Armenia: luci, colori, tradizioni e indirizzi da non perdere nel piccolo Paese dalla storia millenaria (Viaggi.corriere.it 19.10.26)
Viaggio a tappe in una terra fortezza della memoria, divisa tra tradizioni antiche e modernità. Dove storia, fede e una grande natura diventano ricchezza. E l’accoglienza inizia con un invito nel giardino di casa…
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C’è un filo di pietra che ricama l’intero paesaggio armeno. È il tufo. A Yerevan sfuma nelle tonalità delicate del rosa, regalando alla capitale una luce calda e accogliente, mentre nei complessi monastici isolati tra le montagne si fa quasi nero, ad accentuare il senso di austerità e raccoglimento di questi antichi luoghi.

Nella piccola repubblica del Caucaso meridionale, ogni stele ha qualcosa da raccontare. I khachkar, le celebri “croci di pietra” dichiarate dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità, ne sono il manifesto visivo più autentico: non semplici simboli di devozione, ma vere e proprie pagine di storia scolpite a mano.
Con i loro motivi floreali che celebrano la vita e la risurrezione, queste opere intagliate come merletti, hanno svolto nei secoli la funzione di monumenti civili, atti di fondazione e guardiani del territorio. E in una terra da sempre contesa, per il popolo armeno scolpire la roccia è stato il modo più solido per riaffermare le proprie radici.
Luci, suoni e i sapori di Yerevan
L’esplorazione dell’Armenia parte dalla sua capitale Yerevan: città vivace e dinamica, con ampie piazze, viali alberati, caffè all’aperto e ristorantini alla moda. Ridisegnata negli anni Venti del Novecento dall’architetto Alexander Tamanyan, è un centro dal respiro monumentale ma sorprendentemente intimo. È detta anche la “città rosa” per il riverbero della luce riflessa sulle facciate in tufo vulcano di colore chiaro. Nelle ore centrali delle giornate più assolate la vista della Cascade può risultare persino abbagliante.

Oltre cinquecento gradini, terrazze con fontane, aiuole intorno ne fanno un luogo molto frequentato e amato anche dagli abitanti della capitale. Iniziati in epoca sovietica, i lavori di costruzione furono interrotti dopo il crollo dell’URSS (1991). Ripresi negli anni 2000 grazie al mecenatismo privato, la grande scalinata non è ancora terminata, ma si dice che rimarrà per sempre un’opera “in evoluzione”.
Oggi la Cascade è un museo d’arte contemporanea a cielo aperto di grande valore per la città. Alla sua base, nel Parco Tamanyan, si passeggia tra le sculture di bronzo di Fernando Botero – dal celebre gatto ai volumi morbidi di figure femminili e guerrieri – e i lavori di Jaume Plensa. Salendo di terrazza in terrazza, tra vasche d’acqua e zampilli, la prospettiva si allarga sul centro urbano. Dai gradoni più alti lo sguardo arriva fino all’elegante ellisse del Teatro dell’Opera e oltre, svela le geometrie razionaliste di Piazza della Repubblica: è qui il Museo di Storia dell’Armenia, che tra le sue collezioni conserva la scarpa di cuoio di Areni-1, un reperto di 5.500 anni fa (del 3.500 a.C.), ritrovato nel 2008 all’interno di una grotta nel sud del Paese.
Oltre che dall’esterno, la Cascade è uno spettacolo anche al suo interno: un sistema di scale mobili porta alle gallerie del Cafesjian Center for the Arts, e ad ogni livello si possono osservare installazioni di arte contemporanea e sculture in vetro.
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Raggiunta la sommità della monumentale scalinata, con qualche passo in più (o più comodamente in macchina) si arriva al Parco della Vittoria, dove domina la mole solenne di Madre Armenia (Mayr Hayastan), gigantesca statua in bronzo con la spada sguainata a difesa della città, scolpita da Ara Harutyunyan negli anni ‘60 per sostituire quella di Stalin.
Dal piazzale si ammira Yerevan al cospetto del Monte Ararat, la cima perennemente innevata molto cara agli armeni, ma che per una serie di vicende storiche si trova oggi al di là del confine, in territorio turco.

