L’Iran gioca un ruolo chiave nel mantenere la stabilità regionale, soprattutto proteggendo l’Armenia dalle ambizioni azere. Dall’altra parte, l’Azerbaigian ha una cooperazione strategica con Israele, che fornisce armi e risorse in cambio di un alleato contro l’influenza iraniana. Senza l’Iran, l’Europa si troverebbe a dover affrontare un nuovo panorama geopolitico, con il rischio di un’espansione turca nella regione.
La cronaca, spesso, tende a dipingere la realtà in bianco e nero, ma questa visione riduttiva rischia di distorcere la complessità delle questioni geopolitiche, portando a conseguenze pericolose. Ogni realtà ha il suo rovescio della medaglia, e il tentativo di rimuovere un elemento da un equilibrio precario può generare squilibri imprevedibili. Questo vale, ad esempio, per il ruolo dell’Iran nello scenario internazionale: sebbene l’autoritarismo teocratico degli ayatollah sia certamente lontano dal nostro modo di pensare, non si può ignorare il suo peso come forza di deterrenza essenziale per la stabilità di alcune aree.
Un caso emblematico è l’Armenia. La sua (r)esistenza dipende, in parte, dagli ottimi rapporti diplomatici e commerciali con la Repubblica Islamica. Paradossalmente, la teocrazia che i media occidentali spesso ammantano di una narrazione tenebrosa ha un ruolo vitale nel garantire la sicurezza della “terra dei monasteri”, minacciata dal sentimento panturco incarnato dall’Azerbaijan. Questo è particolarmente rilevante considerando la consistente minoranza azera presente in Iran, che obbliga Teheran a osservare con sospetto le ambizioni espansionistiche del presidente Aliyev. Il leader azero, con la sua retorica fortemente aggressiva e nazionalista, descrive gli Armeni come occupanti dell’“Azerbaijan Occidentale” andando a contribuire a una falsificazione storico-culturale funzionale al nazionalismo turco.
L’Iran, già impegnato in una lotta costante per mantenere la propria integrità territoriale (come dimostrano i casi del Kurdistan e di altre minoranze), non può permettere che Baku alimenti fuochi identitari all’interno dei suoi confini che minino la centralità dello stato. Da qui il ruolo di Teheran come difensore dell’Armenia in funzione anti-azera. Questo ruolo si è intensificato in un contesto in cui Mosca sembra progressivamente abbandonare Yerevan, costretta da dinamiche interne armene volute dal governo Pashinyan. Nonostante alcuni accordi con gli Stati Uniti, il sostegno iraniano all’Armenia rimane una costante immutata, sottolineando la rilevanza strategica della Repubblica Islamica.
In questa logica machiavellica s’inserisce Israele. Lo Stato ebraico, pur non avendo relazioni idilliache con la Turchia (storica alleata dell’Azerbaijan), vanta un’alleanza strategica con Baku. Questa collaborazione si manifesta non solo attraverso forniture di armi, ricompensate generosamente con petrolio, ma anche tramite l’uso di basi militari azere da parte delle forze israeliane, come confermato da fonti quali The Times of Israel. Israele sfrutta la posizione strategica dell’Azerbaijan per monitorare e potenzialmente colpire l’Iran. Episodi come la sospetta morte di Raisi, di ritorno da un viaggio in Azerbaijan, e l’uso massiccio di droni israeliani nel conflitto del Nagorno-Karabakh rafforzano questi sospetti.
L’elezione di Donald Trump, con il suo già ampiamente dimostrato sostegno a Israele e la sua posizione ostile nei confronti dell’Iran, ha accentuato la pressione sulla teocrazia di Teheran. Qualora si concretizzasse una sinora ipotetica “spallata finale” israelo-statunitese per terminare una volta per tutte il già traballante il regime teocratico iraniano, si potrebbe innescare un effetto domino dagli esiti imprevedibili. La frammentazione del Paese in micro-stati (Kurdistan, Arabistan, ecc.) potrebbe minare non solo la stabilità regionale, ma anche quella globale. Senza il ruolo di deterrenza dell’Iran e con la Russia sempre più defilata, l’Azerbaijan avrebbe condizioni militari e geopolitiche favorevolissime per perseguire le sue ambizioni, incluso il controllo del corridoio del Syunik che collegherebbe definitivamente Baku a Ankara.
A quel punto, l’Europa si troverebbe ad affrontare un gigante ottomano sempre più spavaldo e padrone del Mediterraneo con accesso diretto al Mar Caspio e alle sue risorse. La fusione tra Azerbaijan e Turchia, sebbene empirica nelle sue dinamiche poiché parte della dirigenza azera verrebbe molto annacquata visti i rapporti numerici tra turchi e azeri, non è uno scenario irrealistico, considerando il forte sentimento di unione tra i due popoli e il massiccio consenso che il gruppo nazionalista turco dei “Lupi grigi” gode in entrambi i paesi.
Pur non difendendo il regime iraniano, è impossibile ignorarne il ruolo, per quanto controverso, di stabilizzatore. Superando i limiti del politicamente corretto, si fatica a immaginare una Repubblica Islamica come un baluardo democratico, ma è altrettanto difficile trascurare il suo peso strategico in un contesto geopolitico estremamente delicato in un’area geografica dove tra Turchi, Russi, Sauditi e Israeliani vi sono interessi fortissimi nei quali l’Armenia è chiaramente oppressa con poche vie di fuga.
In questa intervista, esploriamo le radici della negazione turca, la lotta per il riconoscimento e le conseguenze di un silenzio che dura da troppo tempo. La voce di Ani Balian, consigliera Unione degli Armeni d’Italia, ci guida in una realtà che non può essere dimenticata: lo sterminio genocidiario armeno non è solo una tragedia passata, perché è una ferita ancora aperta che continua a influenzare la geopolitica e i diritti umani nel mondo di oggi. La memoria del genocidio armeno è la memoria di una lotta per la verità, per la giustizia, e per il rispetto della dignità umana.
Civili armeni in marcia forzata verso il campo di prigionia di Mezireh, sorvegliati da soldati turchi armati
Perché la Turchia non riconosce il genocidio degli armeni?
La questione è complessa. Riconoscere il genocidio armeno significherebbe per la Turchia rimettere in discussione le fondamenta stesse della Repubblica, nata nel 1923 in continuità con la politica dei Giovani Turchi. Quando Mustafa Kemal fondò la Repubblica Turca, nel suo entourage erano presenti diversi esponenti di quel movimento. Nel 1919 alcuni di loro furono processati dalla Corte marziale ottomana e condannati a morte per il ruolo avuto nello sterminio degli armeni. Le condanne furono eseguite. Però nel frattempo i capi erano fuggiti e sono stati condannati a morte in contumacia. Altri, catturati dagli inglesi e deportati a Malta per essere processati, furono però scambiati con 22 prigionieri britannici detenuti da Mustafa Kemal, in assenza di una normativa internazionale che regolasse il crimine di genocidio. La Corte marziale è stata chiusa da Kemal e coloro che stavano scontando la pena vennero da lui graziati. A tal proposito, lo storico turco Taner Akçam, tra i pochi intellettuali del Paese a riconoscere il genocidio armeno, ha dichiarato senza mezzi termini: “La Turchia dovrebbe ammettere che i suoi padri fondatori sono degli assassini”. Poiché alcuni di loro furono autori o complici del genocidio.
Un militare statunitense nella base Nato di Incirlik, in Turchia
Ammetterlo cosa comporterebbe?
C’è una questione di natura economica e patrimoniale. Se la Turchia riconoscesse il genocidio, dovrebbe restituire i beni confiscati agli armeni deportati, uccisi e sterminati. Di questi beni si sono appropriati lo Stato e famiglie turche, e il loro valore è enorme. Un esempio concreto riguarda le basi militari. Il terreno su cui sorge la base Nato di İncirlik appartiene a un armeno. Lo stesso vale per l’aeroporto di Diyarbakır, che si trova su un terreno di proprietà di una famiglia armena. Ci sono ancora gli eredi di quest famiglie. Il Palazzo presidenziale di Çankaya ad Ankara, sede ufficiale dei presidenti turchi dal 1923 al 2014, originariamente apparteneva a Ohannes Kasparyan, un facoltoso armeno che lo aveva fatto costruire nell’Ottocento. Durante i massacri, Kasparyan fu costretto alla fuga e il palazzo venne espropriato. Successivamente una famiglia turca se ne impossessò, e in seguito l’edificio fu donato a Mustafa Kemal che fu il primo inquilino. Da allora e fino al 2014, Çankaya divenne la residenza ufficiale dei presidenti della Turchia. Molte delle ricchezze delle grandi famiglie turche, anche quelle imprenditoriali, sono basate su beni sottratti agli armeni. L’economia nazionale della Repubblica turca è fondata sui beni espropriati agli armeni. È chiaro che non può riconoscere pubblicamente questo aspetto. Inoltre, in Anatolia esistevano circa 2.500 chiese, oltre a monasteri, scuole e ospedali, tutti distrutti e depredati. Oggi di quelle chiese sono rimaste in piedi solo le mura di una decina di esse.
Donne armene deportate con i loro figli dopo essere scampati al genocidio del 1915. La foto che ha più di un secolo, è del 1923, riassume il dolore, la paura, la disperazione di un intero popolo
Come giustificano questo negazionismo?
Nel 1915 , quando i Giovani Turchi hanno dato inizio alle deportazioni, fu emanata una legge ad hoc che giustificava l’espropriazione dei beni armeni sostenendo che i proprietari li avessero “abbandonati” e che fossero morti durante la deportazione a causa di malattie, senza spiegare perché si trovassero a centinaia di chilometri da casa loro, nel deserto. Oltre alla questione patrimoniale, la Turchia ha cercato di negare il genocidio appellandosi allo stato di guerra. Nel tempo, i negazionisti turchi hanno adottato diverse versioni. Inizialmente, sostenevano che gli armeni fossero una “quinta colonna” al servizio dei russi. Tuttavia, questa teoria non regge: nel 1915 non esistevano aerei, e gli spostamenti avvenivano a cavallo su distanze enormi, basta guardare una mappa. Inoltre, l’intellighenzia armena inizialmente riponeva speranze nei Giovani Turchi, prima che questi rivelassero il loro volto di feroci ultranazionalisti. Non a caso, il 24 aprile 1915 furono proprio gli intellettuali armeni, che avevano creduto nel nuovo governo, i primi a essere arrestati, torturati e uccisi. La teoria della “quinta colonna”, dunque, si smentisce facilmente. Oggi, la narrazione negazionista più diffusa è che gli armeni siano semplicemente morti durante la guerra. La tesi di Erdoğan, secondo cui tutti sono morti durante la guerra, è falsa. Lui afferma che sia i turchi sia gli armeni hanno avuto delle perdite, ma senza specificare chi ha ucciso chi. È vero che c’era la guerra, e anche i turchi hanno avuto delle perdite, ma è indiscutibile che i turchi hanno massacrato gli armeni: hanno eliminato i propri cittadini. Era questa, secondo Behaeddin Sakir, capo dell’Organizzazione Speciale, la soluzione della questione armena. Alcuni arrivano persino a sostenere che i turchi non avrebbero avuto le capacità organizzative per compiere un genocidio, e in maniera ancora più assurda, attribuiscono la responsabilità dell’organizzazione ai tedeschi. Ma la realtà storica è chiara: furono i turchi, usando l’esercito e con la complicità della popolazione locale, a pianificare ed eseguire la deportazione e lo sterminio degli armeni. L’intento era chiaro: l’annientamento di un popolo. Esistono i documenti. Anche se i turchi hanno ripetutamente ripulito gli archivi.
