Caucaso. Nagorno-Karabakh, così l’Azerbaigian cancella la cultura armena (Avvenire 07.08.24)

Il programma di ricerca Caucasus Heritage Watch documenta che dal collasso del Nagorno-Karabakh nel settembre 2023 oltre 50 siti culturalmente armeni sono stati distrutti o danneggiati
La chiesa armena di Kanach Zham a  Shushi nel Nagorno Karabakh: il Caucasus Heritage Watch ha confermato la sua distruzione nell'aprile scorso

La chiesa armena di Kanach Zham a Shushi nel Nagorno Karabakh: il Caucasus Heritage Watch ha confermato la sua distruzione nell’aprile scorso – WikiCommons

Gli armeni e gli azeri hanno un rapporto quanto mai contrastato, a partire già dal violento conflitto scoppiato nel 1905, nel corso della prima rivoluzione russa. Altri violenti scontri seguirono al collasso dell’impero russo, tra il 1918 ed il 1920. La scelta sovietica di attribuire all’Azerbaigian le regioni contese di Nakhichevan e Nagorno- Karabakh – la prima a prevalenza azera, la seconda con una schiacciante maggioranza armena – ha rafforzato l’ostilità tra i due Paesi. La richiesta degli armeni del Nagorno-Karabakh di unirsi all’Armenia nel 1988 provocò dapprima massacri ai loro danni nelle città azere di Sumgait e Baku, quindi lo scoppio di una vera e propria guerra tra il 1992 ed il 1994, conclusasi con la nascita della repubblica armena dell’Artsakh (antico nome armeno della regione) non riconosciuta dalla comunità internazionale e costituita peraltro anche da territori in precedenza abitati da azeri. Tre decenni di trattative diplomatiche non hanno portato alcun risultato, sinché l’Azerbaigian – di gran lunga più ricco e forte dell’Armenia – ha ripreso il completo controllo della regione prima con la vittoriosa guerra del settembre-novembre 2020, poi con un breve ma sanguinoso intervento militare nel settembre del 2023. Nella pressoché completa indifferenza della comunità internazionale, l’intera popolazione armena del Nagorno-Karabakh è stata costretta a fuggire, lasciando per sempre le sue case, le sue chiese e i suoi cimiteri, rifugiandosi nella repubblica d’Armenia. La vittoria politica e militare dell’Azerbaigian è in effetti completa, ma le autorità di Baku proseguono adesso con altri mezzi il conflitto, in particolare conducendo una politica di spoliazione culturale del patrimonio armeno che ha del resto un tragico antecedente nel Nakhichevan. In questa repubblica autonoma attribuita all’Azerbaigian dalle autorità sovietiche, gli azeri hanno compiuto negli ultimi decenni un vero e proprio genocidio culturale, distruggendo l’intero patrimonio artistico armeno. Si parla dell’annientamento di circa 90 chiese e 10.000 khachkar, le croci di pietra caratteristiche dell’arte sacra armena. L’eliminazione del patrimonio artistico degli armeni ha cancellato la memoria della loro millenaria presenza in questo territorio. Ora che il Nagorno- Karabakh non esiste più occorre chiedersi se questa sorte toccherà anche alle migliaia di monumenti armeni passati sotto il controllo azero. La fonte più attendibile al riguardo è il programma di ricerca Caucasus Heritage Watch, realizzato dagli archeologi delle università statunitensi di Cornell e Purdue. Con l’ausilio della fotografia aerea, documentano che dal collasso del Nagorno-Karabakh nel settembre 2023 sui 452 siti monitorati, già 57 risultano distrutti, danneggiati o minacciati. Nonostante la gravità di queste distruzioni, non è certo che l’Azerbaigian intenda ripetere anche nel Nagorno-Karabakh la distruzione completa dei monumenti armeni compiuta nel Nakhichevan. È infatti possibile che voglia conservarli almeno in parte sulla base di una loro presunta origine “albana”. Benchè gli attuali azeri siano infatti musulmani e turcofoni, il loro discorso storico-culturale si riallaccia anche all’antico regno dell’Albània del Caucaso, abitato da popolazioni di lingua caucasica che si convertirono al cristianesimo nel IV secolo. Il territorio di questo paese – da non confondere con l’Albania nei Balcani – coincideva in parte con quello dell’attuale Azerbaigian, sebbene inizialmente si limitasse solo ai territori posti sulla riva sinistra del fiume Cura. Nel 387, in seguito alla prima spartizione del regno d’Armenia tra l’Iran sasanide e l’impero romano, le sue due province più orientali, vale a dire Artsakh e Utikh, entrarono a far parte dell’Albània caucasica. A partire soprattutto dalla cristianizzazione, avvenuta all’inizio del quarto secolo, i legami tra l’Ar-menia e l’Albania sono stati in effetti molto profondi, tanto nella sfera storica quanto in quella culturale. Secondo Koriùn (442-48) e altre fonti armene, all’inizio del quinto secolo il monaco Mesrop Mashtòts (362-440) inventò non solo l’alfabeto armeno, ma anche quello albano. La stessa storia dell’Albania cristiana ci è nota prevalentemente da fonti armene, e in particolare grazie alla Storia dell’Albania composta alla fine del X secolo da Movses Kaghankatvatsi. Tuttavia, diversamente dall’Armenia e dalla vicina Georgia, l’Albània del Caucaso fu largamente islamizzata dagli arabi già prima della fine dell’VIII secolo. In seguito la componente musulmana di questo territorio si turchizzò, mentre quella cristiana venne prevalentemente armenizzata, anche se nella piccola comunità degli udi si preserva ancora oggi in Azerbaigian un legame diretto con l’antica lingua albana. La maggior parte degli albani rimasti cristiani entrarono nella sfera ecclesiastica armena sin dall’VIII secolo. La sede episcopale di Gandzasar, nell’Artsakh – che dal XIII secolo cominciò ad essere chiamato Karabakh – mantenne sino al XIX secolo la denominazione di “katholicosato degli albani” pur essendo retto da una famiglia aristocratica armena, gli Hasan-Jalalian. Per alcuni secoli, infatti, nonostante il rafforzamento della presenza di nomadi turchi sul suo territorio, nel Karabakh è sopravvissuta una nobiltà armena rappresentata dai cosiddetti melik, politicamente attivi sino alla conquista russa della regione ai primi dell’Ottocento. Rispetto alla Georgia e all’Armenia, portatrici di una identità storico- culturale caratterizzata da una forte continuità, l’Azerbaigian è in effetti un’entità politica recente e porta addirittura un nome che prima del 1917 aveva designato soltanto il territorio a sud del fiume Arasse, nell’Iran settentrionale. Già in epoca sovietica a Baku si cercò quindi si sforzò di elaborare una identità nazionale al cui interno oltre all’appartenenza al mondo culturale turco si insisteva sull’importanza del rapporto con l’Albània caucasica. Questa teoria fu sviluppata nelle numerose pubblicazioni di Ziya Buniatov (1923-1997), il padre riconosciuto della storiografia azera. Il legame storico con l’antica Albània dell’Azerbaigian è in effetti un dato concreto, che però viene utilizzato in maniera fortemente nazionalista, rivendicando in toto come eredità albana tutto ciò che di cristiano si trova nel suo odierno territorio, inclusi i numerosissimi monumenti armeni del Nagorno-Karabakh. Questa interpretazione si basa tuttavia su una radicale distorsione dei dati storici e culturali, che ha posto le teorizzazioni azere sull’Albània caucasica sostanzialmente al di fuori di ogni validità scientifica. Infatti, secondo la ricostruzione degli “studiosi” azeri, gli armeni sarebbero giunti nel Karabakh solo con la conquista russa del Caucaso, vale a dire agli inizi dell’Ottocento. Questa tesi – evidentemente priva di ogni fondamento – viene sostenuta dall’Azerbaigian attraverso una sistematica falsificazione della realtà storica che comincia purtroppo ad essere recepita anche all’estero grazie ad una capillare opera di ingerenza e finanziamento. Si tratta in effetti di un modus operandi caratteristico di un paese che si trova stabilmente agli ultimi posti di tutte le classifiche globali di libertà politiche e culturali, ma sfrutta abilmente le proprie ricchezze energetiche per conseguire obbiettivi altrimenti impensabili. Non è davvero possibile occuparsi di storia, cultura e politica dell’Azerbaigian prescindendo da questa situazione politica, in particolare per quanto riguarda il suo rapporto con l’Armenia. Recepire acriticamente le ricostruzioni azere sull’Albània caucasica significa in effetti partecipare a un nuovo genocidio culturale ai danni degli armeni, che nel giro di poco più di un secolo sono stati non solo massacrati ed espulsi dai loro territori ancestrali, dapprima nell’impero ottomano e ora in Azerbaigian, ma anche privati della maggior parte del loro patrimonio artistico. I monumenti di una civiltà cristiana che si espandeva una volta dal Caucaso fino al Mediterraneo continuano a correre il rischio di essere annientati. Se un viaggio nella Turchia orientale conduce ad un doloroso itinerario nella memoria di un popolo brutalmente eliminato un secolo fa, ma i cui monumenti continuano in parte a testimoniarne la grandezza, l’Azerbaigian agisce adesso in maniera più sistematica, distruggendo ogni traccia della presenza armena come è purtroppo già successo in Nakhichevan oppure “albanizzandola” come avviene oggi nel Nagorno-Karabakh, dove pure non mancano le distruzioni vere e proprie. Il progetto “albano” delle autorità di Baku è quello della creazione di un’Albania del Caucaso del tutto priva di legami con l’Armenia: un’Albània con chiese senza iscrizioni armene (dovranno essere cancellate), senza i khachkar (da distruggere perché troppo inconfondibilmente armeni), senza cimiteri medievali (le cu lapidi indicherebbero una antica presenza armena che si nega) e così via. Si tratta realmente di un progetto distruttivo e ignobile, al quale non si dovrebbe collaborare in nessuna forma. Tanto più che l’invenzione di questa Albània dearmenizzata non è un fatto isolato nel discorso pubblico di Baku che continua infatti a fare frequente riferimento al territorio della stessa repubblica d’Armenia come “Azerbaigian occidentale”, ponendo quindi in discussione persino l’esistenza di questo Paese (Broers 2019). Come si vede, se nella sfera culturale il fantasma dell’Albània caucasica ha risvolti grotteschi per la sua completa inconsistenza, in quella politica esistono invece implicazioni estremamente pericolose, da non sottovalutare e comunque da affrontare in maniera approfondita, per rispetto della realtà storica e del destino tragico del popolo armeno.

