Share Share on Social Network Capolavori Italiani in mostra a Jerevan (Min. Esteri Italiano 16.08.24)

In occasione delle Celebrazioni della Festa della Repubblica Italiana, l’Ambasciata d’Italia a Jerevan, in collaborazione con la Galleria Nazionale di Armenia, ha organizzato la mostra intitolata “Frammenti di Arte d’Italia in Armenia”.

L’Ambasciatore d’Italia, Alfonso Di Riso, insieme al Vice Primo Ministro, Mher Grigoryan, ha proceduto al “simbolico” taglio del nastro, alla presenza di personalità del mondo politico, tra cui tre Viceministri del Ministero dell’Istruzione, della Scienza, della Cultura e dello Sport, membri del Parlamento e di alcuni Direttori di Musei, fra cui l’ex Ministro della Cultura e ora Direttore del museo dei manoscritti, il Matenadaran.

La collezione si compone di circa duecento capolavori di maestri italiani, risalenti a varie epoche storiche, che vanno dal XIV al XX secolo. All’interno della mostra sono presenti capolavori di maestri assoluti, come Donatello, Tintoretto, Guercino, Canaletto e Canova, a testimonianza della ricchezza del patrimonio artistico e culturale italiano presente in Armenia e del profondo legame esistente tra i due paesi. La mostra rimarrà aperta fino a settembre.

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Armenia: effettuata prima del previsto la manutenzione della centrale nucleare (AgenziaNova 16.08.24)

Sono state effettuate prima del previsto le attività di manutenzione preventive nella centrale nucleare armena di Metsamor e ora tutto funziona regolarmente. È quanto riferito dall’ente di gestione della centrale atomica.

Secondo il programma, “la messa in servizio dell’unità di potenza era prevista per il 18 agosto, ma grazie all’efficace lavoro del personale è stato possibile metterla in atto circa una settimana prima del previsto. Attualmente l’impianto funziona normalmente, rispettando le norme di sicurezza e affidabilità”, si legge nel messaggio.

INTERESSANO A QUALCUNO LE LACRIME DEL NAGORNO KARABAKH? (Altropensiero 15.08.24)

Tra la fine dell’Olimpiade e i campionati di calcio che stanno per ricominciare, può capitare di imbattersi nel Nagorno-Karabakh. Fatto curioso, perché al momento il Nagorno Karabakh non esiste più.

Regione stretta tra l’Armenia e l’Azerbaigian, è stata un’enclave autonoma armena dell’ex Unione Sovietica, il cui territorio faceva parte però dell’Azerbaigian.

Già raccontato così il Nagorno Karabakh lascia intendere quale infauste vicende abbiano sempre tormentato la popolazione. Essere uno e anche l’altro, ma fino a un certo punto armeni e azeri hanno convissuto pacificamente. Con la fine dell’Unione Sovietica, come molte altre Repubbliche socialiste, anche il Nagorno Karabakh provò a rivendicare la sua indipendenza, ma da quel momento solo polvere e conflitti si sono succeduti.

L’Azerbaigian negli ultimi anni ha cercato con la forza di riottenere il territorio che ritiene suo di diritto e 120.000 armeni sono stati sfollati dalle proprie abitazioni, costretti alla fuga, privati di tutto quello che serve per sopravvivere. Anche qui la religione gioca un ruolo importante, essendo l’Azerbaigian quasi completamente musulmano, mentre gli armeni del Nagorno Karabakh per lo più cristiani.Gli storici e gli esperti di geopolitica ci diranno giustamente che non si tratta di uno stato sovrano, di un pretendente tuttalpiù, ma sta di fatto che questa terra non esiste più, questa terra fatta di persone che semplicemente avrebbero voluto continuare a vivere tranquille e in pace, e non esiste più proprio perché privata della sua essenza: le sue donne, i suoi uomini, i suoi bambini.

E proprio quelle donne, quegli uomini, quei bambini sono il motivo per cui può capitare di imbattersi nel Nagorno Karabakh oggi, perché sono stati incontrati, ascoltati, immortalati da Emanuela Colombo in uno splendido fotoreportage che racconta la tragedia meglio di qualsiasi trattato.

“C’era una volta il Nagorno Karabakh” è il titolo del reportage, sul web si possono leggere interviste e vedere buona parte delle immagini scattate. Non è una vicenda che scalda i nostri cuori e nemmeno li raffredda, ci lascia indifferenti, anche perché presi da altro, dall’Ucraina, dal Medio Oriente e poi dall’Olimpiade e dal calcio che è sempre importante per tutti noi, per farci dimenticare le brutture del mondo e per prenderci qualche giorno di respiro durante la settimana.

Peccato che i giorni di respiro ormai siano sette su sette e le nefandezze rimangano, così come la nostra indifferenza.