Perché il genocidio armeno è meno noto rispetto all’Olocausto?
Non era affatto meno conosciuto. Negli Stati Uniti e in Europa, i giornali ne parlavano quasi ogni giorno. Inglesi, francesi, russi, americani, protestavano contro la Turchia nel tentativo di fermare i massacri. Fu proprio in riferimento al genocidio armeno che, nel 1915, un documento statunitense utilizzò per la prima volta l’espressione “crimini contro l’umanità”. Ci sono talmente tanti documenti, che è assurdo negare. Nel settembre 1915 viene fondata l’organizzazione umanitaria: American Committee On Armenian Atrocities. Perciò l’Europa e l’America sapevano bene cosa stava accadendo: esistono innumerevoli articoli e documenti dell’epoca che lo dimostrano. Ma cosa è successo dopo? Nel 1923, con la nascita della Repubblica turca, la narrazione cambiò. La Turchia divenne improvvisamente “un baluardo contro il comunismo”, e sotto questa giustificazione l’Occidente scelse di chiudere gli occhi per convenienza. Non solo Ankara riuscì a passare indenne da quella tragedia, ma continuò a vessare gli armeni anche oltre gli anni 50, senza che nessuno chiedesse conto di nulla. Perché? Perché la Turchia era un grande mercato e conveniva così.
L’Affiche Rouge, il Manifesto Rosso, con cui gli occupanti nazifascisti nel 1944 tappezzarono i muri parigini per descrivere i partigiani del gruppo guidato dall’armeno Missak Manouchian come criminali
Il genocidio armeno del 1915 non fu solo il primo del XX secolo ma anche il precedente diretto che ispirò i meccanismi dell’Olocausto.
Hitler era senz’altro a conoscenza dell’eliminazione degli armeni in Turchia. Nel 1920 in Germania aveva conosciuto l’ex console tedesco a Erzurum, che era stato testimone delle deportazioni e le aveva denunciate. Inoltre Hitler era senz’altro a conoscenza di un processo a Berlino nel 1921 che aveva fatto molto scalpore. Certamente l’assenza di una condanna alla Turchia era incoraggiante. L’impunità di cui godeva la Turchia non sfuggiva di certo a Hitler nel ’39.
Parigi, il Panthéon illuminato con le proiezioni dei volti dei partigiani di Manouchian
Molti armeni della diaspora, sopravvissuti allo sterminio, avevano combattuto nella Resistenza europea.
Durante la Seconda guerra mondiale molti armeni combatterono tra le file della Resistenza. Alcuni giunsero in Italia con l’Armata Rossa e oggi riposano nel cimitero di Torino. In Francia operava il celebre gruppo Manouchian, i partigiani comunisti dell’Affiche Rouge. Una formazione eroica, guidata da Missak Manouchian, un orfano sopravvissuto al genocidio, fuggito in Francia, apolide, senza neanche i documenti francesi. Divenuto combattente della Resistenza francese, fu catturato dai nazisti e fucilato il 21 febbraio 1944 insieme ai suoi 22 compagni, armeni e di altre nazionalità, c’era anche un italiano tra loro, il calciatore Rino Della Negra. Dal 21 febbraio 2024, le salme di Missak Manouchian e sua moglie Mélinée riposano nel Panthéon di Francia. Da sopravvissuto al genocidio al Panthéon: un simbolo di Resistenza e Memoria.
Raphael Lemkin, giurista ebreo polacco, elaborò il crimine di genocidio
La parola genocidio è stata coniata per lo sterminio degli armeni.
Proprio così. Il termine “genocidio” è di Raphael Lemkin, un giurista ebreo polacco. C’è anche un video del 1949 in cui Lemkin stesso parla di come coniò questo termine proprio in riferimento al genocidio armeno.
Soghomon Tehlirian: “Io ho ucciso un uomo, ma non sono un assassino”
Lemkin come elaborò il crimine di genocidio?
A Berlino, nel 1921, un giovane armeno di nome Soghomon Tehlirian, che era sopravvissuto al genocidio, e aveva visto la madre violentata, uccise in piena strada il responsabile di quella tragedia, Talat Pasha noto come capo dei perpetratori del genocidio armeno, insieme a Enver e Cemal (tutti e tre condannati a morte in contumacia nei processi del 1919). Inizia così un processo che suscita una grande eco in tutta Europa. Durante il processo emergono testimonianze, tra cui quelle di soldati tedeschi, generali, pastori protestanti e missionari che si trovavano sul posto. Da queste testimonianze viene rivelato tutto l’orrore di quella tragedia. Tant’è che il giovane Tehlirian viene giudicato non colpevole. Questa vicenda ha provocato una grande risonanza e attirato l’attenzione di Raffael Lemkin, che segue con interesse il caso. Lemkin si rende conto che è accaduto qualcosa che non aveva un nome. Si chiede perché un giovane debba farsi giustizia da sé: perché non esiste una legge che punisca un crimine di tale portata. Ciò ossessiona ulteriormente Lemkin e lo spinge a lavorare per anni affinché venga riconosciuta una definizione precisa per questo crimine.
Orfani Armeni
Ci riuscì Lemkin?
Oggi la parola “genocidio” viene usata in maniera indiscriminata per descrivere qualsiasi massacro, ma in realtà “genocidio” è un termine molto preciso. Prima di tutto, implica un intento: non è necessario che ci sia una guerra, anche se spesso viene sfruttata la guerra come pretesto, come circostanza favorevole. Ciò che conta è l’intento di eliminare un’intera etnia o popolazione in quanto tale. Basato su un odio etnico puro. Nel 1949, un anno dopo la ratifica della Convenzione sul genocidio, Quincy Howe, celebre intervistatore della CBS, chiede a Raphael Lemkin, allora professore di diritto all’Università di Yale, il motivo per cui abbia coniato il termine “genocidio”. Lemkin risponde: “Perché è successo agli armeni”. E lo ripete due volte: “Perché è successo agli armeni”. In questa intervista, Lemkin afferma chiaramente che il concetto e la parola “genocidio” sono nati dalle atrocità subite dagli armeni e dall’annientamento di un popolo. Se l’inventore stesso della parola lo dice, e lo dice nel ’49, è inutile cercare altre spiegazioni.
Benché Lemkin si sia speso per quasi venti anni per far accettare il concetto e la parola genocidio, morì senza un soldo e solo.
Mappa delle deportazioni degli armeni, 1915-1923
Quindi gli elementi per definirlo giuridicamente genocidio ci sono da tempo.
I negazionisti parlano di una cifra di 300.000 morti, ma questa è una stima casuale. La realtà è che la popolazione armena era di circa 2,8 milioni di persone, di cui due terzi furono sterminati. E poi ci furono quelli che sono sopravvissuti, gli “avanzi della spada”, come li chiamano ancora oggi i turchi: bambini orfani, persone mutilate, donne e bambine rapite, violentate, vendute, e costrette a conversioni forzate. Queste atrocità non sono qualcosa di nuovo. Oggi ci si scandalizza per le storie di schiavi venduti, ma tutto questo è già successo. I treni che trasportavano gli armeni verso la morte esistevano già. C’era infatti la ferrovia che collegava Costantinopoli a Baghdad, e ci sono foto con vagoni pieni di gente che documentano queste atrocità. Le camere a gas esistevano già: non erano quelle che conosciamo oggi, ma c’erano chiese dove venivano bruciati vivi gli armeni, o caverne dove venivano rinchiusi e bruciati con la sterpaglia. I concetti di sterminio sistematico erano già presenti, solo che le modalità erano diverse.
Campo profughi armeni. la foto è della missionaria norvegese Bodil Katharine Biørn. Tesstimone del genocidio fu insieme ad altri missionari europei tra coloro che cercarono di aiutare le vedove e gli orfani
Il genocidio armeno è riconosciuto da numerosi Paesi, tra cui l’Italia e l’Unione Europea. Cosa può dirci?
L’Italia ha riconosciuto ufficialmente il genocidio armeno in due occasioni: la prima nel 2001 e la seconda nel 2019. Il 2 giugno 2016, anche il Parlamento tedesco ha riconosciuto i massacri del 1915 come genocidio, ammettendo al contempo una responsabilità storica della Germania poiché, pur essendo presenti sul territorio, i tedeschi non intervennero per fermare lo sterminio. Sono gli alleati stessi dei turchi, quindi, ad affermare che è stato un genocidio, pertanto è patetico che i turchi lo neghino ancora.
Papa Francesco, Karekin II Catholicos di tutti gli Armeni, e Aram I Catholicos di Cilicia della Chiesa Apostolica Armena (Imagoeconomica, Stefano Spaziani)
Come ha reagito Erdoğan al riconoscimento del genocidio armeno da parte della comunità internazionale?
Quando si parla di riconoscimento, la reazione di Erdoğan è sempre scomposta. Per esempio, era il 12 aprile 2015, il Papa fece una dichiarazione forte davanti al mondo in occasione del centenario del genocidio armeno, che fu un momento straordinario. Io ero a San Pietro. È stato un momento emozionante per tutti gli armeni. Come al solito Erdoğan richiamò il suo ambasciatore e i giornali riportarono che l’ambasciatore era stato richiamato, ma poi gli ambasciatori tornano, ma in silenzio. Questo è un dettaglio che viene sempre omesso. La Turchia sbraita, fa polemiche, ma poi tace, poiché la Turchia non è nella posizione di poter fare a meno dell’Occidente. Poi ci sono anche dei gruppi di turchi più estremisti, che negano il genocidio e compiono atti di vandalismo, come accade in Germania e in Francia, dove danneggiano monumenti e memoriali dedicati alla memoria del genocidio armeno.