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Qui di seguito la versione cartacea con un titolo poco appropriato che la redazione di Avvenire ha provveduto a modificare di seguito sulla versione on line sopra riportata

A Cappadocia l’oratorio musicale dedicato al Beato Salvatore Lilli (Marsicalive

Cappadocia. L’11 agosto 2024, piazza Colle a Cappadocia sarà il suggestivo scenario di un evento musicale di grande rilievo: l’oratorio musicale “Salvatore Lilli e Compagni Armeni”. Organizzato dal Coro Parrocchiale “Timete Deum” e dall’Orchestra Giovanile Diocesi dei Marsi, questo spettacolo si propone di celebrare la vita del Beato Martire Salvatore Lilli attraverso una composizione per voce recitante, solisti, coro e orchestra.

La serata vedrà la partecipazione di artisti di talento. Valerio Montaldi sarà la voce recitante, mentre Christian Di Fiore suonerà la zampogna. Gianmarco Di Cosimo (baritono), Federica Zangari (contralto) e Federica Livan (contralto) arricchiranno la performance con le loro voci soliste. La direzione del coro è affidata a Luca Bischetti, mentre Massimiliano De Foglio sarà il direttore d’orchestra.

l testo dell’oratorio, scritto da Alessandro Giancola, è liberamente tratto dalla biografia di Don Enzo Massotti e la musica è composta da Massimiliano De Foglio. Questa combinazione di parole e musica mira a evocare e onorare la vita e il sacrificio di Salvatore Lilli, un uomo che ha dedicato la sua vita alla fede e alla comunità armena.

L’evento è a ingresso libero e rappresenta un’occasione unica per immergersi in una serata di musica e spiritualità, ricordando il coraggio e la devozione del Beato Martire. L’appuntamento è per domenica 11 agosto 2024 alle ore 21:00 in Piazza Colle, Cappadocia.

 

 

Trasporti: l’Armenia punta su Iran e India per diventare uno snodo commerciale nel Caucaso (AgenziaNova 07.08.24)

L’Armenia punta sulla collaborazione con Iran e India per tentare di diventare uno snodo commerciale nel Caucaso. Mentre il vicino Azerbaigian sta lavorando per lo sviluppo della Via di trasporto internazionale trascaspica (Titr), il cosiddetto Corridoio di mezzo, Erevan cerca partnership alternative anche a causa dell’assenza di uno sbocco al mare, un fattore geografico che rappresenta un limite. Non sorprende, quindi, che l’agenzia di stampa “Sputnik Armenia”, citando proprie fonti nelle aziende di logistica, riferisca oggi che presto si terrà un incontro fra Armenia, Iran e India incentrato sulla creazione di una rotta commerciale. L’incontro avrà luogo in Iran e coinvolgerà rappresentanti dei settori dei trasporti dei tre Paesi che visiteranno, tra l’altro, il porto di Chabahar, e discuteranno di varie questioni relative al lancio di questa rotta. Secondo il ministero dell’Economia armeno, l’apertura di nuove rotte aumenterà il potenziale commerciale del Paese caucasico: Erevan avrà un accesso affidabile all’India, nonché ai mercati dei Paesi del Sud est asiatico. La rotta servirà a trasportare merci provenienti dai Paesi del Golfo Persico e dall’India verso l’Unione economica eurasiatica e l’Unione europea. Secondo quanto riferisce “Sputnik Armenia”, infatti, dal porto indiano di Mumbai, le merci potranno essere consegnate al porto di Chabahar e poi via terra all’Armenia (su strada o ferrovia), quindi alla Georgia e dal Paese caucasico – attraverso il Mar Nero – ai porti di Bulgaria, Grecia o Russia.

