Armenia sotto pressione. Cosa raccontano i media italiani su Pashinyan, la Chiesa Apostolica Armena e gli arresti. E cosa resta fuori dal racconto (Korazym 27.08.26)
Negli ultimi giorni due vicende hanno riportato l’Armenia all’attenzione dell’informazione internazionale: l’ulteriore escalation dello scontro tra il governo del Primo Ministro Nikol Pashinyan e la Chiesa Apostolica Armena, con al centro Sua Santità Karekin II, Patriarca Suprema e Catholicos di Tutti gli Armeni, e l’arresto dell’ex Presidente Robert Kocharyan nell’ambito di una vasta indagine per corruzione. Due casi apparentemente diversi, che anche in Italia hanno ricevuto un’attenzione diseguale e sono stati raccontati prevalentemente attraverso categorie già note: lo scontro tra governo e opposizione, la lotta alla corruzione e soprattutto il progressivo allontanamento dell’Armenia dalla Russia.
Sono chiavi di lettura fondate e necessarie. Ma rischiano di lasciare sullo sfondo una domanda altrettanto importante: che cosa sta accadendo al rapporto tra il potere politico armeno e le istituzioni, dalla magistratura alla Chiesa Apostolica Armena, la cui autonomia costituisce precisamente uno dei limiti che il potere politico dovrebbe incontrare?
È una domanda che su questo Blog dell’Editore non poniamo oggi per la prima volta. Dallo scontro tra il governo di Pashinyan e la Chiesa Apostolica Armena al processo che ha portato Karekin II davanti ai giudici, dalla progressiva rimozione dell’Artsakh dalla nuova narrazione statale fino all’arresto di Robert Kocharyan [*], abbiamo cercato di seguire i singoli fatti senza trasformarli in una risposta precostituita. Ma proprio la loro successione rende ormai necessario interrogarsi anche sul quadro complessivo.
Perché denunciare una possibile interferenza politica sulla giustizia non significa dichiarare innocente chi viene accusato di corruzione; così come difendere l’autonomia della Chiesa non significa sottrarre i suoi esponenti all’applicazione della legge dello Stato. Significa chiedere che sia possibile distinguere la legge dalla lotta politica.
Il Catholicos: una vicenda quasi assente dai grandi media italiani
Lo scontro tra Pashinyan e Karekin II ha trovato finora uno spazio relativamente limitato nell’informazione italiana generalista. Eppure, la crisi ha ormai superato da tempo i confini di una polemica personale tra il Primo Ministro e il Capo della Chiesa Apostolica Armena. E nelle ultime ore ha compiuto un ulteriore salto di qualità.
Come abbiamo riferito ieri sera [La Santa Sede di Etchmiadzin risponde a Pashinyan: «Si crea una crisi artificiale per limitare l’autonomia della Chiesa». E al centro tornano Artsakh e prigionieri armeni a Baku], il Consiglio Spirituale Supremo, riunito il 26 agosto presso la Santa Sede di Etchmiadzin sotto la presidenza di Karekin II, ha risposto direttamente all’offensiva politica del governo. Secondo la dichiarazione approvata al termine della riunione, le autorità starebbero tentando di creare artificialmente attorno alla Chiesa una situazione di «crisi», attraverso accuse e procedimenti penali, per costruire il presupposto dell’ingerenza nella sua vita interna e limitarne l’autonomia.
La presa di posizione è particolarmente significativa perché allarga ulteriormente il perimetro dello scontro. La Santa Sede di Etchmiadzin respinge le accuse rivolte alla Chiesa Apostolica Armena di essere un «agente di influenza straniera», uno «Stato nello Stato» o espressione di un «partito della guerra» e indica espressamente, tra le questioni divenute oggetto della controversia, la memoria dell’Artsakh nella preghiera, la difesa dei diritti degli Armeni dell’Artsakh, la tutela del loro patrimonio spirituale e culturale e la richiesta di liberazione dei prigionieri armeni detenuti a Baku.
Il Consiglio Spirituale Supremo contesta inoltre direttamente la competenza del potere politico a intervenire nella materia: secondo la dichiarazione, il governo non avrebbe alcuna autorità costituzionale per inserire la «riforma» della Chiesa nel proprio programma e l’Assemblea Nazionale non sarebbe la sede competente per discutere questioni appartenenti alla vita interna della Chiesa.
È un passaggio che rende ancora più difficile ridurre la vicenda a uno scontro personale Pashinyan-Karekin II. Il governo ha ormai inserito nel programma 2026-2031 un percorso che prevede la rimozione dell’attuale Catholicos, l’individuazione di un Locum Tenens, l’adozione di una nuova carta ecclesiastica e infine l’elezione di un nuovo Capo della Chiesa. Dall’altra parte, la Santa Sede di Etchmiadzin risponde formalmente, sostenendo che proprio questa iniziativa costituisca un’ingerenza in una sfera nella quale il potere politico non possiede competenza.
