinyan attacca Karekin II e mette l’Artsakh sul banco degli imputati. Ora lo scontro con la Chiesa rivela un nodo più profondo (Korazym 25.08.26)
Non più soltanto le accuse sulla vita privata del Catholicos, non più soltanto la controversia sulla disciplina interna della Chiesa Apostolica Armena. Nello scontro ormai aperto tra il governo di Nikol Pashinyan e la Santa Sede di Etchmiadzin è entrata esplicitamente una parola che da tempo attraversa, come una ferita non rimarginata, la vita politica e religiosa dell’Armenia: Artsakh.

Lunedì 24 agosto 2026, durante il dibattito all’Assemblea Nazionale sul programma del governo per il quinquennio 2026-2031, il Primo Ministro armeno ha nuovamente attaccato con estrema durezza Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di tutti gli Armeni. Ma questa volta Pashinyan ha fatto un passo ulteriore: ha indicato anche nelle preghiere elevate durante la Divina Liturgia per la preservazione della Repubblica di Artsakh uno degli elementi che, a suo giudizio, dimostrerebbero la necessità di un cambiamento al vertice della Chiesa.
È un passaggio politicamente e simbolicamente rilevante. Perché porta il conflitto tra Stato e Chiesa fuori dal terreno delle accuse personali rivolte da mesi a Karekin II e lo colloca direttamente dentro la più grande questione irrisolta dell’Armenia contemporanea: che cosa debba rimanere dell’Artsakh nella memoria, nella coscienza e perfino nella preghiera del popolo armeno, dopo l’offensiva azera del settembre 2023, lo svuotamento della regione dalla sua popolazione armena autoctona e la dissoluzione della Repubblica dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh.
«Ktrij Nersissian»
Dal podio dell’Assemblea Nazionale, Pashinyan ha continuato a riferirsi al Catholicos non con il suo nome ecclesiastico Karekin II, ma con quello ricevuto al battesimo, Ktrij Nersissian. È un dato biografico corretto, Karekin II fu battezzato con quel nome, ma nel contesto dello scontro politico il suo impiego assume evidentemente il significato di una delegittimazione della dignità ecclesiastica del Capo spirituale della Chiesa Apostolica Armena.
Pashinyan ha reiterato le accuse già rivolte al Catholicos circa la presunta violazione del celibato e ne ha nuovamente contestato la legittimità a rimanere alla guida della Chiesa Apostolica Armena. Il confronto ha assunto toni particolarmente aspri, mentre i parlamentari dell’opposizione protestavano battendo sui banchi e cantando «Vehapar», il titolo tradizionalmente riservato al Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni. La polemica personale, però, questa volta è stata accompagnata da qualcosa di assai più significativo.
Quando pregare per l’Artsakh diventa «propaganda bellica»
Pashinyan ha accusato il clero, che agirebbe secondo le direttive del Catholicos, di pregare durante la Divina Liturgia affinché Dio preservi la Repubblica di Artsakh. Secondo il Primo Ministro, con tali invocazioni la Chiesa verrebbe trasformata in una istituzione di propaganda della guerra. Il ragionamento di Pashinyan è netto: non sarebbe coerente, da una parte, invocare la preservazione della Repubblica di Artsakh e, dall’altra, pregare per la pace. Ed è precisamente questo passaggio ad aver fatto scattare la reazione politica dell’opposizione.
Narek Karapetyan, capogruppo parlamentare di Armenia Forte, ha sostenuto che Pashinyan avrebbe finalmente «scoperto le carte»: secondo la sua interpretazione, il vero problema del governo con il Catholicos sarebbe dunque anche il fatto che dalla Chiesa Apostolica Armena continui ad essere pronunciata la parola Artsakh, mentre le altre contestazioni rivolte in questi mesi a Karekin II costituirebbero argomenti utilizzati nella battaglia contro la Santa Sede di Etchmiadzin.
È importante distinguere i due piani. Pashinyan ha effettivamente collegato le preghiere per la Repubblica di Artsakh alla sua critica contro l’attuale guida ecclesiastica. Che questa sia la causa determinante dell’intera offensiva contro Karekin II è invece la lettura politica dell’opposizione. Ma proprio il fatto che il Primo Ministro abbia introdotto esplicitamente questo argomento nello scontro rende la questione impossibile da liquidare come una semplice polemica sulla disciplina ecclesiastica.
Può una preghiera per l’Artsakh essere considerata un appello alla guerra? Qui si apre una questione che va ben oltre Karekin II. Pregare per l’Artsakh non equivale necessariamente a invocare una nuova guerra contro l’Azerbaigian. La Chiesa Apostolica Armena ha ripetutamente collegato la questione ai diritti degli Armeni dell’Artsakh, alla giustizia, alla tutela del patrimonio religioso e culturale e alla sorte di una popolazione costretta ad abbandonare in massa la propria terra ancestrale nel settembre 2023 dopo l’occupazione totale della Repubblica di Artsakh da parte dell’esercito dell’Azerbaigian.