Il fatto che la rotta attraversi il territorio dell’Armenia è importante per l’Iran e l’India: Nuova Delhi, nello specifico, sta cercando di diversificare la propria fornitura di merci viste anche le complicazioni esistenti per le rotte che attraversano il Mar Rosso dove, sebbene con minore entità, permane la minaccia degli attacchi dei ribelli yemeniti Houthi. Il percorso attraverso il territorio dell’Iran e dell’Armenia consentirà all’India e ai Paesi del Golfo persico di ridurre i costi logistici del 25 per cento, nonché di dimezzare il periodo di transito dai circa 40 giorni necessari al momento per le navi che passano attraverso il Canale di Suez a più o meno 18 giorni. Qualora tale rotta fosse effettivamente avviata l’Armenia potrebbe diventare un importante snodo di transito. L’interesse dell’Armenia nei confronti delle attività di Iran e India risale già allo scorso dicembre, quando il ministro dell’Amministrazione territoriale e delle Infrastrutture armeno, Gnel Sanosyan, aveva visitato il porto di Chabahar per valutare le potenzialità di questo scalo marittimo.

E le potenzialità del porto sono effettivamente notevoli per l’Armenia: Chabahar si trova, infatti, sulla costa sud orientale dell’Iran lungo il Golfo di Oman, ed è ufficialmente designato come zona industriale e di libero scambio dal governo iraniano. Lo scorso 3 giugno l’Indian Ports Global Limited ha firmato un contratto decennale con l’Organizzazione portuale e marittima dell’Iran per lo sviluppo e la gestione del porto di Chabahar. In base all’intesa, l’India dovrà investire 120 milioni di dollari per ammodernare lo scalo e aprire una linea di credito aggiuntiva di 250 milioni di dollari per una serie di progetti correlati all’infrastruttura portuale. Chabahar, oltre ad essere il punto di accesso più vicino all’Oceano indiano, per l’Iran può rappresentare il fulcro delle vie di transito verso l’Asia centrale, la Russia e anche i Paesi europei. Per l’India il vantaggio di investire nel porto di Chabahar ha un valore strategico e politico, visto che lo sviluppo di questo scalo consentirebbe di aggirare i porti pakistani di Karachi e di Gwadar. Storico rivale dell’India, per l’ammodernamento del porto di Gwadar il Pakistan si è affidato alla Cina, altro Paese che rappresenta un competitor per Nuova Delhi e che con l’iniziativa Belt and road ha già in atto un piano per rafforzare il proprio export verso l’Europa.

L’accordo sul porto di Chabahar, quindi, per l’Armenia ha dei risvolti tutt’altro che trascurabili. Lo scorso gennaio l’Iran ha concesso all’Armenia l’accesso ai suoi scali marittimi di Chabahar e Bandar Abbas proprio per facilitare il commercio con l’India. Dopo la guerra con l’Azerbaigian del 2020, il governo di Erevan ha lavorato attivamente per diversificare i suoi partner nel settore della sicurezza e si è rivolta all’India per la cooperazione in materia di difesa e gli acquisti di armi. Lo sviluppo di questa cooperazione trilaterale migliorerà significativamente l’infrastruttura di transito dell’Armenia e accrescerà l’importanza del Paese del Caucaso per quanto concerne i collegamenti fra Mar Nero e Golfo Persico. Su questo fronte, Erevan e Teheran stanno già lavorando per realizzare le infrastrutture necessarie. Lo scorso aprile Iran e Russia hanno siglato per la costruzione del collegamento ferroviario fra le città iraniane di Rasth e Astara, nel nord del Paese: questa tratta si inserisce nel maxi progetto che prevede il collegamento delle reti ferroviarie di Iran, Russia e Azerbaigian, ma Teheran vorrebbe coinvolgere anche l’Armenia e, in questo senso, positiva sarebbe la sigla di un accordo di pace fra Erevan e Baku. Oltre a rafforzare la stabilità della regione, infatti, un’intesa di questo tipo aprirebbe all’Armenia le porte per accedere a diversi progetti infrastrutturali regionali. La cooperazione fra Iran e Armenia, tuttavia, non si ferma qui: lo scorso ottobre i due Paesi hanno firmato un accordo in base al quale le imprese edili iraniane costruiranno una strada di 32 chilometri nella sezione meridionale del corridoio stradale di trasporto Nord-Sud dell’Armenia. Questa strada – che collegherà la città di Kajaran al villaggio di Agarak a Syunik – includerà 920 metri di tunnel, cinque svincoli, sei cavalcavia e 17 ponti. Si stima che la costruzione sarà completata entro il 2026, con il governo armeno che ha preso in prestito 254 milioni di dollari dalla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo e ha concesso un contratto da 215 milioni di dollari a un consorzio di due società iraniane per il progetto. Circa due terzi della strada saranno ampliati e ristrutturati mentre i restanti 11 chilometri dovrebbero essere costruiti nel corso di tre anni.

Il collegamento stradale avrebbe, quindi, un significato strategico per l’Armenia in quanto potrebbe consolidare la sicurezza del Paese e portare stabilità alla regione. Infine, la partecipazione dell’Armenia a questo progetto di transito – soprattutto in un’ottica di rafforzamento della rotta commerciale che coinvolge anche l’India – ne rafforzerà l’importanza geoeconomica lungo le rotte di transito regionali, bilanciandone così il ruolo rispetto all’Azerbaigian. Baku, come detto, sta puntando con i partner dell’Asia centrale, in particolare il Kazakhstan, sul “Corridoio di mezzo”, un progetto di sviluppo che collegherebbe le reti di trasporto merci della Repubblica popolare cinese (Rpc) e dell’Unione europea attraverso le economie dell’Asia centrale, del Caucaso, della Turchia e dell’Europa orientale. Sia l’Unione europea che la Cina hanno espresso la volontà comune di sviluppare il Corridoio di mezzo per affrontare le attuali sfide geopolitiche e rafforzare la sicurezza delle catene di approvvigionamento. In questo contesto, a livello regionale l’Armenia non può permettersi di “restare indietro” rispetto all’Azerbaigian, che resterà comunque nei prossimi anni un Paese esportatore di riferimento per l’Ue, soprattutto nel settore energetico, e la Georgia che, sebbene non dotata di grandi materie prime da esportare, grazie ai suoi porti sul Mar Nero rappresenta già uno snodo logistico nell’area.

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Elina Avanesyan cambia bandiera: da russa ad armena nel circuito WTA (Livetennis 06.08.24)

Sebbene sia nata a Pyatigorsk quasi 22 anni fa, Elina Avanesyan stava lavorando negli ultimi mesi a un cambio di nazionalità all’interno del circuito femminile. Rappresentando la Russia dalla stagione 2017, il cambio di rotta della giocatrice è evidente dopo aver richiesto questo cambio di bandiera e aver iniziato, proprio da lunedì 5 agosto, a competere come tennista professionista armena. Questo è il paese d’origine della sua famiglia, che dovette emigrare in Russia nel 1992 a causa della guerra.

Residente a Valencia e allenata da María José Llorca da un paio d’estati, Avanesyan ha disputato la sua prima finale in singolare nel tour alcune settimane fa, cedendo nel WTA 250 di Iasi contro Mirra Andreeva. Posizionata all’interno della top 60, ora cercherà di ripetere quell’esperienza con un’identità completamente diversa.

