Aliyev al VII Vertice CICA a Baku fra offerta di pace e umiliazione dei detenuti Armeni (Korazym 15.10.26)

 Il discorso pronunciato il 15 ottobre 2026 dal Presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev al VII Vertice della Conference on Interaction and Confidence Building Measures in Asia – CICA (Conferenza sull’Interazione e le Misure di Rafforzamento della Fiducia in Asia), a Baku, merita attenzione per il linguaggio impiegato verso gli Armeni.

Le accuse e il richiamo a Norimberga

Aliyev ha accusato i tre ex Presidenti della Repubblica di Armenia di essere criminali di guerra e assassini di bambini, sostenendo che non abbiano ancora ricevuto la punizione meritata. Ha inoltre attribuito all’attuale dirigenza dell’Armenia la prosecuzione delle politiche criminali dei predecessori.

Riferendosi agli ex-dirigenti della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh processati a Baku, ha assimilato il procedimento penale al Tribunale di Norimberga, definendo i condannati fascisti Armeni. Ha poi ironizzato sul fatto che bevano tè azero nelle carceri, dopo presunte minacce di occupare Baku. Ha celebrato l’occupazione militare dell’Artsakh del settembre 2023 e attaccato Parlamento europeo e Consiglio d’Europa come istituzioni anacronistiche favorevoli all’Armenia.

Nel passaggio conclusivo ha rivendicato una vendetta consumata sul campo di battaglia, seguita dall’offerta di pace, definita fragile e da consolidare. Le due affermazioni vanno lette insieme per comprendere il significato politico attribuito alla vittoria militare.

Le garanzie processuali contestate

Il richiamo a Norimberga pretende di attribuire ai processi di Baku un significato storico e morale che deve essere sottoposto a verifica. Il valore di un procedimento penale dipende dalle prove, dalla possibilità di contestarle e dalle garanzie riconosciute alla difesa. L’accostamento formulato da un Capo di Stato non sostituisce questi requisiti e non trasforma una corte nazionale in un tribunale internazionale.

Il 17 febbraio 2026 Amnesty International ha denunciato le gravi carenze dei procedimenti contro sedici Armeni, dopo la condanna a vent’anni di Ruben Vardanyan e le sentenze contro gli altri quindici imputati. L’organizzazione ha contestato il giudizio di civili davanti a un tribunale militare, udienze di fatto chiuse e materiali in una lingua non compresa dagli imputati, senza traduzione adeguata. Ha inoltre riferito di non avere ricevuto risposta alle richieste di informazioni rivolte alle autorità azere.

Amnesty ha ricordato che le vittime del conflitto, sia Armene sia Azere, hanno diritto alla verità, alla giustizia e alla riparazione. È precisamente questa esigenza a rendere inaccettabile la sostituzione dell’accertamento individuale delle responsabilità con una condanna collettiva di carattere nazionale.

Le nuove denunce sulle condizioni dei prigionieri

Il 21 settembre 2026 Human Rights Watch ha riferito un appello audio di Vardanyan sulle condizioni sue e di altri diciotto prigionieri armeni. Le denunce riguardano limitazioni dei contatti familiari, insufficiente esercizio all’aperto, difficoltà di accesso a esami medici e mancata risposta ai reclami.

La divergenza fra le denunce dei detenuti e la risposta delle autorità rende necessario un controllo indipendente. Il riferimento scherzoso al tè nelle carceri lascia irrisolte le questioni concrete della salute, dei rapporti con i familiari e della dignità delle persone detenute.

I crimini documentati e la popolazione costretta alla fuga

Il tema della responsabilità penale richiede anche di ricordare quanto documentato dalle organizzazioni indipendenti sulle forze armate azere. Il 10 dicembre 2020 Amnesty International rese nota l’autenticazione di filmati contenenti esecuzioni mediante decapitazione compiute da militari Azeri; almeno una delle vittime era identificata come civile Armeno. La stessa indagine denunciava anche crimini commessi dalla parte armena. Il riconoscimento delle violazioni di una parte non assolve quelle dell’altra.

Human Rights Watch documentò inoltre maltrattamenti ai danni di prigionieri Armeni nel 2020. Nell’ottobre 2022 analizzò un video dell’esecuzione extragiudiziale di almeno sette prigionieri di guerra Armeni, apparentemente da parte di forze Azere, durante gli scontri del settembre precedente. Sono riscontri che esigono indagini e responsabilità individuali, indipendentemente dalla nazionalità degli autori.

Anche il settembre 2023 deve essere ricordato nella sua dimensione umana. L’offensiva seguì mesi di blocco del corridoio di Berdzor (Lachin), del quale Amnesty International aveva denunciato già nel febbraio 2023 le conseguenze sull’accesso alle cure e sui rifornimenti. Dopo la ripresa delle ostilità, oltre centomila persone raggiunsero l’Armenia in meno di una settimana, secondo quanto documentato dall’UNHCR. La celebrazione della vittoria militare lascia fuori dal quadro questa popolazione, le sue case abbandonate e il suo futuro incerto.

La pace richiede rispetto per la dignità umana

L’interesse politico del discorso di Aliyev risiede nella distanza fra la proclamata volontà di consolidare la pace e il linguaggio impiegato verso gli interlocutori Armeni e gli Armeni detenuti. La giustizia esige l’esame delle responsabilità personali; il ricorso a categorie denigratorie riferite alla nazionalità alimenta invece ostilità e sfiducia.

In un vertice dedicato alla cooperazione e alla costruzione della fiducia, le condizioni dei prigionieri, le garanzie dei processi e la sorte degli sfollati dovrebbero trovare risposte verificabili. È su questi aspetti che la promessa di pace può essere valutata, oltre le dichiarazioni solenni e la retorica della vittoria.

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