Antonia Arslan la curiosa della vita che ha cantato il genocidio armeno (Enordest 12.07.26)

Continua su http://www.enordest.it la nuova rubrica dal titolo “Itinerari”. Ogni domenica sarò felice di presentarvi voci e storie tra Nordest e Sardegna, terre straordinarie tra cui vivo e lavoro. Vi accompagnerò lungo itinerari culturali, turistici ed imprenditoriali ricchi di fascino e creatività, che conto sapranno informare ed emozionare chi vorrà farci compagnia.  Oggi con “Itinerari” vi porto a conoscere Antonia Arslan.

Antonia Arslan, la “cantastorie” del genocidio armeno nel mondo

Non capita tutti i giorni di intervistare una delle più importanti voci letterarie del XXI secolo. Consapevole di questa opportunità, ho composto il numero di telefono di Antonia Arslan, scrittrice, traduttrice e saggista padovana di origine armena (1938), a lungo docente di letteratura italiana all’università di Padova, instancabile testimone del genocidio del popolo armeno. Avevo già avuto il privilegio di conversare con lei in passato. La invitavo con piacere in studio ai tempi delle mie conduzioni in emittenti televisive del nordest. Ho sempre conservato nella memoria lo sguardo acuto e vivace di questa donna minuta dal carisma sconfinato. Pur conoscendo il Male assoluto che l’uomo può infliggere ai suoi simili, Antonia Arlsan non ha mai perso il sorriso gentile e solare. Suo nonno paterno Yerwant Arslanian – nato in Anatolia (attuale Turchia) il 23 maggio 1865 nell’ottomana Kharpert (oggi Elazig) – si salvò grazie a suo padre, che a 13 anni lo mandò a studiare a Venezia. Il resto della sua famiglia, compresi i fratelli e i cugini, fu quasi interamente sterminato. Yerwant aveva mutato il cognome da Arslanian ad Arslan nel 1923.

Il best seller di Antonia Arslan

Sono passati 22 anni dal best seller “La masseria delle allodole” (Rizzoli, 2004) – da cui è stato tratto l’omonimo film dei Fratelli Taviani – in cui l’autrice racconta la vera storia della famiglia Arslanian e di un gruppo di armeni che vissero in Anatolia tra il 1915 e il 1919, vittime dei rastrellamenti e dei massacri organizzati dal governo turco. Dal romanzo d’esordio a numerosi saggi e poesie, passando per “La strada di Smirne” (2009), in cui Arslan narra le vicende del popolo armeno durante l’esilio e il devastante incendio di Smirne del 1922, fino all’ultimo libro, “Memorie di una Lady armena” (Edizioni Guerini, da aprile in libreria), da lei curato insieme a Benedetta De Mari, Antonia Arslan si conferma la più importante “cantastorie” del genocidio del popolo armeno nel mondo.

Professoressa Arslan, lei come si descriverebbe?

“Descrivere se stessi è sempre un azzardo. Si rischia di enfatizzarsi o di fare i finti modesti, ma ci proverò (sorride). Sono una persona che è sempre stata curiosa della vita e del mondo che ha intorno, ma a maturazione lenta. Ho fatto le scuole, il liceo e l’università molto volentieri, perché amo le sfide e la conoscenza. Ogni esame rappresentava per me una sfida. Non certo contro i professori, quello sarebbe stato autolesionistico (sorride di nuovo). La sfida era sempre con me stessa. A ‘maturazione lenta’ perché ho iniziato a scrivere poesie a 20 anni, senza affrettare le cose. Adoro insegnare ai giovani. Mi piace, mi da’ energia, ma l’insegnamento non c’entrava con la vocazione letteraria. Quella è arrivata più tardi”.

Ovvero quando ha scritto “La masseria delle allodole”?

“Esatto. Era il 2004. Scelsi la forma del romanzo, non della saggistica. Per me era un’altra avventura. Una nuova sfida. Il mio primo romanzo. Mi immersi nella dimensione del racconto in veste di ‘cantastorie’, per raggiungere il cuore e la mente di quei lettori che potevano non avere interesse per la saggistica”.

Si sente  una “cantastorie”?

