Armeni dimenticati. La pace dei finti amici, il processo a un Papa, le due fotografie (Korazym 16.09.26)
Cari amici, un turista ha dimenticato sulla riva del Sevan una rivista italiana di geopolitica. Si chiama Limes. Duecentosessantotto pagine, titolo: «Gli stretti indispensabili». Conosco abbastanza l’italiano per capire da solo: indispensabile è ciò di cui non si può fare a meno. Bosforo, Suez, Hormuz, Malacca. Ho sfogliato tutte le pagine cercando l’Armenia. Non c’è. Dunque è ufficiale, messo per iscritto dai dotti: di noi si può fare a meno. Del nostro cuore Cristiano, delle nostre croci di pietra, perfino delle trote del mio lago. Siamo lo stretto dispensabile del mondo. Bene. Da questa posizione scomoda si vede benissimo. Vi racconto tre cose.
I sorrisi di Erdoğan, Macron e Trump
La prima. Il Caucaso meridionale, dicono, è pacificato. Ricordate la Francia? Ricordate l’Europa intera, che nel 2020 e poi nel 2023, mentre l’Azerbaigian compiva l’opera conquistando l’Artsakh, sosteneva l’Armenia? A parole. Le parole non fermano i droni. La Russia poi, che per trattato avrebbe dovuto difenderci, guardò il paesaggio. Adesso tutti hanno scoperto di amare lo status quo. I finti amici dell’Armenia la vogliono agganciata all’Europa come mercato e come ideologia, un’Europa che ha dimenticato la propria identità e pretende che anche noi dimentichiamo la nostra, così facciamo prima. Gli amici autentici dell’Azerbaigian lo amano come fornitore di gas e cugino della Turchia, con cui bisogna trattare con riguardo perché non accampi pretese sul Mediterraneo e non si vendichi, via Libia, su Roma o su Parigi. Perciò quest’estate ad Ankara Erdoğan e Macron si sono sorrisi, e da lontano anche Trump sorrideva. L’Armenia è la pedina che si sacrifica perché almeno lì, su quel quadratino della scacchiera, non ci si scontri più. Meglio del sangue? Sì. Lo dico senza ironia, benedico ogni giorno in cui non si spara. Ma non chiamatela pace: chiamatela finzione utile. Anche la finzione, come il gas, viaggia nei tubi: e i tubi non passano da dove si piange. E sia chiaro: non parlo contro il popolo azero, né contro i popoli turchi che vanno dal Mediterraneo alla Cina; ogni popolo ha la sua dignità davanti a Dio. Parlo di un disegno di potere che per compiersi ha bisogno di annullare l’umanità altrui. È un’altra cosa.
Guerra ibrida contro il Cristianesimo
La seconda. Il 7 agosto, a Vagharshapat, accanto alla Santa Sede di Etchmiadzin, è comparso davanti a un tribunale penale Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni, insieme a sei vescovi. Capite? Il Papa degli Armeni processato, con divieto di espatrio, rischio del carcere. Il pretesto è canonico: la Chiesa ha rimosso un vescovo schierato col governo, un giudice civile ne ha ordinato il reintegro, la Chiesa ha risposto che decidere chi è vescovo spetta a lei da millesettecento anni. Per questo il potere vuole incarcerare il Catholicos, dopo avergli tolto i cappellani nelle carceri e nell’esercito, la storia della Chiesa dalle scuole, dopo le perquisizioni dentro Etchmiadzin e il comitato governativo di cittadini incaricato di trovare un Catholicos più docile. Il primo giudice si è ricusato dopo pochi minuti: secondo il difensore, non ha voluto prestarsi a un processo vergognoso. Karekin II ha detto che non si dimette e che continuerà il suo ministero anche dalla cella. La Chiesa Apostolica Armena sparsa nel mondo ha capito subito: Sua Santità Aram I, Catholicos della Grande Casa di Cilicia della Chiesa Apostolica Armena, ha parlato di convocazione inaccettabile e condannabile; il Patriarcato armeno di Gerusalemme, senza giri di parole, di persecuzione giudiziaria; perfino il Consiglio Ecumenico delle Chiese, che di solito pesa le virgole, si è detto preoccupato per le interferenze negli affari interni della Chiesa. Questa si chiama guerra ibrida contro il Cristianesimo. Non si cannoneggia la cattedrale: si entra nella Chiesa per svuotarla, dall’interno e dall’esterno, togliendole ogni credibilità presso il popolo, piegando il diritto canonico al codice penale. E l’Europa, che mette la libertà religiosa in tutti i suoi preamboli? In Europa ne ha scritto seriamente Der Spiegel, e quasi nessun altro. Se i grandi giornali tacciono, le cose non esistono; oppure esistono, ma sono fantasie di complottisti. Fate voi.