In Italia la vicenda è stata seguita soprattutto da testate attente all’informazione religiosa e armena. Settimana News, ad esempio, ha recentemente parlato di un’«inutile disfida» tra Stato e Chiesa, inserendo il conflitto anche nel più vasto confronto tra l’orientamento occidentale del governo Pashinyan e i tradizionali rapporti dell’Armenia con la Russia. È una componente reale della vicenda, ma non esaurisce la questione.
Su questo Blog dell’Editore abbiamo insistito soprattutto su un’altra domanda: fino a che punto uno Stato può intervenire nelle controversie interne di una Chiesa e stabilire, direttamente o indirettamente, chi possa esercitare una funzione episcopale o chi debba guidare un’istituzione religiosa?
Dopo la dichiarazione del Consiglio Spirituale Supremo del 26 agosto, questa domanda non è più soltanto una chiave interpretativa della nostra copertura. È ormai entrata esplicitamente nel confronto tra le due istituzioni: da una parte il governo rivendica la necessità di una «riforma» della Chiesa in nome della canonicità, della trasparenza e della «sicurezza spirituale»; dall’altra la Santa Sede di Etchmiadzin sostiene che lo Stato stia costruendo artificialmente una crisi proprio per giustificare l’intervento nella vita ecclesiale.
Non è quindi una domanda soltanto armena. È una questione di libertà religiosa, autonomia delle confessioni e separazione delle competenze tra Stato e Chiesa.
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- Armenia, Pashinyan attacca Karekin II e mette l’Artsakh sul banco degli imputati. Ora lo scontro con la Chiesa rivela un nodo più profondo – 25 agosto 2026
Kocharyan: la notizia arriva anche in Italia
Diverso è stato il trattamento riservato all’arresto dell’ex Presidente Robert Kocharyan, come abbiamo riferito ieri mattina [Armenia, Kocharyan fermato con accuse di corruzione dopo lo scontro del figlio con Pashinyan. Giustizia o nuova resa dei conti politica?].
La notizia ha trovato spazio anche nell’informazione italiana, soprattutto attraverso le agenzie e le testate internazionali in lingua italiana. Euronews Italia ha evidenziato sia le pesanti accuse di corruzione sia il profilo politico di Kocharyan, leader dell’opposizione considerato vicino alla Russia e legato personalmente a Vladimir Putin. Internazionale ha ripreso il servizio di Reuters, concentrato sulle accuse relative all’acquisizione di beni pubblici, sulle presunte tangenti e sul riciclaggio.
La cornice prevalente è comprensibile: un ex Presidente filorusso viene arrestato mentre Pashinyan conduce l’Armenia verso un progressivo avvicinamento all’Unione Europea e agli Stati Uniti. L’operazione giudiziaria diventa così anche un episodio dello scontro tra la vecchia Armenia legata a Mosca e quella che il Primo Ministro intende costruire.
Ma anche qui esiste un altro livello.
Quelle ventiquattr’ore che non possono essere ignorate
Meno di ventiquattr’ore prima dell’operazione contro Kocharyan, suo figlio Levon aveva avuto un durissimo confronto con Pashinyan nell’Assemblea Nazionale. Levon Kocharyan aveva accusato il Primo Ministro di esercitare pressioni sui tribunali e sugli organi investigativi. Pashinyan aveva risposto spostando direttamente il confronto sull’origine della ricchezza della famiglia Kocharyan: come era diventata milionaria? Da dove provenivano quelle proprietà? Se beni appartenenti allo Stato erano stati acquisiti illegalmente, sosteneva il Primo Ministro, dovevano tornare allo Stato. Il giorno successivo gli investigatori hanno bussato alle porte della famiglia Kocharyan.
La successione temporale non dimostra alcun rapporto causale. Sarebbe scorretto affermarlo. Ma è un fatto giornalisticamente rilevante, tanto che anche The Associated Press ha sottolineato la vicinanza temporale tra lo scontro parlamentare e le perquisizioni.
C’è però qualcosa di ancora più delicato. Quando il 25 agosto Pashinyan è stato accusato dall’opposizione di avere sostanzialmente impartito un ordine contro Kocharyan, ha risposto: «Parlando di ordini, non ho dato l’ordine qui; l’ho dato in Piazza della Repubblica il 5 giugno». Il riferimento era al comizio conclusivo della campagna elettorale di Contratto Civile. Quel giorno Pashinyan aveva pubblicamente affermato che, dopo le elezioni, Kocharyan avrebbe dovuto essere arrestato e portato davanti alla giustizia per i fatti del marzo 2008.
Occorre essere precisi: il procedimento che ha portato all’arresto del 25 agosto riguarda accuse di corruzione, abuso di potere e riciclaggio e non coincide con quello relativo agli eventi del 2008. Non sarebbe quindi corretto sostenere che Pashinyan avesse annunciato in giugno l’operazione giudiziaria di agosto.
Ma rimane una questione istituzionale difficilmente eludibile: quale significato assume, in uno Stato di diritto, l’annuncio pubblico da parte del Capo del governo, che uno dei suoi principali avversari politici dovrà essere arrestato?