“Sì. Mi sento la cantastorie del genocidio armeno, esempio drammatico di quello che può accadere e su cui è importante ragionare. Un genocidio avviene non solo perché prevale il Male. Ne ho parlato anche nel mio secondo romanzo, ‘La strada di Smirne’, che racconta l’enorme tragedia delle minoranze in Anatolia. Non se ne parla mai. Ci sono ancora oggi molti genocidi in corso. Non sono massacri. Sono qualcosa di diverso. La banalizzazione del termine genocidio è purtroppo consueta”.

Professoressa Arlsan, cos’è un genocidio?

“E’ la volontà di annientare una minoranza, di sterminarla in modo sistematico e programmato. La parola ‘genocidio’ (dal greco genos – razza, tribù, stirpe – e dal suffisso latino -cidio, da caedere, ovvero uccidere) fu inventata nel 1944 da Raphael Lemkin, giurista polacco di origine ebraica che studiava da anni la tragedia armena e che riconobbe in essa le stesse modalità del nazismo”.

Ci ricordi del genocidio armeno…

Metz Yeghérn in armeno significa ‘il Grande Male’, ‘la Grande Catastrofe’. Indica lo sterminio del popolo armeno programmato e perpetrato dall’Impero Ottomano tra il 1915 e il 1923, costato la vita a 1,5 milioni di persone. Le deportazioni e i massacri ebbero inizio il 24 aprile 1915 con l’arresto degli intellettuali armeni a Istanbul. Per arrivare all’eliminazione delle minoranze razziali, il governo turco attuò una propaganda simile a quella di Hitler contro gli ebrei in Germania, o a quella degli Hutu contro i Tutsi in Ruanda. Come è potuto accadere che in tre mesi il popolo degli Hutu fu convinto ad impugnare il machete e a sterminare i Tutsi? La Radio delle Mille Colline – nota emittente ruandese che ha operato tra il 1993 e 1994 – svolse un ruolo tragicamente centrale nel genocidio del Ruanda, agendo come principale strumento di propaganda dell’estremismo Hutu per incitare all’odio e allo sterminio della minoranza Tutsi”.

In Anatolia la modalità fu identica?

“Sì. L’obiettivo del governo ottomano fu quello di portare dalla sua parte il popolo turco e di persuaderlo che la pacifica minoranza degli armeni, con cui aveva fino ad allora convissuto, non andava ‘semplicemente’ maltrattata o respinta. Andava eliminata. Fu la stessa modalità del nazismo, per cui gli ebrei iniziarono ad essere percepiti come ‘sottouomini’. Così dicevano i nazisti degli ebrei. Gli armeni diventarono gli ebrei del Medio Oriente. Iniziò così il Grande Male”.

Professoressa Arslan, esiste ancora oggi il negazionismo del genocidio armeno?

“Sì. Il governo turco è furibondo che si parli ancora di genocidio del popolo armeno. Anche pochi giorni fa il Presidente turco Erdogan ha ribadito che nella storia della Turchia ‘non ci sono genocidi né massacri’. Il negazionismo non nega che siano morti tanti armeni, ma nega il motivo che ha portato al loro sterminio, addebitandolo a disordini interni e a spostamenti di popolazioni considerati necessari per motivi di sicurezza. A livello internazionale, il numero delle nazioni che oggi riconoscono il genocidio armeno è salito a 34, ma tanti Paesi subiscono ancora le pressioni del governo turco. C’è ancora tanta ipocrisia e superficialità intorno all’accettazione del genocidio. In un mondo parcellizzato si parla di Gaza, ma non dello sterminio dei cristiani in Nigeria o della situazione odierna degli armeni”.

Nel suo ultimo libro, “Memorie di una Lady armena”, si torna a parlare del genocidio armeno, ma anche dei facoltosi Amirà di Costantinopoli alla fine dell’Ottocento…