Anche per 120.000 persone che hanno perso tutto.

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Giorgia Ohanesian Nardin disegna con Anahit un solo per il suo corpo (Ilgiornaledivicenza 14.08.24)

Domenica 1 settembre, ore 19
Csc San Bonaventura

Giorgia Ohanesian Nardin – Anahit

Anahit, nella tradizione armena pagana, è la divinità posta a guardia e a custodia dell’acqua e di tutto ciò che è fluido e il suo nome porta fortuna a chiunque ne celebri il culto. Giorgia Ohanesian Nardin, artista italiana di discendenza armena, disegna con Anahit un solo per il suo corpo, la sua relazione con le percezioni sottili, interrogandosi sulle politiche dello sguardo, creando un ambiente in cui il suono, il movimento e la parola si articolano senza precedenze.

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Armeni “cancellati” dalla mappa del Nagorno Karabakh: le immagini dallo Spazio (Libero 14.08.24)

Le immagini satellitari di Google Earth non mentono: Dachalti, o Karintak come lo chiamavano gli armeni, è stato spazzato via. Dove un tempo si trovavano case, strade, oggi non resta che il vuoto. Di tutto il villaggio rimane in piedi solo una piccola chiesetta, situata a poca distanza da una nuova e imponente moschea in costruzione, circondata da poche abitazioni, presumibilmente destinate agli operai al lavoro. Le coordinate precise non sono necessarie: chiunque può cercare Dachalti su Google Earth e vedere con i propri occhi cosa significa, in termini visivi, la parola “annichilimento”. Ma Karintak, situato nel sud-ovest dell’Azerbaijan, fa parte di una cancellazione più ampia e dolorosa: la scomparsa della presenza armena dal Nagorno Karabakh, una regione contesa e martoriata, ora sotto stretto controllo azero.

Il regime autocratico di Ilham Aliyev ha avviato una sistematica demolizione del patrimonio storico e culturale armeno nella regione, un processo che trova il suo culmine in immagini come quelle di Dachalti pubblicate su Repubblica. Non permettendo ad alcun osservatore indipendente, nemmeno all’Unesco, di accedere al Nagorno Karabakh per verificare il rispetto dell’eredità armena, le foto satellitari sono fondamentali perché rappresentando il solo strumento di monitoraggio a disposizione della comunità internazionale. Le immagini di Google Earth sono infatti incluse nell’ultimo report del Caucasus Heritage Watch, un progetto di ricerca delle università statunitensi Cornell e Purdue, e documentano l’abbattimento della chiesa e di altri siti culturali armeni tra la fine del 2023 e l’inizio del 2024, con ogni probabilità per fare posto a un nuovo insediamento azero.

La stessa cosa, ricorda Luna De Bartolo su Repubblica, è accaduta all’exclave azera del Nakhichevan, che un tempo vantava un immenso patrimonio artistico e culturale, frutto di secoli di presenza della popolazione armena sul territorio. Chiese, cimiteri e migliaia di antichissime khachkar, croci di pietra tipiche dell’arte funeraria armena, costellavano la regione, ma oggi ogni traccia riconoscibile come armena è stata eliminata. In Nakhichevan non vi è rimasto neanche un armeno, e osservando la regione, si potrebbe dubitare che vi abbiano mai vissuto. Anche in Nagorno Karabakh sono entrati in azione i bulldozer atzechi che a Dachalti hanno distrutto tutto, persino un monumento ai caduti della Grande Guerra Patriottica, il conflitto combattuto dall’Unione Sovietica contro la Germania nazista, la cui distruzione ha provocato l’indignazione di Mosca. Ma anche la chiesa di San Giovanni Battista di Shusha/Shushi, meglio nota come Kanach Zham, risalente al XIX secolo, è stata completamente distrutta. Già danneggiata durante il conflitto del 2020, oggi non ne resta nulla.

Il Nagorno Karabakh, un tempo abitato da oltre centomila armeni, è ora un luogo dove la storia viene riscritta attraverso le ruspe. La Corte Internazionale di Giustizia aveva ordinato all’Azerbaijan di proteggere il patrimonio armeno, ma le demolizioni continuano indisturbate. Quella che appare nelle immagini di Google Earth è una visione agghiacciante: un intero popolo cancellato dalla geografia, con il rischio che un giorno si possa persino dubitare che sia mai esistito.

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Così scompare il patrimonio armeno dal Nagorno Karabakh: le immagini satellitari della distruzione (La Republica 13.08.24)

Turismo, in Armenia sulle tracce dei siti Unesco (Askanews 13.08.24)

Roma, 13 ago. (askanews) – La bellezza senza tempo dell’Armenia è più accessibile che mai per i viaggiatori italiani. Raggiungibile con voli diretti da Milano, Roma e Venezia, in meno di 4 ore, l’Armenia si rivela una destinazione ideale anche per uno short break o un breve tour di 4-5 giorni.