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Tennis, la russa Avanesyan cambia nazionalità: giocherà per l’Armenia (Sportface 06.08.24

Elina Avanesyan, tennista russa, ha annunciato con un post sui social che d’ora in poi rappresenterà l’Armenia. “Sono orgogliosa di condividere che sono ufficialmente una cittadina dell’Armenia e sono onorata di gareggiare sotto la bandiera armena a partire dal torneo di Cincinnati di lunedì prossimo – si legge – Sono emozionata per questo nuovo capitolo e spero di portare successo alla mia patria ancestrale“.

Continua dunque a perdere giocatori la Russia, che negli ultimi anni ha salutato Alexander Shevchenko (che gioca per il Kazakistan) e Varvara Gracheva (che gioca per la Francia). Tra gli altri nativi russi che rappresentano un’altra nazione, spiccano Elena Rybakina, Alexander Bublik e Yulia Putintseva, tutti naturalizzati dal Kazakistan.

 

Sulle montagne dell’Armenia per esplorare le interazioni tra geodiversità e biodiversità (Aise 06.08.24)

BOLOGNA\ aise\ – Si è conclusa la spedizione sul vulcano Aragats, nella regione di Aragatson, in Armenia, che ha coinvolto una squadra di docenti, ricercatrici e ricercatori, studentesse e studenti dell’Università di Bologna, dell’Università di Milano Bicocca, del CNR-IGAG (Istituto di Geologia Ambientale e Geoingegneria) e della National Academy of Sciences della Repubblica Armena (NAS).
La missione – spiega l’Alma Mater – fa parte del progetto “Geodiversity-Biodiversity interactions in forest to steppe habitats across an ecoclimatic gradient in Armenia. A theoretical concept applied to the effects of global warming”, nato nella cornice dell’accordo bilaterale biennale tra il CNR e il Ministero dell’educazione e della scienza della Repubblica Armena (MESRA). Il progetto punta a esplorare le relazioni tra le variazioni della biodiversità e quelle dell’ambiente, con focus sul ruolo dei fattori geologici, climatici e dell’uso del suolo.
A rappresentare l’ateneo bolognese, un team del Dipartimento di Scienze biologiche, geologiche e ambientali composto da Alessandro Chiarucci, professore di Botanica ambientale e applicata, Bianca Vandelli, titolare di una borsa di studio, e dalle studentesse Martina Neri e Samadhi Cervellin.
“La missione ci ha permesso di completare una raccolta di dati ecologici e di biodiversità lungo un esteso gradiente di quota del Monte Aragats, un vulcano alto 4090 metri che costituisce la vetta più alta del Caucaso minore. Si tratta di un’area importantissima per la biodiversità, grazie alla sua posizione geografica e alla sua complessità topografica. Il progetto porterà importanti risultati in termini di ricerca di base e applicata”, spiega il professor Chiarucci: “Inoltre, è stata avviata una collaborazione con l’Accademia Nazionale delle Scienze della Repubblica d’Armenia, che ci ha permesso di discutere sia di nuovi progetti di ricerca congiunta sia di possibili scambi di ricercatrici, ricercatori, studentesse e studenti”.
Gli studiosi hanno realizzato rilevamenti topografici, geopedologici, botanici e zoologici in 84 siti di campionamento distribuiti lungo un gradiente altitudinale di 2700 metri (tra i 1100 e 3850 metri) sul versante meridionale del vulcano. I dati raccolti permetteranno di porre le basi per un’analisi temporale degli effetti sulla biodiversità dovuti al processo di riscaldamento globale iniziato negli anni ‘80 del secolo scorso.
Durante la missione, il professor Chiarucci ha tenuto una relazione su “Le sfide della conservazione della biodiversità nell’Antropocene” presso la sede dell’Accademia Nazionale delle Scienze, nella capitale Jerevan. L’evento, introdotto dal professor Ruben Harutyunyan, Segretario del Dipartimento di Scienze Naturali dell’Accademia, ha visto la partecipazione di rappresentanti delle strutture scientifiche ed educative armene, di giovani scienziate e scienziati, studentesse e studenti. (aise) 

AZERBAIJAN. TENSIONI CON LA FRANCIA: OSPITATO IL “CONGRESSO DELLE COLONIE FRANCESI” (Notizie geopolitiche 06.08.24)

di Giuseppe Gagliano –

Il 17 e 18 luglio scorsi, Baku, capitale dell’Azerbaigian, ha ospitato il primo “Congresso delle colonie francesi”, organizzato dall’Unione Popolare per la Liberazione della Guadalupa con il sostegno del Gruppo d’Iniziativa di Baku. Questo evento ha riunito leader di oltre quindici partiti politici e movimenti indipendentisti provenienti da Corsica, Melanesia, Polinesia, Caraibi e Antille. Al termine della conferenza i partecipanti hanno firmato una dichiarazione per la creazione di un “fronte internazionale di liberazione”. Questa iniziativa riflette la crescente interferenza azera nei territori d’oltremare francesi, evidenziando una strategia di guerra ibrida contro la Francia, sfruttando le fragilità legate al passato coloniale del paese.
Le relazioni tra Parigi e Baku si sono deteriorate significativamente a seguito della guerra del Nagorno-Karabakh del 2020 e la dissoluzione del Gruppo di Minsk dell’OSCE. La Francia, in qualità di copresidente del Gruppo di Minsk, era tenuta a mantenere una neutralità assoluta. Tuttavia dal novembre 2020 Parigi ha rafforzato il suo sostegno a Erevan, difendendo l’Armenia contro le ambizioni annessioniste dell’Azerbaigian, che ha ripreso il controllo del Nagorno Karabakh sul quale l’Armenia aveva proclamato unilateralmente la Repubblica Armena dell’Artsak, senza riconoscimento internazionale. Questa posizione ha provocato accuse di ipocrisia da parte di Baku, che sottolinea come la Francia non abbia mai denunciato le risoluzioni ONU del 1993 a favore della sovranità azera sul Nagorno-Karabakh.
Di fronte all’incapacità di imporre il proprio punto di vista nei media francesi, il regime azero ha adottato una strategia di guerra ibrida su due fronti: il digitale e il fisico. Sul fronte digitale sono state moltiplicate le operazioni di disinformazione per screditare la Francia, utilizzando falsi account per diffondere notizie false relative alla sicurezza, come il problema delle cimici durante i Giochi Olimpici. Sul fronte fisico si è assistito alla “repressione brutale delle forze coloniali francesi” contro i manifestanti kanaki in Nuova Caledonia.
Nonostante la distanza geografica tra Baku e Nouméa, l’Azerbaigian ha trovato un terreno fertile per la sua propaganda tra i movimenti indipendentisti della Nuova Caledonia. Durante le manifestazioni nazionaliste sull’isola, molti militanti kanaki hanno indossato magliette con il logo del Gruppo d’Iniziativa di Baku e il drappo azero. Questo gruppo ha anche utilizzato i social media per amplificare le rivendicazioni indipendentiste e alimentare il risentimento anti-francese. Inoltre sono state organizzate conferenze online con separatisti d’oltremare e sono stati finanziati i viaggi dei loro rappresentanti a Baku.
Nonostante l’apparente sostegno agli indipendentisti, il governo di Baku deve guardare dentro il proprio paese. Questo è particolarmente evidente nella sua politica nei confronti delle minoranze interne, come i talish e i lezghini, e nella sua gestione della questione del Nagorno-Karabakh. Tuttavia l’Azerbaigian continua a promuovere la sua immagine di campione del “Sud globale”, sfruttando la retorica anticoloniale per guadagnare influenza internazionale e colpire la Francia nei suoi punti deboli.
La strategia azera di interferenza nei territori d’oltremare francesi rappresenta una sfida significativa per Parigi. Utilizzando una combinazione di propaganda digitale, sostegno a movimenti indipendentisti e retorica anticoloniale, Baku cerca di destabilizzare la posizione della Francia e guadagnare influenza nel contesto internazionale. Questo scenario complesso richiede una risposta strategica e coordinata da parte della Francia per proteggere i suoi interessi e sostenere la stabilità nei suoi territori d’oltremare.

