Artsakh, cancellata la memoria a Shushi mentre a Baku i prigionieri Armeni restano nell’isolamento (Korazym 06.09.26)
[Korazym.org/Blog dell’Editore, 6 settembre 2026 – Vik van Brantegem] – Cancellare le tracce di un popolo dalla sua terra e isolare dal mondo coloro che potrebbero raccontarne la sorte. Sono due fatti distinti, avvenuti in luoghi diversi, ma compongono un quadro inquietante: mentre nell’Artsakh occupato scompare un altro luogo della memoria armena, a Baku i prigionieri Armeni rimangono sottratti al contatto con familiari, avvocati e osservatori indipendenti.

Le immagini satellitari analizzate da Caucasus Heritage Watch documentano la completa distruzione dello storico cimitero armeno-russo (noto anche come cimitero vicino alla Porta di Yerevan) a Shushi, sopravvissuto per quasi due secoli a guerre e mutamenti politici. Contemporaneamente, l’avvocato per i diritti umani Siranush Sahakyan, che rappresenta i detenuti Armeni davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, denuncia condizioni di «isolamento assoluto», assistenza medica inadeguata e violenze rivolte anche contro la loro identità Cristiana.
Da una parte sono state cancellate lapidi, iscrizioni e antiche croci di pietra; dall’altra, secondo le denunce della legale, si cerca di impedire ai prigionieri di comunicare liberamente con l’esterno. Le pietre non possono più testimoniare. Le persone ancora vive possono farlo soltanto attraverso brevi telefonate sorvegliate, che possono essere interrotte quando le loro parole diventano scomode.
Distrutto lo storico cimitero armeno-russo di Shushi
Secondo l’indagine pubblicata da Caucasus Heritage Watch, le immagini satellitari mostrano che il vecchio cimitero armeno-russo di Shushi è stato distrutto tra il 9 e il 14 maggio 2026, durante i lavori per la costruzione di un impianto destinato al trattamento delle acque meteoriche e reflue.
Il sito conservava almeno 35 lapidi datate tra il 1810 e il 1871. Le iscrizioni testimoniavano la presenza nella città di famiglie e artigiani Armeni, militari Russi, medici, funzionari pubblici e altri abitanti della Shushi ottocentesca.

Tra le sepolture figurava quella di Vladimir Mikhailov, comandante del 42° Reggimento cacciatori dell’esercito imperiale russo, che partecipò alla difesa della città nel 1826. Un’altra lapide, recante un’iscrizione latina, ricordava Sofia Regina Reander, nata a Mosca.
Nel cimitero si trovavano inoltre cinque khachkar, le caratteristiche croci di pietra armene, risalenti a diversi secoli prima delle sepolture ottocentesche. La loro presenza attestava che il luogo era legato alla storia e alla cultura armena già in epoca medievale.
Non si trattava, quindi, soltanto di un’area funeraria, ma di un archivio scolpito nella pietra: una testimonianza della composizione sociale e religiosa della città, degli intrecci tra la comunità armena e la presenza russa e, soprattutto, della continuità armena a Shushi attraverso i secoli.
Quel luogo, osserva Caucasus Heritage Watch, aveva superato guerre e numerosi sconvolgimenti politici. È stato completamente cancellato nel 2026, sotto il controllo dell’Azerbaigian.
Shushi è sotto controllo azero dal novembre 2020, quando fu conquistata durante la guerra dei 44 giorni. La distruzione del cimitero si inserisce in una serie già documentata di demolizioni, alterazioni e rimozioni che hanno interessato chiese, cimiteri, monumenti e interi insediamenti armeni nell’Artsakh [*].
La realizzazione di un’opera infrastrutturale non cancella la responsabilità di individuare, documentare e proteggere un sito storico prima di intervenire. In questo caso, invece, le immagini satellitari mostrano che tombe e khachkar sono scomparsi insieme al terreno sul quale si trovavano.
Non un episodio isolato
La distruzione del cimitero armeno-russo si aggiunge alla cancellazione del cimitero di Ghazanchetsots, documentata nell’aprile 2024, e alle trasformazioni subite da altri luoghi simbolici di Shushi. Caucasus Heritage Watch ha inoltre registrato la distruzione della Chiesa di San Giovanni Battista, conosciuta come Kanach Zham, e di numerosi altri siti dell’Artsakh.
Nel maggio scorso era stata documentata anche la demolizione a Stepanakert del monumento dedicato al centenario del Genocidio Armeno. Non scompare soltanto ciò che testimonia la presenza religiosa degli Armeni: vengono rimossi cimiteri, memoriali, iscrizioni e riferimenti capaci di raccontare chi abbia abitato quei luoghi.
Il rischio è che alla cacciata della popolazione armena dall’Artsakh, seguita all’offensiva azera del settembre 2023, faccia seguito la progressiva trasformazione del territorio in uno spazio nel quale quella presenza non sia più visibile né riconoscibile.
A Baku, prigionieri senza contatti indipendenti
Mentre nell’Artsakh vengono cancellate le testimonianze materiali, a Baku gli Armeni detenuti rimangono in condizioni di quasi totale separazione dal mondo esterno.