Distrutta e sepolta
La terza cosa sono due fotografie. Stesso luogo di Stepanakert, capitale dell’Artsakh, stessa giovane donna azera. Nella prima, 2025, alle sue spalle si alza la Cattedrale della Santa Madre di Dio: consacrata nel 2019 dallo stesso Karekin II, trentacinque metri di pietra, i sotterranei usati come rifugio dalla popolazione sotto le bombe del 2020. Nella seconda fotografia, 2026, la donna sorride nello stesso punto e dietro di lei non c’è più niente. Uno spazio vuoto. I satelliti hanno fissato le date: la cattedrale era in piedi il 3 marzo, il 2 aprile era scomparsa. La didascalia azera dice «gorbagor oldu»: distrutta e sepolta, con soddisfazione. La stessa espressione usata dal Presidente Aliyev per lo status dell’Artsakh. Non è un vandalo isolato: è un programma, e chi monitora dal cielo ha contato anche la Chiesa di San Hakob e il memoriale del Genocidio, rasi al suolo. Tutto nel silenzio. Anche quello che amo di più, il silenzio di Roma, mi ferisce: se la Santa Sede parla, lo fa così sottovoce che il mio orecchio di vecchio non lo sente.
Il silenzio di Roma
E qui devo raccontarvi di un Papa che ho imparato ad amare, Pio XI. Un potente che feriva la Chiesa gli mandò un dono magnifico e costoso. Achille Ratti lo rimandò indietro senza tante storie, dicendo: «È inconcepibile che facciano un dono a me, mentre feriscono il Corpo Mistico della Chiesa». Ecco. Baku da anni finanzia generosamente restauri a Roma: la Basilica di San Paolo fuori le Mura (marmi e decorazioni, accordo 2024 per il Giubileo), le Catacombe di Commodilla alla Garbatella (restauro e messa in sicurezza, rinnovo 2021), le Catacombe dei Santi Marcellino e Pietro sulla Casilina (restauro e riapertura, 2012-2016). Sono bei restauri, non lo nego. Ma mentre la mano sinistra restaura un marmo a Roma, la destra rade al suolo una cattedrale a Stepanakert. In cambio di un restauro, il silenzio? Un dono di chi ferisce il Corpo Mistico si restituisce: l’ha insegnato un Papa, non un eretico come me.
Perché io questo sono, lo sapete: un Molokano, un bevitore di latte, uno che i pope hanno cacciato dalle chiese secoli fa. Non sono tanto a posto nemmeno io con loro. Eppure quando processano il loro Catholicos, quando polverizzano le loro cattedrali, sento che feriscono anche me, e anche voi, se ancora vi dite Cristiani, e perfino voi che non vi dite niente. So come finisce la storia: portae inferi non praevalebunt, le porte degli inferi non prevarranno. Ma nel frattempo – è questo frattempo che ci è stato affidato – difendere un’esperienza, una storia, un popolo, sarebbe bello. Sarebbe il minimo. Perdono chi non sa quello che fa, e fatico a credere che non lo sappiano; perdono lo stesso, ma chiedendo giustizia, ad alta voce, finché ho fiato.
Anche oggi infilo un fiore bianco tra i capelli dell’Armenia. E ne mando uno, di nascosto, sulla scrivania di chi a Roma deve solo trovare il coraggio di parlare.
Tuo,
il Molokano
Questo articolo è stato pubblicato sul numero di settembre 2026 di Tempi in formato cartaceo.