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Un olandese di 79 anni, da 25 giorni è in sciopero della fame per Mikael, il bambino armeno che rischia l’espulsione (31mag.nl 06.08.24)

duard, un uomo di 79 anni di Maastricht, è in sciopero della fame da 25 giorni davanti all’IND (Ufficio Immigrazione e Naturalizzazione) a L’Aia. La sua protesta è rivolta contro l’espulsione di bambini come Mikael, un bambino di 11 anni nato ad Amsterdam, che la settimana scorsa ha ricevuto l’ordine di essere deportato in Armenia, dice AT5.

Eduard, ex direttore di un rifugio per senzatetto, passa le sue giornate dalle 9:00 alle 17:00 davanti all’IND. La notte trova ospitalità presso alcuni cittadini di L’Aia che sostengono la sua causa. Un medico lo visita quotidianamente per monitorare la sua salute e l’uomo Eduard dichiara: “Sono qui e resterò qui fino a quando non verrà fatto giustizia per i bambini. Non si può fare una cosa del genere a un bambino. I bambini non devono mai diventare vittime delle azioni degli adulti.”

 

Mikael, nato e cresciuto ad Amsterdam, ha ringraziato Eduard per il suo sostegno: la sua famiglia ha visto respinte diverse richieste di permesso di soggiorno e la scorsa settimana il Consiglio di Stato ha stabilito che lui e sua madre devono lasciare i Paesi Bassi. La sindaca di Amsterdam, Femke Halsema, ha chiesto alla ministra Marjolein Faber di intervenire, ma lei ha risposto di non poter fare nulla per aiutare Mikael.

Un amico di famiglia, Guy Loyson, ritiene che il ministro potrebbe comunque intervenire, ordinando all’IND di riesaminare il caso.

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Armenia, un Paese da scoprire in bicicletta. Fino a ottobre (Montagna.tv 05.08.24)

L’Armenia e le montagne del Caucaso sono delle destinazioni ideali per un cicloviaggio estivo o di inizio autunno alla scoperta di questo paese ancora ai margini dei grandi flussi turistici. Monasteri cristiani, alte montagne, laghi d’alta quota ed una cordiale ospitalità sono i punti fermi di questo Paese. Internet è disponibile quasi ovunque; esiste booking e una struttura ricettiva di buona qualità dai costi contenuti.

La lingua è l’armeno, mentre l’inglese lo parlano in pochi più che altro ragazzi/bambini e persone che lavorano nel turismo. L’ospitalità è sorprendente specialmente nelle zone rurali. Accadrà di frequenteche qualcuno distenderà la tovaglia per invitarvi a mangiare e bere qualcosa insieme.

Scegliere l’itinerario

Con due settimane di tempo è possibile percorrere tutta la nazione da nord a sud visitando i posti più caratteristici del paese in primis il Lago Sevan. In alternativa è possibile raggiungere l’Iran (Tabriz) o la Georgia (Tblisi). Il traffico è scarso, tranne che nei dintorni di Yerevan dove comunque sono presenti molte strade secondarie poco trafficate.Il sito www.cyclingarmenia.com suggerisce le strade più caratteristiche e adatte ai ciclisti. Nel vostro tour cercate di includere anche la bellissima salita sulla strada vecchia verso Jermuk. Questo esattamente è Il percorso compiuto da chi scrive e che arriva in Iran/Tabriz. Per poi ritornare a Yerevan in bus.

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Altro itinerario da cui prendere spunto è presente su www.ascendarmenia.com. E’ un giro ad anello che ripercorre una gara di ultracycling che si disputa in Armenia. Anche questo alterna tratti sterrati e strade secondarie.

Attualmente, vista la situazione di instabilità con l’Azerbaigian, si sconsigliano viaggi nei pressi dell’exclave azera di Nakhchivan e – in generale – lungo le frontiere con l’Azerbaigian. In particolare, sarebbero da evitare le regioni di Syunik e Vayots Dzor e le aree sud ed est della regione di Gegharkunik.

Nel Paese ci sono molti cani pastori non legati e/o non chiusi in ambienti recintati. Anche noi ne abbiamo incontrati specialmente sulle montagne tra il Monastero di Geghar ed il lago Sevan. Prestare attenzione, scendete dalla bici e allontanatevi da loro facendovi scudo con la bici stessa.

Vitto e alloggio

L’offerta di alloggio è scarsa quando si esce da Yeravan, l’unica vera grande città del Paese. Nella capitale si trovano molti hotel e Bed&Breakfast. Al di fuori di Yeravan comunque è sempre possibile riuscire a trovare qualche struttura sia su booking che su google maps qualora si intende dormire presso le piccole città. Sono presenti alcuni campeggi, che sono frequentati perlopiù da turisti stranieri.

Una piccola tenda può essere utile anche in situazioni d’ emergenza specialmente se avete l’intenzione di attraversare le montagne sopra il Lago Sevan. Il fornelletto non serve.

La cucina armena è molto semplice e si basa su pane non lievitato chiamato Lavash. Lo usano per accompagnare carne e verdure come pomodori, patate e peperoni piccanti. In estate troverete molte albicocche e pesche da raccogliere.

Menzione speciale per il Caffe armeno, che si trova, anche freddo, presso qualunque spaccio alimentare. Il Brandy è il liquore nazionale ma vi inviteranno sicuramente a bere una loro vodka. L’acqua si trova lungo il percorso. Paesi, villaggi e shop sono comunque frequenti. I costi per il vitto e l’alloggio, così come per i trasporti, sono molto inferiori rispetto all’Italia.

Come raggiungere l’Armenia, trasporti locali e formalità

Si arriva a Yerevan con un volo diretto di 4 orecirca da Roma, Milano o Venezia. La compagnia è WizzAir che offre tariffe basse e la possibilità di prenotare on-line il trasporto della bici. Per entrare in Armenia è necessario il passaporto ma non serve il visto per chi viene da paesi UE.

Il servizio taxi è efficiente e permettono pure di caricare i cartoni delle bici. Tra le città vi è un servizio di minivan ma non sempre accettano le biciclette, bisogna avere pazienza e contrattare.

