Artsakh, una pace che non può cancellare la memoria. Il premio a Pashinyan, le demolizioni e lo scontro sulla Chiesa Apostolica Armena a Strasburgo (Korazym 30.09.26)

Il riconoscimento internazionale della politica di pace del governo armeno si confronta con questioni che continuano a chiedere risposte: la memoria dei caduti, i diritti degli Armeni dell’Artsakh, la distruzione del loro patrimonio e l’autonomia della Chiesa Apostolica Armena. Sono vicende distinte, ma pongono un interrogativo comune: quale spazio viene riservato alle persone, alla loro storia e ai loro diritti nella costruzione del nuovo rapporto tra Armenia e Azerbaigian?

Il 18 settembre il Primo Ministro dell’Armenia Nikol Pashinyan ha ricevuto a Wiesbaden il Premio per la Pace dell’Assia, ringraziando anche il Presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev. Il 27 settembre, sesto anniversario dell’inizio della guerra dei 44 giorni, rileva The Armenian Report, non è invece comparso un suo messaggio pubblico di commemorazione. Intanto, nuove denunce richiamano l’ampiezza delle distruzioni nell’Artsakh, mentre lo scontro tra il governo armeno e la Chiesa è tornato all’attenzione dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa.

Il premio per la pace e il ringraziamento ad Aliyev

La cerimonia di consegna del Premio per la pace dell’Assia 2025 si è svolta il 18 settembre 2026, nel Parlamento del Land a Wiesbaden. Come riferisce la International Society for Human Rights (ISHR), il riconoscimento è stato attribuito a Pashinyan per il ruolo nella rivoluzione non violenta del 2018 e per il percorso verso la democrazia e la pace. L’organizzazione presenta il premio come un incoraggiamento a proseguire questo cammino.

Il testo ufficiale del discorso conferma il passaggio segnalato dalla giornalista Siranush Sargsyan. Dopo aver ringraziato Donald Trump per il suo coinvolgimento nel vertice di Washington, Pashinyan ha dichiarato: «Desidero inoltre esprimere il mio apprezzamento a Ilham Aliyev, Presidente dell’Azerbaigian, che merita altrettanto questo premio».

Nel medesimo intervento il Primo Ministro ha riconosciuto che restano aperte questioni umanitarie, tra cui le persone scomparse, i detenuti e lo sminamento. Il riconoscimento di tali problemi rende ancora più necessario valutarne la soluzione concreta, oltre le dichiarazioni sulla pace raggiunta.

Nel commento segnalato, Siranush Sargsyan interpreta quel ringraziamento come un gesto che, per molti Armeni dell’Artsakh, dell’Armenia e della diaspora, appare volto a seppellire la memoria dell’Artsakh, sostituendola con un’immagine di pace che trascura la tragedia vissuta. È una valutazione della giornalista, che esprime la distanza tra la rappresentazione diplomatica della normalizzazione e l’esperienza di chi ha perduto familiari, casa e patria. La ricerca della pace deve poter rispondere anche a questa distanza.

Il 27 settembre e l’assenza di un messaggio commemorativo

La consegna del premio ha preceduto di nove giorni l’anniversario dell’offensiva azera contro l’Artsakh del 27 settembre 2020. Nel resoconto pubblicato il 29 settembre, The Armenian Report segnala che Pashinyan non aveva diffuso un messaggio per il sesto anniversario, né risultava annunciata una sua visita al Sacrario militare di Yerablur. Il giornale confronta questa assenza con il messaggio commemorativo pubblicato nel 2025.

A Yerablur si sono invece raccolti familiari dei caduti, esponenti politici e rappresentanti delle Istituzione della Repubblica di Artsakh in esilio. Il quotidiano riferisce inoltre che la televisione pubblica armena ha trasmesso un concerto di intrattenimento nella giornata dell’anniversario, scusandosi il giorno successivo per la scelta.

L’assenza di un messaggio pubblico ha un peso politico e simbolico per le famiglie colpite dalla guerra. Ricordare i morti significa riconoscere una sofferenza che continua a far parte della vita del Paese e che nessuna prospettiva diplomatica può considerare superata.

Oltre mille episodi denunciati contro il patrimonio dell’Artsakh

Il secondo aggiornamento riguarda la progressiva cancellazione delle testimonianze armene nell’Artsakh.

 

301.arm riferisce, che Hovik Avanesov, Ombudsman per il patrimonio culturale dell’Artsakh, il 28 settembre ha denunciato oltre mille episodi di vandalismo dal 2020, comprendenti la distruzione di più di sette chiese armene e di circa dieci villaggi. Ha denunciato che un’altra decina di villaggi sarebbe stata parzialmente demolita, insieme a quartieri residenziali e a una parte consistente del patrimonio architettonico di Stepanakert.

Il quadro riportato comprende la demolizione di Karin Tak, ai piedi di Shushi, la distruzione della chiesa di Kanach Zham e quella di Surb Sargis a Mokhrenes, oltre a danni, saccheggi e demolizioni in diversi centri della regione di Hadrut.

Monument Watch interpreta queste trasformazioni come una distruzione sistematica e mirata del patrimonio armeno. La questione riguarda anche case, strade e insediamenti: il paesaggio nel quale una comunità ha vissuto e riconosciuto la propria storia.