Situata nel cuore del Caucaso, l’Armenia è un tesoro di storia e cultura, con numerosi monasteri medievali, fortezze, musei e monumenti da visitare. Tra questi spiccano i siti riconosciuti dall’Unesco come Patrimonio dell’Umanità, che costituiscono la base per un breve tour alla scoperta del paese: i complessi monastici di Haghpat e Sanahin, il Monastero di Geghard e l’Alta Valle dell’Azat, e la cattedrale e le chiese di Echmiadzin insieme al sito archeologico di Zvartnots.

Complessi Monastici di Haghpat e Sanahin

Questi due monasteri, situati nella regione di Lori a circa 6 km di distanza uno dall’altro, rappresentano l’architettura medievale armena al suo apice. Fondati nel X secolo, Haghpat e Sanahin sono noti per la loro straordinaria fusione di stili architettonici bizantini e locali. I complessi includono chiese, biblioteche e refettori, e offrono un affascinante sguardo sulla vita monastica dell’epoca. Situati uno di fronte all’altro, separati da una profonda gola rocciosa, offrono vedute eccezionali sulle montagne circostanti.

Monastero di Geghard e l’Alta Valle dell’Azat

Il Monastero di Geghard, incastonato nella montagna e circondato dalla suggestiva valle dell’Azat, è un capolavoro dell’architettura armena. Fondato nel IV secolo e ampliato nel XIII secolo, Geghard è famoso per gli ambienti scavati nella roccia, illuminati dai raggi di sole che filtrano dall’alto creando un’atmosfera mistica. Questo sito spirituale offre un’esperienza unica, con le costruzioni erette nel corso dei secoli che si fondono perfettamente con la roccia circostante, in uno scenario naturale di rara bellezza.

Cattedrale e Chiese di Echmiadzin e sito archeologico di Zvartnots

Echmiadzin è il cuore spirituale del paese e la sede della Chiesa Apostolica Armena. La cattedrale, fondata nel IV secolo da San Gregorio, patrono dell’Armenia, è una delle chiese cristiane più antiche al mondo. Insieme alle chiese di Santa Hripsime, Santa Gayane e Shoghakat, questo sito rappresenta un esempio straordinario dell’architettura religiosa armena e della sua evoluzione nel corso dei secoli. Zvartnots, un magnifico esempio di architettura paleocristiana, risale al VII secolo. Questo complesso, situato vicino a Echmiadzin, include una cattedrale unica nel suo genere, con un design circolare e decorazioni elaborate. Nonostante i danni subiti nel corso dei secoli, le rovine di Zvartnots continuano a testimoniare la grandiosità dell’arte e della cultura armena antica.

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In Iran era l’armeno, negli States l’iraniano (Ilnobilecalcio 12.08.24)

Al suo ritorno dall’Argentina dove partecipò ai Mondiali del ‘78 con la sua selezione, Andranik Eskandarian andò subito negli Stati Uniti. Non proprio la destinazione più tranquilla per questo veloce difensore iraniano avvistato dai New York Cosmos all’indomani di una partita di gala che ha contrapposto la franchigia statunitense ad una selezione mondiale a fine agosto. Invitato a vestire i colori della squadra di New York pochi giorni dopo per una partita contro il Boca Junior, andò poi in tournée, sotto forma di prestito, in tutta Europa – il tour europeo dell’autunno ’78 – con la squadra funky della NASL.

Un contratto bloccato, e poiché gli piace il continente americano, la recluta dei Cosmos debutta ufficialmente con la sua nuova maglia nel 1979. Andranik Eskandarian è però iraniano, nato il 31 dicembre 1951 a Teheran. Tanto da suscitare la curiosità e la diffidenza dei tifosi locali che alla minima occasione brandiscono lo striscione stellato. Una questione non così semplice da gestire per il nazionale iraniano, 29 presenze al suo attivo tra il 1975 e il 1978, sorpreso dall’accoglienza riservatagli ogni volta che i Cosmos viaggiano, soprattutto perché l’interessato è di origine armena con i genitori di fede cristiana, una comunità molto minoritaria nel suo paese. Eskie iediventa in un certo senso apolide, alla ricerca di un’identità, come ricorda nel profondo della sua memoria di esilio: “Quando sono arrivato negli Stati Uniti, tutti mi chiamavano iraniano. In Iran ero l’armeno e lì sono l’iraniano”. Non è facile costruirti da solo.