Armenia, Memoriale del genocidio
Quindi è una pagina di storia rimossa dai libri scolastici in Turchia.
Peggio. Nelle scuole turche insegnano che sono stati gli armeni a uccidere i turchi. Addirittura organizzano gare per vedere chi riesce a scrivere meglio questa versione dei fatti, e premiano gli studenti. Ci sono anche rappresentazioni teatrali nelle scuole turche, dove il “bravo e coraggioso turco” difende la patria uccidendo “il cattivo e traditore armeno”. Ecco, sono tutte queste narrazioni che vengono propagate. Così crescono i ragazzi turchi. D’altronde, ci sono scuole, vie con i nomi dei perpetratori, c’è il Mausoleo di Talaat…
La bandiera armena
E nelle scuole italiane ed europee?
Ultimamente si trova qualche riga nei libri di scuola italiani, qualche accenno anche in Germania, un po’ di più in Francia, visto che i francesi sono più avanti su questo fronte, infatti in Francia si commemora il 24 aprile, è la Giornata nazionale in ricordo del genocidio armeno, inoltre è reato negare il genocidio armeno. Mentre in Turchia è reato nominarlo (legge 301). Per il resto, non molto. Comunque, è importante sottolineare che il genocidio armeno è ormai riconosciuto da tutti gli studiosi e ricercatori. È riconosciuto come il primo genocidio del XX secolo, e questo è un aspetto fondamentale. La sua importanza non risiede solo nel fatto che sia stato un genocidio, ma anche nel fatto che sia il primo del secolo scorso, e questo lo rende un caso emblematico. Gli armeni oggi non sono solo vittime e martiri. Sono persone fiere, colte, energiche, creative, vitali. Protagonisti, partecipi della storia contemporanea danno un contributo enorme al mondo, nell’arte, nella scienza. Solo per fare qualche nome: l’economista Abel Aghambegyan, l’icona francese Charles Aznavour, lo scrittore William Saroyan, i registi Rouben Mamoulian e Henri Verneuil, il gruppo rock System of a Down, il calciatore della Roma Henrikh Mkhitaryan … Ci sono persino due premi Nobel.
Bambini armeni deportati, forse nessuno di loro è sopravvissuto
Cosa fa la comunità internazionale?
La situazione è tristemente chiara: la comunità internazionale potrebbe fare molto, ma in realtà non fa nulla. Non solo tace, ma continua a fare affari con i discendenti di chi ha perpetrato il genocidio. Il trauma del genocidio armeno è ancora vivo, radicato nella memoria collettiva e trasmesso di generazione in generazione. La paura non è mai scomparsa. Quando nel 2020, in piena pandemia da Covid, l’Azerbaigian ha attaccato l’Artsakh, la Repubblica del NK, il mondo ha guardato altrove. Poi, per dieci mesi, ha imposto un blocco sul corridoio di Lachin, lasciando la popolazione senza cibo né medicinali, fino a ridurla allo stremo. Neonati morti, aborti per mancanza di farmaci e nutrimento, questo è stato. Infine, il 19 settembre 2023, ha lanciato un nuovo attacco. E i giornali di qui? Hanno celebrato la “vittoria azera in due giorni!”. Ma quale vittoria? Come avrebbe potuto resistere una popolazione già decimata dalla fame e dalle malattie, combattere e difendersi? Gli armeni sarebbero stati sterminati ancora una volta. Così è avvenuta una pulizia etnica: 140.000 armeni hanno dovuto abbandonare le loro terre ancestrali e fuggire in Armenia per evitare un nuovo genocidio. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu si è “riunito d’urgenza” solo due giorni dopo, eppure aveva avuto due anni per prendere atto dello stato delle cose e oltre dieci mesi di blocco per intervenire. Intanto, Ursula von der Leyen firmava accordi sul gas con il presidente azero Aliyev, come se nulla fosse. E nel silenzio generale, il genocidio bianco continua: demolizione di chiese, distruzione di croci medievali, cimiteri rasi al suolo… È in atto la cancellazione di un popolo e della sua cultura. Come allora in Turchia adesso in Azerbaigian, nell’indifferenza della comunità internazionale. Ilham Aliyev l’anno scorso è stato rieletto per il quinto mandato col 92% dei voti e nessuno ha aperto bocca: tutto normale… prima il padre e dopo lui, è dal 1993 che sono al potere, altro che regime!
Un bimbo armeno durante la pulizia etnica del 2023. Quale futuro?
Quindi la persecuzione degli Armeni continua. Anche in Azerbaigian si nega il genocidio?
Aliyev falsifica la storia, chiama l’Armenia: “Azerbaigian occidentale”, nell’attesa del momento propizio per il prossimo attacco per annientare l’Armenia stessa. Nel silenzio complice dell’Occidente. Altro che i “valori europei”! E si riscrive la storia: nella mostra a Roma al Colosseo riguardante un sito archeologico in Turchia non c’era l’Armenia. Abbiamo dovuto protestare col ministero della Cultura. Sui depliant turistici dell’Anatolia non si nominano gli armeni. In Azerbaigian si dice “gli armeni sono stati portati lì nell’800”, e altre menzogne del genere. Ma se loro ci cancellano, non significa che noi siamo cancellati! Ci hanno provato. E non ci sono riusciti. Ci riproveranno. Ma noi siamo resistenti, siamo lì da oltre 3.000 anni, quando non c’era l’ombra né di azeri né di turchi! Loro erano in Asia centrale. Dicono: “i Romani erano in Azerbaigian”, sì, ma allora non c’era né l’Azerbaigian, né gli azeri! C’era il Regno di Tigrane il Grande, re d’Armenia. Segnalo che la vendita di armi all’Azerbaigian, con in testa Israele col 61%, è senza sosta. Questa è l’ipocrisia dell’Occidente, col blabla dei suoi “valori” che fa affari sul sangue della gente! L’Occidente che cent’anni fa ha assolto la Turchia, adesso assolve l’Azerbaigian. In assenza di una condanna, i crimini contro l’umanità sono destinati a ripetersi. La non punizione del genocidio, porta ad altri genocidi.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-02-13 23:14:272025-02-14 14:57:16Genocidio armeno, il primo del XX secolo. Ma l’Occidente l’ha rimosso (Patriaindipendente 13.02.25)
Letizia Leonardi (Assadakah News) – Non è certo passata inosservata la mostra dal titolo “Göbeklitepe: L’enigma di un luogo sacro”, allestita al Colosseo (secondo livello dell’Anfiteatro Flavio) e promossa dal Parco Archeologico del Colosseo con la curatela di Alfonsina Russo, Roberta Alteri, Daniele Fortuna e Federica Rinaldi e la collaborazione del Ministero della Cultura e del Turismo della Repubblica di Turchia e dell’Ambasciata di Turchia a Roma. Una mostra che mistifica la storia antichissima e nella quale l’Armenia appare cancellata in alcune immagini, sicuramente totalmente ignorata. Le Comunità Armene e i cittadini italiani che stanno dalla parte del primo popolo cristiano del mondo e non da quella dei massacratori (che non hanno neppure voluto riconoscere il genocidio compiuto nel 1915 contro gli armeni) sono indignati per il permesso e il patrocinio concesso dal Ministero della Cultura italiano. Viene segnalato da più parti che l’allestimento è stato utilizzato per manifestare le più deprecabili teorie nazionaliste genocidiarie e anti armene. Il Consiglio per la Comunità Armena di Roma, in particolare, ha inviato una comunicazione al Ministro della Cultura facendo presente che: “Nei pannelli illustrativi l’Armenia, la grande Armenia storica che si estendeva dal mar Caspio al Mediterraneo, è stata omessa. Così come l’attuale Repubblica di Armenia. Al suo posto i curatori hanno pensato bene di collocare una “grande Azerbaijan”, Paese inesistente fino al 1918 il cui autocratico Presidente continua ancora oggi a minacciare la repubblica di Armenia accampando pretese su fantomatiche terre storiche azere. Anche se l’evento terminerà a breve riteniamo opportuno, anzi indispensabile, un Suo autorevole sollecito intervento per allontanare subito qualsiasi sospetto che la mostra sul sito archeologico sia stato solo un pretesto per dar spazio alle più bieche teorie nazionaliste turche degne di un membro dei “Lupi grigi””.
La mostra terminerà infatti il 2 marzo ma è stata inaugurata il 25 ottobre 2024.
L’obiettivo della mostra sarebbe dovuto essere quello di sensibilizzare il pubblico sull’importanza della conservazione del patrimonio storico culturale. Peccato che la Turchia sia il Paese che, più di tutti, insieme all’Azerbaijan, abbia distrutto monumenti antichissimi di straordinaria importanza sol perché doveva cancellare la presenza ancestrale degli armeni nei territori ad essi sottratti. Si può ipotizzare invece che il vero motivo di questa mostra, con le relative conferenze previste nel corso dell’evento, sia invece un primo tentativo per fare una propaganda mendace contro gli armeni e l’Armenia così da abituare l’occidente alla cancellazione della Repubblica d’Armenia, così come avvenuto con il Nagorno Karabakh.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-02-13 16:25:392025-02-15 16:26:55Roma - Un affronto all'Armenia la mostra turca allestita al Colosseo (Assadakah 13.02.25)
Il 17 gennaio sono cominciati a Baku i processi nei confronti di 16 ex rappresentanti dell’auto proclamata Repubblica di Artsakh (Nagorno Karabakh). Tra gli imputati figurano tre ex presidenti della Repubblica: Arayik Harutyunyan (2020-2023), Arkadi Ghukasyan (1997-2007), e Bako Sahakyan (2007-2020), e l’ex Ministro di Stato Ruben Vardanyan, il cui procedimento giudiziario è cominciato invece il 27 gennaio. Gli imputati sono accusati di aver commesso 2548 crimini, dalla prima guerra del Karabakh negli anni 90 ad oggi.
Chi sono gli imputati
Dopo più di un anno di detenzione preventiva, sono iniziati a Baku i processi che gli armeni non avrebbero mai voluto vedere. Tra i presunti colpevoli, il caso maggiormente degno di nota è quello di Ruben Vardanyan. Oligarca armeno che ha studiato, vissuto e lavorato in Russia, ex consigliere personale di Vladimir Putin, fondatore ed ex amministratore delegato della Banca di Investimenti Troika Dialog, ma soprattutto ex Ministro di Stato della Repubblica di Artsakh dal 2022 al 2023 (figura equivalente a quella del ‘Primo Ministro’). Figura chiave nel panorama politico del Nagorno Karabakh, era stato arrestato da ufficiali azeri dopo che nel settembre del 2023 aveva provato ad attraversare il confine per entrare in Armenia, in seguito al blitz di Baku a quello che rimaneva dell’Artsakh. Su di lui pendono 45 capi di imputazione, tra cui tortura, schiavitù, sequestro di persona, terrorismo, e creazione di forze armate illegali. L’imputato ha sostenuto che il suo diritto alla difesa è stato violato, in quanto non a conoscenza dei materiali del procedimento penale a suo carico, “devo essere pronto per la difesa legale.”
