L’Artsakh cancellato dalle mappe e custodito nella memoria. Mentre Aliyev rilancia le accuse contro gli Armeni, nasce l’archivio digitale di un popolo espulso (Korazym 16.09.26)

La propaganda di Baku non si limita a sostituire i nomi armeni dei luoghi e a presentare il monastero Gandzasar della Chiesa Apostolica Armena come monumento dell’«Albania caucasica». Il 15 settembre Ilham Aliyev ha nuovamente attribuito allo Stato e al popolo armeno la deliberata profanazione delle moschee, trasformando una questione storica complessa in un’accusa collettiva. Nello stesso giorno, a Erevan, è stata presentata la Casa digitale della cultura dell’Artsakh: un archivio dedicato alla lingua, alle tradizioni e alla memoria della comunità costretta ad abbandonare la propria terra. Sono due operazioni opposte: una riscrive il passato per legittimare il presente; l’altra conserva ciò che si tenta di cancellare.

L’Artsakh senza gli Armeni viene mostrato ai diplomatici stranieri come un territorio riconquistato, ricostruito e restituito alla normalità [*]. L’Artsakh degli Armeni, quello delle chiese, dei cimiteri, dei dialetti, dei canti, dei riti e delle memorie familiari, viene invece progressivamente espulso dalla rappresentazione ufficiale insieme al popolo che lo aveva abitato per secoli.

È questa la linea che unisce gli sviluppi degli ultimi giorni: la visita organizzata dalle autorità azere per circa 150 rappresentanti di 58 Paesi e nove organizzazioni internazionali; la presentazione di Gandzasar attraverso la narrativa dell’«Albania caucasica»; le nuove dichiarazioni del Presidente azero Ilham Aliyev contro l’Armenia; e, sul versante opposto, la nascita a Erevan della Casa digitale della cultura dell’Artsakh.

Non si tratta soltanto di una disputa sul passato. È una battaglia sul diritto di un popolo a essere ricordato dopo essere stato allontanato dalla propria terra.

Aliyev torna ad accusare gli Armeni davanti ai leader musulmani

Il 15 settembre 2026 Aliyev ha ricevuto a Baku una delegazione composta, tra gli altri, dai membri del Consiglio dei Capi delle Amministrazioni religiose musulmane dell’Organizzazione degli Stati turchi, dai partecipanti alla Conferenza internazionale dedicata a Yahya Bakuvi e dai membri del Consiglio religioso supremo dei popoli del Caucaso.

Nel suo discorso, il Presidente azero ha annunciato che gli ospiti avrebbero visitato Aghdam, Stepanakert – indicata esclusivamente con il nome azero di Khankendi –, Khojaly e Shushi, chiamata Shusha. Il viaggio è stato presentato come occasione per osservare le distruzioni attribuite all’«occupazione armena» e il volto della «rinascita del Karabakh». Il testo integrale è stato pubblicato dai canali ufficiali azeri e ripreso dall’agenzia APA.

Aliyev ha affermato che 65 moschee sarebbero state completamente distrutte dallo Stato armeno e che nelle moschee sarebbero stati intenzionalmente custoditi maiali e bovini «per insultare e umiliare» il popolo azero e l’intero mondo islamico. Ha quindi concluso: «Questo è il vero volto dello Stato armeno».

L’esistenza di edifici islamici danneggiati, abbandonati o utilizzati impropriamente durante gli anni del conflitto non deve essere negata né relativizzata. Ogni luogo di culto merita rispetto e tutela. Ma un’altra cosa è trasformare singoli episodi, immagini o condizioni di abbandono in prova di una deliberata politica statale diretta a offendere l’Islam, attribuendone la responsabilità morale a un intero popolo.

La formulazione utilizzata da Aliyev non è nuova. Accuse analoghe vengono ripetute almeno dal 2020 e sono divenute parte stabile della comunicazione ufficiale azera. Il passaggio ulteriore consiste nel loro impiego davanti a rappresentanti religiosi musulmani, in modo da trasferire il conflitto armeno-azero sul terreno della contrapposizione religiosa.

È particolarmente significativo che lo stesso discorso nel quale si parla di pace, cooperazione e riconciliazione contenga espressioni come «il vero volto dello Stato armeno», la celebrazione della vittoria militare e il richiamo alla necessità di rafforzare la potenza bellica. La memoria delle sofferenze azere, che va riconosciuta, viene così impiegata non per favorire una memoria condivisa, ma per consolidare una rappresentazione assoluta: l’Azerbaigian come vittima e liberatore; gli Armeni come occupanti, distruttori e profanatori.

Scompare invece dal discorso l’Artsakh del blocco, dell’offensiva del settembre 2023 e dell’esodo di oltre 120.000 Armeni. Scompaiono le famiglie costrette a lasciare Stepanakert, Martakert, Martuni e gli altri centri della regione. Scompaiono i prigionieri armeni detenuti a Baku. Scompare, soprattutto, la domanda che nessuna delegazione guidata dalle autorità azere sembra avere posto: dove sono finiti gli Armeni dell’Artsakh?

