L’Armenia stretta tra Mosca e Baku. Kocharyan, la frattura con la diaspora e il nervo scoperto della repressione azera (Korazym 31.08.26)

 A Biškek, capitale del Kirghizistan, l’Armenia si trova ancora una volta al centro di pressioni convergenti. Da una parte la Russia, che chiede a Erevan di chiarire la propria collocazione tra Unione Europea e Unione Economica Eurasiatica e, alla vigilia dell’incontro tra Vladimir Putin e Nikol Pashinyan, invia un segnale politico al detenuto ex Presidente Robert Kocharyan. Dall’altra l’Azerbaigian, con il quale il governo armeno continua a discutere di «pace duratura», normalizzazione e collegamenti regionali, mentre restano ai margini i prigionieri armeni detenuti a Baku, il diritto al ritorno degli Armeni sfollati con la forza dall’Artsakh/Nagorno-Karabakh e la distruzione del loro patrimonio storico, culturale e religioso.

A queste pressioni esterne si aggiunge una frattura interna al mondo armeno. La piattaforma Europei per l’Artsakh ha condannato le dichiarazioni rivolte da un deputato della maggioranza governativa contro la diaspora e le organizzazioni impegnate nella difesa degli interessi pan-armeni. «Un’Armenia forte e una diaspora forte non sono in contraddizione», afferma la dichiarazione: sono «due pilastri complementari di un’unica forza nazionale».

Nelle stesse ore, il Ministero degli Esteri dell’Azerbaigian ha convocato l’Ambasciatore polacco a Baku per protestare contro un servizio della televisione pubblica TVP World sulla repressione di giornalisti, oppositori, attivisti e ricercatori. Una protesta che non cancella quanto documentato dagli osservatori internazionali: Freedom House assegna all’Azerbaigian appena 6 punti su 100 e lo classifica come Paese «non libero», mentre Reporters Without Borders denuncia l’inasprimento della repressione contro i mezzi d’informazione indipendenti.

Il 31 agosto ricorre inoltre l’anniversario dell’estradizione in Azerbaigian di Ramil Safarov, condannato all’ergastolo in Ungheria per aver assassinato con un’ascia, mentre dormiva, l’ufficiale armeno Gurgen Margaryan. Appena rientrato a Baku, Safarov fu graziato dal Presidente Ilham Aliyev, promosso e ricompensato. Un precedente che aiuta a comprendere perché l’armenofobia non possa essere liquidata come un’invenzione propagandistica.

A Biškek la pace economica, ma senza le questioni irrisolte

Lunedì 31 agosto 2026, a margine del vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai a Biškek, il Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan e il Presidente azero Ilham Aliyev si sono incontrati (foto di copertina) in formato allargato.

 

Secondo il comunicato riportato da Public Radio of Armenia, i due leader hanno sottolineato il «significato storico» del vertice di pace svoltosi l’8 agosto 2025 a Washington, della dichiarazione congiunta firmata alla presenza del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump e della parafatura dell’Accordo sull’instaurazione della pace e delle relazioni interstatali tra Armenia e Azerbaigian.

Pashinyan e Aliyev hanno indicato come manifestazioni concrete del consolidamento della pace l’esportazione in Armenia di prodotti petroliferi azeri, il transito attraverso l’Azerbaigian di cereali e altre merci provenienti da Paesi terzi e l’avvio di relazioni commerciali tra i due Stati. Hanno inoltre accolto favorevolmente i contatti tra le rispettive comunità imprenditoriali e discusso le possibilità di ampliare la cooperazione economica, commerciale ed energetica.

Un altro tema è stato il lavoro delle commissioni statali incaricate della delimitazione del confine armeno-azero. I due leader hanno affermato la necessità di proseguirne l’attività in conformità agli accordi già raggiunti. Sono stati esaminati anche i successivi passi per l’attuazione della cosiddetta Trump Route for International Peace and Prosperity (TRIPP), uno dei risultati dell’intesa di Washington, sottolineando l’importanza dei progetti di connettività previsti in tale ambito.