Nei Cosmos, abbracciato da Giorgio Chinaglia

Ora “americano al cento per cento” – non ha mai più messo piede in Iran dal suo trasferimento ai Cosmos, seguito dai suoi genitori, dai suoi due fratelli e da una sorella, pur mantenendo i contatti con gli altri due rimasti nel Paese – Andranik Eskandarian ha iniziato la sua carriera all’Ararat Tehran, il club della minoranza armena, all’alba degli anni Settanta prima di approdare al Taj due anni dopo, ribattezzato Esteghlal Cultural and Athletic Club dopo la rivoluzione islamica del 1979. Il club di punta della regione con cui segnò le prime linee del suo palmarès: il titolo nel 1975 e la coppa nel 1977. Considerato il migliore nel suo ruolo, è quindi naturale che sia uno dei 22 della lista dei convocati in terra argentina per i Mondiali.

In una “rosa” dei Cosmos di New York agli inizi degli anni Ottanta

Una prima volta per l’Iran, che è inserito nel girone della morte con Olanda, Scozia e Perù. A modo suo, Eskandarian lascia un piccolo segno nelle statistiche segnando un autogol (Scozia). Senza cadere nel ridicolo, la selezione iraniana esce comunque di scena con la soddisfazione del punto ottenuto contro gli scozzesi (1-1), forte del cammino che resta da fare per raggiungere il livello internazionale nonostante i risultati convincenti del passato: quarti di finale alle Olimpiadi di Montreal e soprattutto la vittoria nella Coppa delle Nazioni Asiatiche (1976).

Protagonista nella NASL

Due trofei da aggiungere al curriculum del difensore armeno-iraniano che pesano sulla bilancia al momento della firma del contratto con la franchigia di New York, abbagliato dalle prestazioni in Argentina e dalla partita con le stelle del mondo di fine estate che lascia in disparte Alberto Tarantini, l’altra priorità del club statunitense. Una felice coincidenza per Andranik che, dopo l’incontro di gala, ha trascorso una settimana di vacanza a New York. Il momento scelto dai dirigenti dei Cosmos per sondare le intenzioni del giocatore e formulare un accordo con quest’ultimo, a cominciare dalla partita contro il Boca Junior e da altre affinità: “Ho detto perché no? Dopotutto, è solo un’ora e mezza. Ho giocato la partita e ho dato un assist a Chinaglia. Dopo l’incontro, i sono  dirigenti sono venuti ad incontrarmi e mi hanno chiesto di non ritornare in Iran. Ho detto loro che dovevo pensarci”.

Vedette anche del calcio indoor

Una riflessione portata avanti con la moglie che non ha tardato ad esprimere il suo pensiero, nonostante alcune offerte di club europei negoziate dal suo impresario. Eskie è stato finalmente sedotto dal canto delle sirene di New York: “Il mio agente era in trattative con una squadra spagnola. Ci ho pensato, ho parlato con mia moglie e ho concluso che la scelta migliore era qui. Fin dal primo giorno sapevamo che saremmo rimasti qui”. 

Eskandarian, l’iraniano di origine armena

 

Una cotta per la Grande Mela insomma. Andranik si stabilisce definitivamente a New York e vive un’altra storia d’amore con la funky town e la sua disco team del 2000 alla quale rimane fedele fino al fallimento della lega NASL (1984), continuando l’avventura nella MISL, la formula indoor, con i Cosmos (1985) e New-York Express (1986-‘87), il nuovo nome del club per questo campionato un po’ speciale. Eskandarian concluse la sua zoppicante carriera nel 1990 con i colori dei New Jersey Eagles in un campionato traballante e privo di qualsiasi interesse.

Con il compagno e amico Hubert Birkenmeier

 

E i ricordi riaffiorano nella sua testa mentre rievoca l’avventura dei Cosmos: “Era un bellissimo sogno. Il cameratismo, l’amicizia, quel feeling con questi giocatori, non puoi dimenticarli. Resterà tutto nel tuo cuore per sempre”. Una storia d’amore mantenuta da due titoli (1980 e ‘82) e da alcuni momenti di tensione, come quel giorno di aprile 1980 a Fort Lauderdale al culmine della crisi dei 53 ostaggi americani sequestrati dagli studenti estremisti in Iran.

Andranik viene aggredito da un tifoso locale fortunatamente disarmato che irrompe in campo e lo accusa di cattiva condotta razziale: “La partita stava per finire. Faceva caldo ed ero stanco. Non ho mai avuto niente a che fare con la politica e questo ragazzo se la prende con me. Per fortuna ero vicino alla nostra panchina che è intervenuta perché questo ragazzo era matto”. Le storie (quasi) finiscono sempre male. Dopo il ritiro, Andranik si è associato al suo ex compagno di squadra Birkenmeier in un’attività di negozio di articoli sportivi. Nel frattempo il figlio Alecko è subentrato al padre nel campo della MLS.