Oltre a Vardanyan, altri 15 individui (che verranno processati insieme) figurano sul banco degli imputati. Tra loro, gli ex Presidenti della Repubblica, ma anche l’ex Ministro degli Esteri Davit Babayan e il Presidente del Parlamento Davit Ishkhanyan. Il numero di persone riconosciute come vittime in questo procedimento penale supera il mezzo milione, tra eredi di chi ha perso la vita nelle guerre, feriti, sfollati e altre persone. Un numero impressionante. Anche Rufat Mammadov, capo dell’ufficio di Gabinetto dei ministri, partecipa al processo in qualità di vittima per conto dello stato azero. Per le accuse a loro rivolte, gli imputati rischiano l’ergastolo. I media di stato azeri si sono affrettati a nominare tali processi “Processi di Norimberga”, allusione a quelli tenuti dagli Alleati contro diversi rappresentanti della Germania Nazista dopo la Seconda Guerra Mondiale, lasciando intendere che l’esito è più che scontato. Aliyev aveva già descritto l’Armenia come uno stato in cui sarebbe presente una minaccia fascista da estirpare, esacerbando le tensioni e minando i negoziati di pace tra i due paesi.
Non solo una questa giudiziaria
Perché parlare dei processi? Perché non è solo una questione giudiziaria. I 16 imputati sono tutte figure rispettate in Armenia perché visti come “persone perbene sottoposte ad un processo ingiusto”, o addirittura come dei veri e propri martiri. Qualunque sia il giudizio si possa dare su queste persone, l’andamento e l’esito dei processi potrebbe avere ripercussioni sui negoziati di pace tra Yerevan e Baku. Da settembre 2023, l’intera regione del Nagorno Karabakh è tornata sotto il controllo diretto dell’Azerbaijan. Da allora i due paesi hanno cominciato un lungo e tortuoso negoziato per firmare un definitivo trattato di pace, normalizzare i rapporti, riconoscere mutualmente la sovranità territoriale, e aprire canali diplomatici stabili. Ad oggi, fonti armene, tra cui il Primo Ministro in persona, riferiscono che il 90% dei punti dell’accordo sono stati concordati. Per Yerevan è prioritario spingere per chiudere i negoziati quanto prima così da aprire i confini dei due paesi nell’ambito del progetto “Crossroad of Peace”. Un progetto che mira a connettere le infrastrutture regionali per favorire il commercio internazionale. Tuttavia, le recenti dichiarazioni di Aliyev, le esercitazioni militari al confine con la provincia di Syunik, e questi ‘processi di Norimberga’, rischiano di rallentare ulteriormente il processo di normalizzazione dei rapporti. Lo stesso Pashinyan ha accusato pubblicamente il governo di Baku di usare droghe e sostanze stupefacenti proibite contro gli armeni imprigionati per estorcere testimonianze funzionali a esacerbare le tensioni. Di tutta risposta, il Ministro degli Esteri azero ha bollato come “ridicole” le dichiarazioni del Primo Ministro armeno.
Inoltre, l’avvocato di Ruben Vardanyan, l’Americano Jered Genser, ha dichiarato che l’amministrazione Trump terrà una linea molto dura nei confronti di Aliyev sulla questione dei prigionieri armeni e non è escluso che il Presidente americano possa arrivare a fare pesante pressione diplomatica e minacciare sanzioni nei confronti delle autorità di Baku. Il motivo è prevalentemente di carattere interno. Trump ha capitalizzato molto in campagna elettorale sulla questione armena per assicurarsi negli swing states il voto della comunità armena (che è cristiana). Sistematici sono stati, infatti, gli attacchi a Biden e Harris, accusati di “non aver fatto nulla mentre 120.000 cristiani armeni venivano orribilmente perseguitati e sfollati con la forza in Artsakh”. È chiaro che i processi di Baku non sono né solo una questione di politica interna all’Azerbaijan, né tanto meno solo dei procedimenti giudiziari. Le implicazioni sono più ampie. E tra gli imputati quello che il regime teme di più è proprio Vardanyan, è lui che deve essere rovesciato. Aliyev ha bisogno di questo processo storico per voltare definitivamente pagina all’indipendenza del Nagorno Karabakh.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-02-13 16:24:092025-02-15 16:25:26Cosa sappiamo dei processi di Baku (Eastjournal 13.02.25)
(ANSA) – ROMA, 13 FEB – L’Ambasciatore d’Italia a Jerevan, Alessandro Ferranti, è stato ricevuto dal Presidente dell’Assemblea Nazionale della Repubblica di Armenia, Alen Simonyan.
Durante il colloquio è stata sottolineata l’importanza dell’ulteriore rafforzamento delle relazioni bilaterali tra Italia e Armenia, con particolare riguardo alla cooperazione interparlamentare.
All’incontro ha partecipato anche la Presidente del Gruppo di Amicizia Parlamentare Armenia-Italia, Maria Karapetyan. (ANSA).
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-02-13 16:21:232025-02-15 16:23:56Ambasciatore in Armenia incontra Presidente Assemblea Nazionale (Ansa 13.02.25)
Determinati autori sono costretti, volenti o nolenti, a fare i conti con quei brani di loro produzione che, soprattutto a posteriori, hanno decretato il loro successo. Devono farlo poiché il successo ottenuto è stato così debordante da oscurare il resto delle loro creazioni musicali e il nome di quel dato compositore, investito da tale, eclatante fama, viene così automaticamente collegato a quella data opera da lui creata e viceversa. Un circolo vizioso, questo, che alla lunga diventa controproducente, per il semplice fatto che buona parte del catalogo compositivo di quel musicista viene di conseguenza gettato nel dimenticatoio della storia e degli uomini.
La cover del CD Da Vinci Classics con il secondo volume dedicato alle composizioni pianistiche di Aram Il’ič Chačaturjan.
Pensiamo al caso di Aram Il’ič Chačaturjan, il cui nome viene annosamente associato alla Danza delle spade, che è stata utilizzata fino alla nausea nei numeri da circo o negli spot pubblicitari; qui, l’esempio è ancor più calzante, poiché questo brano non è un’opera a sé, ma appare nel quarto atto del suo balletto Gayaneh. Solo che tutti conoscono la Danza delle spade e pochissimi il balletto completo. E sempre per restare nell’ambito del compositore armeno, che è stato poi sovietizzato all’indomani della Rivoluzione russa, al di là del suo Concerto per pianoforte, il resto della sua cospicua produzione musicale appartiene al circolo degli addetti ai lavori o degli appassionati di musica russa del Novecento, e questo soprattutto in Occidente. Quindi, è da salutare con apprezzamenti la decisione di una delle più raffinate e curiose pianiste attualmente in attività, Victoria Terekiev, di registrare le opere pianistiche di Chačaturjan per l’etichetta discografica Da Vinci Classics, cosa che ha fatto in due CD, di cui il primo uscito nel 2022 e il secondo, quello preso in oggetto in questa recensione, più recentemente.
Il compositore armeno Aram Il’ič Chačaturjan in una foto del 1971.
La principale peculiarità dell’arte compositiva del musicista armeno risiede nel fatto che fu capace di coniugare la tradizione sonora della sua terra con le tipiche istanze della musica classica occidentale. Tale caratteristica, nel disco in oggetto, si rende manifesta attraverso una pagina come i Recitativi & Fughe risalenti al 1966, ossia nella piena maturità del musicista armeno. Qui, l’incontro tra tradizione e classicità viene fornita dai due distinti generi, visto che nel recitativo Chačaturjan esprime temi e radici che appartengono alla cultura sonora armena (mutuata dal prete, musicologo e ricercatore di musica folkloristica Komitas), mentre nell’elaborazione della fuga la sua vena compositiva si abbandona a un rigore creativo in cui l’elemento contrappuntistico si coniuga anche con elementi dissonantici, quasi una stortura, una deviazione del sentiero musicale in chiave novecentesca. Questa raccolta, inoltre, ci fa comprendere meglio per quali motivi la musica del compositore armeno incontrò maggiormente il favore della nomenklatura sovietica rispetto a quella dell’introverso Šostakovič e del caustico Prokof’ev, anche se per lo stesso Chačaturjan la vita sotto l’egida dittatoriale non fu esente da momenti difficili e da pubbliche autocritiche. Ma il ciclo di sette Recitativi e di altrettante Fughe, a mio avviso, dovrebbe rappresentare l’incipit d’ascolto della produzione di questo autore, in quanto qui viene enunciato in modo chiaro e autorevole uno stile che ne manifesta la sua grandezza e la sua autenticità, sul solco di una musica che deve anche insegnare, ossia simbolo di un’etica che non dev’essere mai accantonata, soprattutto nel corso di quei frangenti storici deputati alla massificazione ideologica.
Il prete e musicologo Komitas, instancabile ricercatore di musica folklorica armena, dal quale Chačaturjan trasse spunti motivici e melodici per le sue composizioni.
Non per nulla, accanto alla produzione compositiva, Chačaturjan fu anche didatta, con un ruolo di docente al Conservatorio di Mosca a partire dal 1951, un incarico che gli fece comprendere l’importanza della trasmissione conoscitiva, del passaggio della testimonianza da una generazione all’altra, della trasmigrazione sensitiva nell’arte dell’interpretazione musicale. Anche questa esperienza professionale fu foriera per lui di opere che andarono ad arricchire il suo catalogo, come nel caso di un altro ciclo presentato da Victoria Terekiev in questo secondo disco della Da Vinci Classics, ossia il secondo volume dell’Album per fanciulli, che va ad allinearsi agli altri contributi musicali dedicati al mondo infantile e adolescenziale. Questo secondo libro è del 1965 e ci mostra come Chačaturjan sia stato anche un notevole descrittivo, un musicista capace di raccontare, di illustrare, di raffigurare con grande efficacia. In effetti, ascoltare questo ciclo di dieci brani è come guardare un album pieno di fotografie che riempiono di stupore e di nostalgia, senza tralasciare elementi ironici, buffi, persino comici, poiché la trasmissione di una magia fatta di magistero e di arricchimento passa anche attraverso tali stati d’animo. Questo perché il nostro autore, in qualità di didatta, era perfettamente cosciente che la principale molla per stimolare un discente è quella di accendere la sua curiosità e questi brevi pezzi vantano anche la capacità di saper incuriosire musicalmente, di prendere possesso e dimestichezza con l’arte sonora attraverso domande che necessitano risposte senza che le une e le altre divengano trappole intrise di noia e di stanchezza.
