Armenia, 36 anni dalla Dichiarazione di Indipendenza. L’Artsakh era alle origini dello Stato che Pashinyan vuole rifondare (Korazym 24.08.26)

Trentasei anni fa, il 23 agosto 1990, il Consiglio Supremo della Repubblica Socialista Sovietica Armena adottava la Dichiarazione di Indipendenza dell’Armenia. Non era ancora l’indipendenza pienamente conseguita, che sarebbe stata sancita dal Referendum del 21 settembre 1991, ma l’inizio formale del processo di restaurazione dello Stato armeno sovrano.

A distanza di trentasei anni, quel documento non appartiene soltanto alla storia. È diventato uno dei punti nevralgici dello scontro sull’identità stessa della Repubblica di Armenia e sulla direzione che il Primo Ministro Nikol Pashinyan intende imprimere al Paese dopo la perdita della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh e l’avvio del processo di pace con l’Azerbaigian.

È difficile separare questa controversia da quanto abbiamo raccontato negli ultimi anni su questo Blog dell’Editore di Korazym.org: la guerra del 2020, il blocco dell’Artsakh, l’offensiva azera del settembre 2023, l’esodo totale della sua popolazione armena autoctona, la distruzione o alterazione del patrimonio religioso e culturale armeno, la questione dei prigionieri detenuti a Baku e, infine, il progressivo abbandono da parte del governo di Erevan delle categorie politiche sulle quali si era costruita una parte importante della Terza Repubblica.

L’Artsakh scritto all’origine dell’indipendenza

Il testo approvato il 23 agosto 1990 è inequivocabile su un punto storico spesso dimenticato nell’attuale dibattito. Nel preambolo, il Consiglio Supremo dichiarava di agire esercitando «il diritto delle nazioni alla libera autodeterminazione» e sulla base della decisione congiunta del 1° dicembre 1989 del Consiglio Supremo della Repubblica Socialista Sovietica Armena e del Consiglio Nazionale del Nagorno-Karabakh sulla «riunificazione della RSS Armena e della Regione montuosa del Karabakh».

La Dichiarazione collegava inoltre la nuova statualità alle tradizioni democratiche della Repubblica indipendente di Armenia costituita il 28 maggio 1918.

Non si tratta, dunque, di una successiva interpretazione politica della questione dell’Artsakh. Il Nagorno-Karabakh era presente nel documento che inaugurava formalmente il processo di restaurazione dell’indipendenza armena.

I dodici punti della Dichiarazione delineavano una Repubblica sovrana, nella quale il potere apparteneva al popolo; prevedevano cittadinanza, Forze Armate proprie, un sistema economico e monetario indipendente, libertà di parola, stampa e coscienza, separazione dei poteri e pluralismo politico. Il punto 11 impegnava inoltre la Repubblica a sostenere il riconoscimento internazionale del Genocidio Armeno del 1915.

Il dodicesimo e ultimo punto stabiliva che la Dichiarazione sarebbe servita da base per l’elaborazione della futura Costituzione della Repubblica d’Armenia.

Dalla Dichiarazione alla Costituzione

Quel rapporto non rimase soltanto programmatico. Il preambolo della Costituzione armena richiama ancora oggi espressamente «i principi fondamentali della statualità armena e gli obiettivi nazionali sanciti nella Dichiarazione di Indipendenza dell’Armenia». È precisamente questo riferimento che Pashinyan non vuole ritrovare nella nuova Costituzione.

Già il 23 agosto 2024, nell’anniversario della Dichiarazione, il Primo Ministro aveva sottolineato che il richiamo costituzionale al documento del 1990 non significa che tutto il suo contenuto sia automaticamente incorporato nella Costituzione. Nel novembre dello stesso anno aveva poi sostenuto che nella Dichiarazione fosse stata inserita una «logica» destinata a produrre conflitti profondi e prolungati con i vicini dell’Armenia.

Un anno dopo, il 23 agosto 2025, Pashinyan era andato ancora oltre, affermando che la Dichiarazione portava l’impronta del Movimento del Karabakh e sostenendo che alcune sue fondamentali impostazioni ideologiche fossero orientate al conflitto.

Nell’aprile 2026 il Primo Ministro ha quindi espresso apertamente la propria posizione: la nuova Costituzione non dovrebbe contenere il riferimento alla Dichiarazione di Indipendenza presente nell’attuale preambolo.