La chiave geopolitica spiega molto, ma non tutto
Una parte significativa della copertura internazionale e italiana interpreta quanto sta accadendo in Armenia attraverso la contrapposizione geopolitica. Kocharyan rappresenta una stagione caratterizzata dalla stretta alleanza dell’Armenia con la Russia. Pashinyan ha invece progressivamente ridotto la tradizionale dipendenza strategica da Mosca e cercato rapporti più stretti con Brussel e Washington. Anche il conflitto con la Chiesa Apostolica Armena viene talvolta inserito in questa cornice, perché il governo accusa settori ecclesiastici di essere politicamente vicini agli ambienti filorussi.
È una lettura che contiene elementi reali. Ma trasformarla nella spiegazione generale di quanto accade in Armenia rischia di produrre una semplificazione: filorusso contro filooccidentale, vecchio sistema contro nuovo sistema, oligarchi contro riformatori. Lo Stato di diritto non può però essere misurato sulla base della collocazione geopolitica di un governo. Un Paese non diventa più democratico perché si avvicina all’Occidente, così come un oppositore non diventa innocente perché accusa il governo di autoritarismo. Le garanzie istituzionali devono essere valutate attraverso il comportamento concreto delle istituzioni.
Due vicende diverse, una stessa domanda
È qui che il caso Karekin II e il caso Kocharyan, pur essendo profondamente diversi, finiscono per incontrarsi.
Nel primo caso la domanda riguarda il limite dell’intervento dello Stato nella vita interna della Chiesa Apostolica Armena. Dopo la dichiarazione del 26 agosto, non è più soltanto una domanda posta dagli osservatori: è la stessa Santa Sede di Etchmiadzin ad accusare il potere politico di creare artificialmente una «crisi» ecclesiale attraverso accuse e procedimenti penali per giustificare l’ingerenza e limitare l’autonomia della Chiesa.
Non significa sostenere che esista necessariamente un unico disegno dietro le due vicende. Né significa ignorare le gravissime accuse formulate contro Kocharyan o le durissime contestazioni che Pashinyan rivolge alla gerarchia ecclesiastica. Significa osservare un problema istituzionale.
Negli ultimi mesi procedimenti giudiziari e iniziative delle autorità hanno coinvolto esponenti dell’opposizione, personalità critiche verso il governo e importanti rappresentanti della Chiesa Apostolica Armena. Ciascun caso deve essere valutato autonomamente e sulla base delle prove. Ma quando il potere politico entra così frequentemente nello spazio occupato da magistratura, opposizione e autorità religiosa, interrogarsi sulla qualità delle garanzie democratiche non costituisce una presa di posizione politica. È precisamente il compito dell’informazione.
Quello che manca nel racconto
La copertura italiana dell’Armenia rimane comprensibilmente limitata. Quando arriva, privilegia gli elementi più immediatamente leggibili per il pubblico occidentale: Russia contro Occidente, Pashinyan contro i filorussi, lotta alla corruzione, trasformazione geopolitica del Caucaso meridionale. Ma l’Armenia di oggi merita di essere osservata anche attraverso un’altra lente.
Dopo la perdita dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh e lo sfollamento della sua popolazione armena autoctona, l’Armenia sta ridefinendo contemporaneamente la propria identità nazionale [Armenia, 36 anni dalla Dichiarazione di Indipendenza. L’Artsakh era alle origini dello Stato che Pashinyan vuole rifondare], il rapporto con la Russia, le relazioni con Azerbaigian e Turchia, il ruolo della Chiesa Apostolica Armena e gli equilibri politici interni.
È una trasformazione enorme. Proprio per questo la domanda non può essere soltanto dove Pashinyan stia portando geopoliticamente l’Armenia. Bisogna chiedersi anche quale Armenia istituzionale stia emergendo durante questo percorso.
Le accuse di corruzione devono essere giudicate dai tribunali. Le controversie ecclesiastiche devono essere affrontate nel rispetto dell’autonomia della Chiesa e delle leggi dello Stato. Gli oppositori devono rispondere delle proprie eventuali responsabilità, ma senza che la giustizia possa diventare, o anche soltanto apparire, uno strumento della battaglia politica.
Perché tra Mosca e Brussel, tra la vecchia Armenia e quella che Pashinyan definisce la «Quarta Repubblica», rimane una domanda molto più elementare: quanto spazio resta alle istituzioni quando il potere politico decide di trasformare profondamente un Paese?
[*] Nella mattinata di oggi, giovedì 27 agosto 2026, il Tribunale anticorruzione armeno ha disposto due mesi di custodia cautelare nei confronti dell’ex Presidente Robert Kocharyan. La decisione è stata adottata al termine di una lunga udienza, iniziata il giorno precedente, sulla richiesta presentata dagli inquirenti nell’ambito dell’indagine che vede Kocharyan accusato di abuso d’ufficio, corruzione e riciclaggio di denaro per fatti risalenti agli anni della sua presidenza. Durante la notte l’ex Presidente era stato trasferito in ospedale su indicazione dei medici e l’esame della richiesta di custodia era proseguito in sua assenza. Il provvedimento arriva il giorno dopo la decisione dello stesso Tribunale di disporre due mesi di custodia cautelare anche per il figlio maggiore Sedrak Kocharyan, coinvolto nella medesima indagine.
