Artsakh cancellato dalle pietre, ma non dalla storia. La Cattedrale distrutta, Bako Sahakyan da 1.062 giorni a Baku e dall’Australia torna la richiesta di giustizia (Korazym 30.08.26)
Una Cattedrale può essere rasa al suolo. Le opere d’arte che custodiva possono scomparire insieme alle sue mura. Un ex Presidente può trascorrere il suo sessantaseiesimo compleanno in un carcere di Baku, dopo 1.062 giorni di detenzione. Più di centomila persone possono essere costrette ad abbandonare la propria terra e, quasi tre anni dopo, continuare a vivere lontano dalle case, dalle chiese, dai cimiteri e dai luoghi nei quali è radicata la loro memoria. Ma tutto questo non significa che la questione dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh abbia cessato di esistere.
Tre notizie di questi giorni, apparentemente diverse, finiscono per ricomporre lo stesso quadro: la distruzione del patrimonio culturale e religioso armeno nei territori passati sotto il controllo dell’Azerbaigian; la detenzione a Baku degli ex dirigenti politici e militari dell’Artsakh; la condizione degli Armeni sfollati con la forza nel settembre 2023 e il loro diritto al ritorno.
Sono precisamente le questioni che questo Blog dell’Editore continua a seguire, mentre la diplomazia internazionale concentra l’attenzione sul processo di pace tra Armenia e Azerbaigian. Una pace necessaria, certamente. Ma una pace che voglia essere anche giusta e duratura, non può semplicemente trasformare ciò che è accaduto nell’Artsakh in una pagina da voltare.
Con la Cattedrale sono state distrutte anche opere irripetibili di arte sacra armena
Sulla distruzione della Cattedrale della Santa Madre di Dio di Stepanakert siamo tornati più volte. Il 22 aprile scorso, nell’articolo Artsakh: la distruzione della memoria. La demolizione della Cattedrale della Santa Madre di Dio a Stepanakert e il silenzio assordante, avevamo documentato la scomparsa di uno dei principali simboli Cristiani della capitale dell’Artsakh.
Il 13 agosto, in Stepanakert, prima e dopo la ruspa. La Cattedrale armena non c’è più e qualcuno festeggia: «Gorbagor oldu», avevamo mostrato come la documentazione fotografica e satellitare avesse ormai eliminato ogni ragionevole dubbio: l’edificio risultava ancora esistente il 3 marzo 2026, mentre il 2 aprile non c’era più. Il Caucasus Heritage Watch ha confermato attraverso immagini satellitari la distruzione della Cattedrale, inserendola nel quadro della perdita di altri siti religiosi e memoriali armeni a Stepanakert.
Ora emerge un ulteriore elemento, che permette di comprendere meglio ciò che viene perduto quando si distrugge un edificio religioso. Non sono scomparse soltanto le mura della Cattedrale. Con esse sono state distrutte opere d’arte create appositamente per quel luogo e quindi inseparabili dalla sua identità.
Hovik Avanesov, Garante del Patrimonio Culturale dell’Artsakh e Vicepresidente dell’ONG storico-culturale Azgayin, ha richiamato in particolare l’attenzione sulle porte d’ingresso realizzate dall’artista e scultore Robert Askaryan. Interamente lavorate a mano, con intagli ed elementi scultorei ispirati all’iconografia Cristiana armena e alla tradizione artistica nazionale, non erano semplicemente un elemento funzionale dell’edificio, ma opere autonome concepite come parte integrante della Cattedrale [1].
Ogni decorazione e soluzione scultorea era stata realizzata individualmente. Nelle porte si intrecciavano simbolismo Cristiano, memoria culturale armena e linguaggio artistico contemporaneo. La loro distruzione rende dunque ancora più evidente una realtà sulla quale insistiamo da tempo: quando viene demolito un luogo sacro, non scompare soltanto un edificio. Può essere cancellato un insieme irripetibile di architettura, arte, Fede e memoria che non può essere trasferito altrove né ricostruito semplicemente rifacendone le mura. È precisamente per questo che la tutela del patrimonio armeno dell’Artsakh non può ridursi alla catalogazione di ciò che è già scomparso.