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FOCUS ARMENIA La questione armena e l’Osservatore Romano (AciStampa 10.08.24)

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Lo scorso 5 agosto, la diocesi dell’Artsakh della Chiesa Apostolica Armena ha protestato ufficialmente contro un articolo pubblicato a fine luglio dall’Osservatore Romano. Lo stesso quotidiano della Santa Sede ha ospitato l’1 agosto un dettagliato articolo di precisazioni dell’arcivescovo Khajag Barsamianliaison della Chiesa Apostolica Armena presso la Santa Sede.

Per chiarire, la diocesi di Artsakh è quella del Nagorno Karabakh. Artsakh è, infatti, l’antico nome armeno della regione. Il conflitto recente ha consegnato sotto il controllo dell’Azerbaijan il territorio del Nagorno Karabakh che si era garantito una sorta di indipendenza, pur non essendo mai riconosciuto come Stato nemmeno dalla stessa Armenia.

L’articolo cui si fa riferimento è stato pubblicato il 24 luglio, a firma della studiosa Rossella Fabiani, con il titolo: “Viaggio nell’antica Albania caucasica. Alle radici del cristianesimo”.

Gli armeni lamentano un “genocidio culturale” in atto nella regione da quando, a partire dal 1918, fu data all’amministrazione dell’Azerbaijan, e dettagliano la scomparsa di diversi manufatti cristiani nell’ultimo secolo. Da parte sua, l’Azerbaijan lamenta parimenti la scomparsa di diverse moschee da quando l’etnia armena aveva preso il controllo della regione, e sottolinea la presenza antica di una etnia “albaniana”, ricostruzione sempre negata dagli armeni.

La questione dell’articolo dell’Osservatore Romano si inserisce in questa situazione, ed ha comunque ripercussioni molto forti su una popolazione provata da anni di conflitto e spaventata dal fatto di perdere parte delle proprie vestigia cristiane. È anche una questione diplomatica, perché l’Azerbaijan ha mantenuto cordiali rapporti con la Santa Sede, la fondazione del presidente Aliyev ha finanziato importanti restauri in Vaticano ed è stata aperta anche una ambasciata presso la Santa Sede – prima c’era un ambasciatore non residente.

Ma tocca anche la parte armena, impegnata a difendere l’eredità cristiana del Paese, laddove ai contatti diplomatici dell’ambasciata di Armenia presso la Santa Sede – che è posto di prestigio nella carriera diplomatica armena – si aggiungono quelli ecumenici con la Chiesa Apostolica Armena che più volte hanno toccato il tema dell’Artsakh.

Le proteste, dunque. La diocesi dell’Artsakh della Chiesa Apostolica Armena ha rilasciato il 5 agosto una dichiarazione ufficiale in cui “considera un articolo del giornale vaticano ufficiale L’Osservatore Romano che descrive le famose chiese armene del Nagorno Karabach come ‘albaniane’ una distorsione della storia e un servizio alla propaganda azerbaijana”.

La diocesi ha sottolineato inoltre che “prima di pubblicare un articolo di propaganda, l’autore avrebbe dovuto almeno familiarizzare un minimo con gli eventi che hanno avuto luogo appena qualche mese fa, i loro motivi, e perciò la reale storia di Dadivank, Gandzasar e Kathravank (antichi monasteri armeni in Nagorno Karabakh, ndr) e cercare di capire in quale linguaggio sono le iscrizioni e perché sono armene”.

L’1 agosto, l’arcivescovo Barsamian ha risposto pubblicamente sulle pagine dell’Osservatore Romano, sottolineando che “sorprende, per esempio, la definizione geografica dell’antica Albània caucasica come il territorio che ‘si estendeva dalle montagne, a nord, al fiume Aras a sud e dal mar Caspio, a est, ai confini della Georgia (allora Iberia) a ovest’.”

La sorpresa risiede nel fatto che “si ignora l’esistenza dell’Armenia, uno degli antichi regni caucasici con cui, secondo tutte le fonti classiche e armene, confinava l’Albània. Dall’altro canto, l’estensione dell’Albània fino all’Aras (l’Arasse nelle fonti classiche) contrasta con la testimonianza di quelle stesse fonti. Esse parlano, piuttosto, di un’Albània estesa a nord del fiume Kura, dove si trovavano il centro politico e religioso del Paese, la Chiesa tradizionalmente ritenuta come prima Chiesa albana e dove sono state rinvenute le uniche sette iscrizioni albane a oggi note. Solo alla fine del IV secolo furono inglobate nel territorio albano originario le terre che si stendevano a meridione, fin verso il fiume Arasse”.

Barsamian sottolinea che “la penetrazione del cristianesimo nel Caucaso e la relazione tra le tre Chiese nazionali — albana, armena e georgiana — formatesi in quella regione è un argomento complesso, non del tutto chiarito”.

