Artsakh, il diritto al ritorno davanti all’ONU. Le rivendicazioni azeri sul patrimonio Cristiano raggiungono Geghard (Korazym 26.09.26)

A tre anni dall’offensiva azera del settembre 2023 e dall’esodo degli Armeni dell’Artsakh, il diritto al ritorno è stato nuovamente portato davanti al Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani. Il 22 settembre, durante la sua 63ª sessione a Ginevra, Joel Veldkamp di Christian Solidarity International (CSI) ha pronunciato una dichiarazione copromossa dalla World Evangelical Alliance e dall’European Centre for Law and Justice.

 

Veldkamp ha richiamato l’impossibilità per gli sfollati Armeni di tornare nelle loro case, la detenzione di Armeni in Azerbaigian e la distruzione di luoghi del patrimonio culturale.

Ha citato anche la recente visita di circa 150 diplomatici nell’Artsakh, durante la quale rappresentanti Azeri hanno presentato monumenti cristiani armeni come testimonianze dell’antica Albania caucasica. Secondo CSI, «la pace nel Caucaso meridionale non può essere costruita sulla pulizia etnica, sulla detenzione illegale per motivi politici e sulla distruzione culturale».

Le tre organizzazioni hanno chiesto al Consiglio misure concrete per garantire agli Armeni dell’Artsakh un ritorno sicuro e il pieno esercizio dei loro diritti.

La nuova iniziativa azera sul patrimonio Cristiano in Armenia

Pochi giorni prima, il 22 settembre, la cosiddetta Comunità dell’Azerbaigian Occidentale aveva annunciato all’agenzia azera APA la costituzione di un gruppo di lavoro dedicato a quello che definisce «patrimonio cristiano albanese» nell’attuale territorio dell’Armenia. La ricerca annunciata comprende chiese, cappelle, monasteri e khachkar nelle aree di Syunik, Vayots Dzor e del bacino del lago Sevan. La Comunità collega espressamente questa attività alle basi storiche e culturali della propria agenda del «ritorno» e richiama la visita dei diplomatici al monastero di Gandzasar. Va sottolineato che queste sono delle rivendicazioni formulate dall’organizzazione, non attribuzioni storiche accertate.

Come segnala 301.am, la Comunità ha pubblicato anche fotografie del monastero di Geghard, presentandolo nell’ambito del patrimonio storico e culturale che rivendica. Geghard si trova in Armenia ed è iscritto nella Lista del patrimonio mondiale dell’UNESCO dal 2000. Nella sua scheda ufficiale, l’UNESCO lo descrive come una testimonianza di straordinario valore dell’architettura monastica armena medievale e ne documenta, tra gli altri elementi, le iscrizioni e i khachkar.

Il passaggio da Gandzasar e Dadivank a Geghard merita attenzione: una narrazione già applicata ai monumenti dell’Artsakh viene ora richiamata anche per luoghi situati entro i confini della Repubblica di Armenia.

Le parole di Pashinyan sulla pace e sui monumenti

Il 17 settembre il Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan aveva definito la narrativa dell’«Azerbaigian Occidentale» una grave sfida e una minaccia per la sicurezza dell’Armenia, della regione e della «conclusione positiva dei negoziati per l’accordo di pace tra Armenia e Azerbaigian». Una settimana dopo, nel discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ha sostenuto che i risultati conseguiti nei rapporti con l’Azerbaigian debbano prevalere sulla retorica conflittuale, anche quando riguarda la storia e i monumenti storico-culturali.

Le due dichiarazioni rispondono a contesti diversi. La nuova iniziativa annunciata dalla Comunità dell’Azerbaigian Occidentale rende però più urgente una domanda: come tutelare il patrimonio e l’identità storica armena mentre il confronto politico tra Erevan e Baku viene presentato soprattutto nei termini della normalizzazione?

Il patrimonio e il diritto al ritorno

In un intervento pubblicato il 25 settembre su The National Interest, Stephan Pechdimaldji osserva che la ridefinizione dell’identità dei monumenti dell’Artsakh non riguarda soltanto il passato. Presentare chiese e monasteri legati da secoli alla vita religiosa armena come testimonianze esclusivamente «albane caucasiche» contribuisce, secondo l’autore, a mettere in discussione il legame storico degli Armeni con quei luoghi.

È un punto che collega i due temi al centro di questo articolo. Per gli Armeni costretti a lasciare l’Artsakh, il riconoscimento delle tracce della loro presenza riguarda anche la possibilità di rivendicare il ritorno alle proprie case. Pechdimaldji avverte inoltre che un processo di pace concentrato sui confini, sui collegamenti e sulle garanzie di sicurezza rischia di lasciare irrisolta la questione del patrimonio e dell’identità di chi viveva nella regione. La rivendicazione ora estesa a Geghard rende questa riflessione ancora più pertinente: la stessa lettura storica proposta per i monumenti dell’Artsakh viene applicata a un monastero situato nel territorio della Repubblica di Armenia.

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