Armenia, l’addio alla Russia e la domanda che nessuno vuole porsi: quanto è “spontanea” questa svolta? (Sardegnagol 28.08.26)

L’Armenia esce dalla sfera di influenza della Russia. A suggerirlo sono le ultime dichiarazioni del primo ministro armeno Nikol Pashinyan, secondo il quale “esistono le condizioni per non considerare più la Russia un partner strategico dell’Armenia”.

Il programma di governo per il 2026-2031, presentato in Parlamento, infatti, non menziona più Mosca come tale, e Pashinyan ha giustificato la scelta richiamando il mancato intervento russo e della CSTO durante l’escalation con l’Azerbaigian del settembre 2022. Una spiegazione che, sul piano della cronaca, filtra come legittima: Mosca ha effettivamente disatteso le aspettative di Yerevan in quella fase, e i funzionari russi si sono difesi sostenendo che gli obblighi di sicurezza non coprissero il Nagorno-Karabakh, riconosciuto internazionalmente come territorio azero.

Ma la narrazione ufficiale, quella di un Paese che semplicemente “prende atto” di un’alleanza fallita e sceglie in piena autonomia una nuova rotta, quella europea, merita di essere affiancata da qualche domanda più scomoda.

I numeri di un riorientamento tutt’altro che gratuito.

Mentre Pashinyan smontava pubblicamente la partnership con Mosca, l’Unione Europea costruiva pazientemente, negli stessi anni, un’architettura di sostegno finanziario e istituzionale a Yerevan che ha pochi precedenti nella regione. Il Resilience and Growth Plan lanciato da Bruxelles nel 2024 vale 270 milioni di euro in sovvenzioni dirette per il periodo 2024-2027. A questo si aggiungono investimenti complessivi, nel quadro della strategia Global Gateway, attesi fino a 2,5 miliardi di euro.

Solo il sostegno al settore privato armeno, ancora, ha già raggiunto oltre 250 milioni di euro, coinvolgendo quasi 17mila piccole e medie imprese. Bruxelles ha inoltre destinato 30 milioni di euro alle forze armate armene attraverso lo European Peace Facility, ha aperto un dialogo per la liberalizzazione dei visti, ha firmato un accordo che consente alla stessa Armenia di partecipare alle missioni di sicurezza e difesa dell’Unione, e nel luglio 2026 ha lanciato una missione civile , la EU Partnership Mission in Armenia, esplicitamente dedicata a rafforzare “le istituzioni democratiche” del Paese contro le cosiddette “minacce ibride”.

È l’Unione europea stessa, del resto, a rivendicare senza troppi giri di parole di essere ormai “il maggior donatore” dell’Armenia. Un dato di fatto che la Commissione europea presenta come un successo della propria politica di vicinato, e che merita di essere letto anche da un’altra prospettiva.

Cooperazione o leva geopolitica?

Nessuno mette in discussione il diritto sovrano dell’Armenia di rivedere le proprie alleanze, tanto più dopo un’onta come quella subita nel 2022, quando l’ombrello di sicurezza promesso da Mosca si è rivelato (fermo restando il tema del riconosciumento del Nagorno-Karabakh) vuoto proprio nel momento del bisogno. Ma è lecito chiedersi se un riorientamento geopolitico accompagnato da un flusso così sistematico e mirato di denaro, assistenza militare e missioni istituzionali possa ancora essere descritto semplicemente come l’esito di una libera scelta democratica armena, oppure se non rappresenti piuttosto un caso di manuale di quella che, se compiuta da altri attori globali, verrebbe immediatamente etichettata come ingerenza negli affari interni di uno Stato sovrano.

Il vocabolario stesso usato da Bruxelles , “resilienza”, “allineamento di valori e interessi”, “minacce ibride” da contrastare con missioni ad hoc , è lo stesso che l’Unione europea utilizza abitualmente per descrivere le influenze esterne che intende contrastare quando provengono da altri attori globali. Il fatto che qui il soggetto agente sia l’Ue stessa, e non un rivale strategico, non rende automaticamente l’operazione meno simile, nella sostanza, a un esercizio di influenza esterna su un Paese di soli tre milioni di abitanti, con un’economia fragile e un disperato bisogno di sicurezza dopo decenni di conflitto.

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