A cena per un viaggio spazio temporale in Armenia (Mentinfuga 09.05.26)

Nel cuore del Caucaso, incastonata tra Georgia, Azerbaigian, Iran e Turchia, c’è un piccolo paese dalla storia antica: l’ Armenia. Secondo la tradizione biblica è proprio qui, sulla cima del monte Ararat, che si incagliò l’Arca di Noè quando si ritirarono le acque del diluvio universale. Oggi è una terra dolce come gli albicocchi che i suoi abitanti coltivano da migliaia di anni e allo stesso tempo aspra come il profilo dei suoi altopiani. Conta meno di tre milioni di abitanti, anche se gli armeni  nel mondo sono in realtà molti di più. Nel 1915 il feroce genocidio per mano turca contribuì alla loro diaspora, ma la forte identità culturale degli armeni non ne risentì, anzi ne uscì rafforzata.
Per avere un assaggio dello spirito indomito di questo popolo che va a braccetto con la sua calda e generosa ospitalità non sono dovuta arrivare fino in Armenia (anche se, lo ammetto, non mi dispiacerebbe un giorno andarci), mi è bastato viaggiare fino alle porte di Milano, dove è ubicata la bella villa in stile liberty in cui vivono Shake e Samuel.

Appena varcata la soglia della loro casa ho l’impressione di aver attraversato un portale spazio temporale. Mi ritrovo infatti catapultata in un ambiente in cui si respira la storia di una famiglia e del popolo a cui quella famiglia appartiene.
La scelta cromatica dell’arredamento – ciliegio, mogano e ocra sono i colori dominanti – enfatizza  la netta impronta identitaria dei padroni di casa. Strati di ricordi si combinano in un mosaico di oggetti, quadri e fotografie che arricchisce l’atmosfera sorprendentemente senza appesantirla. La luce dei lampadari mi avvolge in un abbraccio gentile e, unitamente al sottofondo jazz, contribuisce a creare uno spazio che riesce a essere insieme intimo e sofisticato.
Ma davvero fuori sta diluviando?

Shake mentre serve
Shake mentre serve @ Francesco Lorusso 2026

L’ impressione di un mondo racchiuso dentro a un altro è fortissima e comune, credo, a tutti i convitati. L’ aperitivo che ci viene offerto non poteva che essere a base di melograno, frutto caro agli armeni per la sua simbologia di vita e rinascita. Da quel momento in poi le pietanze sfilano ininterrottamente davanti ai nostri occhi e sui nostri piatti accompagnati dai racconti di Shake, la cuoca, e da quelli di suo marito Samuel che ci introduce alla conoscenza del vino armeno (non lo sapevo, ma l’Armenia vanta una straordinaria ricchezza di vitigni autoctoni). Ogni sapore racchiude una storia, una tradizione, troppe per poterle ricordare tutte. Dagli zalik – fagottini di sfoglia ripieni di carne o formaggio – agli oruk – polpette di carne e bulghur – fino al piatto principale – riso pilaf con mandorle e ceci abbinato con deliziose polpette di Smirne – per chiudere con una Pakhlava irrorata di miele e una macedonia all’armena, con yogurt e frutta essiccata. Non può mancare ovviamente il caffè e un assaggio del famoso Cognac armeno.
Eppure, benché abbia apprezzato il cibo, a rendere preziosa questa insolita esperienza sono stati gli affabili padroni di casa e i commensali. Alcuni di loro sono amici, altri amici di amici che ho incontrato qui per la prima volta. Malgrado ciò le chiacchiere scivolano via veloci come il vino, nessuno ha fretta di riempire i silenzi che sono solo momenti necessari per assaporare meglio le parole e lasciarle decantare. Del resto ho ormai imparato che l’ingrediente segreto di una cena perfettamente riuscita non è mai il cibo, ma la curiosità, la voglia di allargare un po’ i propri orizzonti, di fare spazio a mondi,  culture ed esperienze differenti. Non è un caso, credo, se la conversazione vira sui viaggi – quelli fatti,  programmati o solamente sognati – oppure sui ricordi che non sono che un’ altra forma di viaggio perché ci si può muovere nello spazio, ma anche nel tempo. Anzi spesso le due dimensioni si intrecciano e confondono in un gioco di specchi e rimandi che ci fa scoprire nuovi o almeno un po’ diversi da come eravamo o pensavamo di essere.

Shake e Sam a cena
Shake e Sam a cena @ Francesco Lorusso 2026

Mentre è già arrivato il momento dei saluti, (forse anche il tempo qua dentro scorre a una velocità diversa) e ognuno si disperde nel buio della sera, mi sovvengono le parole sul significato del viaggio che Italo Calvino mette in bocca a Marco Polo ne Le città invisibili: «L’altrove è uno specchio in negativo. Il viaggiatore riconosce il poco che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto e non avrà».
Heidi Heilegger

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