A Yerevan molte agenzie turistiche effettuano gite in giornata o di più giorni presso le principali attrazioni del paese.

Un servizio bus raggiunge anche l’Iran (Tabriz) e Tblisi (Georgia) per chiunque abbia intenzione di allungare il viaggio.

Bancomat, e cambia valuta sono presenti a Yerevan ed in poche altre città.Le carte di credito sono accettate quasi ovunque, ma non fateci troppo affidamento.

Meteo

Durante il periodo estivo fa molto caldo specialmente a basse quote ovvero sotto i 1000 metri. Durante la notte le temperature si abbassano ma non di molto. Il periodo migliore per andare è tra maggio e ottobre. Buono anche aprile se non si ha intenzione di andare troppo in alta quota.

Attrazioni

La capitaleYerevan dove scoprire la storia del paese attraverso i suoi molti musei e monumenti. Vivace anche la vita notturna.

Garni con il suo antico tempio e la stupenda formazione rocciosa della “Sinfonia di Pietra”.

La città termale di Jermuk, raggiungibile con la bellissima vecchia strada attraverso le gole.

monasteri. I più famosi quelli di Geghard, Noravank, TatevKhor Virap.

Il Lago Sevan e le montagne circostanti da esplorare in bici approfittando dell’ospitalità dei pastori armeni.
Dilijan è piccola comunità che sorge all’interno dell’omonimo Parco Nazionale di Dilijan. È denominata la piccola Svizzera.

La vetta dell’Aragats (4095 m) la montagna più alta della nazione dopo che l’Ararat è stato incorporato alla Turchia.

 

 

 

 

Presentato il terzo volume su Yeghische Charents durante il premio Xenia Book Fair (Il Reggino 03.08.24)

Il Salotto Letterario, che ha preceduto la premiazione, è stato incentrato sulla presentazione del terzo e ultimo volume facente parte di una trilogia dedicata al grande poeta armeno

Presentato il terzo volume su Yeghische Charents durante il premio Xenia Book Fair

La seconda ed ultima serata dell’ arricchente Rassegna Letteraria Internazionale “Xenia Book Fair”  (giunta alla sua nona edizione e ormai in via di storicizzazione), presentata in maniera impeccabile da Maria Teresa Notarnicola, ha avuto nuovamente luogo presso il Circolo del Tennis “Rocco Polimeni”. Il Salotto Letterario, che ha preceduto la premiazione, è stato incentrato sulla presentazione del terzo e ultimo volume facente parte di una trilogia dedicata al grande poeta armeno Yeghische Charents, a cura della Leonida Edizioni di Domenico Polito .

Filippo Quartuccio, Delegato alla Cultura della Città Metropolitana di Reggio Calabria, ha espresso entusiasmo per la manifestazione, affermando di essersi confrontato positivamente con il Sindaco Giuseppe Falcomatà rispetto allo Xenia Book Fair. – Il respiro internazionale-ha dichiarato Quartuccio- serve ad individuare le culture diverse, ad interpretare la loro anima, per capire se si può migliorare e prenderne esempio, per far crescere il nostro territorio. Ben vengano queste relazioni. Fondamentale alla causa il ruolo delle associazioni-.

Il presidente dell’Anassilaos Stefano Iorfida ha messo alla luce l’importanza di trattare ai nostri tempi un poeta come Charents, rispetto a dieci anni fa, poiché la guerra è attualmente alle porte dell’Occidente, e la sensibilità  è nettamente cambiata rispetto ai valori di tolleranza, democrazia e libertà. -Polito – ha asserito Stefano Iorfida-ha avuto il merito di pubblicare una trilogia lontana dagli standard editoriali comuni.

Opera difficile, ma fondamentale, perché la storia aiuta a capire il presente-. Andrea Calabrese, presidente dell’Associazione Musicale “La nuova verdi, ha ribadito il rapporto d’interconnessione sussistente tra arte e musica, riportando il parallelismo tra il compositore Dmitrij Dmitrievič Šostakovič e Charenst e, per rimanere in ambito letterario, con Corrado Alvaro in riferimento alla tematica della patria, con il concetto di “natura matrigna” di Giacomo Leopardi e con Fernando Pessoa, per assonanze stilistiche. -Charents- ha infine riferito Calabrese- dovrebbe esser studiato profusamente nelle scuole-. Cenni tecnici sono stati avanzati dalla D. ssa Valentina Savasta, riguardo il suo lavoro di redattrice e le similitudini con quello dei traduttori.

Dopo il Reading poetico da parte di Andrea Calabrese, il pubblico ha potuto ascoltare il videomessaggio di S. E. Tsovinar Hambardzumyan, Ambasciatrice plenipotenziaria della Repubblica d’Armenia presso la Repubblica Italiana, che ha ringraziato la Leonida Edizioni di Domenico Polito per l’ambizioso progetto sulla trilogia del poeta armeno  Yeghische Charents ( che richiama i colori della bandiera dell’Armenia), approdata non solo allo Xenia Book Fair, ma anche all’Università della Sapienza di Roma con, tra le altre figure presenti, anche l’attore e regista Carlo Verdone.

Anche per l’ambasciata armena, come per la delegazione georgiana, il presidente dell’Ai. Par. c Salvatore Timpano ha deciso di donare il gagliardetto dell’associazione e l’essenza di bergamotto.

La seconda parte della serata è stata dedicata alla Premiazione della terza edizione del Premio Letterario internazionale Xenia Book Fair 2024, che si articola in due sezioni: silloge e narrativa. Per la prima sezione il primo posto è stato occupato dalla silloge “Il silenzio delle Cetre” di Giuliana Donzello. Emozionante la motivazione e le parole dell’autrice, incentrate sulla sofferenza della guerra, il richiamo all’Ucraina e al silenzio che deve essere pronunciato attraverso la parola.

Al secondo posto troviamo la silloge Per parole che sanno immutarsi di Eleonora Vinaccia, una poetessa, secondo la motivazione data dalla giuria del premio, osservatrice, sensibile e di poche parole. Il terzo posto è per la silloge Confidenze sull’uso di sé di Riccardo Carli Ballola la cui poesia ha, secondo la motivazione al premio, punti di contatto con lo stile narrativo. Per la sezione Narrativa il primo posto del podio è stato riservato a Salvatore Giorgio Salvatori con l’opera Il racconto del vento – C’era un Paese chiamato la Terra , scritta, sulla base della motivazione della giuria, con rimandi al fantastico e alla tematica attuale dell’ambiente. Secondo posto per Andrea Grecanti con Il prescelto – ossia l’occasione fa il salvatore, per le sue molteplici linee narrative e le profonde riflessioni sul destino dell’uomo , come da motivazione. Franco Busato con il romanzo Terra mare conquista il terzo posto e, secondo la motivazione al premio, lo ottiene per la capacità espressiva, l’intensità e i temi trattati. Lo spettacolo è stato intervallato dall’esilarante duo comico composto da Benvenuto Marra e Pasquale Caprì, che ha allietato un pubblico caloroso, proveniente da diversi luoghi d’Italia.