Valutazione positiva è stata espressa anche sui contatti tra parlamentari e rappresentanti della società civile dei due Paesi, considerati strumenti per accrescere la fiducia reciproca e sostenere una più ampia agenda di pace. Al termine dell’incontro, Pashinyan e Aliyev hanno concordato di continuare, attraverso il dialogo bilaterale diretto, le iniziative rivolte al consolidamento di una pace duratura, alla normalizzazione delle relazioni interstatali e al rafforzamento della connettività.

Il comunicato permette dunque di comprendere che non si è trattato di un incontro meramente interlocutorio. Il quadro descritto è quello di una normalizzazione che comincia a tradursi in transiti commerciali, forniture energetiche, rapporti tra imprese e progetti infrastrutturali. È, tuttavia, una pace raccontata quasi interamente attraverso la connettività e gli interessi economici.

Nel resoconto pubblico non compaiono riferimenti ai prigionieri armeni detenuti in Azerbaigian, al diritto al ritorno degli oltre centomila Armeni costretti ad abbandonare l’Artsakh nel settembre 2023, alla tutela del patrimonio storico, culturale e religioso armeno, né alle garanzie internazionali necessarie perché quei diritti non restino esclusi dal processo di normalizzazione.

Il silenzio appare ancora più significativo mentre Baku celebra la pace economica, ma continua a processare gli ex dirigenti dell’Artsakh e a respingere le denunce internazionali sulla repressione interna. Senza affrontare queste questioni, il termine «pace» rischia di indicare un sistema di relazioni costruito dopo l’affermazione militare dell’Azerbaigian, più che una riconciliazione fondata sulla giustizia, sulla sicurezza e sul riconoscimento dei diritti di entrambe le popolazioni.

Putin-Pashinyan: quale futuro tra Unione Europea e Unione Eurasiatica?

Il 1º settembre è previsto a Biškek anche l’incontro tra Vladimir Putin e Nikol Pashinyan. Il consigliere del Cremlino per la politica estera Jurij Ušakov ha anticipato che tra gli argomenti vi saranno l’aspirazione armena ad aderire all’Unione Europea e la contemporanea partecipazione del Paese all’Unione Economica Eurasiatica.

La posizione russa è nota: secondo Mosca, l’Armenia non può aspirare all’ingresso nell’Unione Europea continuando nello stesso tempo a beneficiare pienamente del mercato eurasiatico. Il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha aggiunto che ogni contatto di alto livello con Pashinyan è importante, ma che la Russia non può essere «più armena degli Armeni stessi». La frase contiene qualcosa di più di una considerazione sulle alleanze economiche. Sembra voler ricondurre alla responsabilità di Erevan anche le conseguenze delle scelte compiute sull’Artsakh, sui rapporti con Baku e sull’allontanamento dall’alleato russo. Mosca, tuttavia, non può cancellare la propria responsabilità per non avere impedito il blocco dell’Artsakh, l’offensiva azera del settembre 2023 e l’espulsione completa della popolazione armena, nonostante la presenza sul territorio delle sue forze di pace.

Il futuro internazionale dell’Armenia non si riduce quindi a una scelta astratta tra Brussel e Mosca. È condizionato dall’isolamento geografico, dalla dipendenza economica ed energetica, dalla pressione militare azera e turca, e dalla necessità di trovare garanzie di sicurezza che, negli ultimi anni, l’alleanza con la Russia non è stata in grado o non ha voluto assicurare.

Il telegramma di Putin a Kocharyan

Alla vigilia dell’incontro con Pashinyan, Putin ha inviato un messaggio personale a Robert Kocharyan, che si trova in custodia cautelare nell’ambito di una nuova inchiesta per corruzione.