La capacità di raccontare attraverso il suono ha fatto di Chačaturjan anche un ideale musicista per il cinema, al punto che fu il primo compositore sovietico a scrivere musica per film sonori. La sua produzione, in tal senso, ammonta a circa venticinque colonne sonore, tra cui quella per Pepo (girato nel 1935), il primo film sonoro armeno, senza contare che una delle maggiori onorificenze sovietiche, ossia il premio Stalin, gli fu conferita nel 1950 per la colonna sonora de La battaglia di Stalingrado (diretto l’anno prima da Vladimir Petrov). Un esempio di tale capacità compositiva viene offerta in questo CD dal Vocalizzo, che lo stesso compositore armeno rielaborò nel 1978, l’anno della sua morte, dalle musiche da lui scritte per il film Otello, diretto nel 1955 da Sergei Yutkevich, pellicola con la quale il regista sovietico si aggiudicò l’anno successivo il premio per la miglior regia al Festival di Cannes.
La tomba di Aram Chačaturjan che si trova nel Pantheon Komitas a Yerevan, capitale dell’Armenia.
Virando sul côté colto della sua produzione pianistica, la Sonata, composta originariamente nel 1961 e rivista radicalmente quindici anni dopo, rappresenta uno dei momenti più alti di tutto il catalogo del compositore armeno, anche se continua ad essere una sorta di oggetto sconosciuto nelle sale concertistiche e negli studi di registrazione (quei pochi dischi che l’annoverano, continuano a proporla nella versione del 1961 che, in qualche modo, è stata rinnegata dallo stesso autore). L’imprimatur di questa pagina fu dato da Emil Gilels che la eseguì per la prima volta il 15 febbraio 1963 a Leningrado. Il fatto che fu Gilels a eseguirla al battesimo interpretativo dovrebbe far riflettere, in quanto certifica il fatto che si tratta di uno dei brani pianistici più ardui di tutto il Novecento storico, al di là di una struttura radicalmente astratta che rende oltremodo problematica la sua lettura, soprattutto per ciò che riguarda i due tempi opposti dei tre proposti dalla Sonata. Difatti, all’interno dell’Allegro vivace iniziale e dell’Allegro assai finale si vengono a realizzare temi altamente contrastanti che devono essere risolti adeguatamente per rispondere all’esigenza di un’arcata complessiva della composizione, oltre a richiedere all’interprete un’agilità tecnica non indifferente (e questo concerne soprattutto il tema iniziale del primo tempo, con la mano sinistra e quella destra che si scambiano numerose sollecitazioni motiviche), senza dimenticare che l’Andante tranquillo centrale dev’essere debitamente “decodificato” agogicamente dapprima attraverso la resa di una successione ipnotica di accordi che solo gradualmente si fondono in un tema vero e proprio, la cui eloquenza si realizza mediante il suo stesso equilibrio formale.
La pianista Victoria Terekiev, protagonista di questa registrazione discografica.
Confesso che non ho avuto modo di ascoltare il primo disco dedicato da Victoria Terekiev a questo progetto pianistico incentrato su Chačaturjan, ma mi è bastato ascoltare e riflettere sul secondo per capire che ci troviamo di fronte a una lettura potente e lucida, lucidissima, capace di fare chiarezza sulla portata compositiva ed espressiva del musicista armeno nei confronti del pianoforte. Ora, non sto a sindacare sulle origini slave della nostra pianista, quale possibile aggancio nel saper rendere così ottimamente le pagine affrontate; semmai, mi appello alla sua straordinaria sensibilità interpretativa che ho già avuto modo di elogiare altrove, la quale le permette sempre di dipanare come Cristo comanda anche le opere più ingarbugliate e complesse. Chi afferma che la musica pianistica di Chačaturjan non sia da prendere con la dovuta attenzione e con il necessario rispetto interpretativo, dovrebbe essere fucilato senza processo. Victoria Terekiev ha compreso perfettamente tale istanza e lo ha fatto con un’esecuzione che tira fuori dal cilindro del cappellaio matto ogni sfumatura emotiva e psicologica (il secondo libro dell’Album per fanciulli), così come la dimensione compositiva che il musicista armeno instilla con rigore nella scrittura che oscilla tra la tradizione popolare e la sua trasformazione colta in chiave contrappuntistica (Recitativi & Fughe) e, soprattutto, come si suol dire, la sua lettura vale il costo del disco, per come riesce a offrire un’interpretazione smagliante, entusiasmante, scavata in profondità, della terribile e ostica Sonata (a mio parere, questa dev’essere intesa come la versione di riferimento esecutivo).
Disco del mese di febbraio per MusicVoice.
Fabio Venturi ha portato a termine una presa del suono che non va a inficiare la brillantezza interpretativa della nostra pianista; la dinamica si fa apprezzare per velocità, energia (e ce ne vuole con la scrittura del compositore armeno) e naturalezza del suono. Anche il parametro del palcoscenico sonoro non ne esce offeso, ma ricostruisce il pianoforte al centro dei diffusori, scolpito in modo alquanto ravvicinato rispetto all’ascoltatore, ma senza fornire sentori di scorrettezza o innaturalezza. L’equilibrio tonale rispetta debitamente i registri che sono sempre riconoscibili e senza mostrare sbavature di sorta, mentre il dettaglio permette di avere il pianoforte circondato da dosi rassicuranti di nero, esaltando la sua fisicità.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-02-13 16:19:132025-02-15 16:20:31Aram Chačaturjan, tra tradizione e classicità (Musicavoice 13.02.25)
Fra Khukaz Mesrob, 37 anni, è un francescano della Custodia di Terra Santa. Ordinato sacerdote tre anni fa, è parroco del villaggio di Qunayah, nelle campagne vicine a Idlib. Dal 1878, i francescani sono presenti in questi tre missioni della valle dell’Oronte: Qunayah, Yacubiyeh e Jdayde. Fra Khukaz condivide con noi un po’ della sua vita quotidiana.
Fra Khukaz, i francescani sono rimasti nei villaggi lungo il fiume Oronte per tutta la durata della guerra. Chi sono i vostri parrocchiani?
Durante questi 14 anni di guerra, non solo siamo rimasti presenti accanto alle nostre 200 famiglie cattoliche — grazie allo zelo missionario del vescovo francescano Hanna Jallouf e di fra Louay Bsharat — ma ci siamo anche presi cura di tutti gli altri cristiani dopo la partenza del clero ortodosso dell’area. Così, per tutta la durata della guerra, i cristiani dei nostri villaggi, indipendentemente della loro chiesa di appartenenza, hanno pregato insieme ogni domenica e per ogni feste illustrando l’esortazione di Gesù: «Affinché tutti siano una cosa sola, come tu, Padre, sei in me e io in te» (Giovanni, 17:21). Abbiamo formato un unico gregge.
Come descriverebbe la vostra missione?
Il nostro ruolo di pastori si è esteso ben oltre il culto e i sacramenti: aiutare a riparare le case dopo il terremoto, agire come un’ambulanza e portare i malati all’ospedale o come servizio di scuolabus per la nostra decina di bambini cristiani, in modo che non debbano frequentare le scuole islamiche ma quella costruita dai frati nel convento stesso, recuperare e ridistribuire i terreni agricoli con tante procedure e contenziosi, recuperare le varie chiese ortodosse che erano state chiuse o vandalizzate, rappresentare e difendere i cristiani nei rapporti con le autorità politiche locali per tutte le esigenze quotidiane…
Negli ultimi anni i vostri villaggi sono stati isolati dal mondo perché nelle aree libere cioè non controllate dal regime. Cosa è cambiato dopo la caduta di Assad?
Dalla caduta del regime di Bashar al-Assad, l’8 dicembre, abbiamo festeggiato il ritorno di molti parenti e amici, che finalmente possono raggiungere i villaggi e accolto varie delegazioni ufficiali come i nostri confratelli della Custodia di Terra Santa, venuti a pregare con tutto il popolo siriano per la pace il 1° gennaio. Tutti questi momenti di ricongiungimento sono commoventi. I giovani che attualmente vivono nelle grandi città dei dintorni hanno espresso il desiderio di tornare ai villaggi. Ci incoraggiano ma le sfide saranno grandi soprattutto riguardo il lavoro.
Per molto tempo i francescani sono stati gli unici sacerdoti ad essere presente nei vostri villaggi. Gli ortodossi stanno tornando?
La scorsa settimana abbiamo ricevuto la notizia che l’archimandrita Levon Yegiyan, un dignitario armeno ortodosso della città di Hassaké (al confine con l’Iraq] desiderava venire a pregare a Yacubiyeh, di cui è originario. La chiesa di Sant’Anna a Yacubiyeh è uno dei siti cristiani più antichi e importanti della Siria. È un luogo di pellegrinaggio. Così, senza ulteriori indugi, abbiamo iniziato i preparativi, in particolare garantendo la sicurezza in collaborazione con le autorità locali, oltre a pulire e preparare la chiesa. Monsignor Levon Yegiyan si era ripromesso che, se un giorno fosse tornato a Yacubiyeh, avrebbe camminato a piedi nudi fino al santuario per ringraziare Dio. Quel giorno è arrivato domenica 2 febbraio 2025. Ha davvero camminato senza scarpe accanto a fra Louay. Degli autobus provenienti da Latakia, Kessab e Aleppo hanno permesso a molti fedeli di raggiungerci.
Che tipo di relazione avete con il loro clero?
Al suo arrivo, il vescovo armeno ci ha letteralmente abbracciato in un caloroso benvenuto. Tutti insieme, abbiamo iniziato la processione verso il santuario, situato su una collina vicina, tra canti ed esultazioni. Siamo entrati in chiesa, abbiamo indossato i rispettivi paramenti liturgici e abbiamo pregato insieme durante la divina liturgia in armeno (avevamo celebrato la messa cattolica qualche ora prima). L’archimandrita ci ha tenuto una bellissima omelia sottolineando la fede del popolo, la grazia e la protezione di Dio. Le sue parole risuonano ancora nella chiesa di Sant’Anna: «Chi persevererà fino alla fine sarà salvato» (Matteo, 24, 13). Ha poi ringraziato per nome i francescani per il loro impegno a favore della comunità armena. La loro chiesa era crollata durante la guerra ed è stata ricostruita sotto l’impulso di fra Louay e di alcune famiglie della diaspora armena. Alla fine della messa, ci ha regalato una croce armena. In quanto alle mie origini armene, la accolgo in un modo molto particolare. La croce di Gesù Cristo ci unisce tutti. L’assemblea era in lacrime in questo giorno memorabile del primo pellegrinaggio a Sant’Anna dal 2011. Un ricordo indimenticabile per tutti noi.