A rimarcare l’idea di accoglienza materna, si chiama proprio Mayrig (“madre” in armeno) uno dei ristoranti più affascinanti della città. Propone una cucina armeno-libanese raffinata, nella tipica formula locale della condivisione dei piatti. Tra le specialità, i mante sono deliziosi ravioli di carne serviti con salsa di pomodoro e yogurt freddo, mentre i fishnah kebabs sono spiedini di pesce accompagnati da una salsa agrodolce di amarene. Non può mai mancare a fine pasto il gata, un dolce da forno burroso spesso arricchito con noci tritate, di cui esistono molte varianti regionali.

La voce dell’Armenia
Solo qualche chilometro fuori dal centro di Yerevan, il maestro Karen Hakobyan apre ai visitatori le porte della sua casa-giardino. Qui, in un minuscolo laboratorio che sembra un rifugio dell’anima, crea degli autentici duduk, strumenti a fiato ad ancia doppia, fatti esclusivamente con legno di albicocco (Prunus armeniaca), l’albero simbolo dell’Armenia.
Sotto il porticato, invece, da’ voce ai suoi strumenti: «Il duduk si suona sia nelle occasioni allegre sia in quelle tristi, sia alle feste sia ai funerali», spiega il maestro, che aggiunge: «la melodia antica del duduk è parte integrante della storia armena e io sono fiero di farla conoscere a chi viene a trovarmi». Tra una spiegazione e l’altra, il maestro interpreta alcuni brani della tradizione, altri reinterpretati da lui, passando dal duduk allo shvi, un altro piccolo flauto realizzato in legno di albicocco o in bambù che produce un suono dolce e pastorale, fino alla zampogna armena, dal timbro più acuto e festoso, regalando così a chi lo ascolta un autentico momento di storia armena.

Di pietre e di colonne
Lasciata la capitale, la scoperta dell’Armenia procede per tappe che toccano alcuni luoghi simbolo del Paese, tra storia, fede, tradizioni e una grande natura. Nella provincia di Kotayk, a est di Yerevan, il paesaggio si fa aspro man mano che ci si addentra nella valle del fiume Azat. È resistito qui l’unico edificio in stile ellenistico dell’intero Caucaso: è il tempio di Garni, edificato nel I secolo d.C. dal re Tiridate I. Presenza dominante sul ciglio di un altopiano, tra il blu del cielo e aride montagne intorno, venne risparmiato perché fu a lungo utilizzato dai re armeni come residenza estiva.
Un profondo canyon scavato dall’Azat si scorge oltre la recinzione in legno sul retro del tempio. Ma occorre scendere di circa 900 metri nel fondo della gola per ammirare da vicino una sbalorditiva architettura della natura. L’opera, detta Sinfonia delle Pietre, si raggiunge percorrendo a piedi un sentiero lungo circa un chilometro (alla portata di tutti).

Come canne d’organo giganti, le alte pareti basaltiche si stagliano davanti agli occhi. A modellare la roccia in prismi perfetti ed esagonali è stata una colata lavica che, raffreddandosi, ha dato vita a un monumento geologico che toglie il fiato e lascia in silenzio, rotto solo dallo scorrere incessante e rumoroso del fiume.
Risalendo verso l’altopiano, il viaggio incrocia una dimensione più intima. È il momento del pranzo, conviviale e condiviso, nella casa-ristorante di una famiglia locale. A Casa Sergey la buona cucina locale viene servita su grandi tavoli sparsi nel prato, all’ombra di generosi ciliegi o sotto il porticato.

Qui si può assiste anche alla preparazione del lavash, il sottilissimo pane tradizionale dichiarato dall’Unesco Patrimonio Immateriale dell’Umanità. Il gesto compiuto dalle donne che lo preparano è un saper fare antico: le abili donne prima stendono la pasta su un cuscino imbottito, poi lo applicano vigorosamente sulle pareti roventi di un tonir, il forno interrato in terracotta. Pochi secondi di cottura e il pane viene estratto fragrante, leggero come un foglio di carta velina.

Non si lascia questa zona senza aver visitato il complesso monastico di Geghard, detto il “monastero della lancia”, quella stessa lancia che si narra trafisse il costato di Cristo. Nascosto in una gola laterale, è un vero capolavoro di architettura rupestre. Larga parte delle chiese e delle sale capitolari non sono state costruite, ma scavate direttamente nella roccia viva.
All’interno del gavit – una sorta di atrio d’accesso alla chiesa principale, tipico ed esclusivo dell’architettura medievale armena – e in quasi tutti gli ambienti la luce filtra appena dai tamburi delle cupole, ma nell’intero del complesso l’acustica è leggendaria, anche dopo quasi 800 anni dalla sua costruzione.