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Premio Xenia Book Fair, presentato il terzo volume sul poeta armeno Yeghische Charents (Cn24tv)

C’era una volta il Nagorno Karabakh: il fotoreportage di un Paese cancellato dalla faccia della Terra (Fotocult 03.08.24)

La fotografa Emanuela Colombo racconta una storia che ha dell’incredibile: un Paese di centoventimila abitanti trasformato in campo di concentramento per poi essere completamente distrutto.

Gurgen Hovsepyan, 36 anni, è fuggito con tutta la famiglia da Beraber in Nagorno Karabakh il 25 settembre 2023 sotto i bombardamenti azeri. © Emanuela Colombo, “C’era una volta il Nagorno Karabakh”.

Sulle odierne carte geografiche il  Nagorno Karabakh – territorio armeno all’interno dei confini dell’Azerbaigian – non esiste più, non ce n’è più traccia. La sua popolazione è stata resa profuga, le case bombardate, i monumenti religiosi rasi al suolo, la sua storia apparentemente azzerata. Per evitare che anche la memoria del luogo e le storie legate ad essa vengano disperse come sabbia al vento Emanuela Colombo ha dato vita a un progetto, C’era una volta il Nagorno Karabakh, che evoca quel territorio fantasma e che dà voce ai superstiti di quella tragedia.

C’era una volta il Nagorno Karabakh è dedicato alle tracce di un Paese che nelle cartine geografiche non esiste più. Ce ne racconti la storia?

Fino alla dissoluzione dell’Unione Sovietica il Nagorno Karabakh, ‘Artsakh’ in armeno, è stato per volere di Stalin un oblast (regione) autonomo armeno, con capitale Stepanakert, facente però parte dell’Azerbaigian. Azeri e armeni vi convivevano in pace. La complicata mappa delle enclavi autonome nel Caucaso è un’eredità del sistema sovietico di cui Mosca si è servita per decenni per dividere e governare meglio il suo impero.

La madre di Sevak Harityunyan, trentunenne che ha affittato una casa a Dilijan e ha aperto una piccola panetteria dove vende il zhingyalov, un pane non lievitato farcito con erbe che prepara lui stesso. © Emanuela Colombo, "C’era una volta il Nagorno Karabakh"
La madre di Sevak Harityunyan, trentunenne che ha affittato una casa a Dilijan e ha aperto una piccola panetteria dove vende il zhingyalov, un pane non lievitato farcito con erbe che prepara lui stesso.

Gli armeni del Karabakh, dunque, avevano raggiunto una loro autonomia già dal 1921, ma Stalin non volle concedere loro l’indipendenza. Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, però, una buona parte delle repubbliche socialiste che la componevano si dichiararono indipendenti e così avvenne anche per la Repubblica dell’Artsakh, cioè il Nagorno Karabakh. Da quel momento scoppiarono molte guerre per la disputa sui confini e per la sicurezza e i diritti della minoranza armena.

Venendo ai giorni nostri, la Russia, fino a poco tempo fa stretta alleata dell’Armenia, si trova sempre più impantanata nella guerra di invasione in Ucraina e non intende lasciarsi coinvolgere in una guerra al suo fianco. L’Azerbaigian, dunque, ha visto aperta per sé una grande opportunità per chiudere una volta per tutte la “questione Karabakh” e riannettersi definitivamente i territori interni ai suoi confini.  Non dimentichiamo, tra l’altro, che gli armeni sono tradizionalmente cristiano ortodossi e gli azeri musulmani.

Ijevan, Armenia. © Emanuela Colombo, "C’era una volta il Nagorno Karabakh"
Ijevan, Armenia. © Emanuela Colombo, “C’era una volta il Nagorno Karabakh”

A inizio 2023 l’offensiva dell’Azerbaigian ha creato una crisi umanitaria spaventosa sottoponendo la popolazione del Karabakh a nove mesi di isolamento con il blocco del corridoio di Lachin, unica via di approvvigionamento per gli armeni della regione. In questo modo, Aliyev, presidente azero, ha trasformato il Nagorno Karabakh in un vasto campo di concentramento per 120.000 armeni rimasti di fatto imprigionati, senza forniture energetiche, cibo, medicine e carburante. Inoltre, sono stati distrutti monumenti cristiani e sono stati calpestati i diritti fondamentali di autonomia culturale e politica. Nel settembre 2023 i villaggi sono stati bombardati, da Nord a Sud, costringendo una popolazione già allo stremo ad abbandonare case, terre, fattorie e villaggi per salvarsi la vita. E così il Nagorno Karabakh ha smesso di esistere.

Come la storia del Nagorno Karabakh si è intersecata con la tua?

Personalmente ho sentito parlare per la prima volta del Nagorno Karabakh cinque anni fa mentre ero in Armenia con una collega per un assegnato. La nostra fixerAnna, giornalista e traduttrice armena, frequentava molto quel territorio, che, ai tempi, era molto attivo a livello culturale, organizzando festival d’arte e di musica. Lei ce ne parlava come di un posto meraviglioso dove vivere ed essere felici

A inizio 2023 le prime notizie dell’isolamento forzato dell’enclave sono arrivate in Italia e subito ho contatto Anna per sapere come stava e com’era la situazione. Quasi un anno dopo, a dramma avvenuto, ho deciso di andare a vedere coi miei occhi cosa era successo veramente e di provare a raccontarlo con le mie immagini, forte anche del fatto che nessun media europeo o internazionale aveva mai parlato della scomparsa di questo Stato e della diaspora forzata dei suoi abitanti.

Come ti sei mossa per strutturare il tuo progetto e in quanto tempo lo hai realizzato?

La figura di Anna per me è stata importantissima. È stata con me durante tutto il periodo di permanenza sul posto e, tramite le sue conoscenze, sono stata in grado di entrare in contatto con moltissimi profughi dal Karabakh, avvicinandomi tanto da farmi aprire le porte delle loro case e dei loro ‘rifugi’ e ottenere il permesso di ritrarli lì. Quello che volevo fare, infatti, era raccontare le loro condizioni e la loro ‘nuova’ vita, ma per arrivare a questo tipo di narrazione dovevo fare in modo che si fidassero di me, intessendo dei rapporti umanamente diretti e profondi. Con Anna, per dieci giorni, abbiamo girato in macchina lungo tutta l’Armenia, incontrando le persone e facendoci raccontare le loro storie.

Mileta Haynepetyan ha 56 anni e 6 figli e attualmente vive con la famiglia a Hrazdan dove erano già stati sfollati durante la guerra dei 44 giorni nel 2020. © Emanuela Colombo," C’era una volta il Nagorno Karabakh".
Mileta Haynepetyan ha 56 anni e 6 figli e attualmente vive con la famiglia a Hrazdan dove erano già stati sfollati durante la guerra dei 44 giorni nel 2020. © Emanuela Colombo,” C’era una volta il Nagorno Karabakh”.

Qual è il sentimento prevalente che hai avvertito incontrando le persone che sono scappate dal Nagorno Karabakh?

Io sono arrivata in Armenia nell’aprile del 2024, quando gli abitanti armeni del Karabakh erano già stati costretti a fuggire sotto le bombe azere, dopo mesi di isolamento forzato, lasciando le loro case e portando con sé i soli vestiti che avevano addosso. Le persone che ho incontrato sono state accolte in Armenia come profughi e profughi si sentono. Le famiglie sono state divise, i vicini di casa si sono persi di vista, i bambini non riescono ad inserirsi nelle nuove realtà scolastiche.