Bako Sahakyan compie 66 anni nel carcere di Baku
La seconda notizia porta dalle pietre agli uomini. Oggi, 30 agosto 2026, Bako Sahakyan, nato a Stepanakert il 30 agosto 1960, compie 66 anni. È il suo terzo compleanno nella detenzione azera.
Sono trascorsi 1.062 giorni dal 3 ottobre 2023, quando l’ex Presidente della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabkh fu arrestato a Stepanakert, pochi giorni dopo l’offensiva azera e l’esodo completo della popolazione armena dalla regione.
Sahakyan è stato una delle figure centrali della storia politica dell’Artsakh. Ministro dell’Interno e successivamente Capo del Servizio di Sicurezza Nazionale, nel 2007 fu eletto Presidente della Repubblica, succedendo ad Arkadi Ghukasyan. Rieletto nel 2012, rimase alla guida dell’Artsakh fino al 2020.
Il 5 febbraio 2026 il Tribunale Militare di Baku lo ha condannato a 20 anni di reclusione. Il 6 agosto la Corte d’Appello di Baku ha confermato la sentenza, insieme a quelle pronunciate contro gli altri ex dirigenti dell’Artsakh. La stessa fonte ufficiale azera conferma che Sahakyan e Arkadi Ghukasyan sono stati condannati a 20 anni, mentre Arayik Harutyunyan, Levon Mnatsakanyan, David Manukyan, Davit Ishkhanyan e David Babayan sono stati condannati all’ergastolo [2].
Abbiamo affrontato nuovamente la questione dei detenuti Armeni il 23 agosto nell’articolo Trump ha una leva su Aliyev. La pace tra Armenia e Azerbaigian passi anche dalla liberazione dei 19 prigionieri Armeni a Baku. Il punto resta quello indicato allora: una pace che lasci nelle carceri azere gli ex dirigenti dell’Artsakh e gli altri Armeni detenuti a Baku porta con sé una questione umanitaria e politica che gli accordi economici e le nuove infrastrutture non possono cancellare.
Oggi Bako Sahakyan trascorre dunque il suo sessantaseiesimo compleanno dietro le sbarre. Non è soltanto una ricorrenza personale. Quei 1.062 giorni sono anche la misura temporale di uno dei problemi ancora irrisolti del dopo-Artsakh.
Dall’Australia: prigionieri, diritto al ritorno e patrimonio culturale
Il terzo aggiornamento arriva dall’altra parte del mondo, ma riunisce precisamente le due questioni precedenti e ne aggiunge una terza: il destino della popolazione dell’Artsakh.
Il 26 agosto si è svolta la seconda conferenza virtuale dell’Australian Friends of Artsakh Network, promossa con il coinvolgimento dell’Armenian National Committee of Australia e alla quale hanno partecipato esponenti politici dei diversi livelli di governo, rappresentanti religiosi e della società civile. Relatori principali sono stati Artak Beglaryan e Hamlet Petrosyan [3].
Beglaryan, già Difensore dei Diritti Umani e successivamente Ministro di Stato della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, oggi alla guida dell’Artsakh Union, ha richiamato l’attenzione sulle condizioni nelle quali vivono gli Armeni sfollati: povertà, problemi legati allo status, separazione dalla terra ancestrale e persistente detenzione di prigionieri politici e altri Armeni in Azerbaigian.
Ma soprattutto, ha indicato quattro questioni sulle quali l’Australia potrebbe intervenire: chiedere l’immediata liberazione dei detenuti Armeni; sostenere l’inserimento in qualsiasi accordo tra Armenia e Azerbaigian di garanzie effettive per il diritto al ritorno; chiedere responsabilità per la distruzione del patrimonio culturale e delle aree residenziali armene; valutare, quale Stato parte dello Statuto di Roma, un deferimento della situazione alla Corte Penale Internazionale affinché venga esaminata la deportazione forzata della popolazione dell’Artsakh.
