Armenia, Amsterdam accusa Pashinyan: «Agisce come se nessuna istituzione fosse al di sopra della sua autorità». Lo scontro sulla Chiesa diventa questione internazionale (Korazym 29.08.26)
Lo scontro tra il governo del Primo Ministro Nikol Pashinyan e la Chiesa Apostolica Armena compie un altro passo e comincia a uscire dai confini dell’Armenia. Dopo l’ingresso della «riforma» della Chiesa e della rimozione di Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni, nel programma governativo 2026-2031; dopo gli attacchi pronunciati da Pashinyan nell’Assemblea Nazionale; dopo la risposta della Santa Sede di Etchmiadzin, che ha denunciato il tentativo di costruire artificialmente una «crisi» per giustificare l’ingerenza dello Stato nella vita ecclesiale, interviene ora l’avvocato internazionale Robert Amsterdam.
La sua lettura è netta: il governo armeno non starebbe più esercitando soltanto una pressione politica su singoli esponenti della gerarchia ecclesiastica, ma starebbe tentando di estendere il proprio intervento alla futura guida, al governo e all’orientamento stesso della Chiesa Apostolica Armena. Secondo Amsterdam, Pashinyan si comporta «come se nessuna istituzione in Armenia fosse al di sopra della sua autorità».
È precisamente questo il punto che rende il suo intervento qualcosa di più dell’ennesima voce nello scontro ormai aperto tra Erevan ed Etchmiadzin. La domanda non riguarda più soltanto Pashinyan e Karekin II, né le accuse rivolte al Catholicos. Riguarda il confine tra il potere dello Stato e l’autonomia di una Chiesa: chi può stabilire come debba essere «riformata» una comunità religiosa, chi debba guidarla e secondo quali criteri debba organizzare la propria vita interna?
Dalla pressione sui Vescovi alla «riforma» della Chiesa
Su questo Blog dell’Editore seguiamo da mesi il progressivo deterioramento dei rapporti tra il governo armeno e la Chiesa Apostolica Armena. Il passaggio decisivo è arrivato con il programma di governo 2026-2031, nel quale è stata inserita una sezione dedicata alla «Sicurezza spirituale».
Il governo si propone di intervenire sulla Chiesa Apostolica Armena attraverso una «riforma», la trasparenza finanziaria, la condotta del clero e il superamento dell’attuale guida ecclesiastica. Non si tratta dunque soltanto delle ripetute dichiarazioni pubbliche di Pashinyan contro Karekin II: la questione è entrata formalmente nell’agenda politica dell’esecutivo.
Il 24 agosto, presentando il programma davanti all’Assemblea Nazionale, Pashinyan ha inoltre annunciato la preparazione, su sua indicazione, di un rapporto su quella che definisce una «profonda crisi sistemica» della Chiesa Apostolica Armena. Da quel rapporto potrebbero derivare ulteriori iniziative, comprese eventuali modifiche legislative. È su questo nuovo passaggio che interviene Robert Amsterdam.
Amsterdam: il governo vuole determinare il futuro della Chiesa
Avvocato internazionale e fondatore dello studio Amsterdam & Partners LLP, Robert Amsterdam sostiene che l’azione del governo armeno abbia ormai superato il livello dello scontro con singoli ecclesiastici. La nuova attenzione governativa alla «sicurezza spirituale» e alla «riforma» della Chiesa rappresenterebbe, secondo il giurista, un significativo ampliamento della campagna contro la storica Chiesa nazionale armena.
Il contesto nel quale questa iniziativa viene avanzata è determinante. Negli ultimi mesi diversi Vescovi e sacerdoti sono stati coinvolti in arresti o procedimenti penali. Anche Karekin II e altri sei alti prelati sono stati trascinati davanti alla giustizia civile nella controversia relativa alla destituzione dell’Arcivescovo Arshak Khachatryan.
Ora, osserva Amsterdam, l’obiettivo non riguarderebbe più soltanto singoli uomini di Chiesa: il governo starebbe tentando di esercitare influenza sulla futura leadership, sul governo e sull’orientamento della Chiesa Apostolica Armena. Da qui l’accusa più grave rivolta al Primo Ministro: Pashinyan starebbe agendo come se «nessuna istituzione in Armenia fosse al di sopra della sua autorità», comprendendo in questa valutazione tanto il Parlamento quanto la Chiesa Apostolica Armena.
Una Chiesa che ha attraversato i secoli senza uno Stato armeno
L’intervento di Amsterdam richiama anche una peculiarità che rende il caso armeno difficilmente riducibile a un ordinario conflitto tra governo e istituzione religiosa.
La Chiesa Apostolica Armena appartiene alle più antiche comunità cristiane del mondo e ha avuto un ruolo essenziale nella conservazione dell’identità religiosa, culturale e nazionale armena attraverso secoli nei quali uno Stato armeno indipendente non esisteva. Ha attraversato dominazioni straniere, persecuzioni, il Genocidio armeno e la repressione sovietica. Le sue strutture canoniche, la scelta dei propri Vescovi e l’elezione del Catholicos appartengono a un ordinamento ecclesiale che precede di molti secoli l’attuale Repubblica d’Armenia. Proprio per questo la controversia assume una dimensione che supera la persona di Karekin II.