Nessuno di loro, inoltre, abita in una casa degna di questo nome. La maggior parte di queste persone desidera tornare nel proprio Paese, in quel posto meraviglioso che era il Karabakh, dove la religione e la cultura armena sono nate. C’è anche chi, invece, è così stanco di battaglie, scontri e incertezze che non vede l’ora di poter lasciare addirittura l’Armenia stessa e ricominciare una nuova vita lontano da uno scenario opprimente e sfiancante.

Che tipo di difficoltà hai incontrato nella realizzazione di C’era una volta il Nagorno Karabakh, dal punto di vista pratico ma anche umano?

Dal punto di vista pratico non ho incontrato grosse difficoltà nella realizzazione di questo lavoro. L’Armenia è un Paese pacifico, le persone sono accoglienti e le infrastrutture per gli spostamenti sono buone. Avendo con me Anna, che è una donna molto attiva ed empatica, non ho travato grosse difficoltà ad entrare in contatto con le persone che ho fotografato, anche se la maggior parte di loro era molto stanca, depressa e delusa. Per questo motivo trovare il modo di indurre le persone ad aprirsi con noi tanto da lasciarsi fotografare non è stato affatto facile.

La signora Janna Shirnyan, per esempio, ha inveito per dieci minuti buoni contro tutti i media che le promettevano aiuto per farla tornare nella sua casa in Karabakh in cambio di interviste e racconti da pubblicare, senza però, poi, fare nulla. C’è voluto tatto e pazienza per farle capire che noi non promettevamo niente ma che la sua storia era importante e che il nostro desiderio era quello di farla conoscere a più persone possibile di modo che un’ingiustizia come quella subita da lei e dai suoi concittadini non venisse ignorata.

Il padre di Elina Hayrapetyanha, fuggita da Kart in Nagorno Karabakh con tutta la sua famiglia. © Emanuela Colombo, "C’era una volta il Nagorno Karabakh".
Il padre di Elina Hayrapetyanha, fuggita da Kart in Nagorno Karabakh con tutta la sua famiglia. © Emanuela Colombo, “C’era una volta il Nagorno Karabakh”.

Molti sono i fotografi che hanno adottato un approccio immersivo nel loro lavoro, con le persone e le storie che volevano raccontare. Quali sono i tuoi modelli, fotograficamente parlando?

Io amo la fotografia in tutte le sue forme ed appena posso ne studio la storia. Passo molto del mio tempo a guardare i lavori dei grandi fotografi del passato e del presente e posso dire che tutta la fotografia che è passata attraverso i miei occhi ha influenzato il mio lavoro. Mi vengono in mente Dorothea LangeStephen ShoreAlec SothDarcy PadillaNan Goldin. I grandi maestri della fotografia di racconto, insomma.

In C’era una volta il Nagorno Karabakh si avverte la tua intenzione di far dialogare differenti dimensioni temporali, tra il passato e il presente. In tal senso come hai realizzato la narrazione del tuo progetto?

Visto che l’evento che desideravo raccontare era già passato nel momento in cui io ho scattato le immagini del mio lavoro, ho provato a raccontare gli avvenimenti e i sentimenti provati dalle persone che fotografavo chiedendo loro di mostrarmi oggetti che riportassero alla luce ricordi della loro vita passata o fotografie che descrivessero la loro vita prima del tragico momento in cui si sono trasformati in profughi. Ho alternato dunque i ritratti dei protagonisti della mia storia, le immagini del presente e dei luoghi dove sono stati costretti a trasferirsi con le immagini degli oggetti e delle fotografie provenienti dal loro passato.

Flora Avamenesyan, 67 anni, è scappata dal Karabakh con i figli sotto i bombardamenti del 25 settembre 2023 per rifugiarsi in un bunker. Una foto di sé stessa da giovane è tutto ciò che le resta del suo passato. © Emanuela Colombo, "C’era una volta il Nagorno Karabakh".
Flora Avamenesyan, 67 anni, è scappata dal Karabakh con i figli sotto i bombardamenti del 25 settembre 2023 per rifugiarsi in un bunker. Una foto di sé stessa da giovane è tutto ciò che le resta del suo passato. © Emanuela Colombo, “C’era una volta il Nagorno Karabakh”.

Prediligi la luce ambientale per il tuo lavoro. È sempre stato così?

Amo da sempre fotografare in luce ambiente. La mia Nikon D850 si comporta molto bene in condizioni di luce ‘estreme’: all’interno delle case e quando l’unica luce nell’ambiente proviene dalle finestre. Trovo inoltre che l’utilizzo dei flash e delle luci artificiali metta sempre un po’ in soggezione i soggetti fotografati, che nei miei racconti sono spesso già provati dalle situazioni estreme in cui si vengono a trovare.

C’è una regia, da parte tua, nelle tue immagini?

La composizione delle mie immagini, solitamente, la penso in relazione alla luce. Non modifico mai gli ambienti in cui mi trovo e chiedo ai miei soggetti di posizionarsi per il ritratto in modo che la luce arrivi sui loro volti nel modo migliore possibile. Sono io a dirigere la scena, anche se il mio lavoro si compone di una parte importante dedicata all’ascolto dell’altro, delle sue storie e dei suoi racconti.

I coniugi Mayilyan hanno abitato per tutta la vita a Khapat in Karabakh. Si occupano da sempre della nipote autistica e orfana di madre dall’età di 10 anni e di padre dal 2020. © Emanuela Colombo, "C’era una volta il Nagorno Karabakh"
I coniugi Mayilyan hanno abitato per tutta la vita a Khapat in Karabakh. Si occupano da sempre della nipote autistica e orfana di madre dall’età di 10 anni e di padre dal 2020. © Emanuela Colombo, “C’era una volta il Nagorno Karabakh”

Hai una storia da raccontarci che ti ha particolarmente colpito, stando lì?

Una storia che mi ha particolarmente colpito è quella dei coniugi Mayilyan. Entrambi hanno settantuno anni e hanno abitato per tutta la loro vita a Khapat, in Karabakh. Si sono occupati da sempre della loro nipote autistica e orfana dei genitori dall’età di dieci anni. Il loro figlio, e padre della ragazza, era malato e a causa della guerra non è stato possibile portarlo in ospedale in tempo. Così, con la nipote, sono arrivati a Barekamavan, in Armenia, dopo una drammatica fuga da casa loro in Karabakh, distrutta dalle bombe nel settembre del 2023.

Il villaggio di Barekamavan, nella regione armena del Tavush, è circondato su tre lati dal confine con l’Azerbaigian, e per questo motivo è stato gradualmente abbandonato. Per evitare la sua totale rovina, le case lasciate vuote sono state date come abitazione ai profughi del Karabakh gratuitamente per tre anni. Purtroppo le abitazioni risultano abbandonate da molto tempo e spesso versano in condizioni pessime. Nel villaggio non ci sono né acqua corrente né gas, l’unica occupazione possibile è l’agricoltura. Nel villaggio abitano ora venti famiglie sfollate dal Karabakh.