Il clero di ritorno non ha forse perso il contatto con la realtà dopo 14 anni?
Non penso, ma, se pure fosse, lo recupereranno presto. Il giorno successivo, abbiamo ad esempio accolto a Qunayeh il metropolita Athanasios Fahed di Latakia per la chiesa greco-ortodossa con una delegazione. Ogni volta è la stessa routine: ci incamminiamo lungo la strada per accoglierli, portarli ai capi locali e poi guidarli al villaggio. Davanti alle autorità, il metropolita li ha ringraziati per la cura prestata ai suoi fedeli e ci ha ringraziati per tutto quello che abbiamo fatto. Ha poi chiesto informazioni sulle procedure amministrative per il reperimento dei terreni e delle case [i cristiani sono stati espropriati dello loro proprietà per anni sotto l’occupazione islamica], al che le autorità hanno risposto che le questioni riguardanti i cristiani erano già trattate con i francescani, che esistevano dei canali di comunicazione, che i lavori erano in corso e che sarebbero stati avvisati in tempo. Il metropolita è venuto poi a Qunayeh, dove lo abbiamo accolto in modo più solenne. I bambini della scuola sono venuti a incontrarlo con i loro insegnanti. Tutto un mondo nuovo per lui. Ho ringraziato il mio predecessore, fra Hanna Jallouf, dicendo che questo convento era anche una casa ortodossa, perché lui ha accolto tutti coloro che si trovavano soli, diventando un padre spirituale per tutti. Ho anche ribadito quanto fra Louay, durante il terremoto del febbraio 2023, non abbia mai smesso di visitare le famiglie, facendosi prossimo a tutti.
Qual era lo scopo della loro visita?
Durante la visita del metropolita Athanasios Fahed, siamo partiti per Jdayde dove abbiamo potuto consegnarlo le chiavi della chiesa ortodossa Sant’Elia, benedire il pane e condividerlo insieme. E poi siamo andati alla nuova chiesa di San Giovanni, che abbiamo recuperata dalle autorità locali tre mesi fa e ripulita con i cristiani dei tre villaggi. Dopo alcuni canti, la delegazione greco-ortodossa ha proseguito il suo cammino verso altri villaggi e parrocchie. Questa consegna simbolica delle chiavi manifesta anche una nuova vita per ogni confessione. Come francescani abbiamo cercato di amare ogni uomo e ogni donna, al di là delle nostre differenze. A nome della Chiesa cattolica, abbiamo provato a fornire un servizio umano e religioso.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-02-13 09:33:092025-02-15 16:34:21A servizio dei cristiani siriani (Osservatore Romano 13.02.25)
o scorso 24 gennaio a Zurigo Pashinyan ha incontrato i rappresentanti della comunità armena in Svizzera. Durante la riunione, Pashinyan ha rilanciato l’idea di un’Armenia “storica” in contrasto con quella “reale”. Quest’ultima, preferita dal premier, è nata dopo la sconfitta dell’Armenia nella guerra del 2020 contro l’Azerbaijan e, tra le altre cose, distingue tra armeni etnici nati all’estero e cittadini effettivi.
Molti ritengono che lo scopo di questo discorso sia quello di tracciare un passaggio dalla terza repubblica post-indipendenza ad una quarta repubblica armena, permettendo a Pashinyan di evitare le critiche per gli eventi che hanno portato alla guerra del 2020 in cui l’Armenia è stata sconfitta dall’Azerbaijan.
Il premier armeno si è spinto oltre, osservando che il numero di armeni etnici attivi nelle loro comunità rappresenta appena il 10% del totale della popolazione armena residente all’estero. Una considerazione arrivata nel momento in cui il Pashinyan è impegnato nella costruzione di una nuova diaspora lontana dall’influenza di quelle istituzioni, esistenti ormai da decenni, che si oppongono alla politica di Yerevan volta alla normalizzazione delle relazioni con l’Azerbaijan e la Turchia.
Pur non essendo la più grande di queste istituzioni, in molti citano il Comitato nazionale armeno d’America (ANCA), considerato inseparabile dalla Federazione rivoluzionaria armena Dashnaktsutyun (ARF–D), un partito politico attivo sia in Armenia che nella diaspora e critico nei confronti di Pashinyan. Durante la presidenza di Robert Kocharyan e quella di Serzh Sargsyan, ARF-D faceva parte della compagine di governo. Oggi, la maggior parte dei 28 deputati del blocco di opposizione Hayastan, guidato da Kocharyan, proviene da ARF-D.
L’astio tra Pashinyan da una parte e Dashnaktsutyun e Kocharyan dall’altra risale alla fine degli anni Novanta. Il fulcro di questo reciproco disprezzo è il disaccordo sulla politica sui massacri del 1915 e la deportazione di 1,5 milioni di armeni etnici nell’allora Impero ottomano. Per Pashinyan e – come affermano i suoi sostenitori – anche per la società armena – i rapporti di buon vicinato tra Ankara e Yerevan sono fondamentali per il futuro dell’Armenia.
A Zurigo, come anche durante la sua visita negli Stati Uniti la scorsa settimana, Pashinyan lo ha messo in chiaro in termini inequivocabili. Il premier ha dichiarato che è necessario “rivedere la storia del genocidio armeno, cosa è stato, perché è accaduto e come lo percepiamo”. Ha poi suggerito che la campagna internazionale per il riconoscimento del genocidio era frutto della politica sovietica durante la Guerra fredda, rivolta contro la Turchia, come membro della NATO. I critici del premier armeno interpretano queste parole come parte integrante della virata di Pashinyan verso Occidente.
Le reazioni critiche non si sono fatte attendere. Alcuni hanno accusato Pashinyan di “negare il genocidio”, accusa respinta categoricamente dal premier. Ad ogni modo, le sue osservazioni non sono un fenomeno nuovo. Nell’aprile dello scorso anno, un noto deputato del parlamento di Yerevan, eletto tra le fila del partito Contratto civile di Pashinyan, ha espresso considerazioni analoghe, cercando di chiarire quanti armeni etnici fossero stati effettivamente uccisi. I numeri oscillano tra i 600mila e i 1,5-2 milioni di morti.
“Gli armeni, solitamente, si presentano come vittime, la comunità internazionale tende a percepire gli armeni come una nazione vittimizzata, e questo a volte suscita parecchia confusione. Qual è la causa e qual è l’effetto?,” ha dichiarato Pashinyan a Zurigo. “Stiamo cercando di cambiare questo […].”
Durante il suo discorso pronunciato lo scorso anno in occasione dell’anniversario degli eventi del 1915, Pashinyan ha utilizzato il termine armeno “Meds Yeghern”, ossia “il grande disastro”, più spesso dell’espressione “genocidio”, suscitando ancora una volta l’ira dei suoi oppositori. Anche l’ex presidente statunitense Barak Obama, quando era ancora in carica, aveva pronunciato l’espressione armena provocando reazioni analoghe, ma l’utilizzo di questo termine da parte di Pashinyan è percepito come un atto doppiamente negativo.
L’unico presidente degli Stati Uniti che, durante il proprio mandato, ha utilizzato la parola “genocidio” in un discorso commemorativo è stato Joe Biden, nel suo messaggio del 24 aprile 2021.
Mentre l’Armenia cerca quasi disperatamente di compiere una svolta occidentale, è chiaro che l’apertura dei confini con la Turchia è di fondamentale importanza, soprattutto se Yerevan dovesse decidere di rafforzare le relazioni con l’Unione europea. L’ultima volta che l’Armenia aveva tentato di normalizzare i rapporti con la Turchia, nel 2009, Ankara aveva insistito sulla creazione di una commissione congiunta per fare chiarezza sulle vicende del 1915, auspicando anche una svolta nel dialogo tra Yerevan e Baku per risolvere il lungo conflitto tra i due paesi.
Aspettative rimaste invariate ad oggi.
L’anno scorso, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha invitato Pashinyan a cambiare la narrativa ufficiale di Yerevan, avvertendo che “la porta delle opportunità” non rimarrà aperta per sempre. Allo stesso tempo, anche se i precedenti leader armeni hanno a più riprese incontrato le loro controparti turche, il processo di dialogo tra i due paesi ha subito un’accelerazione dopo l’arrivo di Pashinyan al potere. Al primo vertice della Comunità politica europea, tenutosi a Praga nell’ottobre 2022, Pashinyan ed Erdoğan si sono incontrati faccia a faccia.
Poi nel giugno 2023, Pashinyan ha partecipato alla cerimonia di insediamento di Erdoğan ad Ankara, ed è stata la prima visita in Turchia di un leader armeno dopo più di dieci anni. Nel settembre dello scorso anno, il premier armeno ha nuovamente incontrato Erdoğan, questa volta in un edificio di proprietà del governo turco a New York, a margine di una sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. In quell’occasione il presidente turco ha regalato a Pashinyan una copia del suo libro “Un mondo più equo è possibile”.
Pashinyan spera di essere rieletto grazie ad un avvicinamento all’Unione europea, e in questo contesto l’apertura del confine con la Turchia è fondamentale per il tentativo di Yerevan di smarcarsi da Mosca. Lo ha confermato Toivo Klaar, l’ex rappresentante speciale dell’UE per il Caucaso meridionale, intervenendo al Forum diplomatico di Antalya nel 2023. Per Klaar, la Turchia era nella posizione ideale per assumere un ruolo guida nel Caucaso meridionale.
Nel 2023, Pashinyan aveva già dimostrato di aver compreso la necessità di cambiare l’utilizzo di simboli storici, come il Monte Ararat (Agrı), nella vicina Turchia. Un’eventuale rimozione di un controverso preambolo dalla Costituzione armena nel 2026 o nel 2027 significherebbe la rinuncia a quelle che Ankara e Baku percepiscono come rivendicazioni territoriali dell’Armenia sulla Turchia e sull’Azerbaijan.
Non è chiaro come la popolazione armena possa reagire a questa nuova realtà. I risultati di un recente sondaggio d’opinione dimostrano che il consenso per Pashinyan non supera l’11%, ma anche l’opposizione gode di scarso sostegno. Per l’elettorato armeno le priorità sono la pace, la sicurezza e l’integrazione europea. Sembra che lo scopo della visita di Pashinyan negli Stati Uniti la scorsa settimana fosse quello di convincere l’amministrazione Trump di fornire sostegno al premier armeno su questioni di cui sopra.