Dalla Terza alla «Quarta Repubblica»

Il significato politico di questa operazione è diventato ancora più evidente pochi giorni fa. Il 20 agosto 2026, presentando il programma di governo 2026-2031, Pashinyan ha proclamato l’ingresso dell’Armenia in quella che definisce la «Quarta Repubblica», contrapponendola alla Terza Repubblica, che a suo giudizio sarebbe stata fondata sulla «logica del conflitto e del confronto». Al centro della nuova fase dovrebbe esserci invece l’ideologia della cosiddetta «Armenia reale»: uno Stato concentrato entro i confini internazionalmente riconosciuti della Repubblica di Armenia e orientato alla normalizzazione delle relazioni con i Paesi vicini.

È qui che l’anniversario del 23 agosto assume un significato che supera largamente la commemorazione storica. Il problema non è semplicemente se una futura Costituzione debba citare o meno un documento precedente. La domanda è quale rapporto la nuova Armenia intenda conservare con il processo politico e nazionale dal quale nacque la sua indipendenza.

Pashinyan propone una risposta netta: superare la logica politica della Terza Repubblica per garantire allo Stato armeno pace, sicurezza e continuità. I suoi critici vedono invece in questa operazione il rischio di recidere progressivamente il legame con una parte essenziale della memoria politica armena e, soprattutto, di trasformare la tragedia dell’Artsakh da questione ancora aperta di diritti, persone e patrimonio storico in un capitolo da consegnare definitivamente al passato.

L’Artsakh non è soltanto una rivendicazione territoriale

Questo punto richiede una distinzione essenziale. Che la Repubblica di Armenia riconosca l’integrità territoriale dell’Azerbaigian nell’ambito di un accordo di pace è una questione politico-giuridica. Altra cosa sono i diritti degli Armeni dell’Artsakh, la possibilità di un ritorno sicuro e dignitoso degli sfollati, la sorte dei prigionieri armeni detenuti a Baku e la tutela delle chiese, dei monasteri, dei cimiteri e dell’intero patrimonio culturale armeno rimasto nel territorio.

Come abbiamo ripetutamente osservato nella nostra copertura, cancellare una rivendicazione territoriale non cancella automaticamente un popolo, la sua storia o i suoi diritti.

Per gli Armeni del Nagorno-Karabakh, l’autodeterminazione non nacque nel vuoto. Il Movimento del Karabakh maturò nel contesto delle tensioni e discriminazioni dell’epoca sovietica e fu accompagnato e seguito dalle violenze contro gli Armeni a Sumgait, Kirovabad/Gandzak e Baku e, durante la guerra, dal massacro di Maragha. È questa memoria storica che rende impossibile ridurre l’intera questione alla formula di una semplice «logica del conflitto».

Trentasei anni dopo

La Dichiarazione del 23 agosto 1990 appartiene ormai alla storia dell’Armenia indipendente. Ma proprio perché appartiene alla storia non può essere retroattivamente privata del contesto nel quale nacque.

Il documento affermò la sovranità dell’Armenia, il diritto del popolo armeno all’autodeterminazione, la continuità con la Repubblica del 1918, il pluralismo democratico e l’impegno per il riconoscimento del Genocidio Armeno. E richiamò esplicitamente la decisione del 1° dicembre 1989 relativa alla riunificazione con il Nagorno-Karabakh. Questo è un dato documentale, indipendentemente dal giudizio che oggi se ne voglia dare.

Trentasei anni dopo, l’Armenia si trova così davanti a una scelta che riguarda non soltanto il proprio futuro, ma anche il modo in cui intende leggere il proprio passato.

La pace con i vicini può certamente richiedere il superamento di paradigmi politici divenuti impraticabili. Ma costruire la pace non significa necessariamente riscrivere le ragioni per cui quei paradigmi nacquero, né cancellare dalla memoria nazionale coloro che ne hanno pagato il prezzo più alto. Perché l’Artsakh oggi può non essere più sotto controllo armeno, e la sua popolazione armena può essere stata costretta ad abbandonare la propria terra ancestrale. Ma proprio il testo del 23 agosto 1990 ricorda che, quando l’Armenia contemporanea iniziò il cammino verso l’indipendenza, la questione dell’Artsakh non si trovava ai margini di quella storia. Era scritta nel suo preambolo.

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