Il destinatario del telegramma non è soltanto un ex Presidente armeno vicino a Mosca. Robert Kocharyan, che proprio il 31 agosto ha compiuto 72 anni, è nato nel 1954 a Stepanakert e la sua ascesa politica è indissolubilmente legata alla storia dell’Artsakh. Tra l’agosto 1992 e il dicembre 1994, negli anni decisivi della prima guerra, un conflitto scoppiato dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, fu Presidente del Comitato statale di difesa e Primo Ministro della Repubblica del Nagorno-Karabakh. Il 24 dicembre 1994 fu eletto Presidente dal Soviet Supremo e nel novembre 1996 venne confermato mediante elezione popolare. Lasciò l’incarico il 20 marzo 1997 per assumere quello di Primo Ministro dell’Armenia. Dopo le dimissioni di Levon Ter-Petrosyan, dal 4 febbraio 1998 esercitò le funzioni presidenziali ad interim; eletto il 30 marzo, entrò in carica il 9 aprile come secondo Presidente della Repubblica d’Armenia, rimanendovi fino al 9 aprile 2008.

È dunque a una delle figure politiche più rappresentative della storia contemporanea dell’Artsakh che Putin ha indirizzato, alla vigilia dell’incontro con Pashinyan, un messaggio personale carico di significato politico. «In Russia non abbiamo dimenticato il suo contributo personale allo sviluppo dei legami amichevoli e di alleanza tra i nostri Paesi», si legge nel telegramma diffuso dal servizio stampa del Cremlino in occasione del compleanno dell’ex Presidente. Putin gli ha augurato salute, forza d’animo e fermezza «di fronte alle prove» affrontate da lui e dalla sua famiglia.

Il messaggio non contiene un’accusa esplicita al governo Pashinyan e non qualifica formalmente Kocharyan come prigioniero politico. Sarebbe improprio attribuirgli parole che non vi compaiono. Il momento scelto e la formulazione adottata, però, gli conferiscono un significato che va ben oltre il consueto augurio personale.

Kocharyan e il figlio maggiore Sedrak sono stati arrestati nell’ambito di un’inchiesta che riguarda presunti abusi d’ufficio, corruzione e riciclaggio connessi alla cessione di beni statali durante la sua Presidenza. Il Tribunale anticorruzione ha disposto nei confronti dell’ex Capo dello Stato due mesi di custodia cautelare. Kocharyan e la sua coalizione respingono le accuse e parlano di vendetta politica.

Il procedimento dovrà essere valutato sulla base degli atti giudiziari, senza trasformare automaticamente la collocazione filorussa dell’ex Presidente in una prova della sua innocenza o, al contrario, in una conferma della sua colpevolezza. Resta però evidente il valore politico attribuito da Mosca alla vicenda. Dopo le dichiarazioni del Ministro degli Esteri Sergey Lavrov, il telegramma di Putin rende ancora più visibile il coinvolgimento del vertice russo nello scontro tra il governo e una delle principali figure dell’opposizione armena.

«La diaspora non è una minaccia per lo Stato armeno»

Ma la tensione non attraversa soltanto i rapporti tra Erevan e Mosca. Il 26 agosto la Federazione Euro-Armena per la Giustizia e la Democrazia ha pubblicato una dichiarazione della piattaforma Europei per l’Artsakh in risposta alle parole di un deputato della maggioranza dell’Assemblea Nazionale armena contro la diaspora e le organizzazioni che tutelano gli interessi pan-armeni. «La diaspora non è né una concorrente della Repubblica d’Armenia né una minaccia per lo Stato armeno», si legge nel documento. Essa costituisce «parte integrante del potenziale pan-nazionale del popolo armeno», attraverso le sue comunità, le organizzazioni, gli intellettuali, i benefattori e decenni di attività politica e diplomatica.

Per Europei per l’Artsakh, collegare il rafforzamento della diaspora all’indebolimento dell’Armenia rappresenta «una pericolosa concezione errata» e un tentativo di contrapporre due componenti inseparabili dello stesso popolo. La piattaforma respinge inoltre l’idea che l’attività delle organizzazioni impegnate nel riconoscimento internazionale del Genocidio armeno e nella tutela dei diritti degli Armeni dell’Artsakh possa essere contraria agli interessi dello Stato.

