Il primo presidente del Consiglio nazionale slovacco, Mikloško: «Non dimentichiamo gli otto armeni detenuti a Baku». Appello alla comunità internazionale (I. Sokolova) (FarodiRoma 16.09.26)
Un appello a non dimenticare gli otto armeni detenuti a Baku e a rafforzare l’impegno internazionale per la loro liberazione arriva da František Mikloško, primo presidente del Consiglio nazionale slovacco e figura storica della vita pubblica della Slovacchia, da sempre vicino all’Armenia e al popolo armeno.
In un’intervista realizzata dal presidente del Forum delle Associazioni Armene d’Europa, Ashot Grigoryan, Mikloško ha invitato gli Armeni della diaspora e le istituzioni dei diversi Paesi a mantenere alta l’attenzione sulla vicenda dei prigionieri e a sollecitare governi, parlamenti e organizzazioni internazionali affinché vengano garantiti i loro diritti e la loro sicurezza.
«Oggi né voi né noi possiamo stare tranquilli finché gli eroi del popolo armeno soffrono nella prigione di Baku e hanno bisogno del nostro aiuto», ha affermato Mikloško, chiedendo alla diaspora armena negli Stati Uniti, in Russia, in Europa e negli altri Paesi di utilizzare i propri canali politici e diplomatici per sostenere la causa dei detenuti.
L’ex presidente del Parlamento slovacco ha ricordato anche l’iniziativa dell’ex primo ministro Ján Čarnogurský, che ha scritto al presidente slovacco Peter Pellegrini chiedendo che la Slovacchia assuma un ruolo concreto nella tutela degli otto prigionieri armeni e valuti anche la possibilità di accoglierli nel Paese.
«Mi rivolgo agli Armeni più conosciuti e influenti del mondo: nei vostri Paesi dovete fare lo stesso», ha detto Mikloško. L’obiettivo, secondo l’esponente slovacco, deve essere quello di ottenere per i detenuti protezione e garanzie internazionali, verificando anche la possibilità di un loro trasferimento in Paesi europei o negli Stati Uniti qualora questo possa contribuire alla loro liberazione.
Mikloško, che nel corso degli anni ha visitato più volte l’Armenia e l’Artsakh, ha quindi richiamato la responsabilità della comunità internazionale, invitando in particolare i Paesi europei a non separare le relazioni economiche con l’Azerbaigian dal rispetto dei diritti umani e dei principi che l’Europa afferma di voler difendere.
«I Pashinyan vanno e vengono, i loro governi cambiano, i loro nomi forse non rimarranno nemmeno nella storia. Ma il popolo armeno è rimasto nella storia per millenni», ha sottolineato, spostando il discorso dalla contingenza politica alla continuità storica del popolo armeno.
L’appello assume così un significato che va oltre le contrapposizioni politiche tra Armenia e Azerbaigian. Il punto centrale indicato da Mikloško è la necessità di mantenere aperta l’attenzione internazionale sulla condizione degli otto detenuti, evitando che la loro sorte finisca ai margini dell’agenda diplomatica.
«Rivolgetevi ai vostri governi. Rivolgetevi ai parlamentari. Rivolgetevi alle istituzioni europee e americane. Rivolgetevi alle organizzazioni internazionali per i diritti umani», è l’invito rivolto alla diaspora armena.
L’obiettivo, in questa prospettiva, è fare della mobilitazione civile e diplomatica uno strumento per chiedere garanzie, giustizia e rispetto dei diritti dei prigionieri, senza lasciare che il trascorrere del tempo faccia calare l’attenzione.
La vicenda degli otto detenuti resta infatti una questione particolarmente sensibile nei rapporti tra Armenia e Azerbaigian e richiama la più ampia necessità di affrontare le conseguenze del conflitto attraverso strumenti politici, diplomatici e umanitari.
«Finché i nostri connazionali resteranno dietro le sbarre, la nostra voce non deve tacere», è il senso dell’appello rilanciato da Mikloško, che si conclude con un messaggio rivolto alla comunità armena mondiale: mantenere viva la memoria dei detenuti e chiedere con strumenti pacifici e internazionali la loro liberazione.
L’intervista, realizzata e tradotta da Ashot Grigoryan, rappresenta dunque una nuova testimonianza di solidarietà nei confronti del popolo armeno e un invito a governi e istituzioni a non lasciare cadere nel silenzio la questione dei prigionieri.