Le Chiese della regione – spiega Barsamian – fanno tutte risalire il cristianesimo caucasico al I secolo, e tutti condividono la ricostruzione storica che nota come nel IV secolo le élite adottarono il cristianesimo come religione di Stato, ma per questo “risulta singolare che si parli dell’importante scoperta dei palinsesti albani del Sinai, asserendo che essi confermano l’esistenza delle prime chiese dell’Albània caucasica già nel I secolo”, perché queste dimostrano piuttosto che “le fonti armene, in particolare lo storico Koryun, fossero nel giusto quando parlavano dell’esistenza nel Caucaso di tre alfabeti — armeno, albano e georgiano — usati per tradurre le scritture già agli inizi del V secolo”.

Barsamian nota anche la difficile convivenza tra Chiesa armena e Chiesa Albana, la quale subì una forte influenza da quella armena, e questo sin dagli inizi e non, come dice l’articolo ‘incriminato’, agli inizi del XIX secolo a seguito del trattato di Turkmenchay del 1828 e dell’abolizione della Chiesa d’Albania e la sua subordinazione a quella armena nel 1836, per volontà dello zar Nicola I.

L’arcivescovo Barsamian nota che le chiese dell’Artsakh riportate nell’articolo “portano solo iscrizioni armene che datano almeno dal XI – XII secolo, mentre non c’è traccia di iscrizioni albane? Infatti, il migliaio di iscrizioni studiate dall’orientalista Iosif Orbeli e appartenenti alla Chiesa albana citate nell’articolo, sono tutte in armeno e risalgono a molti secoli prima della presunta ‘armenizzazione’ di quella Chiesa agli inizi del 1800”.

Insomma, conclude l’arcivescovo, “trattare questi argomenti pone una questione etica, in particolare quando la storia irrompe nel presente, e bisogna fare attenzione a non alimentare ulteriormente tensioni che hanno già causato migliaia di morti e indotto decine di migliaia di armeni a lasciare la propria terra, abitata da tempi immemorabili”.

Da cosa nasce la questione armena? Dalla scelta sovietica di attribuire all’Azerbaigian le regioni contese di Nakhichevan e Nagorno- Karabakh – la prima a prevalenza azera, la seconda con una schiacciante maggioranza armena – che ha rafforzato una ostilità da Azerbaijan e Armenia presente già d prima della Rivoluzione Russa.

Nel 1988, gli armeni del Nagorno Karabakh chiesero di unirsi all’Armenia. Prima, ci furono massacri di armeni nelle città azere di Sumgait e Baku, quindi tra il 1992 e il 1994 scoppuò una guerra, che portò alla nascita dalla Repubblica Armena dell’Artsakh, non riconosciuta a livello internazionale che includeva territori in precedenza abitati da azeri.

Dopo tre decenni, l’Azerbaijan ha ripreso il controllo della regione, prima con la guerra del novembre 2020 e poi con un breve intervento militare nel settembre 2023, mentre l’intera popolazione armena del Nagorno Karabakh è stata costretta a fuggire.

Ora, negli occhi c’è il precedente del Nakhicevan, dove si parla dell’annientamento di circa 90 chiese e 10.000 khachkar, le croci di pietra caratteristiche dell’arte sacra armena.

Per quanto riguarda il Nagorno Karabakh, il programma di ricerca Caucasus Heritage Watch, realizzato dagli archeologi delle università statunitensi di Cornell e Purdue, ha documentato (dati al settembre 2023) che sui 452 siti monitorati, già 57 risultano distrutti, danneggiati o minacciati.

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Armenia e CSTO: verso un divorzio inevitabile? (Ilcaffegeopolitico 09.08.24)

In 3 sorsi – L’Armenia considera l’uscita dalla CSTO, spinta dal mancato intervento dell’alleanza durante l’offensiva azera nel Nagorno-Karabakh e dal crescente avvicinamento all’Occidente. Le tensioni con la Russia si sono intensificate, con accuse di negligenza e sospetti di collusione con l’Azerbaijan. La storia della CSTO, nata per garantire la sicurezza collettiva nello spazio post-sovietico, è ora messa in discussione dalle recenti crisi, portando l’Armenia a rivalutare la propria posizione nell’Organizzazione.

