Armenia. Chiusa la causa civile sulla rimozione di un Vescovo. Revocate le misure giudiziarie da cui sono nate le accuse penali contro il Catholicos e sei prelati (Korazym 22.10.26)
Il 21 ottobre 2026 il Tribunale di primo grado della regione di Armavir, presieduto dal giudice Edgar Hovhannisyan, ha disposto la chiusura del procedimento civile promosso da Arman Saroyan, l’ex Vescovo Gevorg Saroyan, contro la decisione di Sua Santità Karekin II, Patriarca Suprema e Catholicos di Tutti gli Armeni, di rimuoverlo dalla guida della Diocesi di Masyatsotn della Chiesa Apostolica Armena.
Il Tribunale ha stabilito che la controversia non poteva essere esaminata secondo le norme del processo civile, poiché non era stata dimostrata l’esistenza di un rapporto di lavoro tra Saroyan e la Chiesa. Contestualmente sono state revocate le misure provvisorie adottate il 16 gennaio, il cui presunto ostacolo all’esecuzione costituisce il fondamento del procedimento penale contro il Catholicos Karekin II e sei membri del Consiglio Spirituale Supremo della Chiesa Apostolica Armena.
La decisione, resa pubblica il 21 ottobre e riferita oggi dalla stampa armena, rappresenta un passaggio giuridico significativo nel confronto tra il governo del Primo Ministro Nikol Pashinyan e la Santa Sede di Etchmiadzin, incentrato anche sull’autonomia dell’istituzione ecclesiastica e sui limiti dell’intervento delle autorità civili nelle questioni canoniche.
La decisione del Tribunale di Armavir
Secondo quanto riferito dalla stampa armena, il Tribunale di Armavir ha accolto la richiesta di chiusura del procedimento civile relativo alla rimozione di Arman Saroyan dalla guida della Diocesi di Masyatsotn.
Saroyan aveva impugnato il decreto del 10 gennaio 2026 con cui il Catholicos Karekin II lo aveva sollevato dall’incarico di Primate diocesano, chiedendone l’annullamento e il reintegro nella precedente funzione.
L’ex Vescovo di Masyatsotn sosteneva che la decisione fosse stata adottata senza adeguata motivazione e senza il rispetto delle necessarie garanzie procedurali.
La Santa Sede di Etchmiadzin aveva invece contestato la competenza della giurisdizione civile, sostenendo che la nomina e la rimozione dei responsabili delle diocesi appartengono all’organizzazione interna della Chiesa e sono disciplinate dal diritto canonico.
Nella decisione pubblicata il 21 ottobre, il Tribunale ha rilevato che la documentazione prodotta, compresi i dati relativi ai pagamenti ricevuti da Saroyan, non dimostrava l’esistenza di un rapporto di lavoro tra quest’ultimo e la Chiesa Apostolica Armena. Non erano stati inoltre presentati un contratto di lavoro o altri atti idonei a dimostrare l’instaurazione di un ordinario rapporto lavorativo.
Su questa base, il Tribunale ha concluso che la controversia non poteva essere esaminata secondo le norme del processo civile, disponendo la chiusura del procedimento senza pronunciarsi nel merito sulla fondatezza della rimozione di Saroyan.
Il provvedimento può essere impugnato davanti alla Corte d’Appello civile entro un mese dalla pubblicazione.
Revocate le misure provvisorie del 16 gennaio
La decisione assume particolare rilievo per un secondo aspetto.
Il Tribunale ha revocato le misure provvisorie disposte il 16 gennaio 2026, che imponevano alla gerarchia della Chiesa Apostolica Armena di non ostacolare l’esercizio delle funzioni di Saroyan come Vescovo di Masyatsotn, compresa la gestione delle risorse finanziarie diocesane, fino alla definizione della controversia.
Proprio il presunto ostacolo all’esecuzione di tali misure aveva determinato l’avvio del procedimento penale contro il Catholicos e sei membri del Consiglio Spirituale Supremo.
La revoca costituisce quindi un elemento giuridico rilevante per la difesa degli imputati, che fin dall’inizio ha contestato l’intervento della magistratura civile in una questione riguardante il governo canonico della Chiesa.
L’avvocato Ara Zohrabyan, che rappresenta gli interessi della Santa Sede di Etchmiadzin, ha sottolineato che la decisione conferma la natura ecclesiastica della controversia e il principio secondo cui la nomina e la rimozione dei responsabili diocesani rientrano nell’autogoverno della Chiesa.
Resta distinto il procedimento penale, nel quale dovrà essere valutata anche la rilevanza delle misure giudiziarie nel periodo in cui erano formalmente in vigore.
