Dalla Chiesa Apostolica Armena a Dadivank, mentre gli oppositori Azeri si riuniscono in esilio: tre notizie dal Caucaso meridionale (Korazym 29.09.26)
Christian Solidarity International (CSI) ha respinto integralmente il rapporto sulla «crisi nella Chiesa» diffuso dal governo del Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan. Nella dichiarazione del 28 settembre 2026, l’organizzazione contesta sia il contenuto sia il metodo con cui il documento è stato preparato dall’ufficio stampa del governo, senza un’indagine indipendente o un procedimento giudiziario.
La CSI è un’organizzazione Cristiana interconfessionale per i diritti umani che si batte per la libertà religiosa e la dignità umana, e che assiste le vittime di persecuzione religiosa, i bambini vittime di abusi e le vittime di catastrofi. È una ONG dotata di status consultivo presso il Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite.
Secondo la CSI, il rapporto del governo armeno si inserisce in una campagna volta a rimuovere Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni, e a subordinare la Chiesa Apostolica Armena al controllo dello Stato. L’organizzazione considera questa prospettiva contraria all’autonomia ecclesiastica tutelata dal diritto armeno e internazionale. Contesta inoltre la diffusione pubblica di accuse contro il Catholicos e altri ecclesiastici mentre sono in corso procedimenti penali, richiamando le garanzie di un processo equo.
Un passaggio della dichiarazione riguarda l’Artsakh/Nagorno-Karabakh. La CSI respinge l’idea che gli interventi della Chiesa Apostolica Armena in difesa degli Armeni costretti a lasciare la propria terra nel 2023 costituiscano, per questo solo fatto, un’attività politica illegittima. Il Presidente dell’organizzazione, John Eibner, chiede al governo di ritirare il rapporto, rinunciare al progetto di rimozione del Catholicos e rispettare l’autogoverno della Chiesa; rivolge inoltre un appello agli Stati Uniti e all’Unione Europea affinché sollevino la questione presso Erevan.
Questa presa di posizione interviene dopo l’inserimento della rimozione del Catholicos nel programma del governo e dopo la risposta della Santa Sede di Etchmiadzin. La questione ora posta dalla CSI è precisa: fino a che punto un governo può intervenire nella guida di una Chiesa senza violarne l’autonomia?
A Strasburgo il congresso delle voci azere in esilio

Il 26 settembre, a Strasburgo, oppositori politici e giornalisti Azeri residenti all’estero hanno tenuto il primo Congresso paneuropeo degli esuli politici e dei media azeri in esilio (foto sopra di OC Media). OC Media riferisce, che i partecipanti hanno chiesto maggiore attenzione internazionale alla repressione in Azerbaigian e la liberazione di giornalisti, politici e attivisti detenuti.
Queste richieste si collegano a una parte della nostra copertura che precede gli arresti e le condanne più recenti. Nel novembre 2023 abbiamo pubblicato, in traduzione italiana, l’inchiesta dell’attivista azero Ahmad Mammadli sulla persecuzione degli esiliati. Vi erano ricostruiti il caso del giornalista investigativo Afqan Muxtarli, prelevato a Tbilisi e trasferito a Baku nel 2017, gli arresti di attivisti rientrati o rimpatriati dall’Europa, le pressioni denunciate dai loro familiari e gli attacchi subiti in Francia dal blogger Mahamməd Mirzali. La stessa serie aveva affrontato la repressione del movimento democratico all’interno dell’Azerbaigian.
Più recentemente siamo tornati sul tema riferendo delle condanne inflitte ai giornalisti di Toplum TV, della situazione di Abzas Media e della protesta di Baku contro un servizio europeo sulla repressione. Il congresso di Strasburgo dà dunque continuità pubblica a una denuncia che proviene anche dalla società civile azera: lasciare il Paese non ha sempre significato, per oppositori e giornalisti, poter esercitare senza timore la propria libertà di parola.
Le loro richieste meritano di essere ascoltate nel dibattito internazionale sul Caucaso meridionale, spesso concentrato sugli accordi tra governi e meno attento allo spazio lasciato alle voci critiche.
La visita albano-udi a Dadivank e la storia del monastero



Il 28 settembre rappresentanti della comunità Cristiana albano-udi dell’Azerbaigian hanno visitato il monastero di Dadivank, denominato Khudavang nelle comunicazioni azere, nella regione di Karvachar, denominato Kalbajar (foto sopra e foto di copertina). L’agenzia statale azera AZERTAC ha riferito che i partecipanti hanno pregato e acceso candele. Nel servizio, il Vicepresidente della comunità, Rafik Danakari, presenta le chiese visitate come patrimonio del popolo azero.
Commentando la notizia su X, David Galstyan scrive: «Lo spettacolo continua: “Membri della comunità Cristiana albano-udi visitano il complesso monastico di Khudavang”. Quanto appare artificiale. Che cosa rischiano queste persone se rifiutano di partecipare allo spettacolo?» La sua domanda esprime un esplicito dubbio sulla libertà dei partecipanti; la visita e le dichiarazioni pubblicate non dimostrano, tuttavia, che abbiano agito sotto costrizione.
La questione verificabile riguarda anche il racconto pubblico del luogo. Dadivank occupa un posto nella storia e nella vita religiosa degli Armeni dell’Artsakh: già nel 2020 ne avevamo seguito la sorte. La presentazione del complesso come patrimonio esclusivamente azero si colloca nella più ampia controversia sull’attribuzione delle chiese e dei monasteri armeni all’eredità dell’Albania caucasica.
La presenza di fedeli Albano-Udi a Dadivank non cancella la storia armena del monastero. E quella storia non può essere discussa prescindendo dall’assenza degli Armeni che vi pregavano e che, dopo l’esodo dall’Artsakh, non possono tornare liberamente nei luoghi della propria vita religiosa. È su questa assenza, oltre che sulle parole pronunciate durante la visita, che occorre mantenere l’attenzione.