Il problema sollevato va oltre una singola polemica parlamentare. Riguarda la ridefinizione dell’interesse nazionale perseguita dal governo Pashinyan, che tende a separare la sicurezza della Repubblica di Armenia dalle rivendicazioni storiche e politiche del più ampio mondo armeno. In questa prospettiva, il riferimento al genocidio armeno, all’Artsakh e al diritto al ritorno rischia di essere considerato un ostacolo alla normalizzazione con Turchia e Azerbaigian.

È proprio questa separazione che la piattaforma contesta: «Un’Armenia forte e una diaspora forte non sono in contraddizione. Sono due pilastri complementari di un’unica forza nazionale». Non è soltanto una dichiarazione identitaria. È una risposta alla domanda che attraversa oggi l’intero mondo armeno: chi può definire l’interesse nazionale e quale posto vi occupano gli Armeni dell’Artsakh, dopo la perdita della loro terra?

Baku protesta perché una televisione racconta la repressione

Mentre a Erevan si discute del ruolo della diaspora, il Ministero degli Esteri dell’Azerbaigian ha convocato il 28 agosto l’Ambasciatore polacco Paweł Radomski, consegnandogli una nota di protesta per un servizio trasmesso due giorni prima dal programma Eastern Express dell’emittente pubblica polacco in lingua inglese TVP World.

Il servizio, intitolato Azerbaijan’s peace comes with repression (La pace dell’Azerbaigian è accompagnata dalla repressione), descriveva l’Azerbaigian come una potenza sempre più influente nel Caucaso meridionale, richiamando nello stesso tempo la repressione esercitata contro giornalisti indipendenti, oppositori politici, attivisti e ricercatori. Baku ha definito il contenuto «parziale» e «inaccettabile».

Ma il problema, per le autorità azere, è davvero il carattere parziale del servizio oppure il fatto che una televisione pubblica europea abbia raccontato ciò che numerosi organismi internazionali documentano da anni?

Nel rapporto Freedom in the World 2026, Freedom House classifica l’Azerbaigian come Paese «non libero» e gli assegna 6 punti su 100: nessun punto su 40 per i diritti politici e 6 su 60 per le libertà civili. Secondo l’organizzazione, giornalisti, difensori dei diritti umani e oppositori sono esposti ad arresti arbitrari, procedimenti costruiti su accuse pretestuose e processi privi delle necessarie garanzie.

Nel gennaio 2026, Reporters Without Borders contava venticinque giornalisti detenuti nel Paese. La stessa organizzazione ha ricostruito pubblicamente le condizioni carcerarie della Direttore di Abzas Media, Sevinj Vagifgizi, incarcerata dopo avere svolto inchieste sulla corruzione del regime.

Reporters Without Borders ha fermamente condannato la sentenza emessa il 27 luglio 2026 dal tribunale di Baku, che ha inflitto pene durissime a cinque giornalisti e collaboratori del media indipendente Toplum TV, con pene comprese tra quasi dodici e quattordici anni. Human Rights Watch ha definito quelle pronunciate le condanne più dure dall’inizio dell’attuale offensiva contro il giornalismo indipendente (nove giornalisti, operatori dei media e rappresentanti della società civile condannati a pene tra dodici e quindici anni).

Le condanne specifiche per i professionisti dell’informazione di Toplum TV includono: Alasgar Mammadli (co-fondatore e direttore): 14 anni di carcere; Ilkin Amrahov e Mushfig Jabbar (giornalisti e video editor): 13 anni di carcere; Farid Ismayilov (giornalista): 12 anni di carcere; Elmir Abbasov (social media manager): 11 anni, 11 mesi e 28 giorni.

Il processo (definito da Reporters Without Borders una “farsa”) si inserisce in una più ampia ondata di repressione ordinata dal Presidente Ilham Aliyev contro le poche voci libere rimaste nel Paese. Gli uffici di Toplum TV erano stati perquisiti e sigillati dalla polizia già nel marzo 2024.I giornalisti, che si sono dichiarati non colpevoli, sono stati condannati con accuse di natura finanziaria – tra cui contrabbando di valuta straniera ed evasione fiscale – espedienti legali che le autorità azere utilizzano regolarmente per bloccare i finanziamenti internazionali ai media indipendenti e punire il giornalismo d’inchiesta. Oltre ai cinque membri dello staff di Toplum TV, nello stesso processo sono stati condannati anche quattro attivisti politici correlati, portando le pene totali fino a 15 anni di reclusione.