 

 

Dopo lo svuotamento della terra, la riscrittura dei monumenti

La visita diplomatica dell’11 e 12 settembre [*] aveva già mostrato il funzionamento di questa strategia. I rappresentanti stranieri sono stati condotti attraverso città e località selezionate dalle autorità di Baku, sotto la guida di Hikmet Hajiyev, assistente di Aliyev e principale interprete della comunicazione internazionale del regime.

Agli ospiti sono state illustrate le opere di ricostruzione e quelle che il programma definiva le «attuali condizioni dei siti del patrimonio storico e culturale». Ma il punto decisivo non è soltanto ciò che viene mostrato. È il vocabolario attraverso il quale viene spiegato.

Il monastero di Gandzasar, uno dei maggiori monumenti dell’architettura Cristiana armena medievale, è stato presentato nel quadro della cosiddetta eredità «albano-caucasica». La sua storia armena non viene necessariamente negata con la distruzione materiale dell’edificio: viene separata dal monumento attraverso un processo di sostituzione identitaria.

Gandzasar fu edificato nel XIII secolo dalla dinastia armena degli Hasan-Jalalyan. Le sue iscrizioni sono armene; armena è la tradizione ecclesiastica alla quale appartiene; armena è la comunità che per secoli vi ha pregato, custodendolo e restaurandolo. Definirlo semplicemente «albano-caucasico», omettendo questo complesso documentario e umano, non costituisce una neutra rilettura storiografica. Significa costruire un monumento Cristiano senza Armeni, esattamente come oggi si cerca di rappresentare un Artsakh senza la popolazione che vi abitava fino al 2023.

Il Patriarcato armeno di Gerusalemme ha denunciato anche l’impiego di riproduzioni e ricostruzioni museali per sostenere questa narrativa, ricordando che il patrimonio culturale non può essere separato arbitrariamente dalla comunità che lo ha prodotto e tramandato.

L’esempio del monastero di San Taddeo, nell’attuale Iran, rende evidente l’inconsistenza del criterio politico applicato da Baku. Il complesso sorge fuori dai confini dell’odierna Repubblica di Armenia, ma viene riconosciuto dall’UNESCO come parte degli «Ensemble monastici armeni dell’Iran» e come espressione delle tradizioni architettoniche e decorative armene. Un monumento non perde la propria identità storica perché oggi si trova entro i confini di un altro Stato.

Le voci dei media dell’Artsakh contro la propaganda di Baku

Il contrasto riguarda anche due funzioni radicalmente diverse dell’informazione. Da una parte vi sono i media azeri, sottoposti al controllo del regime e inseriti nel dispositivo di comunicazione e propaganda di cui Hikmet Hajiyev costituisce una delle principali figure. Dall’altra vi sono i media dell’Artsakh, grazie ai quali è stato possibile documentare dall’interno la guerra, il blocco di nove mesi, l’emergenza umanitaria, l’offensiva del settembre 2023 e infine l’esodo forzato della popolazione armena.

 

Un contributo pubblicato da Vahagn Karagashian su Horizon Weekly richiama l’attenzione sul documentario Le voci dei media dell’Artsakh, realizzato dalla giornalista e conduttrice Ani Mangasaryan. Il film ripercorre la storia e l’attività delle tre principali testate pubbliche della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh – la Radio pubblica dell’Artsakh, il quotidiano Azat Artsakh e la Televisione pubblica dell’Artsakh – dal movimento di liberazione fino allo spopolamento della Repubblica.

A parlare sono i giornalisti che continuarono a lavorare durante la guerra e il blocco, anche dalle zone più esposte, raccogliendo in decenni di attività immagini, registrazioni, interviste e documenti. Il film racconta anche il destino drammatico di questo patrimonio: una parte degli archivi fu salvata con sforzi eccezionali, mentre altro materiale dovette essere distrutto prima dell’esodo. La perdita non riguarda soltanto la storia di alcune redazioni, ma le prove documentarie della presenza di un popolo nella propria terra e delle violenze subite.

 

La Televisione pubblica dell’Artsakh ha proseguito la propria attività dopo l’espulsione della popolazione e ha presentato il documentario anche attraverso i suoi canali: una continuità che attribuisce ai media dell’Artsakh un ruolo ulteriore, quello di custodi della memoria storica mentre il patrimonio religioso e culturale armeno viene cancellato, alterato o riattribuito dalle autorità occupanti.

