Baku rinvia il «Ponte della pace»: si dialoga quando decide l’Azerbaigian (Korazym 24.09.26)
Gli incontri tra esperti Armeni e Azeri previsti in Armenia nell’ambito dell’iniziativa «Ponte della pace» sono stati rinviati dalla parte azera. Come riferisce OC Media, Boris Navasardian, Presidente onorario dello Yerevan Press Club e partecipante all’iniziativa, ha spiegato che i colleghi azeri preferiscono attendere che le tensioni si attenuino. Per i partecipanti armeni, invece, era proprio questo il momento di incontrarsi, discutere le divergenze e cercare una comprensione reciproca.
Il rinvio segue la controversia suscitata dalla presentazione di Gandzasar e Dadivank durante la visita di diplomatici stranieri nell’Artsakh. La testata azera Minval Politika attribuisce la decisione a quella che definisce una vasta campagna d’informazione contro l’Azerbaigian, condotta anche con il coinvolgimento di ambienti stranieri. Sono accuse della testata, da distinguere dal fatto del rinvio. Il primo ostacolo concreto incontrato dal «Ponte della pace» riguarda così la possibilità di parlare apertamente delle questioni che dividono le due società.
Dalla visita dei diplomatici al rinvio dell’incontro
L’11 e il 12 settembre l’Azerbaigian ha organizzato una visita di diplomatici stranieri nell’Artsakh e nei territori circostanti. Durante il viaggio, il consigliere presidenziale Hikmet Hajiyev ha presentato Gandzasar e Dadivank come monumenti della tradizione albana caucasica, negandone l’identità armena. Le dichiarazioni hanno suscitato reazioni in Armenia, che abbiamo seguito nell’articolo Per Baku anche Pashinyan non è più abbastanza «pacifista». La macchina mediatica azera trasforma Gandzasar in un nuovo test di obbedienza.
Le divergenze erano già emerse nelle dichiarazioni dei due gruppi del «Ponte della pace» pubblicate da Commonspace.eu. Il gruppo azero aveva criticato la reazione dei media e il tono del dibattito pubblico in Armenia, sostenendo che la visita dei diplomatici non dovesse essere contestata. Il gruppo armeno aveva espresso preoccupazione per il modo in cui era stato presentato il patrimonio culturale armeno a Gandzasar, richiamando alla necessità di conversazioni difficili e sincere. La questione del patrimonio era dunque già entrata nel dialogo prima del rinvio.
Il 23 settembre Minval Politika ha riferito che la parte azera aveva deciso di rinviare gli incontri. Secondo la testata, a Baku si ritiene che una campagna contro l’Azerbaigian abbia coinvolto ambienti stranieri e che le critiche ricevano sostegno da strutture statali armene. L’articolo arriva ad attribuire tali «attacchi» alla dirigenza dell’Armenia, citando proprie informazioni senza presentare elementi che consentano di verificarle. Il rinvio viene descritto come una decisione della parte azera, non come una conclusione concordata tra i partecipanti all’iniziativa.
Chi decide quando parlare
La scelta merita attenzione per ciò che rivela del metodo. Se lo scopo del «Ponte della pace» è permettere alle due società di affrontare questioni difficili, la tensione avrebbe potuto essere una ragione per incontrarsi. È questa, in sostanza, la posizione espressa da Navasardian. La parte azera ha scelto di attendere che la tensione diminuisca.
Conosciamo il copione. Baku propone il dialogo, ma si riserva di giudicare quali parole e quali reazioni siano compatibili con la sua prosecuzione. Dopo le contestazioni armene sulla presentazione di Gandzasar e Dadivank ai diplomatici, viene rinviato proprio l’appuntamento in cui quelle contestazioni avrebbero potuto essere discusse faccia a faccia. Il rinvio di una visita non equivale alla fine dell’iniziativa, ma mostra quanto il dialogo sia esposto a una decisione unilaterale.
Una pace duratura richiede che sia possibile parlare anche quando le posizioni sono inconciliabili, senza subordinare l’incontro al silenzio di una delle parti sulla propria storia e sul proprio patrimonio. Altrimenti il «ponte» rischia di restare aperto soltanto quando Baku ritiene accettabili i termini della conversazione.