Un governo può criticare una Chiesa. Può perseguire eventuali reati commessi dai suoi membri secondo le garanzie dello Stato di diritto. Può pretendere il rispetto delle leggi applicabili alle istituzioni religiose. Altra cosa è stabilire quale debba essere la sua «riforma», indicare che il suo capo deve essere rimosso e prospettare una futura configurazione della sua leadership. È qui che la questione diventa quella della libertà religiosa e dell’autonomia ecclesiale.
Etchmiadzin: il Parlamento non può decidere gli affari interni della Chiesa
È sostanzialmente lo stesso confine indicato il 26 agosto dal Consiglio Spirituale Supremo, riunito presso la Santa Sede di Etchmiadzin sotto la presidenza di Sua Santità Karekin II.
La dichiarazione, sulla quale abbiamo riferito, sostiene che il governo «non ha né l’autorità né la competenza costituzionalmente stabilita» per inserire la riforma della Chiesa nel proprio programma o imporre al clero proprie proposte e richieste.
Ancora più esplicito il passaggio sull’Assemblea Nazionale: secondo il Consiglio Spirituale Supremo, il Parlamento non ha alcuna autorità sulle questioni interne della Chiesa e non costituisce né un foro competente né appropriato per discuterle. «La riforma della Chiesa Armena – afferma Etchmiadzin – non può essere realizzata attraverso pressioni esterne, minacce o simili atti di arbitrarietà».
La dichiarazione collega inoltre l’attuale offensiva politica ad altre decisioni assunte negli ultimi anni: l’eliminazione della materia «Storia della Chiesa Armena» dal curriculum scolastico, la soppressione dell’assistenza spirituale nelle Forze Armate, la sospensione del ministero pastorale del clero negli istituti penitenziari e l’imposizione di ulteriori obblighi fiscali attraverso sanzioni e multe.
Ma soprattutto Etchmiadzin individua tra le ragioni dello scontro un elemento sul quale abbiamo già richiamato l’attenzione: la memoria dell’Artsakh, la difesa dei diritti degli Armeni dell’Artsakh, la tutela del loro patrimonio spirituale e culturale e la richiesta di liberazione degli Armeni detenuti a Baku.
Amsterdam chiama in causa la comunità internazionale
L’elemento nuovo dell’intervento di Amsterdam è però soprattutto un altro. Amsterdam & Partners rivolge un appello esplicito ai governi stranieri, ai leader religiosi, alle organizzazioni per i diritti umani e alle comunità della Diaspora armena affinché si oppongano pubblicamente all’ingerenza politica nella Chiesa e ne difendano il diritto a determinare autonomamente la propria leadership e i propri affari interni.
La crisi tra Pashinyan ed Etchmiadzin viene così portata sul terreno internazionale. Ed è un passaggio che merita attenzione anche perché l’Armenia di Pashinyan sta contemporaneamente cercando di accreditare il proprio nuovo corso attraverso un progressivo avvicinamento politico all’Occidente, presentando la «Quarta Repubblica» come il superamento della stagione politica nata dal Movimento del Karabakh e come l’inizio di una nuova fase fondata sulla pace.
Proprio per questo la questione della Chiesa non può essere liquidata semplicemente attraverso lo schema geopolitico che contrappone un governo orientato verso l’Occidente a istituzioni o opposizioni considerate vicine alla Russia. La libertà religiosa, l’autonomia delle comunità ecclesiali, l’indipendenza della magistratura e il pluralismo istituzionale sono criteri che dovrebbero valere indipendentemente dall’orientamento geopolitico del governo che viene giudicato.
La domanda che resta
Robert Amsterdam formula la sua accusa in termini particolarmente duri. Ma, al di là della valutazione politica sul governo Pashinyan, resta una questione istituzionale che diventa sempre più difficile evitare.
Se il governo può stabilire che una Chiesa attraversa una «crisi sistemica», promuovere un’indagine parlamentare sulla sua vita interna, inserire la sua «riforma» nel programma dell’esecutivo, dichiarare che il suo capo deve essere rimosso e intervenire sul percorso che dovrebbe condurre alla futura leadership ecclesiastica, dove termina la legittima azione dello Stato e dove comincia l’ingerenza politica nella libertà religiosa? È una domanda che avevamo posto già davanti al processo contro Karekin II: può uno Stato decidere chi è Vescovo?
Oggi la domanda diventa ancora più ampia. Può uno Stato decidere come deve essere riformata una Chiesa e chi debba guidarla? La risposta non riguarda soltanto l’Armenia. Ed è precisamente per questo che quanto sta accadendo tra Erevan ed Etchmiadzin non può più essere considerato soltanto una controversia interna armena.