Stepanakert: le prove satellitari delle demolizioni

Per Stepanakert sono disponibili riscontri diretti pubblicati da Caucasus Heritage Watch.

Il 22 aprile 2026, il gruppo di ricerca ha confermato attraverso immagini satellitari Sentinel-2 la demolizione della Cattedrale della Santa Madre di Dio, Surb Astvatsatsin, consacrata nel 2019. La distruzione è avvenuta tra il 3 marzo e il 2 aprile 2026.

Nel rapporto del 4 maggio, Caucasus Heritage Watch ha documentato anche la distruzione della Chiesa di San Giacomo e del memoriale del genocidio armeno. Quest’ultimo era stato eretto nel centenario del 1915: il campanile di marmo bianco custodiva un reliquiario con resti umani provenienti da Deir ez-Zor, luogo simbolo delle deportazioni e dello sterminio. Le immagini Airbus e Planet collocano la distruzione del monumento e del complesso commemorativo associato tra il 14 luglio 2025 e il 25 aprile 2026. Per i ricercatori, la concentrazione delle demolizioni suggerisce un programma coordinato di cancellazione del patrimonio.

La distruzione di un memoriale che custodiva resti delle vittime del genocidio colpisce insieme un luogo di commemorazione e una testimonianza materiale. Il patrimonio demolito appartiene alla storia degli abitanti espulsi: la sua tutela deve quindi restare legata alla questione dei loro diritti.

È il tema affrontato nella nostra recente copertura sul diritto al ritorno davanti all’ONU e sulle rivendicazioni azere sul patrimonio Cristiano.

A Strasburgo, l’autonomia della Chiesa Apostolica Armena e la replica del governo

Il terzo aggiornamento riguarda il confronto all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, riportato da The Armenian Report.

Il deputato conservatore britannico Edward Leigh ha denunciato le pressioni sul Catholicos Karekin II e l’ingerenza governativa nell’ordinamento interno della Chiesa Apostolica Armena. Ha chiesto al Consiglio d’Europa di esaminare la condotta delle autorità, richiamando anche il programma quinquennale del governo.

La deputata Hripsime Grigoryan, del partito governativo Contratto Civile, ha replicato che lo Stato starebbe proteggendo la Chiesa. Ha sostenuto che i procedimenti contro ecclesiastici riguardano presunti reati e che spetta ai tribunali decidere. Ha inoltre formulato accuse contro Karekin II e suo fratello: il giornale ha osservato che nel corso dello scambio non ha presentato prove a sostegno.

La responsabilità penale individuale e l’autonomia ecclesiale richiedono valutazioni distinte. Accertare eventuali reati compete alla giustizia; intervenire sulla guida e sulle regole canoniche di una Chiesa pone invece una questione di libertà religiosa.

Questo nodo era già emerso nella risposta del Consiglio Spirituale Supremo di Etchmiadzin del 26 agosto, quando la Santa Sede di Etchmiadzin aveva denunciato il tentativo di costruire una crisi artificiale per limitarne l’autonomia, collegando le pressioni anche alla propria difesa dell’Artsakh e dei prigionieri Armeni.

Sam Mason: una tragedia che continua, lontano dai riflettori

«È diventata una tragedia nascosta del XXI secolo?». È la domanda posta da Sam Mason, amministratore delegato di HART – Humanitarian Aid Relief Trust, in un post pubblicato su LinkedIn il 29 settembre, nel quale ricorda l’esodo di circa 120.000 Armeni del Nagorno-Karabakh dopo mesi di blocco e l’offensiva militare azera del settembre 2023. La sua testimonianza restituisce la dimensione umana di quella catastrofe: l’impossibilità di raggiungere direttamente la popolazione, i messaggi vocali su WhatsApp e le videochiamate con amici in lacrime, intenti a raccogliere le proprie cose e a congedarsi dalle case, dai giardini, dalle fattorie, dai cortili delle scuole e dalle tombe dei familiari.

 

Mason denuncia anche la marginalità della crisi nell’informazione generalista e la tendenza a presentarla come una vicenda conclusa, da lasciarsi alle spalle. «Non lo è», osserva: gli Armeni dell’Artsakh, la loro cultura e il legame con la terra d’origine non sono scomparsi, mentre il trauma dello sradicamento rimane vivo. È un richiamo che rafforza il punto centrale della nostra copertura: il futuro di questa comunità resta una questione aperta, che richiede ascolto, solidarietà e tutela dei suoi diritti.

È la stessa questione che abbiamo affrontato nell’articolo Quando una patria scompare anche dalle notizie. Perché l’Artsakh è uscito dall’agenda dei media, pubblicato il 3 settembre: la diminuzione dell’attenzione mediatica non coincide con la fine della tragedia. Lo sradicamento della popolazione, la detenzione dei prigionieri e la distruzione del patrimonio continuano anche quando cessano di occupare le prime pagine.

Dare alla pace un contenuto verificabile

Il valore del percorso diplomatico deve essere misurato anche attraverso le risposte alle questioni rimaste aperte: la sorte dei detenuti, i diritti degli sfollati, la tutela del patrimonio e la libertà delle istituzioni religiose.

La memoria dei caduti e dell’Artsakh appartiene alle persone che hanno vissuto quella tragedia. Chiedere che venga rispettata significa chiedere una pace capace di comprendere anche loro, le loro perdite e il loro futuro.

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