Con l’avvicinarsi delle elezioni politiche del 2026, c’è da aspettarsi che queste questioni tornino al centro dell’attenzione pubblica in Armenia.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-02-12 16:17:192025-02-15 16:18:44Armenia-Turchia: Pashinyan spinge per una nuova narrazione (Osservatorio Balcani e Caucaso 12.02.25)
Il parlamento armeno ha adottato in prima lettura il disegno di legge sull’avvio del processo di adesione del paese all’Unione europea, secondo la trasmissione della sessione. “Un totale di 63 deputati hanno votato per l’adozione del disegno di legge, la decisione è stata presa”, ha detto il presidente del Parlamento Alen Simonyan.
Nel frattempo, l’opposizione Armenia Alliance e I Have Honor Alliance hanno definito questo disegno di legge “una farsa” e si sono rifiutate di prendere parte alla votazione. Secondo l’opposizione lo scopo del disegno di legge non è l’adesione all’UE, ma la scelta della Turchia come garanzia di sicurezza.
In precedenza, il primo ministro armeno Nikol Pashinyan aveva affermato che ciò non garantirebbe l’adesione automatica dell’Armenia all’UE, poiché la questione richiederebbe un referendum. Il ministro degli Esteri Ararat Mirzoyan ha sottolineato che il disegno di legge è un’iniziativa pubblica che ha raccolto il numero necessario di firme.
A sua volta, il vice primo ministro russo Alexey Overchuk ha affermato che la Russia vede la discussione di questo disegno di legge come l’inizio della possibile uscita dell’Armenia dall’Unione economica eurasiatica (EAEU). Secondo lui, l’adesione all’UE sarebbe incompatibile con la partecipazione del paese alla EAEU.
Il ministro dell’Economia armeno Gevorg Papoyan ha affermato invece che Yerevan non ha intenzione di lasciare l’EAEU. Secondo lui, l’Armenia dovrebbe continuare a rafforzare e sviluppare le sue relazioni con l’EAEU, promuovendo allo stesso tempo le relazioni con altri paesi.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-02-12 16:09:452025-02-15 16:16:26Armenia inizia processo di adesione all'UE (Osservatoriodella legalità 12.02.25)
Ieri 10 febbraio 2025, nel XXI Giorno della memoria per le vittime dei massacri dimenticati delle Foibe (1943-47) [QUI], La Verità ha pubblicato [QUI] un’intervista a cura di Carlo Cambi alla scrittrice Antonia Arslan, che ha raccontato il genocidio degli Armeni perpetrato dai Giovani Turchi dell’Impero ottomano, l’odierno Turchia (1915-17) nel suo libro La masseria delle allodole, tradotto in 25 lingue: «Lo sterminio degli Armeni di inizio Novecento ricorda per molti aspetti la Shoah. E oggi quel popolo è ancora vittima. L’Occidente non ne parla, perché trascura le proprie radici e cede ai ricatti di Erdoğan e degli Azeri».
«Per celebrare davvero la Giornata della memoria bisogna testimoniare, educare, dire ai giovani che esiste nell’uomo il massimo del bene e il massimo del male».
Il Giorno della memoria in ricordo del genocidio armeno si celebra ogni anno il 24 aprile per commemorare le vittime dei massacri nell’Impero Ottomano che causarono un milione e mezzo di morti. Il Giorno della memoria in ricordo del Shoah si celebra ogni anno il 27 gennaio per commemorare le vittime dello sterminio e delle persecuzioni, a seguito delle misure di persecuzione razziale e politica, di pulizia etnica e di genocidio, messe in atto dal regime nazista del Terzo Reich e dai loro alleati, tra il 1933 e il 1945, che causarono secondo le stime dello United States Holocaust Memorial Museum circa 15-17 milioni di morte, tra cui almeno cinque milioni di Ebrei.
Riportiamo il testo dell’intervista ad Atonia Arslan, seguita dalla sua nota introduttiva al libro I peccati dei padri. Negazionismo turco e genocidio di Siobhan Nash-Marshall, che racconta per la prima volta le origini europee del massacro degli Armeni.
«Il Giorno della memoria? Forse non ne parlerò così bene; mi si permetta di raccontare una storia». Antonia Arslan sta nella cucina della casa di famiglia a Padova, lì dove la zia Enrica preparava la pakhlava: pasta fillo, ripiena di noci, mandorle e miele, cotta al forno. «È un profumo della mia infanzia, i Turchi si sono presi anche quella: la chiamano baklava, ma non sanno che il nome vuol dire pane di Quaresima, che è un dolce Cristiano. La zia la faceva quando non era afflitta dalle sue fitte di tristezza: era lei la bambina a cui i Turchi lanciarono la testa mozzata del padre, Sempad, il fratello di mio nonno, mentre era in braccio della madre. La mia Masseria delle Allodole (il romanzo uscito nel 2004 è stato tradotto in oltre 25 lingue, è arrivato a 45 edizioni: un libro culto adottato anche come testo didattico in moltissime scuole, ndr) è partita anche da lì, da quel cammeo terribile che nonno Jerwant, arrivato a Padova per studiare medicina, mi consegnò a Sospirolo, insieme al dramma della nostra deportazione. Ero bambina e si sentivano in lontananza gli echi della guerra».
Lei, italianissima, è nata a Padova dove ha insegnato Letteratura contemporanea e moderna nell’università. Antonia però ha sangue armeno e quel sangue scorre come un fiume di ricordi, impetuoso nel coraggio di chiedere verità, nel pretendere che non si sopisca la memoria del primo genocidio dell’era contemporanea. Fanno, giusto nella prossima primavera, 110 anni esatti da quando i «Giovani Turchi» cominciarono a deportare e sterminare tutti gli Armeni, oltre un milione e mezzo di persone cancellate.
E quel racconto che appanna il Giorno della memoria? «C’erano in una cittadina dell’Anatolia due commercianti, uno Turco e uno Armeno. Vicini di bottega e di casa che si rispettavano. Una mattina l’Armeno va dal Turco e gli confida: “Mi dicono che stanno per arrestarci tutti, io non ho il coraggio di chiedere al caimacam (sarebbe stato il sindaco), ti puoi informare?”. Passano diverse ore quando il Turco bussa alla porta dell’Armeno e gli dice: “Mangia tranquillo, poi ti racconto”. “No, dimmi”, fa l’altro. “Ebbene sappi che ti farò un grande favore: domattina sarò io ad ammazzare te, tua moglie, i tuoi due figli maschi e la piccoletta, così non patirete la deportazione”. Nella notte l’Armeno fece fuggire i due figli più grandi. Uno riuscì ad arrivare in California e questa storia l’ha raccontata ad una mia carissima amica, ricercatrice antropologa. Degli altri, nulla si è più saputo. Sono centinaia di migliaia gli orfani di quella stagione. E nel Giorno della smemoria di loro non si vuol sapere nulla».
Eppure il genocidio degli Armeni è, si può dire tragicamente, il prototipo della Shoa…
«Il termine genocidio è stato creato da Raphael Lemkin, un avvocato Ebreo polacco, che lo usò nel ’44 proprio a proposito dell’annientamento degli Armeni. Non è un caso che a fianco dei Giovani Turchi a dirigere lo sterminio ci fossero dei generali Tedeschi. Non è un caso che iniziò con la deportazione degli Armeni di Costantinopoli, che ci sono state le marce della morte, che gli Armeni siano stati ammassati nel deserto del Deir-elzor e lì finiti. Anche per questo primo genocidio c’è stata una Norimberga. Vennero processati i responsabili politici dei massacri. L’organizzazione clandestina armena Nemesis dette la caccia ai criminali Turchi e Talat Pasha, il capo degli stragisti, venne ucciso a Berlino. Ma la responsabilità maggiore resta in capo a Mustafà Kemal. È lui che fa cancellare il trattato di Sèvres che riconosceva l’autonomia dell’Anatolia, è lui che dal 1915 al 1923 lavora alla costruzione del nazionalismo turco e scatena la guerra contro la Repubblica di Armenia. Il venerato Ataturk prospera sul sangue degli armeni. Le questioni di oggi, Siria, Libano, Palestina, si generano dall’ignavia delle forze che allora avevano vinto la Prima Guerra Mondiale. Inghilterra, Francia e Italia si sono fatte ricattare dalla Turchia».
La storia si ripete anche oggi?
«Purtroppo sì. In Turchia se si parla del genocidio armeno si finisce in galera. Tayyp Recep Erdoğan prospera sull’ignavia dell’Occidente: sfrutta il suo stare nella NATO, ricatta l’Europa con i migranti e intanto tesse la tela della umma, del panislamismo. Lo fa sfruttando la crisi israelo-palestinese per annettersi ciò che resta dell’Anatolia e del Kurdistan. E lo stesso vale per l’Azerbaijan che ormai ha chiuso la questione del Karabak facendolo sparire dalla carta geografica. E tutto questo perché l’Occidente non si cura delle proprie radici e si sottopone al ricatto: militare di Erdoğan, energetico degli Azeri. E poi però ci si lava la coscienza con la retorica della Giornata della memoria».
Perché gli Armeni rivendicano di possedere le radici dell’Occidente?
«Il regno armeno è stato il primo ad abbracciare il Cristianesimo: siamo nel 301. L’armeno è una lingua indoeuropea, forse la più antica. Infine, anche se oggi è in territorio turco noi vediamo il monte Ararat, noi siamo stati i primi vinificatori, noi abbiamo costruito la nostra identità attorno ai principi di tolleranza e di fratellanza. Quando ho tradotto i versi di Daniel Varujan – il suo Canto del pane è l’inno dell’anima armena – ho sentito la mia radice anatolica. E ho compreso che il genocidio degli Armeni oggi deve essere dimenticato perché è scomodo».
In che senso?
«Può porre il tema del rapporto con l’islam. Gli Armeni sono Cristiani. Può porre il tema del panarabismo, il tema dell’incapacità dell’Occidente e dell’Europa in particolare di rivendicare il proprio ruolo e di fare i conti con la storia».
E la saldatura con gli Ebrei?