Hamlet Petrosyan, Dottore in Scienze Storiche e Direttore del Dipartimento di Studi Culturali dell’Università Statale di Yerevan, ha invece illustrato la situazione dei monumenti e dei siti culturali Armeni rimasti nei territori dell’Artsakh sotto controllo azero, sottolineando la necessità di garanzie internazionali per la loro conservazione. Non si tratta, ha ricordato, soltanto di patrimonio armeno, ma di beni appartenenti alla più ampia eredità culturale dell’umanità.
È significativo che le tre questioni siano state poste insieme. Prigionieri, ritorno e patrimonio culturale non sono capitoli separati. Riguardano le persone che abitavano una terra, la possibilità di tornarvi e ciò che di quella presenza rimane sul territorio.
Abbiamo ricordato 22 agosto con l’articolo Armenia, Lilit Galstyan alla guida della Commissione per i diritti umani. Dalla Chiesa all’Artsakh, le questioni che Erevan non può più eludere, parlando anche delle posizioni assunte a Yerevan, che l’Artsakh non scompare perché non se ne parla.
E abbiamo osservato come, mentre il diritto al ritorno degli Armeni dell’Artsakh viene trattato con crescente cautela dalla politica armena per non compromettere il negoziato con Baku, dall’Azerbaigian continui ad essere promossa la narrativa del cosiddetto «Azerbaigian occidentale», estesa a territori della Repubblica sovrana di Armenia (Mentre l’Armenia tace sull’Artsakh per non disturbare la pace, Baku porta in Europa l’«Azerbaigian occidentale». A Stoccolma anche Yerevan diventa «terra azera»).
Una pace non può avere bisogno della cancellazione della memoria
I tre aggiornamenti di oggi finiscono così per raccontare la stessa storia da tre prospettive:
- A Stepanakert non è stata demolita soltanto una Cattedrale: insieme ad essa sono scomparse opere d’arte sacra create appositamente per quel luogo.
- A Baku, Bako Sahakyan compie 66 anni dopo 1.062 giorni di detenzione, mentre resta aperta la questione degli altri Armeni detenuti in Azerbaigian.
- In Australia, rappresentanti politici, religiosi e civili tornano a discutere dei diritti degli Armeni dell’Artsakh, del diritto al ritorno, della liberazione dei prigionieri e della protezione di un patrimonio culturale che continua a scomparire.
È difficile trovare una sintesi più chiara della questione.
La pace tra Armenia e Azerbaigian è necessaria. Ma non può richiedere come prezzo la cancellazione dell’Artsakh dalla memoria, dalla storia e dall’agenda internazionale. Perché si possono demolire le chiese, disperdere una popolazione e persino tentare di eliminare dal paesaggio le testimonianze materiali della sua presenza.
Ma proprio ciò che sta accadendo dimostra perché sia necessario continuare a documentare. Prima che delle pietre restino soltanto le fotografie. Prima che dei prigionieri restino soltanto i numeri dei giorni trascorsi in carcere. E prima che il diritto al ritorno venga trasformato, dal trascorrere del tempo e dal silenzio internazionale, in un diritto soltanto sulla carta.
[1] Azerbaijan Destroys Stepanakert Cathedral and Irreplaceable Armenian Sacred Art – Armenian Report, 29 agosto 2026.
[2] Verdict announced in appellate court on appeals of Armenian citizens – AZƏRTAC, 6 agosto 2026.
[3] Australian Friends of Artsakh Conference Highlights Ongoing Crisis Facing Displaced Armenians – Media Releases – News – Armenian National Committee, 28 agosto 2026.
Foto di copertina: le porte d’ingresso della Cattedrale della Santa Madre di Dio di Stepanakert, interamente realizzate a mano dall’artista e scultore Robert Askaryan e distrutte insieme alla Cattedrale tra marzo e aprile 2026. Nei pannelli, simboli della tradizione Cristiana armena, motivi ornamentali e richiami alla memoria culturale dell’Artsakh (Foto The Armenian Report).
