La pace sotto condizione e il paradosso della «Armenia Reale» (Korazym 22.10.26)
L’Azerbaigian non chiede all’Armenia di cambiare la propria Costituzione. Semplicemente, non firmerà il trattato di pace finché l’Armenia non l’avrà cambiata. È questa, nella sostanza, la distinzione illustrata ieri dal Ministro degli Esteri armeno Ararat Mirzoyan davanti alla Commissione parlamentare per le relazioni estere, secondo il resoconto di NEWS.am. Una distinzione che merita attenzione, perché la precisione diplomatica può chiarire la realtà, ma può anche diventare un modo per renderne meno visibili gli aspetti scomodi.
Per comprenderla occorre riconoscere ciò che effettivamente distingue le due situazioni. Una condizione posta unilateralmente da Baku non equivale a un impegno assunto da Erevan. Dire che la revisione costituzionale non è oggetto di negoziato significa rivendicare che l’Armenia non abbia accettato di trattare con un altro Stato la propria Legge fondamentale. Questo è un punto politico serio, che non è possibile liquidare come un dettaglio.
La distinzione, tuttavia, non cancella il contenuto della posizione azera. Subordinare la firma di un accordo alla modifica della Costituzione dell’altra parte significa esercitare una pressione affinché quella modifica avvenga. Una precondizione può rendere una richiesta persino più stringente: la controparte è libera di respingerla, ma il prezzo dichiarato del rifiuto è il mancato conseguimento dell’accordo.
Il nodo costituzionale
Come ricostruisce anche Armenpress, l’obiezione di Baku riguarda il richiamo alla Dichiarazione d’indipendenza contenuto nel preambolo della Costituzione armena. La Dichiarazione del 1990 menziona il Karabakh: l’Azerbaigian vi legge una rivendicazione territoriale, interpretazione respinta dal governo armeno. Il trattato è stato parafato a Washington l’8 agosto 2025, ma la firma definitiva resta condizionata da Baku alla modifica costituzionale.
Questa ricostruzione impone di distinguere la pretesa azera dalla sua fondatezza. Riferirla non significa riconoscere che la Costituzione armena costituisca davvero una minaccia o che modificarla sia un obbligo dell’Armenia.
Non siamo, inoltre, davanti a un argomento comparso soltanto ora. Già il 23 marzo 2026 Mirzoyan aveva descritto lo stesso meccanismo: la Costituzione non viene negoziata, ma l’Azerbaigian avverte che determinate formulazioni impediscono la firma. La persistenza di questa spiegazione rende ancora più necessario valutarne gli effetti concreti.
La prova del realismo
Qui la vicenda incontra l’ideologia della «Armenia Reale», il paradigma politico ed esistenziale sviluppata dal Primo Ministro Nikol Pashinyan a partire del 10 aprile 2024 in un discorso al Parlamento, insistendo sul fatto che gli Armeni debbano accettare l’Armenia attuale entro i suoi confini attuali, e presentata organicamente, istituzionalizzata come pilastro del suo programma di governo, con la dichiarazione nel suo discorso alla nazione del 19 febbraio 2025: L’ideologia della «Armenia Reale».
Al centro di questa visione, articolato in 14 punti, vi è l’identificazione della patria con lo Stato entro i suoi confini internazionalmente riconosciuti, per una superficie di 29.743 km²: è su questo territorio, secondo Pashinyan, che devono concentrarsi la responsabilità delle istituzioni, il patriottismo dei cittadini e gli obiettivi di sicurezza e prosperità.
Pashinyan ha spiegato che intende sancire l’ideologia della «Armenia Reale», proponendo l’adozione di una nuova Costituzione tramite referendum, superando il vecchio testo che contiene preamboli e riferimenti storici che giudica incompatibili con la stabilità regionale. Con il nuovo assetto istituzionale viene definito la nascita della Quarta Repubblica armena.
Per Pashinyan, la dottrina esprime una scelta di realismo, sovranità e ricerca della pace; per i suoi critici, riassume invece il rischio di trasformare la sconfitta e le concessioni a Baku in un nuovo paradigma nazionale, ridimensionando il legame con l’Artsakh e le responsabilità verso la sua popolazione sfollata. La controversia riguarda dunque il rapporto fra confini dello Stato, memoria storica, identità nazionale e tutela dei diritti degli Armeni: questioni che il riconoscimento dell’integrità territoriale, da solo, non esaurisce.
Indiscutibilmente, la dottrina della «Armenia Reale» segna una rottura radicale con i principi ideologici tradizionali che hanno guidato la Repubblica di Armenia dalla sua indipendenza nel 1991. Al concetto della «Armenia Storica», intesa come riferimento a una patria più vasta degli attuali confini statali, il Primo Ministro contrappone così un progetto fondato sul consolidamento della Repubblica attualmente esistente e sulla normalizzazione dei rapporti con i vicini.
Nel discorso sul programma di governo del 24 agosto 2026, il Primo Ministro ha presentato questa visione come un progetto concentrato sulla sicurezza e sul benessere dei cittadini entro il territorio internazionalmente riconosciuto della Repubblica di Armenia. Nello stesso intervento ha rivendicato il carattere democratico e interno del progetto di una nuova Costituzione, respingendone la lettura come agenda azera.
La ricerca della pace è una responsabilità essenziale di qualsiasi governo. Proprio per questo richiede un linguaggio capace di esporre con chiarezza i vincoli entro cui si opera. Se il vicino condiziona la firma alla revisione della Legge fondamentale, il realismo dovrebbe cominciare dal riconoscimento di quel condizionamento.
Non basta che una questione sia formalmente esclusa dal tavolo negoziale perché cessi di pesare sul negoziato. Può restarne fuori come materia concordata e incombere sull’intero processo come condizione unilaterale.
Una scelta da spiegare ai cittadini
Da questo non discende automaticamente che il progetto costituzionale armeno sia stato concepito per obbedire all’Azerbaigian. Una riforma può avere motivazioni interne e, contemporaneamente, corrispondere a un obiettivo perseguito da un governo straniero. Confondere i due piani sarebbe un errore speculare a quello di negarvi qualsiasi relazione politica.
Il governo deve però spiegare ai cittadini come intenda preservare la libertà della decisione costituzionale mentre la prospettiva della firma viene legata al suo esito. Anche un dibattito nazionale, auspicato da Mirzoyan, richiede che questa circostanza sia riconosciuta apertamente.
Altrimenti, l’ideologia della «Armenia Reale» rischia di diventare una rappresentazione rassicurante, nella quale le pressioni esterne cambiano nome mentre conservano intatti i propri effetti. La pace merita molto più di una disputa sul vocabolario. E la sovranità comincia anche dalla possibilità di chiamare una pressione con il suo nome, prima di chiedere ai cittadini di pronunciarsi sulle scelte che quella pressione vorrebbe orientare.