Il procedimento contro il Catholicos e i sei ecclesiastici
Come documentato nella precedente copertura del Blog dell’Editore sul confronto tra il governo armeno e la Chiesa Apostolica Armena, la controversia sulla rimozione di Saroyan ha assunto progressivamente una dimensione giudiziaria e istituzionale più ampia.
Il procedimento penale coinvolge il Catholicos Karekin II e sei alti ecclesiastici: gli Arcivescovi Nathan Hovhannisyan e Haigazun Najarian e i Vescovi Moushegh Babayan, Hovnan Hakobyan, Makar Hakobyan e Vahan Hovhanessian.
L’accusa riguarda il presunto ostacolo all’esecuzione di un provvedimento giudiziario mediante l’utilizzo delle prerogative connesse agli incarichi ricoperti.
Come avevamo riferito, il procedimento ha attraversato anche una controversia sulla competenza territoriale. Dopo la ricusazione del primo giudice, Hakob Manukyan, il giudice Serzh Rushanyan ha disposto il trasferimento del fascicolo da Armavir a Yerevan. Il caso è stato quindi assegnato al giudice Vahagn Melikyan del Tribunale penale di primo grado della capitale.
La difesa ha chiesto la cessazione del procedimento, sostenendo che le condotte contestate non integrino un reato e che le decisioni relative agli incarichi ecclesiastici appartengano alla competenza delle autorità canoniche.
La prossima udienza, fissata per il 30 ottobre, dovrà affrontare le questioni preliminari sollevate dalla difesa, anche alla luce della nuova decisione del Tribunale di Armavir.
Il contesto del confronto tra Stato e Chiesa
La vicenda si inserisce nel confronto che da mesi contrappone il Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan alla gerarchia della Chiesa Apostolica Armena.
Il programma governativo 2026–2031 prevede iniziative riguardanti la rimozione di Karekin II, la designazione di una guida ecclesiastica provvisoria e l’elezione di un nuovo Catholicos.
Il 9 ottobre la Corte Costituzionale armena ha deciso di non esaminare nel merito il ricorso presentato dai gruppi parlamentari d’opposizione contro tali disposizioni, qualificandole come dichiarazioni politiche prive di autonoma efficacia normativa.
Parallelamente, l’Assemblea Nazionale ha costituito una Commissione d’inchiesta sulle questioni riguardanti la Chiesa Apostolica Armena, senza la partecipazione dei gruppi d’opposizione, che hanno contestato la legittimità dell’iniziativa.
La Santa Sede di Etchmiadzin ha ribadito la propria opposizione agli interventi statali nell’organizzazione ecclesiastica, richiamando la libertà religiosa, l’autonomia della Chiesa e le garanzie costituzionali.
Una decisione rilevante per l’autonomia ecclesiastica
La decisione del Tribunale di Armavir introduce un elemento significativo nella controversia: l’assenza di un rapporto di lavoro dimostrato impedisce di ricondurre automaticamente l’incarico di responsabile diocesano alle categorie giuridiche proprie del rapporto lavorativo ordinario.
Il riconoscimento della specificità dell’organizzazione ecclesiastica non esclude il rispetto delle norme civili applicabili, ma richiama la necessità di distinguere le competenze delle autorità statali da quelle che appartengono all’ordinamento interno di una confessione religiosa.
Per il procedimento contro Karekin II e i sei ecclesiastici, il passaggio decisivo sarà ora la valutazione delle conseguenze della chiusura della causa civile e della revoca delle misure provvisorie.
La decisione del 21 ottobre rappresenta pertanto un nuovo elemento nel dibattito sullo Stato di diritto, sull’autonomia della Chiesa Apostolica Armena e sui limiti dell’intervento del potere civile nella vita delle istituzioni religiose.
L’udienza del 30 ottobre consentirà di verificare quale rilievo il giudice penale attribuirà a questa pronuncia del giudice civile.
La pronuncia sul caso dell’ex Vescovo Saroyan non costituisce un caso isolato
Sono state rese pubbliche il 23 ottobre anche le decisioni con cui due diversi giudici del Tribunale di Armavir hanno chiuso le cause promosse da Stepan Asatryan, già Padre Aram, e Aramayis Takhmazyan, già Padre Tade. I due ricorrenti chiedevano l’annullamento dei decreti con cui erano stati ridotti dallo stato clericale e il reintegro nei precedenti incarichi pastorali. Anche in questi casi il Tribunale ha considerato lo status canonico e il ministero dei sacerdoti questioni appartenenti all’ordinamento interno della Chiesa, non soggette al giudizio civile, revocando le misure provvisorie precedentemente adottate.
Le decisioni nei tre casi delineano così un orientamento giudiziario convergente sul confine tra giurisdizione statale e autonomia della Chiesa Apostolica Armena.