«Per quel che mi riguarda è una spinta del tutto personale, ma ci sono delle similitudini. Sono popoli condannati alla damnatio memoriae, sono popoli che hanno contribuito a rafforzare i Paesi che poi li hanno sterminati. In Turchia i maggiori architetti, i maggiori intellettuali dell’Ottocento erano Armeni, il Ministro del Tesoro era Armeno. Hanno pagato la loro “diversità” religiosa. Certo, oggi se a un Armeno parli d’Israele non è affatto contento, perché Tel Aviv ha aiutato l’Azerbaijan nella conquista del Karabak. Ma lo ha fatto in funzione anti Iran. L’Iran è la forza che andrebbe sterilizzata in quell’area, come sarebbe utile riparlare degli Armeni per avere un quadro reale di cosa sono il Libano, la Siria la Palestina».
Che ne pensa dei pro Pal? Sta tornando l’antisemitismo?
«Li temo e confermo che la Giornata della memoria così come viene celebrata è in larga misura un esercizio di retorica per di più inficiata da gravi amnesie che non so dire se sono dolose o colpose, ma so che ci sono. È l’ennesima dimostrazione dell’ignavia dell’Occidente. Possibile che non si abbia memoria di cosa sono stati gli anni Settanta-Ottanta in Italia? Io c’ero all’Università di Padova dove si allevavano i terroristi. Io lo so come certe parole d’ordine si trasformano in odio. E mi stupisco che vi sia indulgenza e indifferenza. Che è contraddire la Giornata della memoria. Quanto all’antisemitismo, non credo sia mai tramontato».
Servirebbe uscire dalla celebrazione e passare all’educazione?
«Esattamente. Come sono stati possibili i campi di concentramento o i gulag? Sono stati possibili perché qualcuno ha guardato altrove. La strada che da Monaco porta a Dachau è stata costruita dai prigionieri del lager, così come la ferrovia Berlino-Baghdad gronda sangue armeno. Ciò che mi stupisce è che oggi l’Occidente non ha più una diplomazia forte che può imporre la pace, che può togliere argomenti a quelli che attizzano la violenza nelle piazze, a quelli che insultano i morti chiamando tutto genocidio. Il genocidio è la deliberata distruzione di un popolo per cancellarne l’identità. È quello che ha compito la Turchia sugli Armeni, quello di Hitler sugli Ebrei. Per celebrare davvero la Giornata della memoria bisogna testimoniare, educare, dire ai giovani che esiste nell’uomo il massimo del bene e il massimo del male e che è attraverso la letteratura e la cultura che si tiene a bada il male. Non è pensabile che oggi i bambini non sappiano più scrivere in corsivo, che gli adulti fatichino a leggere un testo. Li portano a vedere la mostra di Frida Kahlo a sei anni perché qualche assessore alla Cultura si vuole fare bello e questi bambini nulla sanno della poesia, della vita. Da anni vado nelle scuole con la mia Masseria delle allodole, ma vado a testimoniare, non in piazza a sbandierare. E quanto alla questione armena solo la Francia – dove il negazionismo del genocidio è reato – e la Chiesa in larga misura con San Giovanni Paolo II hanno dato questa testimonianza. Altri Paesi come gli Usa, dove c’è la più alta concentrazione di Armeni, tacciono. Eppure quel genocidio si perpetua ancora».
E l’Italia che posizione ha?
«Venezia è stata la casa degli Armeni, San Lorenzo degli Armeni è un motore di cultura e di identità armena. Dal punto di vista politico i rapporti dell’Europa con Erdoğan sono indubbiamente un limite».
Eppure una Repubblica armena esiste e resiste. Tre motivi per andare in Armenia?
«Solo tre motivi? Va bene. Il primo: gli Armeni anche se provati dalla diaspora, anche quelli che non stanno in Armenia e purtroppo sono la maggioranza, hanno una immediata apertura verso lo straniero. Fanno dell’ospitalità, ancor più degli antichi Greci che avevano la “xenia”, qualcosa di sacro. Un viaggio in Armenia, ecco il secondo motivo, è un’esperienza di bello assoluto: per i paesaggi, ma anche perché si sente che quella è la terra dell’origine. Il terzo motivo è che gli Armeni sono molto sensibili alla poesia, alla musica e hanno danze bellissime; per contrappasso sono tra i migliori informatici del mondo. A dire che nessun genocidio potrà mai spezzare la continuità della vita che è un racconto fantastico che lega il passato col futuro».
I peccati dei padri
Negazionismo turco e genocidio
il libro di Siobhan Nash-Marshall
che racconta per la prima volta
le origini europee del massacro armeno
Nel 1915 il governo dell’Impero Ottomano cominciò a scacciare gli Armeni dalle terre dove i loro antenati avevano vissuto da tempi immemorabili. Gli uomini furono uccisi; donne, vecchi e bambini furono deportati nella parte più inospitale del deserto siriano, del tutto inadatta al vivere umano. Ma la pulizia etnica nell’Armenia occidentale era solo una parte del progetto dei Giovani Turchi per l’intera Anatolia. Lo scopo finale era in realtà di trasformare quelle terre nella «terra avita del popolo turco» (il cosiddetto vatan), un luogo dove la cultura, l’economia e la gente fossero tutti turchi. Questo progetto fu attuato su larga scala in ogni direzione, con impressionante determinazione e violenza. La Turchia odierna sta ancora cercando di costruire il suo vatan, proseguendo così il genocidio iniziato dai Turchi ottomani, e continuando a negare, di fatto, che questo abbia avuto luogo. Coprire un crimine vuol dire prolungarne gli effetti. In I peccati dei padri. Negazionismo turco e genocidio (Guerini e Associati 2018, 274 pagine [QUI]) Nash-Marshall mette in rapporto l’assoluto disprezzo dei fatti e delle genti, del territorio e della storia che è caratteristica comune sia del genocidio nel 1915 che dell’attuale negazionismo turco, con la vacua sprezzante indifferenza alla realtà fattuale che si diffonde sempre di più nel mondo moderno.
Il genocidio degli Armeni
è nato nella testa e nelle idee malsane
dei teorici Tedeschi
Antonia Arslan.
La nota introduttiva di Antonia Arslan
al libro di Siobhan Nash-Marshall
Ci sono dei punti fermi, delle ben visibili pietre miliari, in questa straordinaria e tenace tessitura di idee che si va lentamente ma inesorabilmente intrecciando a proposito del genocidio armeno, modello e primo tragico esempio di una prassi di distruzione di massa che avrà tanti imitatori nel corso del Novecento. Si tratta di un percorso di conoscenza che prosegue ormai da una trentina d’anni: ed è già incredibile il fatto stesso che ogni indagine critica, ogni acquisizione di dati (siano essi i racconti dei sopravvissuti e di persone a vario titolo presenti nell’Impero ottomano in quegli anni cruciali, o le scoperte di documenti finora più o meno colpevolmente ignorati, o gli archivi finalmente aperti, come quelli tedeschi o vaticani) non contraddice le informazioni già acquisite, ma le completa, le amplia, le convalida.
Gli storici e studiosi più importanti che se ne sono occupati (armeni e no) sono riusciti a costruire un vero grande archivio di informazioni, dopo decenni in cui – a livello di conoscenza generale – dell’esistenza stessa degli armeni come popolo si era quasi perduta la memoria: penso a Vahakn Dadrian, Taner Akçam, Richard Hovannisian, Yair Auron, Robert Jay Lifton, Raymond Kévorkian, Marcello Flores e i tanti altri che hanno descritto con ricchezza di documenti la tragedia armena, ne hanno definito le caratteristiche genocidarie, controllato meticolosamente le perdite umane e le modalità di sterminio, regione per regione dell’Anatolia. Le numerosissime testimonianze dei sopravvissuti, trascritte o registrate a partire dal 1916, sono state poi raccolte e collazionate, e oggi costituiscono un insieme imponente, in cui le flebili voci dei superstiti si potenziano l’una con l’altra in un coro ripetuto e straziante. Ma, come ben scrive Taner Akçam, lo storico turco che si batte da tanti anni contro il negazionismo di stato del suo paese, il libro di Siobhan Nash-Marshall è qualcosa che ancora mancava in un panorama pur così ricco.
È la voce della filosofia, della riflessione che scava ad ampio raggio e trova le oscure e lontane radici di quelle ideologie e di quei comportamenti che a posteriori appaiono aberranti (come si è tante volte osservato a proposito delle persecuzioni antiebraiche e dei campi di sterminio nazisti), ma di cui spesso non riusciamo a comprendere la ragione profonda, il vero perché. Particolarmente interessante è l’analisi di quello che l’autrice chiama “il principio greco”. È infatti dalla pace di Adrianopoli del 1829, che sancisce il diritto del popolo greco ad avere come sua patria indipendente quella parte dell’Impero ottomano dove vivevano gli antichi greci (e tutta l’Europa, in pieno risveglio romantico, si mosse per sostenere questo diritto), che il diritto di nascita sostituisce, nel sentire comune, il “diritto di conquista”.
L’Impero romano – giusto per fare un esempio – considerava suoi i territori che conquistava, al punto da imporre ai popoli soggetti l’uso della lingua latina. Ma questo fu un disastro per l’Impero ottomano. Si giustificavano così le lotte irredentistiche di tutti i popoli sottomessi, ognuno dei quali rivendicava la sua terra, mentre ai Turchi, che governavano lo stato, ma erano venuti dalle steppe d’oriente, una “patria”, un vatan, mancava. Lo cercarono, e lo trovarono, in Anatolia: e tuttavia, per ottenerlo, bisognava allontanare – o meglio, eliminare – gli abitanti autoctoni di quella regione.
È con la sensazione di assistere alla costruzione di una trappola inesorabile che il lettore segue, capitolo dopo capitolo, i tasselli di questo progetto di morte mentre si incastrano lucidamente l’uno nell’altro. Tutto si tiene, e ogni affermazione poggia su riscontri e citazioni precise, tracciando un disegno chiarissimo che va dalla cultura tedesca dell’Ottocento, fra teorie filosofiche e articoli divulgativi sugli Armeni “che sono gli Ebrei del Medio Oriente”, fino ai testi degli ideologi dei Giovani Turchi che di quella cultura si sono nutriti. Ed è a partire da queste basi che Siobhan Nash-Marshall, in questo libro affascinante e coraggioso, affronta con ampia documentazione anche il problema dell’accanito negazionismo di Stato come “parte integrante del processo genocidario” (rav Giuseppe Laras). Ancor oggi infatti, dopo più di cent’anni, ogni diniego dei fatti, ogni capzioso distinguo rinnova nei cuori e nelle menti dei discendenti delle vittime l’orrore di quella tragedia infinita, la rende attuale e presente, allontana perdono e oblio.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-02-11 18:34:202025-02-12 18:38:33«Il genocidio in corso è quello armeno». Non se ne vuole saper nulla perché scomodo (Korazym 11.02.25)
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