Baku può protestare contro TVP World. Più difficile è sostenere che la repressione non esista. Evidentemente, il servizio polacco ha toccato un nervo scoperto.

Safarov: quando l’assassinio di un Armeno viene premiato

Il 31 agosto riporta alla memoria anche uno degli episodi più emblematici dell’armenofobia promossa e premiata a livello statale.

L’11 gennaio 2004, durante un corso del programma Partnership for Peace della NATO a Budapest, l’ufficiale azero Ramil Safarov entrò nella stanza dell’ufficiale armeno Gurgen Margaryan e lo uccise a colpi d’ascia mentre dormiva. Tentò poi di raggiungere un altro partecipante armeno, Hayk Makuchyan, ma trovò la porta chiusa. Nel 2006 Safarov fu condannato in Ungheria all’ergastolo, con l’impossibilità di chiedere la libertà prima di trent’anni. Il 31 agosto 2012, tuttavia, le autorità ungheresi lo estradarono in Azerbaigian sulla base della Convenzione sul trasferimento delle persone condannate e delle assicurazioni ricevute da Baku circa la prosecuzione della pena.

Appena arrivato in Azerbaigian, Safarov fu graziato dal Presidente Ilham Aliyev. Fu liberato, promosso, ricompensato con gli arretrati dello stipendio e accolto come un eroe. Nel 2020 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo stabilì che l’Azerbaigian aveva violato la Convenzione europea per il trattamento riservato a Safarov dopo il suo ritorno. La Corte non attribuì allo Stato la responsabilità diretta dell’assassinio commesso a titolo individuale, ma rilevò che le autorità azere avevano approvato e premiato il crimine attraverso la grazia, la promozione e i benefici concessi all’autore.

Il caso Safarov non appartiene dunque soltanto alla cronaca del passato. Mostra che cosa accade quando un assassinio motivato dall’odio etnico viene trasformato in titolo di merito da uno Stato. E conferisce un significato ancora più inquietante alla distruzione del patrimonio armeno dell’Artsakh, alla detenzione dei suoi ex dirigenti e alla cancellazione della sua memoria.

Le domande che restano fuori dai comunicati

A Biškek, Pashinyan e Aliyev hanno parlato di pace, normalizzazione e connettività. Putin e Pashinyan discuteranno del futuro dell’Armenia tra Europa e spazio eurasiatico. Mosca segnala intanto di non avere dimenticato Kocharyan; la diaspora contesta a Erevan l’abbandono degli interessi pan-armeni; Baku protesta perché una televisione europea racconta la repressione.

In mezzo a queste linee di tensione restano gli Armeni dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh. Restano il loro diritto al ritorno, i prigionieri detenuti in Azerbaigian, le chiese e i monumenti cancellati, la memoria di Shushi e Stepanakert. Restano anche le domande sul significato di una pace nella quale una delle parti può imporre il silenzio non soltanto sulla terra perduta, ma persino sulle persone che l’abitavano.

La questione decisiva non è soltanto se l’Armenia sceglierà Mosca o Brussel, né se riuscirà a normalizzare le relazioni con Baku. È se, nel compiere queste scelte, potrà continuare a riconoscersi come il centro politico di un popolo, che non termina ai confini della Repubblica, e che non può essere invitato a dimenticare l’Artsakh/Nagorno-Karabakh per rendere più agevole la diplomazia.

Foto di copertina: il Presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev e il Primo Ministro dell’Armenia Nikol Pashinyan si stringono la mano in occasione dell’incontro bilaterale del 31 agosto 2026 a Biškek, a margine del vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (Foto del Governo della Repubblica di Armenia).