Disaccordi e arresti, Armenia in rotta con Mosca (Il manifesto 15.09.26)

Negli ultimi tempi è andata ancora salendo la tensione fra Armenia e Russia, dopo che già con le elezioni dello scorso giugno le relazioni fra Erevan e il suo ex-“protettore” avevano assunto una piega non proprio armoniosa. «Sulla questione più importante siamo in disaccordo», ha infatti detto il leader del Cremlino Vladimir Putin al primo ministro della repubblica caucasica Nikol Pashinyan durante un bilaterale ai margini del vertice dell’Organizzazione della Cooperazione di Shangai svoltosi la settimana scorsa in Kyrgyzistan: una presa d’atto che ha dato subito il via a un botta e risposta acceso.

Il nodo della questione è sempre lo stesso, vale a dire i tentativi da parte del governo armeno in carica di superare la dipendenza da Mosca e avvicinarsi all’Unione europea. I segnali in tal senso si inseguono da mesi. A maggio la capitale armena ha ospitato uno storico summit alla presenza di numerosi leader continentali dove si sono poste le basi per oltre due miliardi di euro di investimenti e una maggiore collaborazione diplomatica.

Poi, più recentemente, Erevan si è detta disposta ad accogliere cittadini della Federazione in fuga da un eventuale coscrizione generale per rimpinguare le fila dell’esercito che è attualmente impegnato in Ucraina, mentre a inizio settembre Pashinyan ha dichiarato di considerare la struttura militare russa ancora presente in Armenia, vicino alla località di Gyumri, «non vitale per la sicurezza del paese».

BATTIBECCHI E SCONTRI retorici che riflettono l’intensificarsi per Erevan di conflitti in politica interna. Nel frattempo, infatti, diversi nomi eccellenti del panorama armeno stanno avendo guai con la giustizia: a fine agosto, l’ex-presidente del paese Robert Kocharyan è stato messo in detenzione preventiva insieme al figlio maggiore Sedrak e ad altre quattro persone a lui vicine. Tra i protagonisti delle forze d’opposizione alle ultime elezioni, l’ex-leader è accusato di aver privatizzato, acquistato a prezzi inferiori al valore di mercato beni statali, oltre che di aver incassato tangenti di vario tipo.

L’inchiesta coinvolge diversi oligarchi che controllavano l’Armenia prima della rivoluzione pacifica con cui otto anni fa è arrivato al governo Pashinyan, il quale, d’altra parte, dopo la riconferma alle urne ha promesso di far piazza pulita dei vecchi gruppi di potere. Kocharyan, capo di stato dal 1998 al 2008 e non nuovo a vicende giudiziarie, è così l’ultimo dei tre avversari più di spicco del premier in carica a essere raggiunto da un’indagine. Lo scorso luglio il tycoon Gagik Tsarukyan era stato condannato a due mesi di detenzione pregiudiziale per frode e riciclaggio di denaro, mentre nel 2025 fu la volta di Samvel Karapetyan, imprenditore e fondatore del principale partito d’opposizione, accusato di un tentato golpe di concerto con la Chiesa Apostolica Armena.

SI TRATTA DI FIGURE a vario titolo legate alla Russia, soprattutto dal punto di vista di connessioni d’affari, e che, pur non avendo condotto una campagna elettorale supina agli interessi moscoviti, di certo non predicano la necessità di un distacco netto dal Cremlino. Né, dal canto suo, Pashinyan è netto in tal senso: per quanto da poco sia stata esplicitata in parlamento l’intenzione di presentare domande per l’ingresso in Ue, in politica estera il premier armeno cerca spesso un rapporto collaborativo e pacifico con tutta la regione.

Il muro contro muro a livello interno, però, sembra spingere in tutt’altra direzione e, anzi, non sono poche le voci che denunciano un sempre maggiore dirigismo e una magistratura sempre più sotto controllo governativo.

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