1. L’USCITA DELL’ARMENIA DALLA CSTO

I presupposti ci sono tutti. Dalla delusione per il mancato intervento della CSTO (Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva) dopo l’operazione azera del settembre 2023 nella regione separatista del Nagorno-Karabakh, ritornata in mano all’Azerbaijan (che non fa parte della CSTO) dopo trent’anni di amministrazione armena, al progressivo avvicinamento dell’Armenia all’Occidente (Stati Uniti e Unione Europea), fino alla sospensione della partecipazione armena all’Organizzazione a guida russa nel febbraio di quest’anno, come annunciato dal Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan. Pashinyan ha motivato la decisione con il mancato adempimento della Russia agli obblighi di sicurezza nei confronti dell’Armenia. La Russia, dal canto suo, aveva lasciato intendere, attraverso il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo Dmitry Medvedev, come l’inerzia del contingente di Mosca presente in Karabakh, con funzioni di peacekeeping, fosse riconducibile alla politica estera dell’Armenia, giudicata troppo filo-occidentale.

Fig. 1 – Il premier armeno Nikol Pashinyan durante un summit della CSTO nel novembre 2022

2. LE TENSIONI CON LA RUSSIA

Per comprendere se l’instabilità sul fronte armeno porterà a una effettiva uscita del Paese dalla CSTO o se sia l’ennesima schermaglia in un rapporto difficile con la Russia, occorre analizzare i vari elementi dello scenario. Il conflitto con l’Ucraina ha esposto la Russia a tensioni interne e a un sostanziale indebolimento, mettendo a dura prova la coesione con i Paesi partner confinanti. La stessa Armenia recentemente ha preso una posizione più filo-ucraina, causata dal deterioramento dei rapporti con Mosca. Inoltre, il 12 giugno scorso, il Primo Ministro armeno ha dichiarato l’intenzione di voler lasciare la CSTO, accusando l’Organizzazione non solo di inerzia durante l’intervento azero, ma anche di aver pianificato l’attacco in accordo con l’Azerbaijan. Rilevante, poi, che lo stesso giorno, Pashinyan abbia anticipato la cessione al Paese azero di quattro villaggi di confine, scatenando proteste tra la popolazione armena.

Fig. 2 – Manifestazione anti-governativa a Yerevan contro nuove possibili cessioni territoriali all’Azerbaijan, 30 maggio 2024

3. UN PASSATO COMPLESSO E UN FUTURO INCERTO

La richiesta del Presidente azero Ilham Aliyev di modificare la Costituzione armena per eliminare tutti i riferimenti all’indipendenza del Karabakh ha bloccato le trattative di pace. Altri fattori in gioco includono la ratifica dello Statuto di Roma da parte dell’Armenia, che escluderebbe il Paese come possibile asilo politico per Putin, dato il mandato di arresto emesso dalla Corte penale internazionale. La CSTO, nata dal Trattato di Sicurezza Collettiva del 1992, include oggi Armenia, Bielorussia, Kazakhstan, Kirghizistan, Russia e Tajikistan. L’articolo 4 del Trattato prevede che un’aggressione contro uno degli Stati membri è considerata un’aggressione contro tutti, obbligando gli altri Stati a fornire assistenza militare. Tuttavia, nel caso del Nagorno-Karabakh, la CSTO ha lasciato che le ragioni di un soggetto non membro prevalessero su quelle di un Paese membro, probabilmente per punire l’Armenia per la sua politica filo-occidentale. Altro elemento caratterizzante lo scenario è la somiglianza della situazione azero-armena a quella russo-ucraina, dovuta alle rivendicazioni territoriali dell’Azerbaijan sulla regione del Nagorno-Karabakh, con la Turchia che ha appoggiato Baku. Con l’offensiva azera del 2023, l’Azerbaijan ha ripreso tutto il territorio del Karabakh, determinando l’esodo di quasi centomila armeni, andando così a intaccare la credibilità di un trattato di sicurezza che si è rivelato disfunzionale e spingendo il Governo armeno a rivalutare le proprie opzioni internazionali.

Matteo Mazzantini

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Le guardie russe lasciano l’aeroporto di Yerevan (Osservatorio Balcani e Caucaso 08.08.24)

Dopo trentadue anni lo scorso 31 luglio armeni e russi hanno firmato un protocollo per porre fine alla presenza delle guardie di frontiera russe all’aeroporto internazionale Zvartnots di Yerevan. Non è il ritiro di Mosca dall’Armenia ma il fatto ha un valore simbolico

08/08/2024 – Onnik James Krikorian
Nel corso di una cerimonia tenutasi lo scorso 31 luglio, Roman Golubitsky, capo dell’ufficio armeno dei servizi di sicurezza russi (FSB), ed Edgar Hunanyan, comandante del corpo delle guardie di frontiera dei servizi di sicurezza armeni (NSS), hanno firmato un protocollo per porre fine alla presenza – protrattasi per trentadue anni – delle guardie di frontiera russe all’aeroporto internazionale Zvartnots di Yerevan.

A sostituire le forze russe, a partire dallo scorso primo agosto, è la polizia di frontiera armena che negli ultimi decenni ha collaborato strettamente con la controparte russa.