Il 4 settembre 2026, parlando con i giornalisti, Siranush Sahakyan ha affermato che i prigionieri non possono ricevere visite dei familiari e non hanno contatti fisici con avvocati indipendenti, medici di fiducia, rappresentanti consolari o delegati del Comitato Internazionale della Croce Rossa. «Non vedono i loro familiari, i funzionari consolari, medici indipendenti, avvocati indipendenti o rappresentanti del Comitato Internazionale della Croce Rossa», ha dichiarato la legale, definendo la loro condizione una forma di «isolamento assoluto».
La situazione è divenuta ancora più grave dopo che, per decisione delle autorità azere, il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha dovuto chiudere la propria delegazione in Azerbaigian il 3 settembre 2025. Il Comitato ha assicurato di mantenere il proprio impegno a favore delle persone protette dal diritto internazionale umanitario, ma la cessazione della presenza fisica nel Paese ha eliminato l’unico accesso internazionale indipendente e continuativo ai detenuti.
Secondo Sahakyan, l’unico collegamento rimasto con l’esterno è costituito da telefonate sorvegliate con i familiari. La loro frequenza varia sensibilmente: alcuni detenuti possono chiamare circa una volta alla settimana, mentre tre dei prigionieri già condannati avrebbero accesso al telefono soltanto una volta ogni quaranta giorni.
Le conversazioni durano da due o tre minuti fino a un massimo di dieci e possono essere interrotte in base a ciò che viene detto. Sahakyan ha ricordato il caso di Ruben Vardanyan, già Ministro di Stato della Repubblica di Artsakh, la cui telefonata sarebbe stata interrotta quando ha cercato di parlare delle difficoltà incontrate per ottenere una copia della sentenza pronunciata contro di lui e dei tentativi di rivolgersi al Difensore civico dell’Azerbaigian.
Le preoccupazioni per la salute
L’isolamento impedisce anche di verificare in maniera indipendente le condizioni sanitarie dei detenuti. I familiari cercano di ottenere informazioni nel corso delle brevi telefonate, ma non dispongono di valutazioni mediche autonome.
Secondo quanto riferito da Sahakyan, il personale sanitario non sarebbe presente nella struttura di detenzione durante tutte le ore del giorno e della notte. In caso di peggioramento, verrebbero somministrati medicinali per attenuare temporaneamente alcuni sintomi, senza avviare terapie adeguate alla patologia o misure dirette a impedirne l’aggravamento.
La legale ha richiamato anche le conseguenze a lungo termine delle pene inflitte agli Armeni detenuti a Baku, alcuni dei quali sono stati condannati a quindici anni di reclusione: «Se, dopo avere scontato quindici anni, una persona sarà infine rimpatriata nella Repubblica di Armenia, quali saranno allora le sue condizioni di salute?».
Parte della documentazione medica è stata ottenuta dagli avvocati attraverso i procedimenti avviati davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Le ultime informazioni sarebbero state trasmesse nei mesi di febbraio e marzo 2026. Il 31 agosto è scaduto un nuovo termine concesso all’Azerbaigian per fornire dati aggiornati alla Corte. La difesa è ora in attesa di conoscere quale documentazione sia stata effettivamente depositata.
Le denunce di torture contro l’identità Cristiana
Ancora più gravi sono le dichiarazioni di Sahakyan sulle violenze subite da alcuni detenuti. Secondo la legale, croci tatuate sul corpo di prigionieri Armeni sarebbero state cancellate bruciando la pelle. Alcuni sarebbero stati costretti a leggere il Corano, mentre Bibbie e simboli religiosi Cristiani sarebbero stati vietati o confiscati.
Sahakyan ha riferito anche di fratture provocate da percosse. Si tratta di accuse gravissime, che nelle attuali condizioni di isolamento non possono essere sottoposte a un riscontro indipendente. Proprio l’impossibilità di accedere ai detenuti, tuttavia, rende ancora più urgente la richiesta di un controllo internazionale effettivo.
Il punto non riguarda una contrapposizione tra religioni. Costringere un prigioniero Cristiano a compiere un atto religioso contro la propria volontà, impedirgli di possedere la Bibbia o infierire su un simbolo inciso sul suo corpo costituirebbe una violazione della libertà religiosa e della dignità umana. Se confermati, questi comportamenti mostrerebbero che l’identità Cristiana armena non è soltanto ignorata, ma trasformata in un bersaglio della violenza.
Cancellare le pietre, isolare gli uomini
La distruzione del cimitero di Shushi e l’isolamento dei prigionieri di Baku non sono lo stesso fatto e richiedono verifiche di natura diversa. Il primo è documentato attraverso immagini satellitari; il secondo emerge dalle informazioni raccolte dai familiari, dalla documentazione acquisita nei procedimenti davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e dalle denunce della loro rappresentante legale.
Eppure entrambi riguardano la possibilità di conservare e trasmettere una memoria.
Le tombe di Shushi raccontavano chi aveva vissuto in quella città. I khachkar testimoniavano un’appartenenza religiosa e culturale più antica dello stesso cimitero. I prigionieri armeni detenuti a Baku sono testimoni viventi della guerra, del blocco, dell’offensiva del settembre 2023 e dello sfollamento forzato della popolazione dell’Artsakh.
Quando le pietre vengono distrutte e le persone isolate, non viene colpita soltanto la memoria del passato. Viene compromessa anche la possibilità di documentare il presente e di chiedere giustizia per ciò che è accaduto.
[*] Azerbajgian ha rasato al suolo storiche chiese armene a Sushi e a Mekhakavan nell’Artsakh occupato con la guerra di aggressione del 2020 – 28 marzo 2021.