“In questo romanzo, curato insieme a Benedetta De Mari, viene raccontata la storia vera e affascinante della contessa armena Maria Nazlè Keutchè-Oglou Corinaldi, giunta dalla Turchia a Padova attraverso vari spostamenti e avventure vissute tra l’Impero Ottomano e l’Italia, tra dimore lussuose, ambasciate, palazzi e castelli. Dopo aver sposato a Roma il nobile diplomatico italiano Leopoldo Corinaldi nel 1906, la contessa visse tra Londra, Parigi, Roma e Atene prima di stabilirsi definitivamente nel padovano. Qui ebbi modo di conoscerla circa 40 fa, quando era già novantenne. Mio padre medico doveva averla avuta come paziente. Lei gli regalò un libretto molto piacevole scritto da lei in francese, mai recensito. Raccontava della sua vita alla corte di Grecia tra il 1905 e il 1910. Io lo lessi e feci una recensione, così mi volle incontrare. Tra noi nacque un’empatia immediata. Cominciammo a parlare di tutto davanti ad una tazza di te’ coi biscotti: del genocidio del popolo armeno, dei massacri in Asia Minore, delle due guerre mondiali, ma anche della sua infanzia e giovinezza vissute tra i fasti di Costantinopoli alla fine dell’Ottocento, nel lussuoso ialy sul Bosforo realizzato in stile neo bizantino e veneziano da costruttori in gran parte veneti. Mi raccontò dell’amicizia con il Sultano turco Abdul Aziz e i suoi figli. Maria Nazlè è stata testimone di quel mondo pochissimo conosciuto degli Amirà, la comunità degli armeni di altissimo livello sociale che vivevano a Costantinopoli. Un mondo di cui avevo solo sentito parlare”.

Cosa accadde agli Amirà?

“A fine Ottocento gli Amirà fungevano da mediatori chiave tra il governo ottomano e la comunità armena. Gestivano le finanze imperiali, finanziavano opere pubbliche e guidavano le istituzioni religiose, mantenendo una stretta e leale vicinanza al Sultano. Dirigevano la Zecca imperiale, progettavano e costruivano infrastrutture, moschee e palazzi reali. Basti ricordare la celebre dinastia di architetti Balyan. Verso la fine del XIX secolo il loro potere iniziò a declinare, soprattutto per il cambiamento dello scenario economico e politico del Paese. Il Sultano riuscì a proteggerli. Gli Amirà sopravvissero, ma persero i loro appannaggi e si impoverirono”.

Professoressa Arslan, cosa la colpì in particolare della contessa Corinaldi?

“Mi colpì il suo coraggio, lo spirito d’avventura di questa donna che lasciò il suo ambiente confortevole e gli agi del palazzo sul Bosforo per seguire un italiano, sposarlo e iniziare con lui una vita tra mille spostamenti e colpi di scena. Ebbero tre figli. Era una donna affascinante, uno spirito libero. Visse tra fasti e privilegi, ma durante la guerra lavorò tantissimo come crocerossina. Adorava cavalcare. Il marito Leopoldo lo conobbe così, in sella ad un cavallo. Maria Nazlè visse dolori profondi. Suo marito negli anni si comportò male con lei. Le vendette la casa, ma il dolore assoluto fu la scomparsa del terzo figlio Livio, appassionato di cavalli come la madre. Durante la seconda guerra mondiale, Livio volle entrare in cavalleria nell’esercito Savoia. Aveva 19 anni. Essendo ebreo, non fu ammesso a causa delle leggi razziali. Si sentì escluso e maltrattato. Maria conosceva il Re Vittorio Emanuele II e la Regina. Fece di tutto per farlo reintegrare. Raggiunse l’obiettivo. Il figlio partì nel 1941 per la campagna di Russia come Ufficiale del Savoia Cavalleria. Scomparve tragicamente nella battaglia di Isbuscenskij. La contessa fu dilaniata dal senso di colpa. Non smise mai di cercarlo. In seconde nozze sposò Angelo Emo Capodilista. L’ultima parte della sua vita la trascorse prima a Monselice al Castello di Lispida, fino alla vendita nel 1928 agli Sgaravatti, poi in una villetta liberty vicino a Prato della Valle a Padova, dove morì a 91 anni. Dopo il nostro primo e unico incontro, non la rividi più. Venni poi a sapere che mi lasciò in eredità i suoi diari”.

Un lavoro complesso e meticoloso ha permesso di ricostruire la vita della contessa amena grazie anche all’impegno di Orlando Piero Cravotto, un giovane parente di Maria Nazlè, nonna di suo nonno Giovanni.

Professoressa Arslan, che messaggio vuole dare in chiusura di questa intervista?

“Leggete! Leggere fa sempre bene. Non dimentichiamo mai la lettura”.

 

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