La decisione di ritirare le guardie di frontiera russe dall’aeroporto di Yerevan è stata presa a maggio nel corso di un incontro tra il primo ministro armeno Nikol Pashinyan e il presidente russo Vladimir Putin.

Pashinyan ha chiesto anche il ritiro delle forze di Mosca dal confine tra Armenia e Azerbaijan, dove gli agenti russi erano stati dispiegati, sempre su richiesta di Yerevan, dopo la guerra dei 44 giorni del 2020.

Il premier armeno ha sottolineato che la richiesta di allontanare le forze russe dall’aeroporto di Yerevan e dal confine con Azerbaijan non è per nulla motivata da ragioni geopolitiche.

Quest’affermazione sembra però essere smentita da James O’Brien, sottosegretario di Stato degli Stati Uniti per gli affari europei ed eurasiatici.

Intervenendo ad una seduta del Comitato per le relazioni estere del Senato americano, tenutasi il giorno prima della firma del protocollo a Yerevan, O’Brien ha dichiarato che la decisione di chiedere il ritiro delle forze russe dall’Armenia rappresenta “un passo coraggioso” verso una rottura con Mosca.

“Diverse migliaia […] di agenti del FSB sono stati invitati ad andarsene e questo è significativo per vari motivi”, ha affermato O’Brien.

“In parte perché presidiano il confine ad un aeroporto internazionale ed è lì che avvengono alcune operazioni di contrabbando per aggirare le sanzioni”, ha precisato il sottosegretario statunitense facendo un chiaro riferimento alla riesportazione di beni sanzionati verso la Russia. Non è chiaro però a quali dati si riferisse parlando del numero di agenti russi che dovrebbero partire.

Interpellati dai media locali sul numero di guardie di frontiera del FSB dispiegate all’aeroporto di Yerevan, i servizi di sicurezza armeni (NSS) non hanno voluto rispondere, affermando che si tratta di un “segreto di stato”.

Secondo i media, in occasione della cerimonia dello scorso 31 luglio all’aeroporto erano presenti solo “due dozzine” di agenti del FSB. Il NSS non ha precisato nemmeno se gli agenti russi ritirati dall’aeroporto dovrebbero lasciare anche l’Armenia.

I servizi armeni hanno invece citato un accordo interstatale del 1992 sulla presenza delle guardie di frontiera russe lungo il confine armeno-turco e quello armeno-iraniano. La permanenza degli agenti russi a questi confini è stata confermata a maggio da Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino. Incalzato dai media, Peskov ha precisato che Pashinyan non aveva mai chiesto il ritiro delle forze russe dai confini con Turchia e Iran. A differenza della decisione di dispiegare le guardie di frontiera russe a Zvartnots, basata su un accordo verbale, lo schieramento dei russi lungo i confini dell’Armenia con Turchia e Iran è fondato su accordi formali.

Ad ogni modo, il ritiro delle forze russe da Yerevan assume una valenza simbolica, pur non avendo, almeno non ancora, effetti di così vasta portata come sostiene O’Brien. Oltre alla permanenza del FSB su due delle quattro frontiere esterne dell’Armenia, Mosca controlla una base militare a Gyumri, la seconda città più grande del paese, che dovrebbe rimanere operativa fino al 2044.

Se molti hanno accolto con favore la decisione di ritirare il FSB dall’aeroporto di Yerevan, l’opposizione ritiene che il ritiro sia conseguenza di pressioni da parte dei funzionari dell’UE e degli USA per garantire che i rispettivi servizi segreti in arrivo e in partenza da Zvartnots non vengano intercettati da Mosca, come accaduto in passato. Il ritiro del FSB permette a Yerevan di attuare con maggiore efficacia le sanzioni occidentali contro la Russia, soddisfacendo così le aspettative, sempre più pressanti, di Bruxelles e Washington.

Gli alleati di Pashinyan esultano, avvertendo però che finché gli agenti russi rimarranno al confine tra Armenia e Iran, Mosca continuerà ad avere accesso, totale o parziale, al database armeno sulle persone in arrivo e in uscita dal paese. Non è ancora chiaro come questa lacuna – su cui la società civile mette in guardia dal 2015 – possa essere colmata.

La tempistica di un eventuale ritiro delle forze russe dai confini terrestri dell’Armenia con Turchia e Iran resta un’incognita, data la natura degli accordi. Nel frattempo, Pashinyan ha dichiarato di voler uscire anche dall’Organizzazione per il trattato di sicurezza collettiva (CSTO), capeggiata da Mosca. Per molti si tratta di affermazioni meramente declaratorie e il premier armeno rifiuta di specificare quando possa avvenire l’uscita di Yerevan dalla CSTO.

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