Senza il lavoro di quei giornalisti, una parte decisiva di ciò che avvenne durante la guerra e i nove mesi di blocco sarebbe rimasta affidata quasi esclusivamente alla narrazione prodotta da Baku. Per questo salvare gli archivi e mantenere vive quelle voci non è soltanto un’opera professionale o memoriale: significa impedire che al controllo del territorio segua anche il monopolio del racconto.

 

La «Casa digitale» contro la cancellazione

Mentre Baku propone ai visitatori stranieri un Artsakh privato della propria continuità armena, il 15 settembre è stata presentata a Erevan la piattaforma Artsakhian.org, denominata Casa digitale della cultura dell’Artsakh.

Il progetto raccoglie, ordina e rende accessibili materiali relativi al patrimonio culturale immateriale dell’Artsakh: dialetti, tradizioni orali, folklore, musica, riti, conoscenze artigianali, fotografie, video e registrazioni sonore. La sua struttura si ispira ai cinque ambiti attraverso i quali l’UNESCO classifica il patrimonio culturale immateriale.

Non è soltanto una banca dati. Dopo la dispersione della popolazione, l’archivio diventa un luogo sostitutivo della presenza: una casa che non può rimpiazzare quella perduta, ma può impedire che la perdita territoriale diventi anche perdita della memoria.

La cultura dell’Artsakh viene presentata come una realtà viva e interconnessa, formata da lingua, persone, narrazioni e pratiche quotidiane. È un punto essenziale. Il patrimonio non coincide esclusivamente con i monumenti che possono essere fotografati, restaurati e rinominati. Comprende anche chi attribuisce loro un significato, chi ne conosce i canti, chi pronuncia i nomi antichi dei villaggi, chi conserva le ricette, le preghiere, le feste e le storie familiari.

Per questo la tutela digitale assume un valore politico oltre che culturale. Documentare significa opporsi alla cancellazione, creare prove accessibili e sottrarre la memoria alla dipendenza dal controllo territoriale esercitato da Baku. La piattaforma non risolve naturalmente la questione del diritto al ritorno, della protezione internazionale del patrimonio o delle responsabilità per l’esodo del 2023. Ma impedisce che l’assenza forzata degli Armeni venga interpretata, domani, come prova che essi non siano mai esistiti in quella terra.

 

Etchmiadzin e la continuità di una Chiesa sotto pressione

Sempre il 15 settembre, presso la Santa Sede di Etchmiadzin, sotto la presidenza di Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni, è iniziata la sessione ordinaria del Supremo Consiglio Spirituale. Dopo la preghiera del Signore, il Catholicos ha rivolto la propria benedizione ai membri ecclesiastici e laici, ringraziando i titolari delle Sedi gerarchiche che avevano inviato i loro rappresentanti.

Tra i temi annunciati figurano le attività delle diocesi, i programmi educativi, sociali e di costruzione ecclesiale, nonché questioni riguardanti la vita nazionale ed ecclesiale. La notizia è stata diffusa dalla Santa Sede di Etchmiadzin e ripresa dalla stampa armena.

La riunione si svolge mentre la Chiesa Apostolica Armena affronta contemporaneamente la pressione politica interna e la minaccia che incombe sul patrimonio Cristiano dell’Artsakh. Anche questo elemento appartiene alla stessa vicenda: monasteri e chiese non sono reperti isolati, ma parti di una comunità ecclesiale ancora esistente.

Difendere Gandzasar senza difendere la continuità della Chiesa Apostolica Armena sarebbe insufficiente. Conservare fotografie delle chiese senza riconoscere il diritto dei fedeli che le hanno custodite a tornarvi significherebbe ridurre un patrimonio vivente a scenografia.

Chi controllerà il racconto dell’Artsakh?

L’Azerbaigian possiede oggi il controllo militare del territorio, decide quali delegazioni possano entrarvi e stabilisce ciò che esse possono vedere. Può sostituire i toponimi, predisporre percorsi ufficiali e presentare gli interventi edilizi come prova di normalizzazione. Ma il controllo di un territorio non attribuisce automaticamente il diritto di riscriverne la storia.

La domanda rivolta ai diplomatici non riguarda soltanto la loro presenza nell’Artsakh svuotato. Riguarda la disponibilità ad accettare senza verifica il racconto predisposto da chi controlla l’accesso. Visitare Gandzasar senza incontrare i suoi fedeli, attraversare Stepanakert senza ascoltare i suoi abitanti espulsi e parlare di ricostruzione senza pronunciare la parola ritorno rischia di trasformare la diplomazia internazionale in comparsa di una rappresentazione politica.

Da una parte vi è dunque un potere statale che mostra luoghi ormai privati della loro popolazione originaria e ne ridefinisce i nomi e l’identità. Dall’altra vi è una comunità dispersa che raccoglie voci, immagini, canti e memorie in una casa digitale.

Il confronto è profondamente diseguale. Eppure, quando la cancellazione diventa politica, ricordare non è un gesto nostalgico. È già una forma di resistenza.

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