È lo stesso nodo che abbiamo incontrato nella nostra copertura precedente quando, nell’Assemblea Nazionale, il diritto al ritorno degli Armeni dell’Artsakh è stato presentato come una questione capace di riaprire il conflitto. Ma ricordare un popolo espulso dalla propria terra, rivendicarne i diritti o pregare perché la sua storia non venga cancellata non costituisce di per sé una dichiarazione di guerra.
La distinzione è fondamentale. Altrimenti la logica politica della normalizzazione dei rapporti tra Armenia e Azerbaigian rischia progressivamente di trasformarsi in qualcosa di diverso: non soltanto nella rinuncia dello Stato armeno a rivendicazioni territoriali, ma nella richiesta di espungere l’Artsakh dalla memoria pubblica, dal linguaggio politico e, ora, persino dalla preghiera ecclesiale. È proprio questo passaggio che merita attenzione.
La «crisi sistemica» della Chiesa secondo il governo
Pashinyan ha inoltre annunciato di aver disposto la preparazione di un rapporto su quella che definisce una «profonda» o «sistemica» crisi della Chiesa Apostolica Armena. Resta da comprendere quale sia la natura di questo rapporto, chi sia stato incaricato di redigerlo e, soprattutto, quale possa essere il fondamento giuridico dell’intervento dell’esecutivo nell’organizzazione interna della Chiesa.
La questione non è nuova. Come abbiamo seguito nelle scorse settimane su questo Blog dell’Editore di Korazym.org, il conflitto tra il governo di Nikol Pashinyan e la Santa Sede di Etchmiadzin ha già raggiunto le aule giudiziarie. Il procedimento riguardante Karekin II ha sollevato una domanda che resta intatta: fino a dove può spingersi uno Stato nel sindacare decisioni appartenenti alla struttura canonica di una Chiesa?
Lo scontro ha ormai superato da tempo la dimensione di un dissidio personale tra Nikol Pashinyan e Karekin II. Riguarda il rapporto tra potere civile e autorità religiosa, l’autonomia della Chiesa Apostolica Armena, il ruolo storico della Santa Sede di Etchmiadzin nella vita nazionale e, sempre più chiaramente, la memoria dell’Artsakh.
Dalla «Quarta Repubblica» alla rimozione dell’Artsakh
Il passaggio parlamentare del 24 agosto assume un significato ancora maggiore, se letto insieme alla linea politica presentata dallo stesso Pashinyan nel programma di governo 2026-2031.
Nei giorni scorsi abbiamo riferito della sua proclamazione dell’inizio della cosiddetta «Quarta Repubblica», con la quale il Primo Ministro intende segnare una cesura rispetto alla stagione politica nata dal Movimento del Karabakh. La costruzione della nuova Armenia dovrebbe fondarsi, nella visione di Pashinyan, sulla pace, sulla delimitazione dello Stato entro i confini internazionalmente riconosciuti e sull’abbandono delle concezioni nazionali, che egli considera capaci di alimentare nuovi conflitti. Ora questo processo sembra incontrare un ostacolo che non è territoriale, ma spirituale e culturale.
Lo Stato può decidere di non avanzare rivendicazioni sull’Artsakh. Può modificare la propria politica estera. Può riconoscere l’integrità territoriale dell’Azerbaigian. Può persino costruire una nuova narrazione della propria storia politica. Ma può pretendere anche che la Chiesa smetta di pregare per l’Artsakh? È qui che la vicenda assume una dimensione molto più profonda della disputa tra Pashinyan e Karekin II.
L’Artsakh che continua ad esistere nella memoria
La Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh non esiste più come entità politica sul terreno. La sua popolazione armena è stata costretta alla fuga. La sua capitale Stepanakert è sotto controllo azero. Chiese, monasteri, cimiteri e monumenti armeni si trovano oggi in una condizione che continua a suscitare interrogativi e preoccupazioni sulla conservazione della loro identità storica e religiosa.
Ma l’Artsakh continua ad esistere nella memoria di chi vi è nato, nelle famiglie degli sfollati, nella storia armena e nella preghiera della Chiesa. Ed è forse proprio questo il punto che il durissimo confronto parlamentare del 24 agosto ha fatto emergere con una chiarezza nuova.
La battaglia tra Pashinyan e Karekin II non riguarda più soltanto chi debba guidare la Chiesa Apostolica Armena. Riguarda anche chi abbia il diritto di stabilire che cosa gli Armeni possano ricordare dell’Artsakh e persino per che cosa possano pregare. Ed è una domanda assai più grande dei due uomini che oggi si affrontano a Erevan.