Dai boschi al “mare”
Spostandosi verso nord, l’Armenia si ammanta di verde. Nella regione di Tavush, la cittadina di Dilijan è soprannominata la “Svizzera armena” per le sue case tradizionali in legno con i balconi intagliati e le botteghe artigiane nel complesso di Old Dilijan.
La zona è un piccolo paradiso anche per gli appassionati di natura e outdoor. Lungo l’Armenian National Trail – un tratto che si sovrappone al celebre Transcaucasian Trail – si cammina tra boschi di faggi e querce nel Parco Nazionale di Dilijan, fino al lago Gosh (i sentieri sono mappati e segnalati, ma per chi preferisce farsi accompagnare, Edgar Navasardyan è una guida di montagna, esperta della regione Tavush. Per info – in inglese – Tel. +374 99 666249 o via e-mail: edgarnavasardyan1@gmail.com).

Partendo direttamente da lago o dal villaggio di Gosh – dov’è il celebre monastero di Goshavank -, inizia un’avventura in fuoristrada che termina a quasi duemila metri, su un pianoro con vista eccezionale sulla catena montuosa dei Pambak. Qui, Gevorg e Anna, marito e moglie, mettono in scena il loro Dilijan Woodland Feast, un picnic gourmet in alta quota in perfetto stile country-chic. Si comincia con un cocktail accompagnato da piccoli assaggi, a seguire tre piatti, preparati dallo chef direttamente sul posto, a base solo di ingredienti freschi di stagione. Al ritorno, sempre off-road, vale la visita l’isolato monastero di Haghartsin, immerso nel folto della valle.

Il grande “mare armeno”
Anche se è priva di un naturale sbocco sul mare, l’Armenia ha comunque il suo mare. O almeno gli armeni chiamano così il grande lago Sevan: un “mare in montagna”. Questo bacino di origine tettonica si trova a 1905 metri d’altitudine e copre di acqua dolce oltre 1.200 chilometri quadrati. Un tempo crocevia di monaci e mercanti, oggi è un luogo sospeso tra misticismo, spiritualità e la vitalità delle sue sponde.
Sulla penisola rocciosa che si protende nelle sue acque sorge il monastero di Sevanavank. Fondato nell’874 d.C., le chiese in tufo scuro che costituiscono il complesso sorgevano originariamente su un’isola, divenuta poi un promontorio in seguito a un parziale prosciugamento artificiale operato in epoca sovietica. Per questo, oggi, al monastero non si arriva più in barca ma salendo una scalinata di poco più di duecento gradini di pietra.
Affacciata sulla stessa riva, sopravvive al tempo un altro pezzo di storia, seppur moderna, del Paese: è la Casa degli Scrittori del Sevan, che fu un audace esempio di architettura del modernismo sovietico, testimonianza di un’epoca in cui artisti e intellettuali cercavano rifugio e ispirazione in questi panorami d’alta quota.
Per celebrare il lago e la sua ricchezza non solo paesaggistica, il consiglio è di pranzare da Yasaman, sulle rive del Sevan. Nel menu, incentrato sui prodotti locali, non mancano mai la trota (ishkhan) e il coregone (sig), serviti alla griglia, al forno o in umido, oltre a piatti della tradizione armena e caucasica.

Il Vaticano armeno
Tornando verso sud, la sagoma del Monte Ararat si staglia dietro alle mura del monastero di Khor Virap. Poco distante da lì, il cuore spirituale del Paese batte a Echmiadzin, la Santa Sede della Chiesa Apostolica Armena. Tutelata dall’Unesco, è la sede del Catholicos, ovvero il capo della chiesa apostolica armena. Affonda le sue radici nel 301 d.C., anno in cui l’Armenia divenne la prima nazione al mondo a eleggere il cristianesimo a religione di stato.

Qui il tempo vola tra la visita alla cattedrale madre, dove sono conservati i frammenti di legno ritenuti essere parte dell’Arca di Noè, e al Battistero, o in un momento di raccoglimento nell’armonia degli ampi giardini di quella che a tutti gli effetti è “il Vaticano armeno”. Anche il pranzo all’Agape Refectory è un viaggio dell’anima tra le atmosfere raccolte dell’antico refettorio seicentesco trasformato in ristorante. E proprio qui il viaggio giunge alla fine, con l’impressione che in questo piccolo Paese, solo poco più grande della Sardegna, tra pietre antiche e cieli immensi, ci sia ancora molto da vedere.


